31/08/2009

Arsenale narcos sotto la statua di San Pio Droga: 250mila euro in due giorni

 

A scampia. Pistole e fucili per «difendere» la piazzetta di spaccio. In un appartamento si coltivava cocaina in casa


 

 

NAPOLI - Un piccolo arsenale nascosto sotto il piedistallo della statua di Padre Pio. Nascondiglio che gli spacciatori di Scampia reputavano perfetto per occultare le armi. I carabinieri hanno scovato fucili e pistole nella piazzetta del lotto «G» del degradato quartiere napoletano. Utili in caso di «necessità». La vasta operazione antidroga ha portato alla luce circa 400 kg di sostanze stupefacenti (tra cocaina, eroina, hashish e marijuana) per un valore stimato di 15 milioni di euro oltre a 250mila euro in contanti, ovvero l'incasso di due giorni di «lavoro». Tutto è stato sequestrato nel blitz avvenuto la scorsa notte tra il quartiere di Scampia e Mugnano, comune dell'hinterland.

COCAINA «FATTA» IN CASA - I militari hanno anche scoperto un appartamento, sempre a Mugnano, dove con molte probabilità si coltivava coca. Infatti sono stati trovati oltre tremila semi, ora all’esame di esperti botanici, e potenti fertilizzanti. Sono complessivamente sette le persone finite in manette. Nei due appartamenti di Scampia i carabinieri hanno anche scoperto una sorta di «cassa continua» della camorra dove i pusher versavano il denaro che veniva poi prelevato dai vertici dell’organizzazione.

PANETTI «TAROCCATI» - I pusher di Scampia, secondo i carabinieri, avevano trovato anche il sistema di confezionare il panetto di droga «tarocco». Praticamente «tagliavano» la cocaina e riuscivano a rivenderla come pura ingannando così anche le persone più esperte. Sui panetti, compressi con l’utilizzo di una potente pressa idraulica, venivano anche apposte le forme, simili a quelle trovate sulle confezioni di droga provenienti dal sud America. Così da 500 grammi di cocaina i trafficanti ne avrebbero ricavato oltre un chilo. La coca pura - di solito un centinaio di grammi su un panetto da un chilo - veniva messa all’estremità in modo da trarre in inganno chiunque interessato all’acquisto volesse assaggiarla. A scoprirlo sono stati i carabinieri del nucleo investigativo del gruppo di Castello di Cisterna, coordinati dal tenente colonnello Fabio Cagnazzo.


«I talebani mi hanno mutilato»

 

Il racconto di Lal Mohamed a cui hanno tagliato naso e orecchie mentre si recava ai seggi elettorali, «in ospedale non mi hanno curato. le autorità non si sono occupati del mio caso»

 

Lal Mohamed è stato mutilato dai talebani (foto Indipendent)
Lal Mohamed è stato mutilato dai talebani (foto Indipendent)

KABUL - Ci vuole coraggio. Per uscire di casa e andare a votare. Per raccontare e denunciare quello che è successo. Semplicemente per riuscire a sopravvivere in Afghanistan. Tra bombe e minacce. Tra soldati e talebani. Lal Mohamed è un uomo coraggioso. Uno dei tanti eroi che vivono nel paese. Il 20 agosto ha sfidato i talebani. Ha lasciato il suo villaggio, nella provincia di Uruzgan, per andare in uno dei seggi elettorali. Non c'era minaccia a convincerlo di non uscire di casa. I Mujaheddin l'hanno fermato e, dopo averlo picchiato a sangue, gli hanno tagliato naso e orecchie. Lo hanno lasciato così, sul ciglio della strada, come esempio per tutti gli afgani che volevano esercitare il loro diritto di voto. E che sperano nella democrazia e nel futuro.

LA DENUNCIA- C'è chi dice che nel paese ci sono sicuramente altri casi simili. Ma per adesso Mohamed è tra i pochi che ha deciso di raccontare e ha scelto il quotidiano inglese Independent. È a casa di un amico. Mutilato e umiliato, l'uomo di 40 anni, ha spiegato, tra le lacrime, che la mattina delle elezioni doveva camminare almeno un'ora e mezza per arrivare al suo seggio. Dopo solo mezz'ora è stato fermato da tre uomini armati che hanno trovato il certificato elettorale. «Hanno cominciato a picchiarmi così forte che sono caduto a terra. Poi un uomo si è seduto a cavalcioni su di me e ha tirato fuori un coltello». Mohamed, poi non si ricorda nulla, tranne che è rimasto sulla strada per molto tempo. Fino a quando «un uomo mi ha portato a Kabul su un asino. Pensavo di morire». All'ospedale, «nessuno mi ha assistito, mi hanno rimandato a casa dicendo che erano pieni e di tornare dopo un paio di giorni». Solo che «ero una maschera di sangue». Ha dovuto farsi «prestare dei soldi per comprare le medicine. Adesso mi hanno promesso un intervento, però c'è il problema del debito». Intanto neanche la polizia «è intervenuta»

LE ELEZIONI- «Ecco cosa succede quando ci si mette contro i talebani. Gli stranieri dicono: "Esci a votare". Poi però non ti aiutano», a parlare questa volta è l'amico di Mohamed. Si è preso cura di lui, lo protegge e lo sta curando. I talebani erano stati chiari: «Non andate a votare e ve ne pentirete». Nel sud l'affluenza è stata bassissima, «troppa paura delle conseguenze». Ma c'è chi come Mohamed non pensava di «fare qualcosa di sbagliato». Per questo si è fatto coraggio. Ed è partito per votare.


Topolino si compra l'Uomo Ragno

 

Il passaggio di proprietà formalizzato per 4 miliardi di dollari. La Walt Disney acquisisce Marvel, casa editrice che pubblica anche i Fantastici Quattro e L'incredibile Hulk

 

Spiderman, l'Uomo Ragno, personaggio-simbolo della Marvel (Ansa)
Spiderman, l'Uomo Ragno, personaggio-simbolo della Marvel

LOS ANGELES- La Walt Disney ha annunciato oggi di aver raggiunto un accordo per acquistare la Marvel Entertainment per 4 miliardi di dollari in titoli e azioni. Una volta finalizzata la transazione, la Disney diventerà titolare di serie di grandissimo successo come «I fantastici quattro», «Spider Man», «X-men» e l'«Incredibile Hulk». Dopo l'annuncio le azioni della Marvel volano in borsa di oltre il 25% a circa 49 dollari.

OPPORTUNITA' DI CRESCITA - «Aggiungere la Marvel al portafoglio di marchi già unico della Disney - ha detto l'amministratore delegato Bob Iger - garantisce significative opportunità di crescita nel lungo termine oltre che la generazione di valore». In base agli accordi presi, gli azionisti di Marvel riceveranno 30 dollari in contanti più 0,745 azioni Disney per ogni titolo detenuto. Ike Perlmutter, attuale amministratore delegato di Marvel, rimarrà alla guida delle attività Marvel e lavorerà a stretto contatto con la dirigenza di Disney per integrare al meglio i rispettivi business. In un'intervista alla Cnbc, Iger ha precisato che l'acquisto di Marvel non significa necessariamente l'inizio di una nuova fase di acquisti da parte della Disney.

UN MARCHIO STORICO - La Marvel era nata nel 1939 quando l'editore newyorkese Franc Torpey decise di pubblicare la rivista Motion Picture Funnies Weekly in cui comparivano tra l'altro le avventure dell'uomo di Atlantide, il supereroe principe Namor aka Sub Mariner. La rivista non ebbe molti riscontri ma l'idea della rivista a fumetti piacque molto a un altro editore, Martin Goodman, della Western Fiction Publishing, che decise di rilevare la soceità di Torpey dando poi vita alla Timely Comics. Che negli anni a seguire iniziò a pubblicare le avventure di altri supereroi, da Capitan America ai già citati Fantastici Quattro, Spiderman, Hulk e X-Men, e che arrivò ad acquisire l'attuale denominazione nel 1961.


Torino, spiava la moglie dal televisore italiano 54enne arrestato per stalking

 

L'uomo controllava la consorte, dalla quale si stava separando, attraverso una telecamera nascosta nella tv, cabina di regia in cantina: denunciato anche per interferenza illecita nella vita privata

 

TORINO - Controllava da mesi, minuto dopo minuto, la moglie, dalla quale si stava separando. Era riuscito infatti ad installare una telecamera all'interno del televisore nel salotto della donna, allestendo in cantina una sorta di sala di regia da dove poteva spiare la sua vittima. Il tutto con una attrezzatura acquistata dai cinesi. L'uomo, un italiano di 54 anni, è stato ora arrestato con l'accusa di stalking dai carabinieri della stazione di Riva Presso Chieri, in provincia di Torino. Da mesi importunava e perseguitava la consorte, con molestie e minacce. I carabinieri sono intervenuti dopo che la donna ha sporto denuncia contro il marito che, oltre all'arresto per stalking è anche stato denunciato per interferenza illecita nella vita privata.


La Juventus piega la Roma: 3 a 1 L'Inter straccia il Milan: finisce 4-0

 

La doppietta di Diego e un gol di Melo permettono ai bianconeri di salire in testa alla classifica, a punteggio pieno anche Sampdoria, Genoa e Lazio

 

La Juventus ha espugnato l'Olimpico. La doppietta di uno straordinario Diego permette alla Juventus di passare sul campo della Roma. E' un successo firmato dal brasiliano che sblocca il risultato al 25' e, al 68', riporta in vantaggio la Juve dopo il momentaneo pareggio di De Rossi, al 35'. Al 93' il 3-1 siglato da Felipe Melo. Nella Roma Spalletti si affida al terzo portiere: dentro l'esordiente Julio Sergio, in panchina Artur. In difesa la coppia Mexes-Burdisso, a centrocampo torna Perrotta, schierato sulla trequarti insieme a Menez e Taddei. Totti unica punta. Nella Juve: Camoranesi in panchina, Tiago titolare. A centrocampo c'è Felipe Melo, sulla trequarti Diego, Amauri-Iaquinta la coppia d'attacco, Del Piero in panchina. Avvio bianconero, ma il primo tiro in porta arriva al 22' con un colpo di testa di Tiago che costringe Julio Sergio in angolo. Tre minuti più tardi, al 25', Juve in vantaggio: Diego approfitta di uno svarione di Cassetti, va via in contropiede e con l'esterno destro batte Julio Sergio. La Roma reagisce e, al 35', De Rossi sigla l'1-1 con un gran destro dalla distanza. Al 43' palo di Amauri, al 46' Buffon salva la sua porta con un grande intervento su Totti. Nella ripresa Juve pericolosa due volte con Amauri e una con Iaquinta. Poi, al 23', i bianconeri passano in vantaggio ancora con Diego che salta Mexes e di destro batte Julio Sergio: doppietta per il brasiliano e 2-1 per la Juve. Non ci sta la Roma che risponde con Menez, Vucinic e soprattutto Totti che al 34' centra il palo con un destro imparabile. Al 93' il 3-1 di Felipe Melo che chiude con un preciso sinistro il suo contropiede. Finisce 3-1 per i bianconeri, Juve a punteggio pieno, Roma ancora ferma a 0.

LAZIO, SAMP E GENOA A PIENO RITMO - Juve a punteggio pieno assieme a Sampdoria, Genoa e Lazio. I blucerchiati, dopo aver espugnato Catania, si ripetono anche a Marassi dove superano l'Udinese 3-1. Apre le marcature il solito Pazzini, raddoppia Mannini, firma il tris Cassano, che poi fallisce pure un rigore. In mezzo la terza rete stagionale di Di Natale. Successo di misura per il Genoa, che espugna Bergamo con un gol a fine primo tempo di Moretti lasciando l'Atalanta a zero punti, mentre la Lazio vince in rimonta sul campo del Chievo con le prime reti in biancoceleste del «Jardinero» Cruz. Dopo il vantaggio di Pellissier, l'ex interista pareggia i conti dal dischetto e nella ripresa completa l'opera regalando ai suoi il secondo successo, arrivato nonostante l'espulsione di Cribari al 14' della ripresa. Bene anche la Fiorentina, che contro il Palermo soffre ma ha la meglio grazie alla nuova prodezza di Jovetic mentre il Parma, nel giorno della presentazione di Zaccardo, raccoglie il suo primo successo stendendo il Catania con Galloppa e Paloschi (di Biagianti la rete del provvisorio 1-1). Grande Napoli al San Paolo. Un super-Quagliarella (doppietta) e il ritrovato Hamsik trascinano i partenopei al successo sul Livorno a cui il gol di Cristiano Lucarelli non basta per evitare il ko contro l'ex Donadoni. Bel colpo infine per il Siena, che espugna il «Sant'Elia» con un Calaiò in grande spolvero. Suoi i primi due gol che mettono al tappeto il Cagliari, che prova a rialzarsi grazie al rigore trasformato da Jeda prima che Reginaldo metta in cassaforte i tre punti.

IL DERBY - Una vera e propria lezione di calcio. Finisce 4-0 per i nerazzurri il derby Milan-Inter, il primo giocato in campionato ad agosto. La partita termina di fatto già nel primo tempo chiuso per 3-0 a favore della squadra di Mourinho. Impossibile per i rossoneri tentare una rimonta visto che si trovavano in 10 fin dal 39' del primo tempo per l'espulsione di Gattuso autore di due fallacci.

LA PARTITA - Dopo un'iniziale predominio rossonero i nerazzurri passavano in vantaggio al 29’ con Thiago Motta che trasformava un passaggio filtrante di Milito. Raddoppio dello stesso Milito su calcio di rigore al 36’ (dopo un fallo in area di Rino Gattuso su Samuel Eto’o che costava la prima ammonizione al rossonero). E al 39’, ammonito poco prima per il fallo da rigore, Gattuso ha commesso un altro duro fallo sull’olandese Wesley Sneijder guadagnandosi il secondo giallo e l’espulsione, con i rossoneri così ridotti in dieci uomini. Uscita dal campo con polemica, con Gattuso che lanciava la fascia di capitano e se la prendeva con Leonardo e Seedorf, rei di aver ritardato troppo la sua sostituzione, chiesta peraltro poco prima dallo stesso centrocampista della Nazionale. Al 1’ di recupero prima dell’intervallo è arrivato poi anche il terzo gol nerazzurro, firmato da Maicon che concludeva un veloce triangolo. Nella ripresa Leonardo buttava dentro Ambrosini e Seedorf per Flamini e Borriello ma la partita la faceva ancora l'Inter, che con Eto'o e Sneijder era sempre pericoloso mentre il solo Pato non bastava a creare fastidi alla difesa nerazzurra. Al 19' usciva anche uno spento Ronaldinho per far posto a Huntelaar, le idee però mancavano in casa rossonera, l'inferiorità numerica si faceva sentire e al 22' arriva anche il quarto gol nerazzurro, con un destro violento dai 35 metri di Stankovic che non lasciava scampo a Storari. La formazione di Mourinho sfiorava anche il quinto gol in più di un'occasione dalla distanza ma il 4-0 era più che sufficiente per ricordare ai rossoneri e alle altre big del campionato chi è e sarà la squadra da battere.

I COMMENTI - «Sono contento, per quello che ho fatto ma non sono al meglio della mia forma. Devo lavorare per arrivare al cento per cento, per fare una buona stagione. Abbiamo conquistato tre punti importantissimi» sottolineava Maicon, difensore brasiliano dell'Inter. «Nei primi quindici minuti abbiamo sbagliato passaggi che in altre gare non sbagliamo, poi abbiamo conquistato spazio e fatto una bellissima gara, complimenti a tutti. Sneijder? Tutti i grandi giocatori che entrano in una squadra fanno bene. È stata una partita importante, dobbiamo partire da qui. Sappiamo che magari in un'altra gara non può capitare ma è importante soffrire per per conquistare sempre i tre punti».
«Fino al primo gol dell'Inter, nella prima mezzora, la squadra c'era. È stata una gara alla pari contro una squadra tosta e organizzata. Messa in campo bene. Prima del primo gol c'eravamo, poi c'è stata fatica a gestire un momento difficile e in questo dobbiamo crescere» spiegava a fine partita l'allenatore del Milan Leonardo. Il tecnico brasiliano commentava poi la prestazione del connazionale Ronaldinho. «Oggi non ha fatto una buona gara, ha giocato contro una squadra tosta con difensori di grande fisicità e ci vuole più movimento ma non voglio fare giudizi singoli. La squadra ha vissuto un momento di difficoltà nel momento del gol e dobbiamo essere bravi a gestire e leggere bene la partita. Supportare le tre punte? L'idea non sono tre punte ma il 4-3-1-2, se pensiamo a chi ha fatto la mezza punta, con Sneijder è diverso da Ronaldinho. Dinho è una mezza punta che ha facilità in attacco e si mette in posizione avanzata. Non siamo stati brillanti, dopo la prima mezzora. Non possiamo giudicare la squadra per due partite, ma abbiamo anche fatto cose buone».

 

 



BariBari 0 - 0

BolognaBologna

MilanMilan 0 - 4 InterInter

29' Motta
36' Milito (R)
46' Maicon
67' Stankovic
RomaRoma 1 - 3 JuveJuve
35' De Rossi
25' Diego
68' Diego
93' Melo
AtalantaAtalanta 0 - 1 GenoaGenoa

45' Moretti
CagliariCagliari 1 - 3 SienaSiena
76' Jeda (R)
52' Calaiò
70' Calaiò
89' Reginaldo
ChievoChievo 1 - 2 LazioLazio
16' Pellissier
41' Cruz (R)
53' Cruz
FiorentinaFiorentina 1 - 0 PalermoPalermo
29' Jovetic

NapoliNapoli 3 - 1 LivornoLivorno
10' Quagliarella
36' Hamsik
83' Quagliarella
48' Lucarelli
ParmaParma 2 - 1 CataniaCatania
13' Galloppa
47' Paloschi
15' Biagianti
SampdoriaSampdoria 3 - 1 UdineseUdinese
11' Pazzini
46' Mannini
83' Cassano
56' Di Natale

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Muore annegato durante reality

 

Tragedia in THAILANDIA. Il concorrente Saad Khan stava attraversando un laghetto con un peso di 7 kg sulle spalle: lascia 4 figli

 

 

Doveva essere una banalissima prova di resistenza fisica, di quelle che impazzano in tv. Si è trasformata invece in una tragedia per Saad Khan, un 32enne pachistano, sposato e padre di quattro figli, morto annegato durante le riprese di un reality in Thailandia. L'uomo stava attraversando un laghetto a nuoto con un peso di 7 chili sulle spalle quando è scomparso sotto le acque: la troupe ha cercato di salvarlo senza riuscirci e il suo corpo è stato recuperato dai sommozzatori.

LA SFIDA La «sfida subacquea» era stata proposta da una ospite dello show, la modella pakistana Amina Sheikh. La notizia della morte del concorrente, confermata da fonti della Unilever (sponsor del programma), era stata inizialmente riportata dall'e-magazine pakistano Aarpix.com, che l'aveva appresa dalla famiglia della vittima, e poi era finita su una serie di blog e su Twitter.

PRODUZIONE SOSPESA - Le autorità thailandesi - il reality show veniva prodotto a Bangkok - hanno aperto un'inchiesta e disposto l'autopsia sul corpo della vittima. «È stato un tragico incidente - ha detto Tim Johns, portavoce locale del gruppo Unilever -. Siamo sotto choc per quanto è successo e il nostro pensiero va alla famiglia. Al momento stiamo seguendo tutti gli accertamenti e contiamo di andare fino in fondo alla cosa». La Unilever si è anche offerta di provvedere finanziariamente alla vedova e ai quattro figli della vittima, precisando tuttavia di non accettare alcuna responsabilità legale per la morte di Khan. Intanto, la produzione del programma è stata sospesa.


Inflazione: risale in agosto, +0,2%

 

I dati preliminari dell'Istat. Da un anno per la prima volta in crescita. Eurostat: nei sedici Paesi dell'euro ancora negativa, -0,2%

 

(Liverani)
(Liverani)

ROMA - Dopo un anno in Italia risale l'inflazione. Secondo i dati preliminari dell'Istat, in agosto di è registrato un aumento dei prezzi dello 0,4% rispetto al mese precedente, portando l'inflazione tendenziale su agosto 2008 a +0,2%. L'inflazione acquisita per il 2009, ovvero quella che si avrebbe se si continuasse a registrare lo stello livello rilevato ad agosto, è pari al +0,9%. Aumentano in maniera rilevante i prezzi dei carburanti. La benzina in agosto è aumenta dell’1,8% rispetto a luglio, mentre per il gasolio c’è stata una crescita del 3%. I beni alimentari hanno segnato una diminuzione su base mensile dello 0,1%. Lunedì 31 agosto però ci sono stati nuovi ribassi su benzina e diesel. Dopo il movimento venerdì di Total, Esso ha diminuito di 0,5 centesimi la benzina e di 0,6 centesimi il diesel. Q8 ha tagliato di 1,5 centesimi la benzina e di 1 centesimo il diesel. Interventi sulla sola benzina invece per Shell e Tamoil: -0,5 centesimi. Lo riporta Quotidianoenergia.it.

ZONA EURO - Dati diversi nei sedici Paesi che hanno adottato l'euro come moneta unica. Secondo l'Eurostat, infatti, ad agosto l'inflazione è stata pari a -0,2%, il livello più basso dalla nascita dell'euro. In luglio l'indice dei prezzi al consumo nell'Eurozona era stato pari a -0,7%.

CONSUMATORI - Le associazione dei consumatori Adusbef e Federconsumatori in un comunicato congiunto invitano il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, di passare «dalle parole ai fatti, mettendo le mani al portafoglio». Secondo i due rispettivi presidenti, Elio Lannutti e Rosario Trefiletti, «alla luce dei dati Istat sui consumi di giugno, del pessimo andamento economico, delle disastrose previsioni sul Pil, a cui si aggiungono le pesantissime ricadute per l'aumento di cassa integrazione e licenziamenti (che produrranno minori entrate di 580 euro annui a famiglia, ed addirittura di circa 980 euro annui per le famiglie a reddito fisso), è indispensabile intervenire con una manovra concreta a sostegno delle famiglie».


Uccide moglie e figlio e cerca il suicidio

 

Un disoccupato in una frazione di Reggio Emilia: «Una mattanza». L'uomo è in coma dopo aver preso farmaci e alcol. In fin di vita un altro figlio di 4 anni e la padrona di casa

 

REGGIO EMILIA - Strage famigliare la scorsa notte a Sabbione, frazione di Reggio Emilia. Davide Duò, ex operaio ceramista disoccupato di 47 anni di origini torinesi, ha ucciso nel sonno la moglie Sandra Pattio (45) e il figlio Thomas (19), ha ridotto in fin di vita l'altro figlio Marco di 4 anni ed Elisabetta Detti, padrona di casa 79enne che da tempo li ospita, amica della madre di sua moglie. Dopo di che ha tentato il suicidio ingurgitando alcol e farmaci in quantità. Quindi intorno alle 4,15 ha chiamato il 112, ma prima dell'arrivo dei carabinieri è uscito di casa e probabilmente a seguito di una caduta ha battuto la testa. È stato trovato in coma e ricoverato all'ospedale di Reggio Emilia.

«MATTANZA» - La strage è stata compiuta, secondo i primi accertamenti, utilizzando una mazzetta da muratore e un coltello per disossare i prosciutti. Secondo gli investigatori si è trattato di «una vera e propria mattanza». Le prime ipotesi propendono per un disagio di natura psicologica forse legato alla mancanza di lavoro. Duò da tempo soffriva di depressione ed è definito «un tipo ombroso» da chi lo conosce. I suoi parenti, che vivono nella vicina Scandiano, lo sentivano pochissimo e da tempo non lo vedevano.


30/08/2009

Volevano uccidere figli di pentiti: 4 arresti

 

Gli arrestati disponevano di notevoli quantità di armi e di uomini. I pregiudicati pensavano di rapire due bambini di 7 e 11 anni e un ragazzo appena maggiorenne

 

NISCEMI (Caltanisetta)- Dalle parole volevano passare ai fatti. Dalle minacce alla realtà. Li avevano avvisati che se avessero fatto rivelazioni a proposito di Cosa Nostra ci sarebbe andata di mezzo la famiglia. Così quattro pregiudicati stavano pianificando il rapimento e la probabile uccisione di figli e parenti di due pentiti in pectore, tra cui due bambini di 7 e 11 anni e una ragazzo appena maggiorenne. A fermarli la squadra mobile di Caltanisetta con gli uomini del commissariato di Niscemi e di Vittoria.

LE INDAGINI- I poliziotti li hanno pedinati, intercettati e fermati nella notte tra sabato e domenica su ordine del pubblico ministero Fabio Scavone, della Dda di Catania. In manette sono finiti i pregiudicati Rosario Lombardo, 48 anni, soprannominato «Saru Cavaddu», già agli arresti domiciliari, Giuseppe Lodato, di 54, detto «Peppi Vureddu», Alessandro Ficicchia, 42 anni, tutti di Niscemi, Alessandro Aparo, 27 anni, di Vittoria. Per tutti l'accusa è di associazione mafiosa. Gli arrestati disponevano di notevoli quantità di armi e di uomini. Uno dei due pentiti delle cosche di Nisceni, che ha già cominciato a fare importanti rivelazioni, aveva subito, l'11 luglio scorso, l'incendio di due auto e ricevuto intimidazioni telefoniche anonime pervenute alla sua convivente. La madre, inoltre, aveva ricevuto una «visita» nella propria abitazione. Proprio la madre del collaboratore di giustizia è apparsa la più determinata nel denunciare tutto alla polizia e così sono scattate le indagini che hanno portato all'operazione di stanotte, denominata «Crazy Horse».


Dal soldato Jeremy a mamma Kim I «resistenti» che fuggono in Canada

 

Il reportage - Tra i militari americani che hanno combattuto in Iraq e Afghanistan. Chiedono la cittadinanza di Ottawa. «Proviamo vergogna e odio». Contrari alla guerra, rischiano il carcere. Negli Usa sono disertori

 

TORONTO — Molti li defi­niscono, sbrigativamente, «disertori», altri preferiscono chiamarli «war resisters» (cioè resistenti, obiettori di coscienza contro i conflitti at­tualmente in corso in Iraq e in Afghanistan): sono circa 220 i soldati americani che, rifiutando di combat­tere per «una guerra ingiusta» hanno trovato rifu­gio in Canada, a Toronto. Ma di loro solo il 50 per cento ha fatto richiesta al governo di Ottawa di residenza permanente nel Paese, non avendo al­cuna intenzione di rimettere piede negli Stati Uni­ti.

Il primo di questi, nei nostri incontri, è stato il soldato Jeremy Hinzman, che si è presentato al­l’appuntamento — nel pub Einstein, frequentato da una combriccola di goliardi e vecchi lievemen­te anarchici — col figlio Liam e la figlia Catie, otto mesi e gli occhi pieni di lacrime e spavento: «82esima Airborne Division — si autodefinisce subito con la sobrietà del militare a rapporto —. Ho firmato un contratto di 4 anni con l’esercito e sono stato subito destinato all’Iraq, dove c’era quel mostro di Saddam Hussein e dove c’erano anche, nascoste, centinaia di armi di distruzione di massa. Quest’ultima, una notizia falsa, gonfia­ta dalla propaganda. Io sono un quacchero e la mia coscienza non mi consentiva di combattere più a lungo in una guerra che lo stesso presidente Obama ha definito 'stupida' e 'ingiusta'. E così, nel gennaio del 2004, ho passato il confine insie­me a due compagni. Per me e per la mia famiglia è già stato emesso ordine di espulsione. Resto in attesa della decisione del governo federale».

Sulla vicenda dei «disertori» americani l’atteg­giamento delle autorità canadesi è ambiguo. Do­po il ’69 e negli anni più ruggenti della guerra in Vietnam circa 55 mila soldati arruolati nell’eserci­to degli Stati Uniti varcarono la frontiera (lunga 8.891 chilometri) e si rifugiarono in Canada, ac­colti a braccia aperte dai canadesi e dal governo liberale di Pierre Trudeau, felice di offrire «un por­to di pace» a quei ragazzi usciti incolumi ma avve­lenati nell’intimo per aver combattuto una guer­ra in cui non credevano.

Venticinque anni, Jeremy Hinzman può vantar­si di essere il primo soldato americano ad aver messo piede su suolo canadese, a Toronto, nella regione Ontario. Ed è anche il primo ad aver af­frontato le autorità e il Canadian Immigration and Refugee Board per regolarizzare la propria po­sizione come immigrato. Ma la sua richiesta di es­sere accettato come «profugo politico» è stata re­spinta. Lo stesso è accaduto a una cinquantina dell’Army e dell’Air Force americani che sperava­no di ottenere la cittadinanza canadese. Il difenso­re e paladino di questa legione straniera accampa­ta sulle sponde dell’Ontario è Jeffry House, un av­vocato americano che si rifiutò di andare a com­battere in Vietnam ed ora vive a Toronto: «Vengo­no da me per chiedere aiuto — afferma — ed io posso fare ben poco. Ma definirli 'disertori' è vi­le. Sono semplicemente profughi di guerra».

Di tutt’altro parere è il ministro dell’Immigra­zione Jason Kenney e del suo governo presieduto da Stephen Harper, conservatore inflessibile. Ne­gli ultimi undici mesi l’opposizione ha promosso due mozioni per bloccare l’ordine di espulsione inflitto ai soldati yankee, ma non sono servite a nulla. La prima vittima di questa politica della du­rezza è stato un giovane di 25 anni, Robin Long, che, disertando il campo di battaglia iracheno, tre anni or sono aveva raggiunto clandestinamente il Canada. Arrestato il 15 luglio del 2008, venne estradato negli Stati Uniti, dove la Corte marziale gli inflisse 15 mesi di detenzione: una pena lieve se si pensa a un disertore della Seconda guerra mondiale, Eddie Slovik, che venne fucilato.

Insieme a Hinzman, definito dai suoi superiori «un soldato esemplare», altri sono stati colpiti dall’ordine di espulsione e vivono nell’ansia, in attesa che venga loro comunicata la data del prov­vedimento.

Non senza difficoltà siamo riusciti ad avvicinare alcuni di questi poveretti costretti a rientrare in un Paese (il loro) che più non amano e che non li ama e dalla loro bocca sono uscite piccole storie, spesso amare e strazianti, oltre a parole di sfida, disgusto, indignazione. Dal tem­po dell’invasione in Iraq, nel 2003, più di 25 mila soldati americani hanno disertato l’esercito Usa — un aumento dell’80 per cento rispetto al perio­do 1998-2003 — e che la maggioranza ha scelto il Canada come rifugio permanente.

Il caso che più appassiona l’opinione pubblica a Toronto è quello di Kimberly Rivera, che tutti chiamano Kim: una signora texana di 27 anni, ma­dre di tre figli, l’ultima — Katie — di appena otto mesi. È stata la prima donna-soldato ad abbando­nare l’esercito che l’aveva arruolata nel marzo del 2006 e l’aveva subito spedita in Iraq a svolgere mansioni di controllo e vigilanza a un posto di blocco militare: «Me ne sono andata — dice acca­lorandosi — proprio in segno di protesta contro quella guerra. E non s’illudano che, deportando­mi e mettendomi di fronte a un Tribunale milita­re, io cambi idea: che rimanga in Canada o ne ven­ga cacciata, quella è la mia opinione e la griderò ai quattro venti».

Come tanti altri, Kim era partita per l’Iraq con entusiasmo e speranza: «Ma in quei tre mesi a Ba­gdad — aggiunge con un filo di voce — ho comin­ciato a interrogarmi. Mi sono chiesta quale aiuto potevamo dare a quella povera gente. Mi faceva male vedere l’arroganza dei nostri militari. Non avevo scelta. Sono arrivata qui il 18 febbraio del 2007». Alyssa Manning, l’avvocatessa che si occu­pa del suo caso, non si fa troppe illusioni: «Non credo — dice — che il fatto che la sua bimba più piccola, Katie, sia nata in Canada favorisca in qualche modo il suo tentativo di ottenere la resi­denza permanente nel nostro Paese. Comunque, se riuscisse a farcela, il suo rientro negli States comporterebbe problemi molto gravi. Con l’accu­sa di diserzione potrebbe finire in carcere per un paio d’anni. Neanche Obama potrebbe farci nien­te. La Corte marziale è inflessibile coi disertori».

Il sergente Patrick Hart, 36 anni, braccia vigoro­se da lottatore ingentilite dai tatuaggi, è uomo di poche parole. Dice di essersi rifiutato di andare in Iraq per le «menzogne» del suo governo (sulle ar­mi di distruzione di massa) ma più ancora per le testimonianze «sul comportamento atroce e vile dei nostri soldati». E conclude: «Di tornare in America, neanche se ne parla. Provo vergogna e odio per il mio Paese. Mi vergogno di essere ame­ricano ».

Chuck Wiley, un ingegnere navale americano che ha lavorato per 17 anni nella Marina militare degli Usa, si trovava nel 2006 su una portaerei da cui partivano ogni giorno, ogni ora, dei caccia­bombardieri che volavano a bassa quota terroriz­zando le popolazioni delle città irachene. «Come abbiamo saputo dai piloti — spiega — si trattava di strike missions , di missioni illegittime che non rispettavano la Convenzione di Ginevra. Mi resi conto allora che col mio lavoro contribuivo al pro­getto bellico. Profondamente turbato, ne parlai con mia moglie. Prendemmo una decisione e po­co dopo il Natale del 2006 arrivammo in Canada. Ho comunque pagato caro il mio gesto di ribellio­ne. Mi mancavano tre anni alla pensione e ho per­so tutto».

Ryan Johnson, 26 anni, è un ragazzo un po’ me­sto con occhi gentili e la barba rossiccia. Con la moglie Jenna ha fatto un mese di strada in auto dalla California al Rainbow Bridge, sulle cascate del Niagara. La decisione di raggiungere il Cana­da è maturata dopo un incontro con Jeremy Hinz­man. È a Toronto da quattro anni ma la sua do­manda per essere accettato come profugo e obiet­tore di coscienza è stata finora respinta. Confessa di essersi arruolato nell’esercito nel 2003 per far fronte alle difficoltà economiche della sua fami­glia: ma nel novembre del 2004, quando il suo reggimento si preparava a partire per l’Iraq, lui si butta dalla parte dei war resisters : «Non voglio tornare negli Stati Uniti dove sarei condannato e non potrei più uscire — asserisce con calma —. Ma se dovessi tornarci non ho proprio intenzione di chiedere scusa a nessuno».

Commovente il racconto di Jules Tindungan, che è stato in Afghanistan dal gennaio 2007 al­l’aprile 2008. «Ho combattuto nei distretti di Gar­dez e di Khost. I talebani ci attaccavano anche due volte al giorno. Lassù tra quelle montagne c’era poco da mangiare e anche l’acqua scarseg­giava. Il 20 settembre del 2007 ho avuto confer­ma di aver ucciso un uomo. Erano passati sei gior­ni dal mio ventunesimo compleanno. Trascorsi una notte d’angoscia».

Anche Chris Vassey ha combattuto per tre mesi in Afghanistan contro i talebani e racconta di avervi incontrato un giovane poco più che ven­tenne che s’era appena arruolato nell’esercito per avere, con l’ingaggio, la somma necessaria (30 mi­la dollari) al ricovero in ospedale della madre. Il portavoce delle Forze armate, Nathan Banks, so­stiene che l’argomento dei disertori sia stato gon­fiato a dismisura.

Bill King, pianista jazz molto richiesto nei Club e nelle sale di Toronto che accoppia alla musica l’arte della fotografia, dice d essere sempre stato un pacifista mentre «alla Casa Bianca tutti i presi­denti, da Reagan a Clinton a Bush ci raccontava­no delle gran balle sulle ragioni che avevano spin­to i nostri soldati ad andare in Vietnam o in Iraq a fare la guerra. Quindi ho fatto la mia scelta e nel­l’ottobre del ’69 mia moglie ed io siamo venuti in Canada. Allora c’era un altro clima a Toronto e il governo di Pierre Trudeau era ben diverso da quello attuale. Andai al Ministero dell’Immigra­zione dove mi sottoposero a un interrogatorio ma alla fine ottenni la cittadinanza canadese sen­za rinunciare a quella americana».

Più complicata e sofferta la vicenda vissuta da Philip McDowell che dal febbraio 2004 al febbra­io 2005 trascorre un anno in Iraq, in una località a nord di Bagdad dove s’era installato il I Cavalle­ria, la Divisione in cui s’era arruolato. «Trovai tan­ta povera gente soggiogata dalla tirannia, ma do­po che siamo arrivati noi, la vita degli iracheni è ulteriormente peggiorata. Nel 2004 avevo già de­ciso, durante una vacanza, di non tornare. No, non mi vergogno di essere americano. Ma negli States non ci torno più. Mai più».

Nel suo libro «The Deserter’s Tale» (Racconto del disertore) che il Los Angeles Times qualifica come «un sostanziale contributo alla Storia», l’au­tore, Joshua Key, che dopo l’11 settembre s’era ar­ruolato nell’esercito per difendere il suo Paese da Al Qaeda, scrive: «All’inizio io credevo nella mis­sione in Iraq. Saddam Hussein era un mostro che andava tolto di mezzo e bisognava privarlo delle armi di distruzione di massa che erano nelle sue mani. Ma erano tutte balle. Non è stato trovato niente, in Iraq». Nel 2003 Key ha partecipato col suo plotone a 75 raid, irruzioni nelle case private col pretesto di snidare i terroristi, furti e rapine a mano armata, ed è stato testimone di un numero incalcolabile di delitti. A un certo punto racconta che, passeggiando per Bagdad, si è trovato di fronte a una «scena terribile»: «Tutto quello che potevo vedere erano corpi decapitati e tra i corpi e le teste c’erano dei soldati americani. Ho visto due soldati prendere a calci una di quelle teste co­me fosse un pallone». E conclude: no, non c’è nes­suna scusa per quel che ho fatto in Iraq.

Ettore Mo


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