31/07/2009

Il rapinatore con la mutanda sul viso

 

Caccia al malvivente. Un insolito ladro, con il volto coperto dagli slip, mette a segno un colpo in una stazione di servizio britannica

 

Il ladro con il viso coperto da una mutanda
Il ladro con il viso coperto da una mutanda

CLACTON ON SEA (Inghilterra) - I media inglesi lo hanno ribattezzato unanimemente l'uomo-mutande e con un'azione pittoresca e criminale si è conquistato velocemente le prime pagine di tutti i giornali britannici. Martedì sera in una stazione di servizio di Clacton-on -Sea, città di 53.000 abitanti della contea dell'Essex, Inghilterra, si è presentato un insolito ladro: armato di coltello, ma soprattutto col volto coperto da grandi slip bianchi, l'uomo ha prima minacciato con l'arma da taglio il cassiere della stazione di servizio e poi si è fatto consegnare l'incasso dell'intera giornata. L'originale furfante è stato immortalato dalla telecamera presente nella stazione di servizio e adesso le sue foto sono state inoltrate alla polizia di tutta la contea.

ARMA A DOPPIO TAGLIO - Non sarà facile scovare l'uomo-mutande: dalle immagini si capisce che si tratta di un cittadino bianco, alto circa un metro e ottanta, di corporatura media, con capelli corti castani. Durante la rapina indossava delle Adidas nere e pochi secondi dopo essere entrato nella stazione di servizio ha afferrato la sua vittima per la testa e gli ha puntato il coltello alla gola. Alla fine ha portato via diverse centinaia di sterline. Il sergente Kevin Cooper, del dipartimento dell'Essex, è stato incaricato di seguire le indagini. Ecco come ha commentato ai media inglesi l'accaduto: «C'è stato un brutto incidente durante il quale un rapinatore ha usato la forza e ha minacciato il cassiere con una pistola. Il cassiere era disarmato, ma ovviamente era molto impaurito». Quindi ha lanciato un appello: «Chiunque abbia informazioni o abbia visto il rapinatore nascondersi o fuggire può rivolgersi al più vicino comando di polizia». Adesso la speranza delle forze dell’ordine è che l'inedita maschera usata dal rapinatore possa diventare un'arma a doppio taglio e intrappolarlo. Infatti se ha incrociato qualche altro cittadino durante la fuga e ancora aveva gli slip in testa, sicuramente non è passato inosservato

Francesco Tortora

Sarà estradato negli Usa l'hacker britannico che violò il Pentagono

 

Soffre di autismo, voleva cercare le prove dell'esistenza degli ufo: rischia 75 anni. Nel 2001 e nel 2002 Gary McKinnon, 43 anni, penetrò nei sistemi di diverse agenzie governative americane

 

Gary McKinnon (reuters)
Gary McKinnon (reuters)

LONDRA (GRAN BRETAGNA) - Sarà estradato negli Stati Uniti, dopo una lunga battaglia legale, Gary McKinnon l'hacker britannico che violò nel 2001 e nel 2002 i sistemi informatici di alcune importanti agenzie governative statunitensi, dalla Nasa al Pentagono.

RESPINTA L'ULTIMA ISTANZA - E' stato infatti respinta dall’Alta Corte del Regno Unito l'ultima richiesta fatta da McKinnon, che soffre della sindrome di Asperger, una forma di autismo: quella di poter scontare un eventuale condanna negli Stati Uniti in Gran Bretagna. Sarà quindi giudicato negli Stati Uniti dove rischia, in teoria, una condanna fino a 75 anni. McKinnon, 43 anni, era stato arrestato nel 2002 ma nei suoi confronti la Gran Bretagna non aveva ritenuto di dover procedere. Era stato rilasciato, ma in libertà condizionata e tra le limitazioni gli era stato imposto il divieto di utilizzare computer collegati al web. Per i suoi avvocati l'hacker britannico è a rischio suicidio qualora venisse imprigionato negli Usa.

LA VICENDA - Tutto comincia all'indomani dell'11 settembre 2001 quando il ministero della Difesa statunitense registra la violazione di una serie di sistemi informatici, dal Pentagono alla Nasa, dal Dipartimento della Giustizia a quello delle Special Investigations dell’Air Force. Immediata la reazione dei servizi segreti che si mettono alla caccia dell'hacker autore del gesto. Del resto i danni ci sono e sono ingenti: una stima successiva li quantificherà in 800 milioni di dollari (oltre 560 milioni di euro). Parte una caccia informatica in tutto il mondo. Alla fine una e-mail spedita alla fidanzata incastra senza ombra di dubbio McKinnon, programmatore informatico disoccupato. Il quale poi spiegherà anche il perché del suo gesto: voleva trovare le prove dell'esistenza degli Uf, scovandone le presunte immagini negli archivi del Pentagono, della Nasa o di altre agenzie governative. Nulla di fatto ovviamente, ma gli americani non gli credono, sono inflessibili, e vogliono che sia estradato perchè l'hacker affronti un regolare processo negli Usa. Dove però potrebbe passare il resto della sua vita in carcere.

Mafia, il Copasir si occuperà della strage di via D'Amelio

 

IL CASO. Rutelli: «Audizione sulle eventuali informazioni riguardanti funzionari dei Servizi segreti»

 

Via D'Amelio poco dopo la strage (Laruffa)
Via D'Amelio poco dopo la strage (Laruffa)

MILANO - - Il Comitato di controllo sull' attività dei Servizi segreti (Copasir) si occuperà delle novità che stanno emergendo dall'inchiesta della Procura di Caltanissetta sulla strage di via d'Amelio in cui morì il giudice Paolo Borsellino. Lo ha annunciato il presidente del Copasir Francesco Rutelli sottolineando di aver già incontrato il presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Pisanu per coordinare i lavori. «Ho parlato con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari - ha spiegato Rutelli - e ho concordato che una volta completata l'analisi della documentazione che ha nei suoi uffici, per la quale ci vorranno alcune settimane, tutte le eventuali informazioni riguardanti nel passato funzionari dei Servizi segreti, saranno oggetto di una sua informativa e di una sua audizione al Copasir».

I giapponesi dicono no alla Brambilla «Non torneremo a spese del governo»

 

I due turisti truffati a Roma: «Sarebbe una spesa inutile fatta con le tasse del popolo italiano», «ci piacerebbe visitare ancora l'Italia, ma a nostre spese»

 

Il ristorante «Il Passetto» di Roma (Eidon)
Il ristorante «Il Passetto» di Roma (Eidon)

 

TSUKUBA (GIAPPONE) - Una vera e propria lezione morale, ma anche un atto d'amore nei confronti dell'Italia. Un sincero ringraziamento e un cortese rifiuto: l'offerta di tornare in Italia come ospiti del governo «è inutile, perchè è una spesa inutile fatta con le tasse del popolo italiano». Yasuyuki Yamada, giapponese di 35 anni, vittima con la sua fidanzata del conto-truffa da 695 euro al ristorante «Il Passetto» di Roma, è netto nei confronti della proposta del ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, di tornare in Italia a spese del governo.

VIAGGIO BELLO - «Tutto sommato - dice all'Ansa in un'intervista a Tsukuba, la sua città di residenza a 70 chilometri da Tokyo - il viaggio in Italia è stato bello. Ringrazio, ma non ho alcuna intenzione di accettare, anche se arrivasse l'offerta formale. È la mia decisione». «Certo che mi piacerebbe visitare ancora l'Italia, a mie spese. Le persone che fanno truffe esistono in tutto il mondo. La prossima volta - spiega Yamada - vorrei visitare meglio il Vaticano, tornare a Capri e godermi lo splendido panorama».

Sotto l’ombrellone accanto a un morto

 

Napoli L’uomo di 73 anni è affogato davanti a «Mappatella beach», nel centro della città. L’indifferenza dei bagnanti: c’è chi spalma la crema e chi si tuffa

 

Il cadevare di Antonio Sommaripa nella spiaggia della Mappatella
Il cadevare di Antonio Sommaripa nella spiaggia della Mappatella

C’è un ombrellone rovesciato sulla battigia sotto il quale è adagiato il cadavere di un uomo interamente coperto da un lenzuolo e da un asciugamano. A un paio di metri, una borsa e una sedia da bar vuota. Siamo sulla cosiddetta Mappatella Beach, pieno lungomare di Napoli, su via Caracciolo, dove ai napoletani piace fare il pic nic.

Quel che è successo, si può anche raccontare dopo, ma sono le fotografie a colpire per prime. Intorno al corpo senza vita, c’è una spiaggia estiva moderatamente affollata: una donna dalla schiena abbondante di pieghe che spalma la crema sulle spalle di una signora con cappellino bianco, un gruppetto di uomini che sembra chiacchierare le mani incrociate sul dorso, chi continua a prendere la tintarella, chi si sistema sulla sdraio, chi stende il suo telo sulla sabbia, chi si bagna i piedi, chi legge, un ragazzino che corre a tuffarsi nel mare calmissimo. C’è anche un cane accucciato dietro una sedia. Agghiacciante normalità da solleone. Normalità con morto. Solo un bambino e un anziano poco distanti gettano uno sguardo a quell’uomo disteso sotto il lenzuolo, con un’aria di attesa, le mani sui fianchi.

Il resto sono occhi che guardano altrove, anzi che fanno di tutto per evitare di incrociare l’immagine della morte così sfacciatamente immobile. O forse no, non evitano niente, non la vedono e basta. L’ombrellone rovesciato li aiuta a schermare uno scandalo tanto intollerabile. L’uomo aveva 73 anni, si chiamava Antonio Sommaripa, abitava nel quartiere Miano e in mattinata i bagnanti hanno visto galleggiare il suo corpo (che per quanto ne sapevano poteva essere ancora in vita) su quell’innocuo e piccolo specchio d’acqua chiuso dagli scogli, dove dicono che non annegherebbe neanche un bambino lasciato solo. Invece di soccorrerlo, hanno preso un telefonino e hanno chiamato il 118, perché ci pensassero i medici del Pronto Soccorso a fare il possibile (l’impossibile).

Solo dopo, qualcuno ci ha ripensato e ha deciso di trascinarlo a riva. I medici non hanno potuto che constatarne il decesso per annegamento. Niente bagnini, sulla spiaggia centrale di Napoli? Niente bagnini, a quanto pare. Ma soprattutto, nessuna pietà sulla spiaggia centrale di Napoli? Nessuna pietà. A giudicare dall’agghiacciante normalità di quelle scene, dove nulla riesce a turbare i sacri rituali preagostani, un morto vale una sedia vuota, una borsa abbandonata, un cestino dei rifiuti. Rifiuto esso stesso, se si può continuare a leggere un libro o il giornale con un cadavere a due passi, se si riesce ad aprire un tubetto per spalmarlo sulle spalle arrossate dell’amica, se si può rimanere sdraiati pancia all’aria e gambe divaricate ad abbronzarsi.

Neanche i sassi che circondano la Mappatella Beach sembrano capaci di tanta indifferenza di fronte a un uomo morto. C’è una famosa poesia di Ungaretti, intitolata «Veglia», in cui un soldato evoca una nottata di guerra del ’14 passata a fianco di «un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione delle sue mani»: ricorda che in quella notte, disteso a fianco della morte («penetrata nel mio silenzio »), non si è sentito mai «tanto attaccato alla vita» e ha cominciato a scrivere «lettere piene d’amore». Ci vuole il massacro di una guerra per avere tanto rispetto della morte, e perciò della vita? O lo si può avere non solo sotto il plenilunio ma nel solleone, non solo al fronte ma anche su una spiaggia, non solo in divisa ma anche in costume da bagno? Con le pance sporgenti, con le gambe adipose? Insomma, in tempo di pace. E di benessere.

Paolo Di Stefano

A novembre riparte il superacceleratore

 

Petronzio, presidente infn: «Il guasto provocato da una saldatura fatta male». Il Large Hadron Collider di Ginevra sarà riparato e si potranno scontrare i protoni

 

L'interno dell'Lhc (Epa)
L'interno dell'Lhc (Epa)

MILANO - «A novembre inizierà l’iniezione dei fasci di protoni nel Large Hadron Collider di Ginevra (LHC). I lavori stanno procedendo secondo il programma e oggi si può parlare di una data precisa dell’avvio delle attività». Roberto Petronzio, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) traccia un bilancio dei lavori in corso nell’acceleratore del Cern, il più potente mai costruito, destinati a riparare il guaio che si era manifestato nel primo tentativo di accensione nel settembre scorso.

IL PROBLEMA - I fisici italiani riuniti nell’Infn partecipano massicciamente (sono circa 600 quelli direttamente coinvolti) all’impresa europea destinata a riprodurre le condizioni dell’universo esistenti appena dopo il Big Bang. Inoltre si punta alla scoperta della cosiddetta “particelle di Dio”, cioè il bosone di Higgs che spiega il perché una materia ha una massa. «Si è intervenuto su tre piani – spiega Petronzio – il primo riguardava la comprensione dell’evento, il secondo la riparazione e la terza mirava invece alla prevenzione di futuri problemi». L’accaduto è ormai chiaro: una saldatura non perfetta ha creato un arco elettrico che ha forato la guaina di contenimento del liquido di raffreddamento, l’elio superfluido che diventando gassoso ha generato un ciclone nella galleria danneggiando i magneti superconduttori. «Sono stati rimpiazzati 56 magneti – precisa Petronzio – e ricostruiti alcuni ancoraggi danneggiati ma soprattutto si lavorato nella prevenzione per evitare futuri problemi». A tal fine si sono messi a punto dei metodi e dei sistemi per identificare eventuali contatti difettosi o anomalie nel funzionamento che potrebbero generare difficoltà o incidenti. Tra i sistemi di sicurezza sono state introdotte delle valvole di sfogo del gas nel caso si verificassero delle perdite. «Il Consiglio del Cern ha stigmatizzato l’insufficiente controllo della qualità esercitato in passato – aggiunge Petronzio – ma si impara dagli errori e molto è stato migliorato. Per recuperare il tempo perduto, durante l’inverno l’acceleratore rimarrà in funzione e quindi nel 2010 saremo in linea con i programmi stabiliti». Intanto è in atto una corsa per conquistare prima di tutti la scoperta della “particella di Dio” tra il laboratorio Fermilab di Chicago e il Cern. «Noi abbiamo borsisti che hanno lavorato a Chicago e poi sono andati al Cern e questo aiuterà», conclude il presidente dell’Infn.

Giovanni Caprara

La Ru486 arriva in Italia Dura condanna del Vaticano

 

La Santa Sede: «scomunica per chi la usa e per chi la prescrive». Via libera a maggioranza dall'Agenzia del farmaco alla commercializzazione della pillola abortiva

 

Il ginecologo Silvio Viale mostra una confezione di Ru486 (Emmevi)
Il ginecologo Silvio Viale mostra una confezione di Ru486 (Emmevi)

ROMA - La Ru486 arriva in Italia. Dopo una riunione durata più di quattro ore, è arrivato giovedì in tarda serata il via libera a maggioranza (quattro contro uno) dall'Agenzia italiana del farmaco alla pillola abortiva. Il Consiglio di amministrazione dell'Aifa ha infatti approvato l'immissione in commercio nel nostro Paese del farmaco già commercializzato in diverse altre Nazioni. Nel Cda dell'Aifa hanno votato a favore della pillola il presidente Sergio Pecorelli e i consiglieri Giovanni Bissoni, Claudio De Vincenti e Gloria Saccani Jotti. Ad esprimersi negativamente è stato invece Romano Colozzi, assessore alle Risorse e Finanze della Regione Lombardia. La Ru486 potrà essere utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero, così come la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di gravidanza. Nelle disposizioni, ha spiegato l'assessore Bissoni, c'è un «richiamo al massimo rispetto della legge 194 e all'utilizzo in ambito ospedaliero. Dopo una lunga istruttoria è stato raccomandato di utilizzare il farmaco - ha aggiunto - entro il quarantanovesimo giorno, cioè entro la settima settimana». Entro questo termine, infatti, le complicanze per l'uso del farmaco sono sovrapponibili a quelle dell'aborto chirurgico, ha concluso l'assessore.

LA CONDANNA DEL VATICANO - Ancora prima che l'Aifa si pronunciasse, il Vaticano era tornato all'attacco contro la pillola abortiva. L'Osservatore Romano aveva affrontato in mattinata il nodo della Ru486 riportando le preoccupazioni espresse dalla sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella. «La decisione dell’Aifa a favore della commercializzazione - secondo il sottosegretario, non è scontata, alla luce delle 29 morti tra donne in vari Paesi del mondo causate dalla Ru486. Sulla sicurezza della pillola, dunque, "persistono molte ombre"», ha scritto il quotidiano vaticano. È stato poi monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Academia pro Vita, a spiegare che l'uso della pillola in questione comporta la scomunica per le donne che vi fanno ricorso così come per i medici che l’hanno prescritta perché la sua assunzione è analoga a tutti gli effetti dell’aborto chirurgico. «Dal punto di vista canonico è come un aborto chirurgico» sottolinea il vescovo. «L’assunzione della Ru486 equivale ad un aborto volontario con effetto sicuro, perché se non funziona il farmaco c’è l’obbligo di proseguire con l’aborto chirurgico. Non manca nulla. Cosa diversa è la pillola del giorno dopo, che, pur rivolta ad impedire la gravidanza, non interviene con certezza dopo che c’è stato il concepimento. Per la Ru486, quindi, c’è la scomunica per il medico, per la donna e per tutti coloro che spingono al suo utilizzo». «Rimango allibito dall'atteggiamento dell'Aifa (agenzia italiana per i farmaci)» ha anche detto Sgreccia e « spero - ha aggiunto - che ci sia un intervento da parte del governo e dei ministri competenti» perché la pillola abortiva RU486 «non è un farmaco, ma un veleno letale».

«L'AGGRAVANTE DEL RISCHIO PER LA MADRE» - La pillola«ha effetto abortivo, quindi valgono - prosegue Sgreccia - tutte le considerazioni che valgono quando si parla di aborto volontario. C’è, inoltre, un’aggravante che dovrebbe far riflettere anche chi appoggia la legalizzazione dell’aborto chirurgico, ed è il rischio per la madre. Più di venti donne sono morte per effetto della somministrazione di questa sostanza. Questo farmaco assume, quindi, la valenza del veleno. È una sostanza non a fine di salute, ma a fine di morte. Si va contro la regola fondamentale della vita della madre. Bisognerebbe, per questo motivo, sospendere tutto. Inoltre - prosegue il vescovo - si cerca di scaricare sulla donna sola la responsabilità della decisione. Si torna a una forma di privatizzazione dell’interruzione di gravidanza. All’inizio si è legalizzato l’aborto proprio per toglierlo dalla clandestinità, ora il medico se ne lava le mani e il peso di coscienza ricade sulla donna».

«SULL'AIFA PRESSIONI POLITICHE ED ECONOMICHE» - Sgreccia poi non ha dubbi sulle cause che spingono l’Aifa alla liberalizzazione del farmaco: si tratta, secondo il presule, di «pressioni politiche ed economiche».


Fonte corriere della sera

30/07/2009

Napoli, suicida la console di Germania Sulla scrivania una lettera di scuse

 

Tragedia. Si è lanciata dal secondo piano della sua casa in via Petrarca: aveva 61 anni. Il corpo trovato dal portiere

 

 

 

 

NAPOLI - La console di Germania a Napoli, Angelika Völkel, secondo quanto si apprende dalla polizia, si è suicidata lanciandosi dal secondo piano dell’abitazione di via Petrarca, 203. La donna, 61 anni, è finita sulle rampe del garage sottostante. Il portiere dello stabile ha scoperto il cadavere alle 5,30. La Völkel non era sposata, la sua famiglia vive in Germania mentre un fratello lavora negli Usa.

IL BIGLIETTO - Sulla sua scrivania la console ha lasciato un biglietto di scuse ai familiari e ai suoi collaboratori del consolato. Un messaggio breve in cui ha parlato genericamente di un «malessere» che l'affliggeva ma non è ancora chiaro a cosa si riferisse: se ad una grave malattia oppure ad problema depressivo. Poi ha lasciato un numero di telefono, quello del fratello, invitando chi l'avesse ritrovato a contattarlo per dargli la notizia della sua morte.

GENEROSA - Sotto choc i dodici collaboratori del consolato. «Angelika era una persona buona e generosa, che amava Napoli e l'Italia», dicono tra le lacrime. «Era molto contenta del rinnovo del suo contratto, per un altro anno fino alla pensione, perché voleva stare qui a Napoli». Una persona attenta sempre ai rapporti con le comunità locali, tanto da visitare, in modo incessante, scuole, istituti e tenere seminari e incontri. «Una donna, inoltre, molto elegante - aggiunge una persona che la conosceva bene -. Mi chiedeva sempre: questo è adatto all'eleganza italiana?».

DA TRE ANNI - La Völkel era console a Napoli dal 2006. Dal 1978 al 2005 ha partecipato a missioni presso le rappresentanze diplomatiche tedesche a Belgrado, Vienna, Kuala Lampur, Niamey (Niger) e Dakar. La sede consolare a Napoli con i suoi 12 collaboratori è competente sul territorio dell’Italia meridionale, dal Molise a tutta la Sicilia.

Incidenti in montagna, padre e figlio muoiono durante un'escursione

 

Incidente tra le province di Belluno e Pordenone. monte bianco, muore alpinista straniero. Trovati i corpi di un uomo di 41 anni e di un bambino di 9: sono precipitati sul Monte Cavallo

 

 

Escursionisti (foto d'archivio)
Escursionisti (foto d'archivio)

BELLUNO - Due escursionisti, padre e figlio, sono precipitati in montagna perdendo la vita nel gruppo del monte Cavallo, tra le province di Belluno e Pordenone, tra Veneto e Friuli. Lo riferisce il Soccorso alpino Veneto, spiegando che mercoledì sera attorno alle 22.30 è scattato l'allarme per la ricerca di due persone uscite in mattinata per un escursione al rifugio Semenza nel Bellunese e mai più rientrate: ad allertare i soccorritori era stata la moglie di S.D.C., 41 anni, di Godega di Sant'Urbano (Treviso), preoccupata perché il marito era scomparso, dopo essere partito per una camminata con il figlio S. di 9 anni.

LA ZONA - Le squadre del Soccorso alpino dell'Alpago hanno subito rinvenuto l'auto dell’uomo parcheggiata in località Col Indes, dove è stato allestito il campo base, e hanno iniziato a perlustrare la val Salatis e l'area attorno al rifugio Semenza. Contestualmente sono state allertate anche le squadre del Soccorso alpino di Pordenone, dal momento che i sentieri toccano entrambe le province. Padre e figlio erano diretti al rifugio Semenza, raggiunto attorno alle 13.30 come da testimonianza raccolta, per poi proseguire verso il monte Cavallo.

DINAMICA - Poco prima delle 6 sono stati trovati i corpi senza vita dei due. I soccorritori hanno individuato le salme in Val dei Sughet, nel comune di Aviano, nel gruppo del monte Cavallo e Palantina. Non si conoscono le dinamiche dell'incidente: padre e figlio sono sicuramente scivolati dal sentiero, precipitando per una quarantina di metri, e rotolati per altrettanti sul ghiaione. L'elicottero del Suem di Pieve di Cadore ha trasportato in quota tecnici e personale medico, che ha solamente potuto constatare il decesso.

ALPINISTA STRANIERI - Un altra tragedia è avvenuta sulle Grandes Jorasses, nel massiccio del Monte Bianco, dove un alpinista straniero ha perso la vita. L'incidente si è verificato sul versante italiano, nella zona del Reposoir, a circa 3.500 metri di quota. La vittima - probabilmente di nazionalità tedesca o austriaca - è precipitata nel canale Whymper. Era insieme ad un compagno di cordata ma i due procedevano slegati. La causa della caduta è stata presumibilmente una scivolata sulla roccia, forse su una placca di ghiaccio. Sul posto sono intervenuti il Soccorso alpino valdostano, che ha recuperato il corpo, e la guardia di finanza di Entreves, che si occupa delle indagini.

I poveri in Italia sono oltre 8 milioni, la maggioranza al Sud

 

Istat: «L'aumento non è statisticamente rilevante». Si tratta del 13,6% della popolazione globale. In povertà assoluta 2,9 milioni, pari al 4,9% (+0,8% in un anno)

 

 


ROMA - I poveri in Italia sono 8.078.000, pari al 13,6% della popolazione, secondo i dati diffusi dal Rapporto 2008 dell'Istat sulla povertà. Le famiglie che si trovano in condizioni di povertà relativa sono stimate nel 2008 in 2.737.000 (11,3%). Il fenomeno è maggiormente diffuso al sud (23,8%), dove l'incidenza di povertà relativa è quasi cinque volte superiore a quella del resto del Paese. In povertà assoluta, cioè persone che non possono conseguire uno standard di vita minimamente accettabile, sono 2.893.000 (4,9% dell'intera popolazione) e vivono in 1.126.000 nuclei familiari (4,6%).

ISTAT: «AUMENTO NON STATISTICAMENTE RILEVANTE» - Nei dati relativi al 2007, diffusi nel mese di aprile dalla stessa Istat, i poveri assoluti risultavano essere 2,5 milioni (4,1% della popolazione) in 975 mila famiglie. Secondo l'Istat questo aumento «non è statisticamente rilevante». La soglia di povertà per un nucleo di due componenti è rappresentata dalla spesa media mensile per persona e nel 2008 è risultata pari a 999,67 euro.

POVERTÀ - Secondo l'Istat, quindi, l''incidenza di povertà assoluta è rimasta sostanzialmente stabile a livello nazionale, ma è significativamente aumentata al Sud, passando dal 5,8% al 7,9%, contro il 2,9% del Centro e il 3,2% del Nord. La condizione di povertà assoluta peggiora tra le famiglie di quattro componenti, in particolare coppie con due figli, soprattutto se minori; tra le famiglie con a capo una persona con licenza media inferiore, con meno di 45 anni o con a capo un lavoratore autonomo. L'incidenza aumenta anche tra le famiglie con almeno un componente alla ricerca di occupazione, mentre un leggero miglioramento si osserva solo tra le famiglie dove si associa la presenza di componenti occupati e di ritirati dal lavoro.

 

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