31/01/2009
«Bambi» prima vittima di Google
Un cerbiatto "steso" da una delle auto che scattano foto per Street View finisce sulle mappe online, migliaia di commenti indignati in rete
MILANO - Google Street View fa la sua prima vittima: una delle automobili della "Grande G" che vanno in giro a scattare foto ha investito un cerbiatto. Le immagini dell'incidente (guarda) sono state scovate e pubblicate da alcuni blog, poi prontamente fatte sparire dalle pagine del servizio di mappatura di Mountain View. «Google ha ammazzato Bambi!», è il più frequente tra le centinaia di commenti che spiccano sulla Rete.
INCIDENTE - Il servizio, che offre vedute panoramiche dal livello stradale di alcune città e delle loro aree urbane con possibilità di ruotare l'immagine di 360 gradi, sin dal suo lancio è al centro di molte critiche, soprattutto per quanto riguarda presunte violazionI della privacy. Quello che hanno invece scoperto alcuni utenti ha dell'incredibile: una delle "Google car" (così sono soprannominate le vetture che mappano visivamente il territorio) si è trovata dinnanzi l'animale, l'ha investito ed ha registrato l'intera sequenza. È successo su una strada a Five Points Road, poco fuori la città di Rush, nello stato di New York. I particolari del sinistro, prima di essere rimossi, potevano essere guardati a diverse dimensioni, da qualsiasi direzione e da varie angolazioni.
SCUSE - Sono migliaia i commenti di disapprovazione sui celebri aggregatori di news reddit.com e digg.com. Dopo il tam-tam sulla Rete gli scatti sotto accusa sono stati immediatamente censurati (ovvero anneriti). E Google, in una nota, si difende sottolineando di «prendere molto seriamente la sicurezza stradale» e spiegando che «putroppo gli incidenti accadono». Il guidatore del furgoncino era naturalmente turbato, ha poi spiegato Wendy Wang, direttore delle operazioni di Street View, che si è scusata pubblicamente sul blog ufficiale: «Dopo l'accaduto il guidatore si è fermato ed ha immediatamente avvisato la polizia locale e il team di Google Street View».
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| Su Google Street View: un uomo esce da un negozio con un fucile in mano |
COL FUCILE - Nelle stesse ore «The Smoking Gun» ("La pistola fumante"), sito statunitense specializzato su divi e illustri sconosciuti coinvolti in azioni criminali, pubblica un altro scatto a dir poco curioso tratto da Street View: un uomo si aggira in South Dakota con un fucile in mano, apparentemente mentre esce dall'armeria "First Stop Guns".
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| Tag: google, street view, vittima, cervo, bambi, investito, macchina | OKNOtizie |
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Poliziotto uccide senegalese, immigrati in rivolta davanti al commissariato
Civitavecchia: omicida e vittima erano vicini di casa, un colpo di fucile ha reciso l'arteria femorale, da chiarire i motivi della lite. La protesta: «Giustizia»
| Il luogo dell'omicidio |
«UN PADRE DI FAMIGLIA» - Appresa notizia della morte del loro connazionale dai telegiornali, decine di senegalesi arrivati da varie parti del comprensorio si sono radunate davanti al commissariato di Civitavecchia. «Era una persona bravissima e a Civitavecchia lo conoscevano tutti. Era in città da più di 20 anni per lavorare e mantenere la sua famiglia in Senegal». Così Mustafà, amico di Chehari Mehari Fuoid, ricorda il 42enne. «Non sappiamo se ci siano stati altri litigi e come sono andate le cose. Certo è - continua Mustafà - che noi non abbiamo mai ammazzato nessuno. È un padre di famiglia, ti rendi conto. Non è che uno si sveglia la mattina e ammazza una persona. Cherari usciva la mattina alle 6 e rientrava la sera alle 22. Viveva in quella casa con due fratelli».
LA PROTESTA - Quando dal commissariato sono usciti due testimoni, i senegalesi hanno protestato con la polizia e cercato di impedire che la macchina lasciasse il commissariato perché volevano sapere dove li stavano portando. Secondo quanto si apprende, i testimoni sono stati portati in procura dal pm. I senegalesi hanno quindi bloccato la strada con i cassonetti, chiedendo giustizia. Gli agenti della polizia di Stato, usciti dal commissariato, stanno cercando di convincerli a togliere il blocco stradale.
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Stupro di Guidonia, due scarcerati
Concessi i domiciliari per l'accusa di favoreggiamento. I Radicali: picchiati in cella. Il pm protesta: «Hanno cercato di far scappare il gruppo romeno». Il giudice:«Ma sono incensurati»
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| Uno dei romeni arrestati per lo stupro di Guidonia |
NON ENTRERANNO IN CARCERE - Torniamo alla scarcerazione di Mugurel Goia, 22 anni, e Ionut Barbu, di 30. Secondo indiscrezioni, il gip avrebbe motivato la decisione con l'incensuratezza degli immigrati e con l'osservazione che, al termine del processo, difficilmente non otterranno la sospensione condizionale della pena. In altre parole, secondo il giudice è probabile che, se non commetteranno reati dello stesso tipo, non entreranno mai in un penitenziario per scontare la condanna di favoreggiamento per i fatti di Guidonia. La Procura si è inutilmente battuta perché rimanessero a Rebibbia: tra gli altri elementi a sostegno della tesi che non dovessero essere scarcerati, anche il pericolo che reiterino i reati e l'accuratezza con la quale avevano organizzato il tentativo di scappare dei connazionali con l'obiettivo di raggiungere Padova, dove contavano di continuare a farli tenere nascosti da qualcuno con cui erano in contatto. De Ficchy ha deciso di ricorrere al Tribunale del riesame ma i tempi di un eventuale, nuovo arresto si allungano a dismisura.
LA DENUNCIA DEI RADICALI - La giornata di tensione si era aperta con la denuncia della parlamentare dei Radicali, Rita Bernardini, e del segretario dell'associazione «Nessuno tocchi Caino», Sergio D'Elia, che in mattinata avevano visitato i romeni in carcere. «Abbiamo potuto constatare di persona — hanno spiegato — che risultano confermate le segnalazioni di maltrattamenti, segnalazioni che ci hanno spinto a effettuare la visita ispettiva». In particolare, hanno aggiunto Bernardini e D'Elia, «su uno di loro, che zoppicava vistosamente, erano visibili i segni di percosse su un occhio, sulle gambe e sull'anca destra. Altri due avevano gli occhi pesti, ma affermavano uno di essere caduto e un altro di essersi picchiato da solo per la disperazione». E ancora: «Da quanto abbiamo potuto ascoltare, il pestaggio sarebbe avvenuto, a più riprese, nelle celle di sicurezza della caserma dei carabinieri di Guidonia. Sono terrorizzati. I romeni, che parlano italiano, ci hanno spiegato che stavano in sei celle diverse e ogni tanto qualcuno entrava e li picchiava». Un'accusa grave, che finirà nell'interrogazione parlamentare presentata ai ministri della Difesa e della Giustizia: sarà chiesto, ha aggiunto la deputata Bernardini, «il riscontro delle cartelle cliniche d'ingresso» a Rebibbia. «Non possiamo escludere che i romeni possano aver subìto maltrattamenti anche in carcere, seppure di minore intensità e violenza fisica — ha detto la parlamentare radicale — ma a Rebibbia non si respira assolutamente aria di contestazione da parte degli altri detenuti, come ci ha assicurato anche il direttore dell'istituto di pena». Decisa la replica del sindaco Gianni Alemanno alla denuncia: «Non penso che debba essere commentata». Mentre il sindaco dimissionario di Guidonia, Filippo Lippiello, ha osservato come «nella notte degli arresti i sei romeni abbiano fatto resistenza ai carabinieri: ci sono stati due ufficiali feriti, con tanto di referto medico».
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Ecco come sarebbe Osama «in borghese»
L’immagine fa parte dell’agenda annuale usa sul terrorismo. In un’elaborazione al computer compare in abiti occidentali, con giacca e cravatta, barba curata
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| L'immagine di osama Bin laden rielaborata al computer |
«NERVOSISMO» - Alcuni esperti si sono spinti ancora più oltre definendo Al Qaeda e lo stesso Osama «irrilevanti». Una difficoltà alla quale ha alluso lo stesso Obama sottolineando come i leader terroristi sembrino «nervosi» per il cambio della guardia a Washington. Ossia non saprebbero bene come affrontare gli Usa ora che il nemico storico – George Bush – se ne è andato. Le prime mosse di Osama mettono insieme vecchi sistemi e novità. C’è continuità con il passato per quanto riguarda le incursioni nei santuari del radicalismo in Pakistan – azioni affidate ai velivoli senza pilota – le pressioni su Islamabad. C’è, invece, il tentativo di restringere il campo d’azione con l’Afghanistan «focus della battaglia» e i qaedisti bersaglio principale. E’ probabile che Obama – e vedremo se vi riuscirà – voglio evitare le generalizzazioni dell’amministrazione Bush che aveva trasformato la guerra ad Al Qaeda in una lotta contro ogni forma di estremismo violento. Una campagna che è stata recepita dal mondo musulmano come una crociata, ha disperso le forze e rallentato l’intervento nello scacchiere afghano.
16:16 Scritto in CRONACA ESTERA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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Di Pietro denunciato per vilipendio
La denuncia presentata dall'unione camere penali. Per le frasi su Napolitano. Il leader Idv: «Accetto il confronto, dimostrerò che non l'ho offeso»
ROMA - L'Unione delle camere penali ha denunciato il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, per vilipendio, per aver offeso l'onore e il prestigio del presidente della Repubblica. Nella denuncia, l'Unione camere penali ricorda le reazioni indignate per «la vistosità della portata offensiva delegittimante provocate» nel mondo politico dalle accuse formulate da Di Pietro nei confronti del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
LA RISPOSTA - Di Pietro ha detto di accettare «ben volentieri la sfida che il presidente dell'Unione delle camere penali, Oreste Dominioni, - persona che rispetto e stimo sia sul piano personale che sul piano professionale - mi lancia dichiarando di denunciarmi per vilipendio al Capo dello Stato. Sono certo che vincerò la causa per tre buone ragioni: la prima perché non ho mai accusato il Capo dello Stato di essere mafioso né l'ho mai pensato; la seconda perché ... ho esercitato un legittimo diritto di critica che la Carta costituzionale garantisce a tutti i cittadini nei confronti di ogni autorità; la terza perché, a prova del predetto diritto di critica (di ben più ampio spessore), porterò in tribunale una copiosa rassegna stampa riguardante numerosi casi di critica nei confronti di altri presidenti della Repubblica (Cossiga e Ciampi), senza che nessuno abbia sollevato tale e tanto clamore come quello scatenatosi nei miei confronti solo perché non sono allineato al sistema e non mi rassegno ad abbassare la testa". Di Pietro ha anche preannunciato che non chiederà che gli sia riservata l'insindacabilità delle dichiarazioni rese come parlamentare.
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La denuncia dei magistrati «Politica, difficile rapporto»
Apertura dell'anno giudiziario nelle corti d'appello italiane. Santacroce, Roma: «Situazione allarmante». Grechi, Milano: numero impressionante di cause civili pendenti
| Il presidente della corte d'appello di Milano Giuseppe Grechi |
CAUSE CIVILI PENDENTI - Il «dato più impressionante», per Grechi, è l'entità del contenzioso civile: «Per limitarci al primo grado di giudizio, abbiamo un "debito pubblico" di cause civili pendenti che è quasi il doppio della Germania, più del triplo della Francia, più del quadruplo della Spagna». E in fatto di capacità di smaltimento degli affari civili l'Italia è in fondo alla classifica europea, seguita solo da Andorra e Georgia; quanto alla durata delle cause siamo al sest'ultimo posto (precedendo solo Bosnia Erzegovina, Cipro, Andorra, Croazia e Slovenia).
IL CASO ENGLARO - Sul caso di Eluana Englaro, Grechi ha sottolineato che la corte d'appello civile di Milano che è stata chiamata a decidere «non ha invaso territori altrui». «La Costituzione è fondata sulla separazione dei poteri, per cui un potere non può interferire nelle decisioni di un altro». Quindi, né il potere esecutivo né quello legislativo possono annullare le sentenze definitive.
INGERENZE DELLA POLITICA- «La situazione è di estrema drammaticità», ha detto Giorgio Santacroce, presidente della corte d'appello di Roma. «In tutte le nazioni esistono contrasti tra magistratura e politica», ha ricordato Santacroce, «ma da noi la situazione si rivela più grave e sconfortante perché questi contrasti sono vissuti e usati quasi sempre per scatenare sterili polemiche, o servono ad alimentare campagna di vera e propria delegittimazione del ruolo della magistratura nella sua interezza». E ancora: «La crisi della giustizia è grave e allarmante, come mai in passato. Ma il giudice italiano non può continuare a vivere il suo rapporto con la politica in modo perennemente teso e conflittuale».
PROCESSI TROPPO LUNGHI - Santacroce ha anche puntato il dito sull'eccessiva lentezza dei processi in Italia. Per Santacroce occorre una vera e propria «rivoluzione culturale, l'affermazione di un'etica pubblica fondata su una ritrovata legalità, anziché sull'idea fuorviante che l'illegalità degli altri sia sufficiente a giustificare la propria». Ha quindi auspicato «maggiore snellezza e celerità ai processi civili e penali»: «Rendere prontamente giustizia è indispensabile nell'interesse dei cittadini che aspettano un segno tangibile di giustizia».
AURIEMMA: «ATTACCHI DALLA TV» - Ancora sulle ingerenze della politica, durissimo l'intervento del presidente dell' Associazione nazionale magistrati del distretto Roma-Lazio, Paolo Auriemma, per il quale assistiamo a «una continua erosione della credibilità della magistratura con attacchi sempre più virulenti anche nel merito, con l'insistenza martellante degli imbonimenti televisivi di parzialità preconcette, formulate contro i giudici da rappresentanti anche elevati della classe politica». Auriemma ha parlato in sintesi «di una campagna di delegittimazione dei giudici che ha visto spesso in azione esponenti di rilievo» della politica.
LO SCONTRO TRA PROCURE - A Salerno era inevitabile, nella cerimonia di apertura dell'anno giudiziario, un riferimento alla «bufera» che ha travolto la procura nelle scorse settimane, con la sospensione da funzioni e stipendio del capo dei pm Luigi Apicella dopo lo scontro con i colleghi di Catanzaro, in seguito al caso De Magistris. Molto cauto il presidente facente funzione della Corte di Appello di Salerno, Matteo Casale: «L'estrema vicinanza degli accadimenti, la doverosa riservatezza, la non perfetta conoscenza degli atti giudiziari, il dovuto rispetto agli organi istituzionali ed a quelli giudiziari mi impongono di tenere il massimo riserbo». Casale ha ribadito la preoccupazione per quanto accaduto e che «la vicenda e la forte risonanza mediatica poteva incidere sulla già altalenante credibilità del Paese nelle istituzioni giudiziaria». «Posso soltanto affermare con fermezza - ha aggiunto - che la capacità di recupero che caratterizza da sempre gli operatori giudiziari ha consentito di mantenere alta la serenità di giudizio in tutto l'ambiente distrettuale».
E JANNELLI CITA BERLINGUER - Alla stessa vicenda il presidente della Corte di Appello di Catanzaro, Pietro Antonio Sirena, ha dedicato una pagina della sua relazione, dicendo di aver «reso edotto il Csm della situazione che andava maturando, già qualche tempo prima che questa precipitasse» e rallegrandosi perché «si è avuto un tempestivo intervento degli organi disciplinari e dello stesso nostro organo di autogoverno». Il procuratore generale di Catanzaro, Enzo Jannelli, nel suo intervento parlato dei rapporti tra politica e magistratura, citando il segretario del Pci Enrico Berlinguer.
PALERMO SENZA FONDI E PERSONALE - «Non siamo alla bancarotta ma siamo messi abbastanza male», ha riferito il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, a margine dell’apertura dell’anno giudiziario nel capoluogo siciliano. «Paghiamo i trasferimenti di tasca nostra - denuncia il pm - i rimborsi sono fermi, dobbiamo economizzare sulla carta, stampanti, toner, pc e fax e non ci sono fondi per gli straordinari». Il magistrato ha quindi ricordato come subito dopo le stragi di Falcone e Borsellino, anche nel pomeriggio, gli uffici giudiziari fossero pieni di personale. «Adesso i magistrati nel pomeriggio sono soli e non c’è personale».
16:07 Scritto in GIUSTIZIA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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30/01/2009
Bella, ma non solo E Jessica Alba zittisce il giornalista
POLEMICA CON LA FOX E CON TMZ. Derisa per frasi sulla Seconda Guerra Mondiale e sulla Svezia, la Alba si ribella: «Ho ragione io». Ed è vero
MILANO - Bella e pure intelligente: Jessica Alba sa il fatto suo, più di molti giornalisti affermati e di qualche intellettuale. La 27enne è in questi giorni al centro di vivaci discussioni su molti blog e il video di una sua recente intervista tv, tra i più cliccati della Rete. La Svizzera non è l'unico paese rimasto neutrale durante la Seconda Guerra Mondiale, ha affermato la splendida protagonista di Sin City. E aveva ragione.
GLI SVEDESI - Ma andiamo con ordine: il 20 gennaio scorso durante un party per l'Inauguration Day di Obama a Washington, l'attrice ha avuto uno scambio molto acceso con un reporter della Fox. Invertendo i ruoli Jessica ha chiesto al cronista quale fosse secondo lui la caratteristica più grande del presidente Barack Obama? E davanti all'ostinato silenzio del giornalista l'attrice ha esclamato: «Ohh, ho capito, fai il neutrale. Fai come gli svedesi».
LA SCIOCCA - «La Svezia neutrale? Jessica era la Svizzera il Paese neutrale nella Seconda Guerra Mondiale», ha commentato ironicamente il noto (e spesso controverso) anchorman della Fox, Bill O'Reilly, che ha ripreso l'intervista trasmettendola nel suo show serale sulla Fox. La giovane mamma è stata bollata come «la sciocca di turno» anche dal popolare portale di gossip Tmz.com.
LA RISPOSTA - Dal suo blog su Myspace l'attrice ha però prontamente risposto alla burla pubblicando un video: «La settimana scorsa, il signor Bill O'Reilly e aluni siti di grande spessore hanno insinuato che io abbia fatto la figura della tonta affermando che la Svezia fosse stato un Paese neutrale. Apprezzo molto il fatto che il suddetto sia un conduttore e che i siti di gossip siano pieni di giornalisti intelligenti, ma seriamente..., è così deprimente che pensiate che durante la Seconda Guerra Mondiale l'unico Paese neutrale fosse stata solo la Svizzera».
LE SCUSE - In quel periodo storico la Svezia era, di fatto, neutrale assieme anche alla Svizzera. E dopo aver consultato i libri di storia TMZ.com non ha potuto far altro che pubblicare le proprie scuse nei confronti di Jessica Alba. Insomma, la "fantastica" Jessica è stata promossa a pieni voti, sia in storia che sul web.
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«Minori, traffici d'organi in Italia»
Maroni all'assemblea Unicef: «Presente anche nel nostro Paese il fenomeno che riguarda i migranti» «Necessario l'istituzione della banca dati del Dna»
| Roberto Maroni |
DATI INCROCIATI - Le «evidenze» di cui parla Maroni si spiegano, ha precisato successivamente il ministro, con l'analisi incrociata dei dati sui ragazzi extracomunitari scomparsi dopo esser arrivati a Lampedusa e le segnalazioni relative al traffico d'organi inviate dai paesi d'origine alla polizia italiana tramite Interpol. La traccia del traffico d'organi, ha aggiunto il titolare del Viminale, è rintracciabile «negli esposti provenienti da diversi paesi del mondo che nel corso degli anni, e anche nel 2008, sono stati portati all'attenzione della polizia italiana, che ha iniziato un'attività di indagine». Evidenze, inoltre, che «si incrociano con un dato che è assolutamente negativo e molto preoccupante e che riguarda i minori extracomunitari che spariscono ogni anno in Italia». Maroni cita il dato relativo al 2008: «Su 1.320 minori approdati a Lampedusa l'anno scorso, ovviamente portati da qualcuno, circa 400 sono spariti. Di loro non abbiamo più notizie. Incrociando questo dato con alcuni esposti sul traffico di organi, arrivati dai paesi d'origine di questi minori, possiamo ritenere che il fenomeno tocchi anche il nostro Paese». Per questo Maroni ha ribadito che solo con la banca dati del Dna si può affrontare e risolvere il problema. «Oggi gli strumenti a disposizione non ci consentono di accertare se effettivamente la scomparsa di questi minori sia da mettere in relazione ad un traffico di organi - spiega il ministro -. Saremo in grado di farlo appena il Parlamento approverà il trattato di Prum, già approvato al Senato: l'istituzione della banca dati del Dna ci consentirà di prelevare il codice genetico ai minori in modo da poter incrociare i dati con certezza e proteggerli meglio».
MIGRANTI - A margine dell'assemblea pubblica dell'Unicef a Roma, Maroni ha anche annunciato che tutti i minori migranti che sono sbarcati a Lampedusa «sono già stati prelevati e portati nelle comunità». Il ministro ha sottolineato l'esistenza di una «collaborazione molto efficace tra il Viminale e i comuni d'Italia per assegnare i minori immigrati a comunità familiari che li tengono, li curano e li accudiscono».
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Caso doping, partite in ritardo di 15' per protestare contro la sentenza del Tas
Mannini e possanzini squalificati per un anno per essersi presentati 20 minuti dopo. L'Aic ha deciso che gli incontri di A e B di questo fine settimana cominceranno 15 minuti dopo l'inizio previsto
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| Daniele Mannini nella foto sotto insieme a Possanzini nel brescia |
LA NOTA - «Il Consiglio Direttivo dell'Associazione Italiana Calciatori - si legge nella nota dell'Aic - in segno di solidarietà per i calciatori Mannini e Possanzini e di protesta per la scandalosa sentenza che li condanna, ha deciso che nella prossima giornata di campionato di Serie A e di Serie B, compresi gli anticipi ed i posticipi, le squadre scenderanno in campo con 15 minuti di ritardo». «L'azione di protesta - ha dichiarato il presidente dell'Aic, Sergio Campana - ha lo scopo di sensibilizzare l'opinione pubblica sull'enormità del caso e vuole essere anche un messaggio al Coni e alla Federcalcio per una riflessione operativa sulla sentenza del Tas di Losanna e sulla necessità di iniziare un percorso di rivisitazione della normativa Wada».
La rabbia degli squalificati «I nostri test erano negativi»
NAPOLI — Il primo dicembre del 2007 Davide Possanzini e Daniele Mannini avevano mezz'ora di tempo, dal fischio finale di Brescia-Chievo, per presentarsi al controllo antidoping per il quale erano stati sorteggiati. Ci arrivarono dopo 43 minuti, e al test risultarono negativi. Il capitano del Brescia e il suo ex compagno di squadra, passato nel frattempo al Napoli, non sono mai stati dopati, ma non è questo che gli si contesta. Il Tas li ha squalificati per un anno per il ritardo. La Federcalcio li assolse, il Coni li fermò per 15 giorni, ma la Wada, l'Agenzia antidoping mondiale, fece ricorso al tribunale di Losanna, che dopo mesi di rinvii ha deciso con il machete. E ora c'è poco da fare, spiega l'avvocato Carlo Ghirardi, che ha difeso i due giocatori: «La sentenza nel merito non è impugnabile e vedremo se ci sono vizi di forma, o altro, per andare ad attaccare questa decisione che da un lato è assurda e dall'altro, lo dico senza timore di essere smentito, è la sconfitta del calcio italiano e mondiale nei confronti degli altri sport». Mannini e Possanzini hanno sempre motivato il loro ritardo spiegando che furono trattenuti negli spogliatoi dal loro presidente, Gino Corioni, infuriato per la sconfitta interna con i veronesi. Corioni aggiunge che il commissario antidoping presente allo stadio fu informato e anche invitato negli spogliatoi in modo da poter controllare che i due giocatori non facessero nulla che potesse poi alterare l'esito del test. E che comunque concesse qualche minuto in più. Ma di questo la sentenza non tiene conto, e Corioni non lo accetta. Dice che il provvedimento del Tas «è una vergogna», che «i due ragazzi non hanno fatto niente» e che lui ricorrerà «ovunque è possibile ricorrere, ma non alla giustizia ordinaria perché altrimenti violeremmo la clausola compromissoria». Ma soprattutto il presidente del Brescia chiama in causa le istituzioni sportive: «Ora voglio vedere se lo sport italiano riuscirà a difenderci dalla più grande ingiustizia di sempre o se rimarrà con le mani in mano». Il Napoli invece sceglie il profilo basso. Il presidente De Laurentiis bada a rincuorare Mannini: «La casa del Napoli è la sua casa — dice —. Un anno passa in fretta e noi lo aspetteremo. L'importante è che lui non si deprima, deve reagire a questo momento di avversità e tornare più forte di prima». Il d.g. Marino premette che «noi tutta questa faccenda l'abbiamo ereditata», ma anche lui parla di «ingiustizia colossale», e poi aggiunge: «È assurdo che un impianto accusatorio immoli come martiri giocatori non positivi al doping». Però sicuramente non è sorpreso, perché nei giorni scorsi si è affrettato ad acquistare l'argentino Datoli, centrocampista di fascia sinistra, esattamente il ruolo occupato finora da Mannini nella squadra di Reja.
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Caso Vivi Down, Google va a processo «In ballo c'è la libertà della Rete»
La prima udienza a milano il 3 febbraio. Il procedimento per il video di cyberbullismo del 2006. L'associazione: «Non vogliamo la censura»
MILANO - In Italia i precedenti processuali non fanno giurisprudenza. Eppure la sensazione è che quanto verrà fuori dal processo che vede imputati quattro dirigenti di Google per il cosiddetto “caso Vivi Down” stabilirà un forte punto di riferimento su quello che si potrà fare, e non si potrà fare, in Rete in Italia.
Il “caso” in questione risale al 2006 e riguarda un video caricato su Google Video – servizio di video sharing al pari di YouTube, sempre di proprietà di Mountain View – dove si vede un ragazzo affetto da Sindrome di Down sbeffeggiato e picchiato da alcuni compagni di classe. Un caso particolarmente odioso di cyberbullismo che ha fatto partire una denuncia dall’associazione milanese Vivi Down. Pochi giorni dopo era scattata una perquisizione nella sede di Google Italia e due anni dopo, nel novembre del 2008, è arrivata la notifica: quattro dirigenti della multinazionale americana saranno processati per diffamazione e violazione delle tutele sulla privacy .
La prima udienza sarà martedì prossimo, il 3 febbraio, e l’attesa è molta. E non solo da noi: del caso si sono occupate le principali testate giornalistiche di tutto il mondo, anche perché, come spiegano da Google Italia, «non ci sono casi simili in altri Paesi occidentali». Motivo per il quale Google Italia ha voluto incontrare alcuni giornalisti per poter spiegare la propria posizione in merito al caso, prima che la parola passi definitivamente alle sedi del tribunale di Milano.
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| Un manifesto di presentazione dell'associazione Vivi Down |
Le ragioni sono due. La prima, che potremmo definire “tecnologica”: ogni minuto nel mondo vengono caricate sul sito di video sharing qualcosa come 13 ore di video, che non potrebbero tecnicamente essere soggette a una “visione informata” da parte del provider. L’altra ragione, “filosofica”, è quella su cui punta Google Italia: «Noi forniamo gli strumenti agli utenti, la responsabilità di quello che mettono online è loro», specifica Marco Pancini. «Non potremmo mai arrogarci il diritto di scegliere cosa può andare bene e cosa no sulla Rete. Con questo non vogliamo sfuggire alle nostre responsabilità, ma è importante capire che ci troviamo di fronte a una rivoluzione culturale e noi, come Google, siamo i pionieri di questa innovazione». L’idea forte è proprio quella delle conseguenze sul mondo Internet di questo e altri casi, diversi, che vertono sulla libertà dei contenuti che girano sul Web, dunque la libertà della Rete in generale.
Ma le accuse rimangono: concorso in diffamazione, «perché non impedire un evento equivale a cagionarlo», spiega tecnicamente Guido Camera, l’avvocato che segue la causa per conto di Vivi Down. Quindi il non corretto trattamento sia dei dati personali sia della loro protezione. «Con in più la responsabilità civile», continua l’avvocato Camera, «di non aver rimosso il video dal sito se non dopo l’intervento della polizia giudiziaria». Il filmato in questione, infatti, è rimasto a disposizione degli utenti di Google Video per quasi due mesi, dall’8 settembre al 7 novembre del 2006, malgrado diverse segnalazioni inviate dagli utenti stessi.
«La nostra battaglia, perché di questo si tratta», spiega Camera, «non è finalizzata a ottenere un risarcimento, e certo non la portiamo avanti in nome di una censura su Internet. Vogliamo invece batterci contro un sistema, nuovissimo e dalle molte implicazioni sociali, che riteniamo fortemente migliorabile nelle molte zone d’ombra che ancora presenta». Secondo Vivi Down, dunque, il processo contro Google sarebbe importante anche in caso di sconfitta in aula. Perché anche così si parla, si è parlato e si parlerà del tema, e del buco normativo che a riguardo dei contenuti online abbiamo in Italia. Conclude Camera: «Potremmo anche arrivare, nel corso del dibattito, a un intervento del Parlamento per modificare o comunque migliorare le leggi italiane».
L'articolo pubblicato nel 2006
il filmato è rimasto in rete dall'8 settembre al 7 novembre del 2006. Video online del down vessato a Torino. A giudizio quattro manager di Google. Dovranno rispondere di concorso in diffamazione e violazione della legge sulla privacy
MILANO - Quattro manager di Google citati a giudizio: sono accusati di concorso in diffamazione e violazione della legge sulla privacy in relazione al video, disponibile su Internet dall'8 settembre al 7 novembre del 2006, che mostrava gli abusi subiti da un ragazzo down dai compagni di scuola nella sua classe di un istituto tecnico di Torino.
LA DENUNCIA DI VIVIDOWN - Il Pm di Milano, Francesco Cajani, ha chiuso ora le indagini e firmato il decreto di citazione diretta a giudizio per i quattro dirigenti. I quattro, David Carl Drumond, all'epoca dei fatti presidente del Cda di Google Italia, George De Los Reyes, membro del Cda e poi adelegato di Google Italia, Peter Fleitcher, responsabile delle politiche sulla privacy per l'Europa di Google Inc e Arvind Desikan, responsabile del progetto «Google video» per l'Europa. A dare il via all'indagine era stata la denuncia dell'Associazione Vividown, dovranno comparire, il prossimo 3 febbraio, davanti al giudice monocratico della Quarta sezione penale di Milano, per difendersi dalle accuse.
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