30/09/2008

Troppo pc fa invecchiare


L'allarme lanciato da un chirurgo di Roma. «Fa venire le borse sotto gli occhi», l'osservazione su una «casistica» di 300 persone

 

 

 

 

Passare troppe ore davanti allo schermo del computer favorirebbe la formazione delle borse sotto gli occhi. Lo sostiene un chirurgo dell'Università la Sapienza, di Roma
Troppe ore al computer fanno invecchiare precocemente? Ne è convinto Giulio Basoccu, chirurgo estetico e docente all'Università La Sapienza di Roma: «Il computer, se usato tutti i giorni e per molte ore, invecchia il viso. Fa venire le borse sotto gli occhi, spegne il colorito della pelle e i segni dell'invecchiamento sono più visibili». Secondo lo specialista, a lasciare il segno sul viso di una donna non è solo un lavoro particolarmente stressante, «A dare una aspetto stanco, occhiaie e colorito giallastro -spiega Basoccu- contribuisce anche l'effetto-computer». «Dall'osservazione di un campione di 300 donne tra i 30 e i 40 anni che si sono rivolte al nostro studio - dice infatti l'esperto - abbiamo notato che due su tre passavano ogni giorno dalle cinque alle otto ore fisse davanti a un pc. E tutte lamentavano gli stessi problemi. Profonde occhiaie, rughe più accentuate intorno e tra gli occhi, pelle disidratata, colorito giallastro. Il desiderio comune -prosegue Basoccu- era quello di dare nuova luce a un viso stanco e opacizzato».

SEGRETARIE E IMPIEGATE - «Gli occhi si stancano, c'è bisogno di concentrazione e quindi si assumono involontariamente posizioni di alcune parti del viso che contribuiscono a segnare la pelle. Quando ci concentriamo aggrottiamo la fronte e, senza volerlo, forziamo le rughe tra gli occhi e quelle della fronte stessa. Il fatto di stare a lungo in un luogo chiuso, d'estate con aria condizionata e d'inverno con il riscaldamento, aumenta la disidratazione della pelle». Tutti fattori che contribuiscono ad appesantire il viso. «Le nostre pazienti, forzate del computer -continua il chirurgo- sono prevalentemente segretarie e impiegate, che alzano la testa dallo schermo solo per la pausa pranzo».

MA SERVONO ALTRI STUDI - Va però sottolineato che l'osservazione di qualche centinaio di persone può servire a stimolare l'attenzione sul problema ma non rappresenta un campione rappresentativo per cominciare a preoccuparsi, e iniziare magari terapie o ricorrere ad altri rimedi che potrebbero non servire. Prima di qualsiasi decisione varrà la pena attendere qualche studio clinico controllato eseguito con criteri rigorosi.

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Allarme povertà, in aumento i senza tetto

Settimo rapporto della Caritas ambrosiana. Sono 5mila in città. Disoccupazione e redditi bassi i problemi di chi è in difficoltà: per il 70 per cento donne, tre quarti stranieri



In aumento i senza tetto
 

Cresce la povertà nella Diocesi di Milano, un territorio che comprende il capoluogo lombardo, Lecco e Varese oltre alle rispettive province. E' quanto emerge dal settimo rapporto della Caritas ambrosiana presentato martedì mattina. Ricerca che «non ha la pretesa della completezza» - è stato spiegato - ma che punta su un solido campione: quasi 16 mila persone che si sono rivolte a 61 centri di ascolto nel 2007. Fra le principali preoccupazioni di chi è in difficoltà permangono l'occupazione e l'abitazione e in questo senso si parla proprio di «precari della casa», tanto che il rapporto è stato chiamato «Case senza abitanti e abitanti senza casa». Nella sola Milano - ha spiegato il direttore di Caritas ambrosiana, don Roberto Davanzo - circa 5.000 persone non hanno abitazione e si avvalgono di strutture di accoglienza e 85 mila, secondo una ricerca dell'Università Bicocca, sono da considerare vulnerabili, cioè basta poco per precipitarli in una condizione di bisogno.

Presentato il rapporto sulla povertà 2008 (Salmoirago)
Presentato il rapporto sulla povertà 2008
Le criticità sono note: le giovani coppie non trovano alloggi a prezzi accessibili e si scontrano con la carenza di case in locazione, le famiglie non riescono a sostenere l'aumento delle rate del mutuo, i separati, soprattutto uomini, hanno difficoltà a trovare una nuova abitazione. E poi gli stipendi inadeguati e instabili. In due parole: la precarietà esistenziale. «Il problema della casa non riguarda solo gli stranieri, è una difficoltà trasversale - ha sottolineato Davanzo - tanto che si è ridotta significativamente la popolazione milanese, si è scesi a 1 milione e 200 mila abitanti da 1,9 milioni 20 anni fa. Siamo ormai una città senza abitanti, perchè la casa è diventato un bene speculativo. C'è un pendolarismo, il capoluogo si riempie di giorno e si svuota di sera». «Il problema abitativo - ha concluso - o viene governato a livello di pubblica amministrazione con la collaborazione del privato e del privato sociale oppure non se ne esce».

I poveri del territorio sono per il 70% donne, hanno in media 40 anni e per i tre quarti sono rappresentati da stranieri. «La forte rappresentanza femminile - spiega Angela Signorelli dell'Osservatorio Caritas Ambrosiana - si spiega col fatto che sempre più spesso sono le donne a farsi carico dei problemi della famiglia: dietro una donna che si rivolge a noi molto spesso c'è un intero nucleo familiare in difficoltà». Il 75% di chi si è rivolto ai centri Caritas lo scorso anno sono stati stranieri: Perù, Romania, Ecuador, Marocco e Ucrania le nazionalità maggiormente rappresentate. Gli stranieri hanno un'età media di 37 anni (contro i 48 degli italiani) e un livello d'istruzione più alto (sono laureati il 7,2% e hanno un diploma il 26,2%), ma spesso i loro titoli di studio non sono riconosciuti nel nostro Paese.

Tra i bisogni che hanno spinto i componenti del campione a rivolgersi alla Caritas il problema dell'occupazione (58,9%) è al primo posto seguito da un redditto non sufficiente (33,3%) e, come già ricordato, dal disagio rispetto all'abitazione (15%). A fronte della difficoltà in cui versano sempre piu famiglie, Caritas e Fondazione San Carlo (che ha contribuito all'indagine) denunciano la presenza a Milano di moltissime case di proprietà tenute vuote. «Sappiamo che non sono i privati a poter rispondere all'emergenza - ha detto Giuseppe Sala della Fondazione San Carlo - ma se molte famiglie cogliessero l'invito del Cardinale Tettamanzi nella sua lettera pastorale a "mettere a disposizione le loro proprietà dandole in locazione a prezzi accessibili", qualcosa potrebbe cambiare».

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Improvviso malore durante le prove E Janet Jackson annulla il concerto


La star 42enne ricoverata d'urgenza in ospedale a Montreal poche ore prima dell'esibizione al Centre Belle. A diffondere la notizia un comunicato dalla W&W Public Relations


 

 

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LOS ANGELES - Improvviso malore e concerto cancellato per Janet Jackson. La cantante è stata ricoverata d’urgenza in ospedale dopo aver accusato un malore prima di un concerto a Montreal, in Canada. A diffondere la notizia un comunicato dalla W&W Public Relations.

IL COMUNICATO- La star quarantaduenne ha annullato il concerto dopo essersi «sentita male improvvisamente» durante le prove al Centre Belle ed è stata trasportata in ospedale. Il comunicato afferma anche che Jackson è ora sotto osservazione in ospedale e spera di riorganizzare il concerto. Nessuna ulteriore informazione è disponibile sulle condizioni di Janet Jackson, che attualmente è impegnata in un tour in Nord America.

PROBLEMI DI SALUTE - La Jackson, reduce dal flop dell'ultimo album, «Discipline», e dalla rottura con la sua casa discografica, ultimamente ha avuto spesso problemi di salute. Venerdì scorso anche il concerto di Detroit era stato cancellato all'ultimo minuto, ufficialmente per «problemi della produzione».

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Nesti insultato allo stadio s'infuria Chiuso il suo sito web aperto sei anni fa


Nel mirino in tribuna durante Toro-Lazio: «Davo loro le spalle: insulti. Li guardavo: silenzio. Le spalle: insulti», il giornalista rai amareggiato abbandona all'improvviso la sua "Creatura" internet


     

    TORINO - «Questo sito è chiuso per sempre: ringrazio i tifosi del Toro per la "gratitudine" che mi hanno dimostrato alla fine di Toro-Lazio». Uno sfogo in piena regola quello di Carlo Nesti. Sopra le righe, eccessivo, inusuale per un giornalista che in tv è considerato sinonimo di telecronaca pacata e dai toni "british" (pure troppo, per i detrattori).

    A COLPI DI INSULTI - In una lettera aperta pubblicata prima su Nesti Channel e poi inviata al forum di Corriere.it, il giornalista racconta così la sua domenica di passione, condita da tanti, tanti improperi al suo indirizzo: «Mi sono girato, ho cercato di capire chi mi stava insultando, e questi codardi, appena scesi dalla tribuna, hanno fatto finta di niente. Davo loro le spalle: insulti. Li guardavo: silenzio. Davo loro le spalle: insulti. Li guardavo: silenzio. Davo loro le spalle: insulti. Li guardavo: silenzio. Solo un anziano ha avuto il coraggio di mostrarsi, gli ho gridato “stronzo!”, e questo sì, lo rifarei mille volte: se non fossi stato trattenuto, gli sarei volato addosso con tutta l’energia che avevo, e senza alcuno scrupolo».

    Carlo Nesti
    Carlo Nesti
    ADDIO NESTI CHANNEL - Nesti ha chiuso di botto il suo sito, il Nesti Channel, aperto ben sei anni fa e aggiornato quotidianamente dal giornalista e da diversi collaboratori. Uno dei punti di riferimento in rete per i tifosi di Juve e Toro, che soprattutto d'estate cliccavano per avere informazioni fresche sul mercato delle due squadre. Il giornalista, mai troppo amato dalla tifoseria granata per presunte simpatie bianconere (ma a Torino, per chi non si schiera apertamente, è facile essere additato come simpatizzante di una o della dell'altra squadra), ha mollato tutto dopo una domenica turbolenta nella tribuna dell'Olimpico, dove era inviato per fare la cronaca Rai del match tra Toro e Lazio.

    AMARO - Poi l'amarezza: «Il bello è che mi avete contestato nell'unico momento della mia carriera in cui mi sono permesso di "essere tifoso fra i tifosi", granata come voi, per inveire contro un arbitraggio anti-Toro. Ma già, è vero, Carlo Nesti è un robot, e non può avere emozioni allo stadio... Io devo dare l'esempio... Certo: io sì, e non i tifosi che oggi ho sentito dare della p*****a alla moglie di Sereni, del tirchio a Cairo, e dell'incapace all'unico tecnico capace di questo club, De Biasi. Voi non siete mai stati tanto capaci nel distinguere gli amici dai nemici: avete contestato persino i Gramellini, i Testa e gli Ormezzano (giornalisti di "fede" granata, ndr)». E ancora: «Venendo al punto: sono profondamente ferito e deluso. Voi non sapete più riconoscere chi ama il Toro, da chi non lo ama. Non avete capito che un giornalista imparziale, ma onesto, può voler bene al Toro, molto più di un giornalista tifoso del Toro, ma vigliacco. Io ci metto sempre la faccia, la firma, qui come in televisione».

    LO SFOGO - Lo sfogo si fa pesante e Nesti scrive: «Io sono stufo, e ne ho veramente le palle piene, di chi disprezza il mio lavoro qualunque cosa dica, anche quando difendo il Toro, per colpa di un arbitraggio da codice penale!» Grazie ancora dello "sporco gobbo" che, in decine, mi avete destinato, e che giro, volentieri, ai vostri familiari, e alle vostre sorelle!». C'è anche il bilancio della sua esperienza online: «Dal sito non ho mai guadagnato nulla per 6 anni (3-10-2002), per cui non mi costa niente chiuderlo. Ricavi? Zero. Solo immagine. Perdite? Cinquecento euro fissi + mille euro di telefonate al mese, che escono dalle mie tasche (soldi di famiglia, e non certo della derelitta Rai). Era il piacere, disinteressato, di parlare insieme di toro, del calcio torinese in genere, e di un argomento leggermente più importante del calcio stesso: la fede (Nesti ha recentemente pubblicato un libro dal titolo "Gesù è il mio psicologo", ndr). Era il piacere di offrire un trampolino di lancio a tanti giovani valorosi». Tutto finito dopo una domenica di insulti.


    18:20 Scritto in SPORT | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: nesti, calcio, telecronaca, partita, pallone, stadio | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

    Nell'«Ultima cena» cambia il menù


    Sulla tavola dipinta da Leonardo da Vinci non ci sarebbero pane e agnello, ma anguille alla griglia con fette d'arancia. La ricerca effettuata dopo il restauro pubblicata su «Gastronomica»

     

     

     

     
    MILANO - Nell'«Ultima Cena» di Gesù con gli apostoli, fissata nella storia dall'affresco di Leonardo Da Vinci, il menù è cambiato. Se fino ad ora si pensava che in tavola ci fossero pane ed agnello ora, grazie agli studi effettuati dopo il restauro svolto nel 1997, si è convinti che la cena più famosa della storia sia stata a base di anguille alla griglia, guarnite con fette d'arancia.

    LO STUDIO - Lo studio «At Supper with Leonardo», condotto da John Varriano e pubblicato sulla rivista Gastronomica, è il risultato di una serie di ingrandimenti del dipinto e di analisi dei piatti diffusi nell'Italia rinascimentale. Tra questi le anguille in agrodolce erano uno dei classici, e Leonardo le avrebbe messo infatti in tavola.

     
     

     


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    L'MI6 recluta le nuove spie su Facebook


    Svolta modernista del servizio segreto britannico: annunci promozionali sul social network. Già in passato l'ingelligence di sua Maestà aveva usato la rete per cercare nuovi agenti

     

     

     

     

    LONDRA (Gran Bretagna) - I servizi segreti inglesi si adeguano ai tempi e, anziché usare i canali tradizionali per reclutare le future generazioni di spie, hanno scelto Facebook, il social network più famoso e diffuso al mondo, per cercare di attirare nuovi adepti. E così, da questo mese, basta un clic di mouse su uno degli «Spy Wanted adverts» che compaiono sul sito inglese per ritrovarsi nel mondo di James Bond e provare a vedere l’effetto che fa.

    GLI ANNUNCI - Come scrive il Daily Mail, sono tre i tipi di annunci che l’MI6 ha postato su Facebook, indirizzati ad altrettante tipologie di persone: il primo è riservato a coloro che hanno un background universitario e promette una carriera a lungo termine («Graduates of all ages can develop long-term careers»); il secondo è rivolto a quanti hanno un lavoro noioso e sono alla ricerca di qualcosa di diverso e di più elettrizzante («Time for a career change? MI6 can use your skills») per proteggere la patria dagli attacchi dei nemici, mentre il terzo offre ai potenziali interessati «un posto di prestigio nella storia mondiale» («A career in world events? Help influence world events»).

    I PRECEDENTI - Non è comunque la prima volta che il MI6 cerca reclute sul web, visto che in passato sul sito online dell’Intelligence di Sua Maestà erano apparsi annunci pubblicitari che invogliavano le persone «motivate, di alto profilo, con una vivace curiosità politica, un’intelligenza pronta e una spiccata prospettiva internazionale» a prendere in considerazione una carriera da 007, mentre è dal 2006 che l’MI6 usa regolarmente giornali e radio per le sue inserzioni di lavoro. E’ però indubbio che la scelta di Facebook rappresenti un tuffo nella modernità.

    IL RECLUTAMENTO - «I servizi segreti continuano ad identificare sempre nuove e più accattivanti opportunità per ingaggiare agenti – ha spiegato un portavoce del MI6 al giornale londinese – nell’ambito della campagna di reclutamento di potenziali candidati e gli annunci su Facebook ne sono un esempio. Va anche aggiunto, però, che il titolo di “agente operativo” in realtà copre diverse attività svolte dagli agenti segreti, che vanno dalla semplice analisi dei dati all’invio di uomini in nazioni ostili per raccogliere informazioni, nel più autentico stile di James Bond».


    12:41 Scritto in SPIONAGGIO | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: reclutare, spie, spionaggio, socialnetwork, facebook | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

    Il capo ideale? L'allenatore

     

     

    Il buon capo è quello che sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori riuscendo a valorizzarli, le risposte del libro-ricerca «Che capo vuoi? a cura di walter passerini e marco rotondi

     

     

     

    MILANO - Conflitti, contrasti, malumori. La vita in un qualsiasi ufficio non è sempre semplice. E gran parte della responsabilità è sulle spalle di chi quell’ufficio è chiamato dirigerlo. Vale a dire il capo. Un ruolo quello del capo, che, mai come oggi è messo in discussione. Dalle aziende, dai lavoratori, dalla società.

    Il capo ideale è quello che, come un allenatore, (nella foto Josè Mourinho) sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori (Fotopress)
    Il capo ideale è quello che, come un allenatore, (nella foto Josè Mourinho) sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori
    Venuti meno i modelli tradizionali, non esiste più un solo modo per essere capo. Ma qual è il capo ideale e cosa deve fare un capo per essere un buon capo? A queste ed altre domande risponde il libro-ricerca “Che capo vuoi?” a cura di Walter Passerini (giornalista del Sole 24 e ideatore del Corriere Lavoro, storico supplemento del Corriere della Sera) e Marco Rotondi (ingegnere e psicologo, presidente dell’Istituto europeo di neurosistemica) edito da Guerini e Associati.

    LA CRISI DEL CAPO - Il libro ha un doppio volto. Da un lato ci fa capire i perché della necessità di rimettere in discussione la figura del capo, dall’altro attraverso i risultati, di un duplice indagine sul campo, qualitativa e quantitativa, ci permette di individuare che tipo di capo vuole il dipendente. Infatti la crisi del ruolo di chi è chiamato a guidare un ufficio o un’impresa nasce dal fatto che spesso il capo non sa cosa vuol dire essere un capo. Naturalmente cerca di raggiungere gli obiettivi che gli vengono richiesti, ma non viene quasi mai valutato per ciò che è riuscito a creare: un team affiatato, buone relazioni all’interno di un ufficio, un organizzazione efficiente, la capacità di far cogliere ad ognuno dei suoi collaboratori il significato del proprio lavoro. Una valutazione che invece è tanto necessaria perché ci permetterebbe di individuare quei leader in grado di trasformare non più solo le aziende, ma anche la società e il Paese in cui viviamo. Come spiega Passerini: è giunto il momento “non di creare una classe dirigente alla ricerca di alibi, che gioca con la società al puro effetto ottico del rispecchiamento. Ma una vera classe dirigente che è diversa dall’essere ‘dirigenti’. Per questo serve più autocoscienza del ruolo, più coraggio, più consapevolezza. Il Paese ha bisogno di merito e mobilità e di liberarsi dai vecchi meccanismi del potere. Servono nuove palestre della leadership. Le imprese sapranno esserlo e diventarlo?”

    LE QUALITA’ DEL BUON CAPO – Ma cosa viene richiesto dai dipendenti al proprio capo per poterlo definire un buon capo? Il libro fornisce una risposta che emerge da una duplice ricerca qualitativa e quantitativa. Premesso che una relazione felice con il proprio capo è giudicata dalla grande maggioranza degli intervistati “come elemento indispensabile per lavorare al meglio” un buon capo secondo i dipendenti deve avere innanzitutto 3 qualità:
    1) Avere interesse reale per i propri collaboratori, vale a dire, da un lato saper stabilire un confronto vero con chi lavora con lui, dall’altro, saper rimanere autentico.
    2) Essere in grado di mandare avanti un rapporto di fiducia reciproca.
    3) Essere in grado di conferire deleghe chiare ai propri collaboratori

    IL CAPO IDEALE – Accanto all’indagine qualitativa emerge però anche quella quantitativa, realizzata analizzando le risposte di oltre 190.000 dipendenti contattati via web. Dall’indagine emerge che la figura ideale di capo è per il dipendente italiano medio quella di un uomo, italiano cinquantenne. Il capo inoltre a detta dei collaboratori deve avere altre importanti caratteristiche:
    1) Deve agire come un coach, vale a dire saper valorizzare il potenziale dei collaboratori
    2) Deve avere un atteggiamento da team player vale a dire “orientato al raggiungimento del risultato attraverso la valorizzazione delle competenze del gruppo e la delega”.
    3) Deve saper supportare la ricerca di soluzioni innovative attraverso la sintesi e la sperimentazione;
    4) Deve saper valorizzare le idee dei collaboratori e dare la possibilità di lavorare in autonomia;
    5) Deve essere in grado di valutare i propri collaboratori gestendo il processo di feedback e misurando i risultati portati da ognuno;
    6) Deve saper stimolare il miglioramento trasferendo delle certezze;
    7) Deve saper gestire i collaboratori creando spirito di squadra e appianando i conflitti;
    8) Deve saper valorizzare i risultati della squadra anche verso gli altri capi.

    UN CAPO DIVERSO PER DIVERSE SITUAZIONI – Ma anche se le linee guida prima tratteggiate forniscono un identikit abbastanza fedele di chi è e come deve agire un buon capo, come spiega Gianni Dell’Orto, presidente di Neusearch, nell’ultimo capitolo del libro, non esiste un capo ideale per tutte le aziende e per tutte le stagioni: “Dopo aver incontrato e intervistato almeno 13.000 capi sono giunto alla conclusione che a seconda della situazione esiste un capo che funziona meglio.Quindi le diverse situazioni esigono diversi tipi di capo”.


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    «Vale solo l'amore»: il vescovo cita Jovanotti nell'omelia

     

     

    Monsignor Giusti alla Messa sul lungomare celebrata di fronte a 200 ragazzi: «Come dice anche il rap...»

     

     

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    LIVORNO — I Vangeli sopra ogni cosa. Parola del Signore. Però anche le strade della «buona novella» sono infinite e i messaggi atipici e profani a volte penetrano nel cuore dei fedeli come gli insegnamenti di santi e di beati. Accade così che, durante l'omelia, monsignor Simone Giusti, 52 anni, vescovo di Livorno, decida di citare la frase di una canzone di Jovanotti: «Salvami».

    «Come dice anche una canzone rap solo l'amore salva, la vita ci insegna che vale solo l'amore », dice il prelato. Miracolo. I fedeli, circa duecento ragazzi che domenica sera partecipano a una messa all'aperto sul lungomare davanti alla Terrazza Mascagni, ascoltano e sorridono, nonostante un ventaccio gelido che fa battere i denti, annebbia la mente e farebbe scappare pure i santi. E si entusiasmano pure per questo vescovo così moderno. Che, durante la benedizione scherza sul freddo, e chiude la liturgia con un inconsueto «andate in pace e copritevi». Sopra l'abito talare verde con paramenti oro monsignore si annoda pure una maglietta rossa che gli hanno appena donato i ragazzi di una onlus e da lontano sembra quasi un ultrà della squadra di calcio. Proprio lui, primo vescovo pisano della storia di Livorno e protagonista, appena nominato dal Papa, di un allegro e irriverente sommario del Vernacoliere, il foglio satirico della città: «Lo spregio del Papa: vescovo pisano a Livorno. La città si ribella: piuttosto si diventa mussulmani, tumulti e barricate dappertutto».

    Solo ironia, naturalmente. Perché monsignor Giusti, una laurea in architettura, progettista di chiese e edifici religiosi, ha iniziato a far innamorare la città, da sempre comunista, anarchica e con la più alta concentrazione di massoni d'Italia. L'altra sera, durante la messa con citazione «rap», il vescovo ha anche ammonito i ragazzi ad essere meno consumisti. «Dunque non vi dico di dar retta al vescovo, ma di ascoltare l'amore che il Signore vi ha messo nel cuore — ha detto il vescovo —. Perché in un mondo pieno di cibo, vestiti e benessere, è solo l'amore a farci palpitare». Proprio come nella canzone di Jovanotti.


    La prof che non pubblicò una riga

     

     

    L’economista della Bocconi analizza un sistema disastroso. E spiega quali sono i rimedi. Università malata. La denuncia di Roberto Perotti: clientelismo e sprechi

     

    Il bello del calcio è che, qualche volta, può accadere l’impossibile: la Corea del Nord che batte l’Italia, l’Algeria che batte la Germania, Israele che batte la Russia. Il brutto dell’università italiana è che troppo spesso accade l’impossibile. Come all’Università di Bari, dove un concorso del 2002 dichiarò idonea alla cattedra l’aspirante docente Fabrizia Lapecorella, che aveva zero pubblicazioni nelle quattro categorie delle 160 riviste più importanti del mondo, zero nelle prime venti riviste italiane, zero in tutte le altre, zero libri firmati come autore, zero libri come curatrice, zero libri come collaboratrice. E ovviamente zero citazioni fatte dei suoi lavori: come potevano citarla altri studiosi, se non risulta aver mai scritto una riga? Eppure, battendo una concorrente che aveva un dottorato alla London School of Economics, 10 pubblicazioni e 31 citazioni sulle riviste nazionali e internazionali più importanti, vinse lei. Destinata a essere promossa poco più di tre anni dopo, dal terzo governo Berlusconi, direttore del Secit per diventare col secondo governo Prodi esperto del Servizio consultivo e ispettivo tributario e infine, di nuovo con Tremonti, direttore generale delle Finanze. Una carriera formidabile. Durante la quale, stando alla banca dati centrale di tutte le biblioteche italiane, non ha trovato il tempo per scrivere una riga. Sia chiaro: magari è un genio. E forse dovremo essere grati a chi l’ha scoperta nonostante difettasse di quei lavori che all’estero sono indispensabili per diventare ordinari.

    Ma resta il tema: con quali criteri vengono distribuite le cattedre nella università italiana? Roberto Perotti, PhD in Economia al Mit di Boston, dieci anni di docenza alla Columbia University di New York dove ha la cattedra a vita, professore alla Bocconi, se lo chiede in un libro ustionante che non fa sconti fin dal titolo: L’università truccata. Gli scandali del malcostume accademico. Le ricette per rilanciare l’università (Einaudi). Un’analisi spietata. A partire, appunto, dal sistema di assegnazione delle cattedre. Dove i casi di persone benedette dalla nomina a «ordinario » con 12 «zero» su 12 in tutte le tabelle delle pubblicazioni e delle citazioni, a partire da quelle del «Social Science Citation Index», sono assai più frequenti di quanto si immagini, visto che Perotti ne ha scovati almeno cinque. Dove capita che il rettore di Modena Giancarlo Pellicani indica una gara vinta dal figlio Giovanni anche grazie alla scelta di non presentarsi di 26 associati su 26. Dove succede che il preside di Medicina a Roma, Luigi Frati, possa vincere la solitudine avendo al fianco come docenti la moglie Luciana, il figlio Giacomo, la figlia Paola. Un uomo tutto casa e facoltà. Che probabilmente diventerà rettore della Sapienza. Superato solo da certi colleghi baresi come i leggendari Giovanni Girone, Lanfranco Massari o Giovanni Tatarano, negli anni circondati da nugoli di figli, mogli, nipoti, generi... Il familismo è però solo una delle piaghe nelle quali il professore bocconiano (che ha l’onestà di toccare perfino il suo ateneo, rivelando che «l’ufficio relazioni esterne della Bocconi impiega circa 100 persone e ha un bilancio di 13 milioni di euro» che basterebbero ad assumere «i migliori docenti di economia degli Usa») affonda il bisturi. A parte quello che «il clientelismo e la corruzione esistono, ma sono tutto sommato circoscritti», Perotti fa a pezzi almeno altri tre miti. Uno è che «il vero problema dell’università italiana è la mancanza di fondi». Non è vero. Meglio: è vero che «le cifre assai citate della pubblicazione dell’Ocse "Education at a Glance" danno per il 2004 una spesa annuale in istruzione terziaria di 7.723 dollari per studente» appena superiore ad esempio a quella della Slovacchia o del Messico. Ma se si tiene conto che metà degli iscritti è fuori corso e si converte più correttamente «il numero di studenti iscritti nel numero di studenti equivalenti a tempo pieno», la spesa italiana per studente «diventa 16.027 dollari, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia ». Quanto agli stipendi dei docenti, è verissimo che all’inizio sono pagati pochissimo, ma da quel momento un meccanismo perverso premia l’anzianità (mai il merito: l’anzianità) fino al punto che un professore con 25 anni di servizio da ordinario non solo prende quattro volte e mezzo un ricercatore neoassunto ma «può raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95 percento dei professori ordinari americani (...) indipendentemente dalla produzione scientifica».

    Altro mito: nonostante tutto, «l’università italiana è eroicamente all’avanguardia mondiale della ricerca in molti settori».Magari! Spiega Perotti che in realtà, al di là della propaganda autoconsolatoria, fra i primi 500 atenei del mondo, secondo la classifica stilata dall’università cinese Jiao Tong di Shanghai, quelli italiani sono 20 e «la prima (la Statale di Milano) è 136ª, dietro istituzioni quali l’Università delle Hawaii a Manoa ». Certo, sia questa sia la classifica del Times (dove la prima è Bologna al 173˚posto) sono fortemente influenzate dalle dimensioni dell’ateneo. Infatti nella «hit parade» pro capite della Jiao Tong 2008 possiamo trovare al 19˚posto la Normale di Pisa. Ma a quel punto le grandi università italiane slittano ancora più indietro: la Statale milanese al 211˚,Bologna al 351˚,la Sapienza addirittura a un traumatico 401˚posto. Da incubo. Quanto al quarto mito, quello secondo cui «l’università gratuita è una irrinunciabile conquista di civiltà, perché promuove l’equità e la mobilità sociale consentendo a tutti l’accesso all’istruzione terziaria», l’economista lo smonta pezzo per pezzo. I dati Bankitalia mostrano che nel Sud (dove il fenomeno è più vistoso) dal 20% più ricco della società viene il 28% degli studenti e dal 20% più povero soltanto il 4%. Un settimo. In America, dove l’università si paga, i poveri che frequentano sono il triplo: 13%. Come mai? Perché al di là della demagogia, spiega l’autore, l’università italiana è «un Robin Hood a rovescio, in cui le tasse di tutti, inclusi i meno abbienti, finanziano gli studi gratuiti dei più ricchi ». Rimedi? «Basta introdurre il principio che l’investimento in capitale umano, come tutti gli investimenti, va pagato; chi non può permetterselo, beneficia di un sistema di borse di studio e prestiti finanziato esattamente da coloro che possono permetterselo». Non sarebbe difficile. Come non sarebbe difficile introdurre dei sistemi in base ai quali il rettore che «fa assumere la nuora incapace subisca su se stesso le conseguenze negative di questa azione e chi fa assumere il futuro premio Nobel benefici delle conseguenze positive». Tutte cose di buon senso. Ma che presuppongono una scelta: puntare sul merito. Accettando «che un giovane fisico di 25 anni che promette di vincere il premio Nobel venga pagato tre volte di più dell’ordinario a fine carriera che non ha mai scritto una riga». Ma quanti sono disposti davvero a giocarsela?


    12:18 Scritto in SCUOLA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: universita', concorsi, laurea, atenei, falsità | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

    Il purgatorio di un giovane albanese: compiuti i 18 anni rischia il rimpatrio

    La sua storia raccontata in un film e in uno spettacolo teatrale. Edison Duraj è da nove anni in Italia. Tra due mesi diventerà maggiorenne e quindi clandestino

     

    MILANO - Alla soglia dei diciotto anni, i ragazzi sognano la patente e non vedono l'ora di firmare le giustificazioni a scuola. Alla soglia dei diciotto anni, Edison Duraj sogna invece di rimanere in Italia. Il 19 novembre diventerà maggiorenne: un compleanno che rappresenta l'inizio della sua clandestinità e il rimpatrio obbligatorio in Albania. Edison è in Italia da nove anni, da quando con un gommone sbarcò, senza la sua famiglia, sulle coste della Puglia. Da allora ha vissuto in diversi istituti, interpretato uno spettacolo teatrale, realizzato un film documentario e quasi terminato la scuola superiore. Ma tra poche settimane, secondo la cosiddetta legge Bossi-Fini, questo sogno potrebbe svanire.

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    Edison Duraj
    Edison Duraj
    UN LAVORO E UNA RESIDENZA – «Vorrei una casa e un lavoro per non tornare in Albania. Voglio essere libero» racconta Edison, il cui sogno nel cassetto è fare l’attore di teatro oppure il cuoco. «La mia specialità sono gli gnocchi» ci spiega il ragazzo, appena rientrato da un pomeriggio nell’istituto alberghiero, dove frequenta il quarto anno. «A dicembre sono tornato in Albania per girare il film "Sognavo le nuvole colorate". Il titolo deriva da una mia poesia. Vuoi che te la reciti?» mi chiede. E subito la sua voce si fa seria e con intensità interpreta i versi da lui scritti: «Navigo su una barca e vado nel cuore di un oceano» è il primo verso della poesia che ha ispirato il film.

    UN PADRE CLANDESTINO – Il padre di Edison vive in Italia da clandestino. «L'ho incontrato anni fa e mi dispiace non poterlo più vedere, altrimenti lo prendono» dice Edison. La mamma abita invece in Albania, a Fier, con un figlio che Edison ha conosciuto solo qualche mese fa. «Avevo pochi ricordi del mio paese ed è stato strano incontrare mio fratello. Vorrei che la mia famiglia venisse in Italia per avere un futuro migliore. Mio fratello potrebbe andare a scuola, scegliere l’indirizzo che più gli piace».

    LO SPETTACOLO TEATRALE - «Mi chiamo Edison come l’inventore della lampadina»: così quattro anni fa, il ragazzo si presenta al regista teatrale Alessandro Santoro. «Con l’associazione Oistros, organizziamo laboratori teatrali per progetti d’integrazione – racconta Santoro -. Ci aveva chiamato la psicologa di Edison, perché stava attraversando una fase delicata della sua vita; litigava spesso con i compagni, non parlava mai». Come in un diario di bordo, Edison ha iniziato a raccontare il suo viaggio verso l’Italia, «ma non c’era nulla di drammatico e tragico. Lui pensava che tutti viaggiassero in gommone» spiega Alessandro. Così è nato lo spettacolo «Kapuce», che significa scarpe. Un oggetto simbolico, perché sua madre fece molti sacrifici per comprargliene un nuovo paio per venire in Italia. «Appena sbarcato in Italia la polizia però gli tolse subito le scarpe. Ed Edison si chiede appunto dove siano finite» continua il regista. «Vorrei continuare a portare in giro il mio spettacolo, che non racconta solo la mia storia ma anche quella di molti albanesi che non ce l’hanno fatta» aggiunge il ragazzo.

    IL FILM – La storia di Edison è stata raccontata anche nel film documentario «Sognavo le nuvole colorate» diretto da Mario Balsamo, che ha ripercorso – telecamera in spalla – il viaggio dall’Italia all’Albania di Edison e di Alessandro Santoro. Presentato al Festival di Locarno e in anteprima nazionale il 26 settembre al Salina Docfest, il film girerà diversi festival, ma la speranza di Balsamo è di raggiungere un accordo con la Rai per dare maggiore visibilità alla storia di Edison. «È un ragazzo che sconfigge gli stereotipi dell’emigrante e del bambino traumatizzato – spiega il regista -. Sicuramente ha vissuto una vita molto difficile, ma è riuscito a reagire».

    LA PETIZIONE – Per sensibilizzare l’opinione pubblica su questa complicata situazione, l’associazione Oistros ha proposto una raccolta di firme. «È un modo per stargli vicino. In teoria avremmo già trovato un contratto di lavoro, ma per ottenere il permesso di soggiorno ci vogliono settimane se conosci qualcuno, altrimenti mesi» spiega Santoro. «Ci sarebbe anche un’altra soluzione per rimandare almeno di un anno il rimpatrio e fargli finire gli studi. Finora il Comune di Lecce, dove Edison è sbarcato, sta pagando la retta della scuola, i libri e il centro in cui vive – aggiunge il regista –. Se il minore ne fa richiesta, il comune può estendere questa copertura per un anno. Ma è una procedura che nessuno accetta, un po' per mancanza di risorse e un po' per non creare un precedente». Nel frattempo Edison aspetta il 19 novembre con una certezza: «Non voglio essere clandestino, non voglio sparire come tanti volti ingoiati dal Canale d'Otranto».

    12:06 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: clandestini, rimpatrio, giovani, albanese, maggiorenne | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

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