31/03/2009

Università addio. Il primo anno

 

Uno studente su cinque abbandona per sempre. Il record spetta alle facoltà di Matematica. E all'ateneo di Chieti.  Il 18,5% delle matricole delle statali lascia

 

Disorientati, stanchi e delusi. Già dopo il primo anno. Succede così che (quasi) uno studente su cinque, abbandoni gli studi dopo appena dodici mesi dall'immatricolazione. Perché l'impatto con l'università non è tra i più facili. Aule affollate, professori da rincorrere, piani di studio da realizzare, appuntamenti con tutor da consultare, volumi di oltre duecento pagine da studiare nell'arco di pochi giorni. Senza considerare i costi. Un mix che, secondo quanto pubblicato dall'ultimo rapporto sullo stato dell'università (realizzato dal Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario, organo istituzionale del ministero dell'Università e della ricerca), scoraggia moltissimi studenti. Dei circa 285 mila immatricolati delle università statali all'anno accademico 2006-2007, hanno proseguito gli studi circa 232 mila ragazzi, con un tasso di abbandono pari al 18,5%. «Appena incontrano delle difficoltà i giovani scappano», spiega, con un po' di ironia, Luigi Biggeri, professore dell'università di Firenze e presidente del Cnvsu. Poi torna serio: «La motivazione più importante alla base di questo fenomeno è la mancanza dell'orientamento e del tutoraggio».

I ragazzi insomma non hanno le idee chiare sul percorso di studi da intraprendere e nella scelta sono poco aiutati dalle scuole. Non solo. «Una parentesi fondamentale è la politica del diritto allo studio - aggiunge Biggeri - gli studenti fuori sede devono viaggiare, prendere i mezzi pubblici, districarsi nel traffico e nelle difficoltà, anche economiche, che un qualsiasi corso di laurea impone. L'abbandono può essere una conseguenza importante di questo problema». Per qualcun altro però, questo tasso di abbandono è considerato «fisiologico». Basti pensare che da noi è più o meno costante da ormai dieci anni, anche se dopo la riforma del 3+2 le cose sono leggermente migliorate (nell'anno accademico 98-99 era del 20,9% secondo il Cnvsu). Ma dando un'occhiata agli altri Paesi europei, l'Italia ha un tasso di abbandono universitario tra i più elevati. In Olanda ad esempio, si registrano nelle università solo il 7% di mancate iscrizioni dopo il primo anno. In Gran Bretagna appena l'8,6% di iscritti lascia l'università (anno accademico 2006-2007) e in Spagna, dove gli abbandoni al secondo anno sono molto numerosi, si arriva al 15%. I nostri vicini francesi si fermano al 6%.

«Ci sono tre spiegazioni a questo fenomeno - spiega Marino Regini, prorettore dell'università di Milano, che sulle carenze vere o presunte del nostro sistema universitario ha pubblicato il libro Malata e denigrata. L'università italiana a confronto con l'Europa - innanzitutto l'Italia è, insieme alla Spagna, uno dei pochi Paesi a non avere un canale professionalizzante alternativo all'università. Ciò produce l'immissione negli atenei anche di studenti non particolarmente motivati a studi più teorici. Non abbiamo inoltre selezione all'ingresso, se non per alcuni corsi di laurea, e soprattutto abbiamo un sistema di diritto allo studio che è veramente scarso. L'80% dei nostri ragazzi non usufruisce di borse di studio, abbiamo pochissime residenze universitarie e spendiamo appena lo 0,04% del Pil in servizi agli studenti. È chiaro che i nostri ragazzi sono più attratti dei loro coetanei stranieri da qualche lavoretto che consenta loro di mantenersi». E che aumenta la durata degli studi. Da non sottovalutare, poi, il carico di lavoro. «Ancora pochi atenei - aggiunge il presidente del Comitato di valutazione del sistema universitario - fanno studi seri sul carico di lavoro assegnato agli studenti in rapporto ai crediti degli esami. È ora di cambiare le cose».

Completamente diversa la situazione negli atenei «privati» in cui ad abbandonare gli studi sono davvero in pochi (6,5% nel 2007/2008). Una scelta dunque, quella dell'università non statale, che sembra essere più consapevole. Ma non mancano casi di atenei pubblici particolarmente virtuosi: la Bicocca ad esempio, quasi cinquemila immatricolati nell'anno accademico 2006-2007, ha un tasso di abbandono pari al 4,3%. Stessa cosa succede a Bergamo (4,9%) e Trieste (7,9%) e in molti atenei del Centro e del Sud Italia come la Napoli II (5,6%), all'Aquila (8,3%) e a Urbino (6,3%). Al contrario invece, tra le facoltà più «abbandonate» dai ragazzi c'è Scienze matematiche, fisiche e naturali (26,6% per l'anno 2007-2008), Farmacia (23,9%), seguita da Agraria (23,7%) Sociologia (22,6%) e Giurisprudenza (21,5%) con Scienze politiche (20,1%). I dati di ogni singola facoltà però, tengono a sottolineare dal Cnvsu, sono una stima del reale tasso di abbandono. Infatti non prendono in considerazione né i passaggi degli studenti da una facoltà all'altra (ma il totale di ogni università è un dato reale e non stimato), né le immatricolazioni che avvengono «convalidando» le esperienze lavorative. In cui può succedere, dopo appena un anno dall'iscrizione, di passare direttamente alla laurea.

È per questo che si lamenta Franco Cuccurullo, rettore dell'università di Chieti e Pescara che dai dati del Comitato di valutazione risulta l'ateneo italiano con il maggior tasso di abbandono (39,3%). «Questi calcoli sono sbagliati - commenta il rettore - perché comprendono sia i trasferimenti che i riconoscimenti creditizi. Da noi gli immatricolati effettivi per l'anno 2006-2007 sono stati 5.237 e non 7.513 come dice il Miur. L'anno successivo abbiamo avuto 4.564 iscrizioni con un tasso di abbandono effettivo del 13,1% e non del 39,3%». Chi l'università la vive tutti i giorni, e dalla parte degli studenti, invita le scuole a svolgere una maggiore e più puntuale attività di orientamento. «La difficoltà maggiore - spiega al telefono tra una lezione e l'altra Diego Celli, 23 anni, studente del corso di laurea specialistica in giurisprudenza all'università di Bologna e presidente del comitato nazionale degli studenti universitari - è che i ragazzi si iscrivono a un corso di laurea senza sapere effettivamente in cosa consiste. L'orientamento che si fa oggi agli studenti non approfondisce la cosa più importante, ossia cosa si studierà all'università».

 

 

Corinna De Cesare


Francia: Caterpillar, operai sequestrano 4 dirigenti dopo 733 licenziamenti

 

I lavoratori dello stabilimento di Grenoble vogliono che si sblocchino i negoziati, nelle mani dei dipendenti il direttore della fabbrica e quello del personale

 

Operai della Caterpillar davanti alla fabbrica di Grenoble (Ap)
Operai della Caterpillar davanti alla fabbrica di Grenoble (Ap)

 

 

 

 

 

 

GRENOBLE (FRANCIA) - Una risposta estrema agli effetti della crisi. Operai della Caterpillar, gruppo americano produttore di macchine per costruzioni, che ha annunciato il licenziamento di 733 persone su un totale di 22.000 tagli in tutto il mondo, hanno sequestrato quattro dirigenti dell'azienda nei locali della direzione a Grenoble. Lo ha riferito ai giornalisti un sindacalista.

NEGOZIATI - «Li tratteniamo nell’ufficio del direttore e discutiamo con loro perché fissino una riunione coi rappresentanti del personale per sbloccare i negoziati» ha detto il sindacalista aggiungendo «non li lasceremo andar via». Oltre al direttore dell’ufficio di Grenoble, Nicolas Polutnick, sono tenuti in ostaggio il direttore del personale, un responsabile del servizio del personale e il responsabile dei prodotti europei. Secondo il sindacalista, «Sono un po’ sotto choc. Pare che non abbiano margine negoziale perché non hanno tutti i poteri ma penso che arriveremo a qualcosa». E’ solo l’ultimo episodio in Francia nelle ultime settimane di sequestri di dirigenti da parte dei lavoratori in aziende in crisi.


Rifiuti pericolosi, arrestato Mario Chiesa L'uomo da cui partì «Mani Pulite»

 

L'operazione del nucleo operativo ecologico dei carabinieri (Noe) di Milano. L'ex presidente del Pio Albergo Trivulzio, secondo gli investigatori è l'uomo del 10%

 

Mario Chiesa davanti al tribunale di Milano in una foto del 1992 (archivio Corriere)
Mario Chiesa davanti al tribunale di Milano in una foto del 1992

MILANO - Mario Chiesa è uno dei dieci destinatari dei provvedimenti restrittivi emessi dalla magistratura di Busto Arsizio per un vasto traffico di rifiuti. Chiesa, 65 anni, di Milano, è coinvolto nella gestione di un traffico illecito di rifiuti. L'accusa per lui è quella di truffa

L'OPERAZIONE - Il nucleo operativo ecologico dei carabinieri (Noe) di Milano, coordinato dal gruppo cc tutela ambiente di Treviso, sta infatti eseguendo, da martedì mattina, dieci provvedimenti restrittivi. Nel servizio sono impegnati oltre 100 militari dell'Arma, anche del comando regione carabinieri Lombardia, con il supporto del secondo nucleo cc elicotteri di Orio al Serio, che stanno eseguendo anche una trentina di perquisizioni e il sequestro di un'importante azienda milanese operante nel settore del trattamento-smaltimento dei rifiuti. Al centro dell'indagine figura uno dei principali protagonisti dell'inchiesta «Mani Pulite» degli anni Novanta, Mario Chiesa, l'ex presidente del Pio Albergo Trivulzio che con il suo arresto diede il via a «Tangentopoli».

MANI PULITE - L'ex presidente del Pio Albergo Trivulzio, secondo gli investigatori è l'uomo del 10%. Il nome di Chiesa è fortemente legato all'inchiesta di Mani Pulite della magistratura di Milano degli anni '90: è con il suo arresto, avvenuto il 17 gennaio 1992, fatto in flagranza di reato subito dopo avere intascato una busta con sette milioni di lire, una rata di quella che doveva essere la tangente per concedere l'appalto a una impresa di pulizia, che è iniziata la più nota inchiesta di Tangentopoli. Con l'arresto di Chiesa è emerso un vasto retroscena di concussione e corruzioni a largo raggio che ha poi coinvolti numerosi esponenti della politica, della finanza e dell'imprenditoria.


30/03/2009

"Hotelicopter", la storia dell'albergo volante che non c'è

 

L'articolo uscito su corriere.it. La bufala internettiana e la vittima giornalista

 

Un'immagine dell'Hotelicopter
Un'immagine dell'Hotelicopter

MILANO - Una cantonata. Capita. E’ capitato di domenica pomeriggio. Giornata, solitamente povera di notizie. Mi scuso con i lettori di corriere.it poiché, preso probabilmente da un raptus da tastiera sono rimasto vittima di una bufala internettiana.

L’allettante notizia dell’ “Helicopter,l'albergo volante più grande del mondo", apparsa su vari blog specializzati nel pomeriggio di domenica e corredata dalle spettacolari foto del futuristico velivolo, a quanto sembra, non ha trovato conferma. Primo: perchè il portale http://hotelicopter.com/ non elenca nessun contatto e quindi risulta pressoché impossibile appurare la veridicità che questo mastodontico elicottero esista realmente e secondo, perchè effettivamente si tratta di immagini elaborate al computer.

Un aiuto, in questo caso, è arrivato ancora una volta dalle molte segnalazioni degli internauti, fin dal primo momento rimasti scettici di fronte all’”albergo volante a cinque stelle”. Ore e ore, passate a spulciare i motori di ricerca di Google; Yahoo! e leggere innumerevoli commenti sui portali specializzati mi hanno solamente dato la riprova di aver sbagliato. Con ogni probabilità, come sempre più spesso succede, il portale è stato creato ad arte per alimentare il fascino di una qualche operazione commerciale. Inoltre, ci avviciniamo al 1. di aprile. Insomma, una burla ben escogitata.

Elmar Burchia

L'ex hostess conduttrice per Fede «Finalmente ho trovato un lavoro»

 

Il direttore del Tg4: un risarcimento a chi ha sofferto. Dopo il Grande Fratello e La Fattoria, Daniela Martani assunta per condurre «Sipario»

 

(Ipp)

MILANO - Ha provato con il Grande fratello, ma le è andata male. Poi ci ha ritentato con La Fattoria, idem come sopra. Per Daniela Martani, balzata all’onore delle cronache come l’hostess-pasionaria della vecchia Alitalia, sembrava proprio che il mondo della tv fosse sbarrato. Off limits. E invece è arrivato Emilio Fede a salvarla: l’ha assunta per condurre Sipario, il rotocalco del Tg4 dedicato a tutto quello che fa spettacolo, costume e gossip. «Sì, è vero — conferma lei felicissima—ho trovato finalmente lavoro!». Dal tono della voce si sente tutta, questa sua felicità. «Non vedo l’ora di cominciare, debutterò il 6 aprile, probabilmente alternandomi con Raffaella Zardo. Non so come ringraziare Fede per l’opportunità, che è arrivata davvero all’improvviso.

Farò la conduttrice, lancerò i servizi: altro che reality, qua si giocherà sul serio». Beh, insomma, Sipario si interessa (molto) di vip dello show business e pettegolezzi... «Ma io la conosco bene, l’ho sempre vista. Mi piacciono i programmi che hanno a che fare con il mondo dello spettacolo. E, perché no?, del gossip». E poi, sempre meglio che aspettare le calende greche della sua causa contro l’Alitalia, no? «Quella è una cosa che va avanti, la seguono i miei avvocati, ha comunque un iter lungo. Vedremo...». Ma come è nata l’idea? Lo ha spiegato Emilio Fede al settimanale Tv Sorrisi e canzoni, in edicola da oggi. «Ho voluto risarcire, e non è la prima volta che lo faccio, una persona che ha avuto un passato difficile, fatto di sconfitte pesanti come macigni. Su Daniela si sono dette tante cose. Io non voglio giudicare se lei abbia ragione o meno. Voglio darle un’opportunità».

Maurizio Pluda


Il Grande fratello Google gioca l’asso pigliatutto

 

Potere non misurabile con il fatturato o il valore di Borsa. Web, spot e telefonini: dalle news alla sanità digitale, il gruppo è ormai straripante

 

(Afp)
(Afp)

I processi che saltano perché i giurati vanno su Google per informarsi sul caso che stanno esaminando è solo l’ultimo esempio di come l’azienda fondata da Larry Page e Sergey Brin stia rivoluzionando il mondo dell’informazione. E non solo quello: dal web ai telefonini, dalla sanità digitale alla genetica. Un «grande fratello» che apre numerosi interrogativi su concorrenza e privacy. Negli Usa i processi che saltano perché i giurati, in camera di consiglio, vanno su Google per informarsi sul caso che stanno esaminando, violando la legge che impone sentenze decise solo sulla base di quello che è stato discusso in tribunale, sono solo l'ultimo esempio di come l'azienda californiana stia rivoluzionando non solo il mondo dell' informazione, ma gli aspetti più disparati della nostra vita. Con la sua capacità quasi monopolistica di raccogliere pubblicità «on line» usando meccanismi sempre più «intelligenti» (come quelli basati sulle preferenze individuali degli utenti Internet), Google è l'elefante nella cristalleria del giornalismo. Si dice addolorata dalla crisi della carta stampata, ma ne usa i contenuti, inserendoli nelle sue pagine di «news» divenute anch'esse, ormai, fonte di introiti pubblicitari. Con YouTube, poi, Google trasforma la logica della televisione: non ha ancora trovato il modo di rendere il sito una macchina da soldi, ma intanto la cultura del «palinsensto fai da te» si sta diffondendo ovunque nel mondo: tra i giovani e anche tra i meno giovani.

SFIDA ALL'IPHONE - Ma questa è solo la parte emersa dell'iceberg: è sterminato l'elenco delle aree nelle quali i 20 mila «ragazzi intelligenti» di Mountain View, capitanati da Larry Page e Sergey Brin, promettono di diventare protagonisti assoluti. Il primo capitolo, quello che avrà probabilmente le maggiori implicazioni economiche e per il mondo dell'informazione, riguarda la telefonia mobile: nel mondo dei cellulari «smart», fin qui dominato dall' iPhone di Apple, è arrivata la piattaforma «Android» di Google, la più veloce e potente. Ed ora il GooglePhone promette sfracelli in un settore destinato a sottrarre ai personal computer la palma di principale canale di accesso a Internet.

BLOG E RETI SOCIALI - Ma, dalle tecnologie per la tutela ambientale alla genetica, i campi nei quali i cervelli della società preparano soluzioni rivoluzionarie sono innumerevoli. Obama investe i soldi del suo «stimolo» fiscale nel rinnovo della rete elettrica (in molte aree degli Usa ancora basata sui vecchi pali di legno) e Google annuncia un accordo con General Electric per creare elettrodotti «intelligenti ». Decolla il business della sanità digitale e Google taglia la strada a Microsoft, che da anni tenta di crescere in questa direzione, associandosi con Ibm e sfruttando la sua posizione di «mente tecnologica» della nuova amministrazione democratica. Dietro i nuovi mondi dei «blog», delle reti sociali, dei messaggi elettronici e, sempre più, anche dello «shopping on line» c'è sempre lei: Google. Che ha anche creato protocolli, sistemi operativi e applicazioni alternative a quelle di Microsoft, ha lanciato la sfida a Wikipedia sul terreno delle enciclopedie digitali e si è appena tuffata anche nel business dell'«e-book». Amazon, dopo anni di tentativi infruttuosi, è riuscita a far decollare col «Kindle» il mercato dei libri elettronici, ed ecco già arrivare Google che, associandosi con la Sony, mette in campo la potenza dei milioni di libri che ha già «scannerizzato» nelle maggiori biblioteche del mondo. L'ultima frontiera potrebbe essere quella della genetica: sono molti a ritenere che Google, con la sua capacità di entrare in tutte le case e di collezionare dati personali di miliardi di utenti sia anche quella meglio posizionata (soprattutto ora che sta entrando in forza nel campo della sanità digitale) per raccogliere in modo capillare dati sul patrimonio genetico dei singoli utenti. Obiettivo: individuare, caso per caso, i rischi di malattie, stabilendo in anticipo quali farmaci biotecnologici «personalizzati » sarebbero utili a ciascuno di noi. Una banca dati enorme e delicatissima e i cui dati, ovviamente, potrebbero essere usati anche per scopi assai meno nobili.

ACCESSO ALL'INFORMAZIONE - Insomma, una rivoluzione dell'accesso all'informazione, ma anche un terremoto etico. Non accadrà domani, ma se, qualche anno fa, quando dicevano di voler «organizzare tutta la conoscenza del mondo», i fondatori di Google venivano guardati con scetticismo, ora le cose sono cambiate: Sergey Brin afferma che «il perfetto motore di ricerca sarà come la mente di Dio» e la gente rimane attonita; le organizzazioni dei diritti civili si risvegliano e chiedono più tutele per la «privacy». Ma ci sono anche molti entusiasti disposti a rischiare, approfittando delle opportunità infinte offerte dai cervelli di Mountain View. È il caso di Jeff Jarvis che nel suo nuovo libro «What Would Google Do?», invita ad osare, anziché piantare i talloni nel terreno nel timore di perdere la «privacy» o di essere schiacciati da un «Grande Fratello» che, evocato per decenni, alla fine si materializza. Jarvis, firma di punta del giornalismo digitale e dei «blog» tecnologici, ammette che Google tende a trasformare in «commodity» tutto ciò che tocca (è insito nell'offerta gratuita di servizi), ma afferma che i vantaggi che derivano da questa rivoluzione sono di gran lunga superiori ai danni che essa provoca.

BUONI PROPOSITI - Demonizzata o esaltata, Google è comunque l'impresa-spartiacque del nostro tempo. Il suo peso deriva non dal fatturato o dal valore borsistico, ma da una capacità di esplorare (e colonizzare) gli spazi delle mente che nessun altro gruppo imprenditoriale ha. Viene definita società di perforazione della conoscenza: la Exxon o la Shell dell'era dell'informazione. Ma sta anche diventando un monopolio inquietante, alle prese con la questione «radioattiva» della «privacy ». Sbandierando il loro slogan storico, «don't be evil» (non fare del male), i fondatori promettono di usare l'enorme giacimento di conoscenza che hanno tra le mani solo per cause giuste, ma i buoni propositi (peraltro già violati con qualche comportamento da dominatore del mercato) non possono sostituire un chiaro sistema di regole. Più facile a dirsi che a farsi, vista la rapidità con la quale Google sta trasformando lo scenario mondiale dell'informazione. Alcuni degli storici che fino a ieri sostenevano che il ventesimo secolo è finito l'11 settembre 2001, sepolto sotto le macerie delle Torri Gemelle, ora cominciando a pensare che in futuro la data che verrà scelta come boa che divide il secondo dal terzo millennio sarà quella del 7 settembre 1998: il giorno in cui due studenti di Stanford che aveva affittato per 1700 dollari al mese il garage di una villetta al numero 232 di Santa Margarita Avenue in Menlo Park, nel cuore della Silicon Valley californiana, fondarono Google.

Massimo Gaggi


A giudizio perché abusivo il direttore antimafia di «Telejato»

 

Pino Maniaci rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista. Per i suoi tg contro Cosa Nostra era stato minacciato da un figlio di un boss della famiglia dei Vitale

 

Pino Maniaci durante un suo Tg (Ansa)
Pino Maniaci durante un suo Tg (Ansa)

PALERMO - Il direttore dell'emittente televisiva «Telejato» di Partinico (Palermo), Pino Maniaci, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista. La «citazione diretta» è stata disposta dal pubblico ministero di Palermo Paoletta Caltabellotta.

A GIUDIZIO - Il processo è stato fissato davanti al giudice monocratico di Partinico l'8 maggio prossimo. Secondo l'accusa, Maniaci, «con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso», avrebbe esercitato abusivamente l'attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato, conducendo ogni giorno il tg di Telejato, la tv più volte minacciata, querelata e contestata da boss e notabili della zona di Partinico. Difatti Maniaci può «vantare» oltre 200 querele che gli aveva fatto l'imprenditrice Antonina Bertolino, titolare della distilleria omonima con sede nel suo paese. Maniaci, che è assistito dall'avvocato Bartolomeo Parrino, non ha mai voluto prendere il tesserino di giornalista pubblicista. L'anno scorso era stato minacciato da un figlio di un boss della famiglia dei Vitale, detti «Fardazza», da lui più volte criticati e attaccati durante i telegiornali.

MANIACI - «Tutto nasce da una denuncia anonima fatta in realtà da un collega invidioso della mia popolarità. Non è la prima volta che mi trovo sotto processo per esercizio abusivo della professione. A luglio sono stato assolto dalla stessa accusa. Chiarirò tutto anche questa volta». Così Pino Maniaci ha commentato la notizia del suo rinvio a giudizio per esercizio abusivo della professione. «Produrrò la sentenza che mi ha già scagionato», ha aggiunto Maniaci, che ha precisato che il direttore della tv locale è Riccardo Orioles. «In occasione dell'ultima intimidazione - ha proseguito - il presidente nazionale dell'Unci mi ha dato la tessera onoraria dell'associazione. Questo vorrà pur dire qualcosa». Maniaci, infine, ha spiegato che non ha mai chiesto l'iscrizione all'Ordine dei giornalisti «per mancanza di tempo».

GIULIETTI: «SPERO SIA UN EQUIVOCO» - Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, si augura che il rinvio a giudizio di Maniaci sia «uno spiacevolissimo equivoco, dal momento che quando lui fu aggredito e pestato dagli "amici degli amici" gli fu addirittura consegnata la tessera onoraria e fu indicato come un punto di riferimento per tanti cronisti italiani».


Il regalo di Bob Dylan ai fan: singolo gratis in Rete in attesa del nuovo album

 

Dal 30 al 31 marzo per 24 ore. "Free download" dal sito del cantante del brano «Beyond here lies nothing». L'intero lavoro uscirà il 27 aprile

 

La cover del nuovo disco di Dylan
La cover del nuovo disco di Dylan

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tour europeo partito il 22 marzo da Stoccolma (tre le date italiane, in programma a metà aprile) e il nuovo album Together Through Life (che esce il 27 aprile) non sono l'unico "regalo" che Bobn Dylan ha pensato di fare ai suoi fan. Il cantante americano, infatti, ha postato in Rete, sul suo sito, il brano Beyond Here Lies Nothin’, contenuto nel nuovo album. I fan potranno scaricarlo gratuitamente per 24 ore, dal 30 al 31 marzo.

ALBUM NUMERO 46 - Il "free download" precede di quasi un mese l'uscita del nuovo lavoro di Dylan, l'album numero 46 della sua carriera, iniziata nel 1962. Prodotto dall'artista sotto lo pseudonimo che usa da anni Jack Frost, il nuovo cd conterrà 10 brani inediti ed è stato registrato alla fine dello scorso anno, partendo dalla composizione di un inedito, Life Is Hard, scritto per il nuovo progetto cinematografico del francese Oliver Dahan, il regista de La Vie En Rose.


Crisi auto, Obama licenzia l'ad di Gm Chrysler-Fiat: 30 giorni per l'accordo

 

E in Francia salta il capo della Peugeot. General motors cede in borsa il 30%. Il presidente Usa: «I manager di Detroit non hanno fatto abbastanza. Sacrifici da parte di tutti»

 

Rick Wagoner (Ap)
Rick Wagoner (Ap)

DETROIT - Terremoti a catena nel mondo dell'auto: Rick Wagoner, presidente e amministratore delegato della General Motors, si è dimesso dopo le critiche del presidente Obama; in Francia è stato estromesso Christian Streiff, presidente del comitato di sorveglianza di Peugeot-Citroen; e il governo Usa ha fatto sapere che, se entro trenta giorni non sarà raggiunto un accordo con la Fiat, la Chrysler sarà lasciata fallire. Immediati i contraccolpi dei titoli automobilistici nelle Borse mondiali: Renault -6%, Peugeot -5,6%, Daimler -5,1%, Fiat -9,1%%.

BORSA USA - Ancora peggiore, se possibile, la reazione di Wall Street: in apertura di contrattazioni il titolo Gm apriva in calo del 29,83%.

CHRYSLER - Accordo con Fiat entro un mese o liquidazione. Responsabili dell’amministrazione statunitense, secondo la stampa americana, ritengono che la Chrysler non può funzionare come una compagnia indipendente nella situazione attuale. La Casa Bianca avrebbe quindi dato alla Chrysler trenta giorni di tempo per completare l'accordo con la Fiat mettendo sul piatto 6 miliardi di dollari se le due compagnie troveranno l'intesa prima della scadenza. La proposta di alleanza fra le due società prevede che la Fiat rilevi il 35% di Chrysler in cambio dell'accesso alla propria tecnologia. Entro un mese, inoltre, Chrysler dovrà raggiungere accordi per tagliare ulteriormente il proprio debito.

GENERAL MOTORS - Fritz Henderson, attuale direttore dello sviluppo, diventa amministratore delegato, dice un comunicato del colosso di Detroit, prendendo il posto di Wagoner, che era alla guida della società da otto anni. Un membro del consiglio d’amministrazione, Kent Kresa, sarà il nuovo presidente provvisorio. In un'intervista alla Cbs, Barack Obama aveva criticato duramente il comportamento dei colossi Usa dell'auto e alle 17 (ora italiana) annuncerà il piano auto, con ulteriori aiuti per General Motors e Chrysler: «Non hanno ancora fatto abbastanza per diventare essenziali, efficienti e competitivi. Vogliamo far loro capire che intendiamo avere un settore dell'auto che vada bene - ha aggiunto il presidente - Riteniamo di poter avere un mercato americano dell'auto di successo, ma dovrà essere davvero ripensato per uscire dalla crisi. Questo significa una serie di sacrifici da parte di tutti: manager, dipendenti, azionisti, creditori, fornitori. Tutti devono venire e sedersi attorno al tavolo dicendo quanto è importante prendere provvedimenti seri sulla via della ristrutturazione per mantenere un futuro roseo», ha aggiunto. Gm e Chrysler hanno chiesto complessivamente altri 21,6 miliardi in aiuti al Tesoro Usa per far fronte alla crisi dopo averne già avuti 17,4 miliardi. A Gm il governo concede due mesi per presentare un nuovo piano di taglio costi più incisivo di quello sottoposto in febbraio: nel frattempo l'amministrazione fornirà alla società il capitale necessario per continuare a operare.

PEUGEOT-CITROEN - Poche ore prima era arrivata dalla Francia la prima scossa: il consiglio di sorveglianza sotto la presidenza di Thierry Peugeot, ha licenziato in tronco il presidente del comitato, Christian Streiff, motivando la scelta con le «difficoltà eccezionali» che attraversa la società. Al suo posto è stato scelto Philippe Varin, già alla guida del gruppo siderurgico Corus, che assumerà la carica a giugno. Roland Vardanega assumerà l'incarico di amministratore delegato fino all'arrivo di Varin. Peugeot ha annunciato il mese scorso una perdita di 343 milioni di euro e ha fatto sapere che resterà in rosso fino al 2010.


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Donna decapitata dal figlio

 

A CATANIA. Del delitto si era accusato il marito ma poi la verità è venuta a galla. Il padre ha cercato di coprirlo

 

CATANIA - È stata quasi decapitata, ma a uccidere la donna a Catania non è stato il marito, come si era pensato in un primo tempo. C'è stato infatti un colpo di scena nel caso dell'omicidio della casalinga di 41 anni, Maria Pia Scuto, trovata con la testa quasi recisa totalmente con un cutter. A ucciderla è stato infatti il figlio 15enne. Il padre Giuseppe Riccio, di 35 anni, si era accollato tutto ed era stato fermato per omicidio volontario, ma alla fine la verità è venuta a galla.

LA CONFESSIONE - Messo alle strette il ragazzo ha confessato il delitto agli investigatori. Il padre aveva tentato di coprirlo, addossandosi l'omicidio e avanzando un movente passionale, parlando anche di una email quale causa scatenante della furia omicida. La polizia aveva deciso il sequestro del pc. Una versione che ha però zoppicato. A quel punto, incalzato dai poliziotti, il giovane ha ammesso di avere ucciso in un raptus la madre.

IL CORPO - Il corpo della donna, sgozzata, è stato trovato nell' ingresso della cucina della casa della coppia, al settimo piano di un edificio di via Costanza, con la testa quasi recisa dal collo. La morte è stata provocata da colpi di arma da taglio, che non è stata trovata. Al momento del delitto nell'abitazione erano presenti la madre della vittima e il figlio di 15 anni della coppia.

 



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