27/07/2010

L'Empire State Building diventa "verde"

L'Empire State Building diventa "verde"

Via a un progetto di ristrutturazione ambientalista. Pellicola isolante su 6.514 finestre. Investimenti per 13 milioni di dollari. L'obiettivo: ridurre il consumo energetico del 40%

 

(Ap)
(Ap)

NEW YORK - Con i suoi 102 piani, i 443 metri di altezza e le 6.514 finestre, l’Empire State Building ha sempre rappresentato il simbolo della vittoria dell’uomo sulla Grande Depressione. Costruito in appena 15 mesi e inaugurato il primo maggio del 1931, lo storico edificio art deco fra la 34simaa e la Quinta ha deciso di reinventarsi e, dopo essersi malauguratamente ripreso il titolo di grattacielo più alto di New York come conseguenza del tragico attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, intende ora trasformarsi nell’edificio più “verde” del pianeta.

EFFICIENZA ENERGETICA - Un progetto ambientalista da 13 milioni di dollari (10 milioni di euro) - che fa parte di un più ampio intervento di ristrutturazione ed ammodernamento da 550 milioni di dollari (oltre 420 milioni di euro) – che verrà portato a termine per buona parte entro la fine dell’anno, destinato a migliorare l’efficienza energetica e a trasformare la costruzione in un modello “eco friendly” su scala internazionale. «Quando rilevammo lo stabile nel 2006 - ha spiegato Anthony Malkin, presidente della Malkin Holdings, proprietaria dell’edificio, al londinese «Guardian» – l’Empire necessitava di essere sistemato perché era distrutto. Il fatto che lo stiamo facendo diventare “più verde” non è perché è la cosa giusta da fare di questi tempi, ma perché è un affare per tutti. Se, infatti, non riduciamo il consumo di energia, perderemo soldi e diventeremo così meno competitivi di Cina, India, Brasile e di altri paesi in via di sviluppo».

L'OBIETTIVO: RIDURRE IL CONSUMO DEL 40% - Grazie all’intervento di restauro, il consumo energetico dovrebbe scendere del 40%, con un risparmio in dollari di oltre 4 milioni (ovvero, quasi 3,1 milioni di euro), che permetterà così di ripagare il costo della ristrutturazione nel giro di tre anni. Non solo. Il progetto relativo all’immobile comporterà anche un taglio delle emissioni di carbonio paragonabile allo stesso risultato ottenuto da 40mila famiglie che dovessero scegliere la “svolta verde”, mentre nei prossimi 15 anni la riduzione sarà di oltre 100mila tonnellate, ovvero come se si facessero sparire dalle strade 20mila auto. Numeri impressionati che se replicati per i cinque più grandi edifici degli States porterebbero ad un risparmio di 2,3 miliardi di tonnellate di emissioni nocive, equivalenti all’inquinamento da gas prodotto dalla Russia in un solo anno.

PELLICOLA ISOLANTE SU 6.514 FINESTRE - Per quanto riguarda gli interventi nello specifico, sulle 6.514 finestre verrà posizionata una pellicola isolante, mentre un sistema intelligente di circolazione dell’aria a basso consumo energetico permetterà di refrigerare lo stabile in estate e di riscaldarlo in inverno. Ogni società che risiede nell’Empire State potrà poi accedere ad un sito online che monitora minuto per minuto il consumo di energia e il relativo costo sul bilancio, paragonandolo a quello degli altri inquilini e offrendo, nel caso, consigli utili su come “tagliare” le voci più pesanti della bolletta. Una mostra multimediale ideata dalla Hornall Anderson di Seattle ed allestita al secondo piano dell’Empire State Building guiderà i visitatori in un viaggio interattivo che li porterà a scoprire i cambiamenti “verdi” che verranno approntati nella struttura grazie all’utilizzo di 15 schermi per la narrazione digitali e di 4 proiettori.

Simona Marchetti

19/07/2010

Marea nera senza fine: individuata una nuova perdita

Marea nera senza fine: individuata una nuova perdita

Ancora brutte notizie per la Bp: gli ingegneri del colosso petrolifero hanno individuato un'altra fuoriuscita di greggio sul letto oceanico vicino al pozzo Macondo. Ed è emergenza petrolio anche in Cina dopo l’esplosione di una raffineria a Dalian

 

 

 

Ancora brutte notizie per la Bp: gli ingegneri del colosso petrolifero hanno individuato un'altra fuoriuscita di greggio sul letto oceanico vicino al pozzo Macondo: e adesso il timore è che la fuga sia dovuta alla cupola di contenimento collocata la scorsa settimana sul pozzo danneggiato della Bp. L'annuncio è stato dato domenica notte dalle autorità statunitensi le quali, molto preoccupate, hanno chiesto all'azienda britannica di accertare la situazione e tenersi pronta alla riapertura del pozzo appena sigillato. 

Poche ore prima l'azienda britannica si era detta ottimista sul funzionamento del dispositivo che ha contribuito a sigillare il pozzo dal quale, da settimane, fuoriesce petrolio nel Golfo del Messico. In serata tuttavia il governo ha diffuso una lettera dell'ex ammiraglio della Guardia Costiera Ted Allen, responsabile statunitense della pulizia, indirizzata a Bob Dudley, capo delle operazioni in loco della Bp, nel quale si fa riferimento a una nuova perdita e ad altre "anomalie" di natura sconosciuta. "Vi invito pertanto a fornirmi al più presto una procedura scritta per riaprire la valvola (del pozzo Macondo), qualora la fuoriuscita di idrocarburi presso il pozzo fosse confermata".


La Bp ha installato la scorsa settimana un'enorme campana sull'orifizio da cui fuoriesce greggio nel mare e che, da giovedì, funziona come una specie di tappo. Sempre da giovedì l'azienda sta realizzando anche i test di pressione per verificare se il pozzo sia in buono stato. Allen ha fatto notare che i livelli di pressione sono inferiori al previsto e ha esortato a capire i motivi. Le cause, ha spiegato, potrebbero essere due: o è diminuita la quantità di petrolio nel pozzo o ci sono potenziali fughe dovute a danni nella struttura. Il timore del governo Usa è che il tappo possa spingere il petrolio a defluire da altri punti se la struttura del pozzo è fragile.


Intanto anche in Cina scoppia l'emergenza marea nera. E' lotta contro il tempo a Dalian per arginare la chiazza di petrolio di 50 chilometri quadrati riversatosi in mare dopo l'esplosione di due condutture nel porto nordorientale del Paese. Il colosso petrolifero PetroChina, che controlla le due più grandi raffinerie a Dalian, ha messo a punto un piano d'emergenza. "Il porto è stato chiuso subito dopo l'esplosione", ha spiegato l'amministratore delegato della societa' petrolifera, "abbiamo attivato un piano d'emergenza di una settimana, ma speriamo che la marea nera possa essere ripulita al più presto possibile". L'incidente - ha sottolineato la società - non ha causato alcun danno diretto ai principali impianti petroliferi ed è limitato alle strutture collaterali. "Sono ancora da valutare l'entità dei danni e le perdite di petrolio provocate dall'incidente", ha aggiunto la società. Centinaia di vigili del fuoco hanno lottato per oltre 15 ore per spegnere l'incendio scoppiato nella notte di venerdì, dopo l'esplosione di una conduttura per il trasporto del greggio da una nave a un serbatoio di stoccaggio. Nell'incidente, che non ha causato vittime, è esploso anche un secondo oleodotto. La televisione di Stato ha fatto sapere che il petrolio ha contaminato le acque al largo della provincia di Liaoning e i soccorritori stanno utilizzando apparecchiature di filtraggio e disperdenti per ripulire il porto e le zone circostanti. Non sono ancora chiare le cause dell'incidente, avvenuto mentre una nave petrolifera battente bandiera liberiana stava scaricando il greggio nell'impianto di stoccaggio.

16/07/2010

Marea Nera, Bp: “La perdita è stata fermata”

Marea Nera, Bp: “La perdita è stata fermata”

Per la prima volta dal disastro della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico non si registra più alcuna perdita di greggio. A darne notizia il vicepresidente della multinazionale: “Il test è appena iniziato, ma al momento non ci sono più perdite"


 

 

Per la prima volta dalla fine di aprile non si registra fuoriuscita di petrolio dalla falla della Deepwater Horizon. Lo ha reso noto il vice presidente per la produzione e la distribuzione di petrolio Kent Wells spiegando ai giornalisti che il nuovo tappo ha funzionato e ha completamente bloccato il flusso.

"E' un bene vedere che al momento non c'è petrolio che fuoriesce nel Golfo del Messico . Ha detto Wells aggiungendo comunque con cautela che comunque il test è appena iniziato". E' comunque, ha aggiunto "un segnale molto incoraggiante". Secondo gli esperti per 13 settimane si sarebbero riversati in mare dai 35 ai 60mila barili di petrolio. Il risultato del test comunque sarà definitivo entro le prossime 48 ore che determineranno se il “tappo” gigante piazzato sulla falla ha ora funzionato.


La notizia del blocco della falla sulla piattaforma Bp ha fatto impennare i titoli della compagnia petrolifera britannica negli ultimi minuti delle contrattazioni a New York. Il titolo è salito del 7% a 38,92 verso la chiusura della borsa

15/07/2010

La maxi centrale di Archimede

La maxi centrale di Archimede

A Priolo, presso Augusta. Energia dagli specchi ustori. Primo impianto al mondo che funziona anche di notte. Soddisfa 4 mila famiglie

 

La centrale termodinamica di Priolo (Siracusa)
La centrale termodinamica di Priolo (Siracusa)

PRIOLO (Siracusa) — Nasce la «fattoria del sole». A Priolo, nella conca di Augusta, simbolo con Melilli del triangolo industriale siracusano e del polo petrolchimico più grande d'Europa che vede la massima concentrazione di raffinerie, è partita la riscossa verso l'energia del futuro: pulita e rinnovabile. Giovedì 15 luglio è stata inaugurata a Priolo Gargallo la centrale solare termodinamica «Archimede», prima al mondo a utilizzare la tecnologia dei sali fusi integrata con un impianto a ciclo combinato.

INCENTIVI ALLE FONTI RINNOVABILI - Una giornata importante, che coincide anche con l'annuncio che il governo ha ripristinato nella Manovra il sistema degli incentivi alle fonti rinnovabili, dato dal ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. A dieci anni dall'intuizione di Carlo Rubbia poi sviluppata dai ricercatori dell'Enea e successivamente industrializzata dall'Enel, prende così corpo un progetto, che nato sulla spinta della crisi energetica degli anni '80 portò alla costruzione di diverse centrali solari, tuttora in funzione nel deserto della California, il cui funzionamento è caratterizzato dall'utilizzo di specchi parabolici lineari per concentrare e riflettere la luce solare su tubi in cui scorre olio minerale (l'olio si riscalda e incanalato in una caldaia dove l'acqua si trasforma in vapore ad alta pressione e aziona le turbine per la produzione di energia elettrica).

LA FATTORIA DEL SOLE - Ma la nuova centrale di Priolo, la «fattoria del sole», per dirla con l'amministratore delegato dell'Enel Fulvio Conti, costituisce una novità assoluta a livello mondiale, dal momento che prevede l'uso di sali fusi (ricavati da fertilizzanti) come fluido termovettore, ed è anche la prima al mondo a integrare un ciclo combinato a gas e un impianto solare termodinamico per la produzione di energia elettrica. Non solo. «Archimede» (il cui nome è anche un omaggio al grande fisico e matematico che oltre 2.200 anni fa con i suoi «specchi ustori» incendiò le navi romane e salvò Siracusa dall'assedio nemico) ha una caratteristica che la rende unica: è in grado di raccogliere e conservare per molte ore, lungo i suoi 5 chilometri e mezzo di tubi speciali che corrono attraverso 30mila metri quadri di specchi collettori parabolici, l'energia termica del sole per poter generare elettricità anche di notte o con il cielo coperto.

«La capacità dell'impianto, costato circa 60 milioni, è di 5 megawatt, considerando un funzionamento di circa 3mila ore all'anno. Un livello in grado di soddisfare il fabbisogno di 4mila famiglie », ha spiegato Conti. Che comunque riconosce «un costo per kilowattora superiore di almeno cinque o sei volte rispetto all'energia prodotta con le fonti fossili convenzionali». «In questo caso, però, con un risparmio di 2.100 tonnellate di petrolio all'anno e riducendo le emissioni di anidride carbonica per circa 3.250 tonnellate». Insomma, come dice Conti: «Un altro passo per il raggiungimento di un sogno: avere energia abbondante a basso costo e soprattutto sostenibile ».

Gabriele Dossena

13/07/2010

Polo Nord: si scioglie il ghiaccio e la pesca distrugge l'ambiente marino

Polo Nord: si scioglie il ghiaccio e la pesca distrugge l'ambiente marino

Greenpeace ha chiuso la missione di due mesi nell'oceano artico. Le flotte industriali approfittano dell'innalzamento delle temperature per salire sempre più a nord

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SVALBARD (Norvegia) – Dopo due mesi di ricerche scatta un nuovo allarme sul Polo Nord: mentre il cambiamento climatico sta causando lo scioglimento dei ghiacci e l'acidificazione delle acque l'Oceano Artico è sempre più minacciato dall'espandersi di attività industriali, tra cui la pesca e le esplorazioni per idrocarburi liquidi e gassosi. Sono queste le prime conclusioni, dopo due mesi di navigazione al Polo Nord, della spedizione “Arctic Under Pressure” di Greenpeace. Durante la spedizione, a bordo del rompighiaccio “Esperanza”, l'associazione ambientalista è andata a investigare i problemi che minacciano il fragile ecosistema dell’Oceano Artico. Ed ha documentato con immagini l’incredibile vita marina dei fondali a nord delle Isole Svalbard, ricchi di coralli molli, anemoni di mare e tunicati, che potrebbe essere distrutta dall’espandersi della pesca a strascico.

polo nord 2.jpgLE FLOTTA DA PESCA APPROFITTANO DELLO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI - «Permettere alle flotte da pesca industriali di sfruttare lo scioglimento dei ghiacci per espandersi verso nord – avverte Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace - mette a rischio gli incredibili habitat dell’Oceano Artico, ancor prima che possano essere propriamente studiati». A bordo dell’Esperanza una troupe di scienziati dell’istituto di ricerca tedesco IFM-GEOMAR ha svolto il più grande esperimento mai condotto prima sull’acidificazione degli oceani, un processo causato dall’aumento dei livelli di CO2 dovuto all’utilizzo di combustibili fossili e alla distruzione delle foreste. «L’esperimento - afferma il Professor Ulf Riebesell, a capo del progetto - è stato un successo. Adesso non solo siamo in possesso del più completo set di dati mai avuto rispetto agli impatti dell’acidificazione sulle acque artiche, ma da questo esperimento abbiamo anche imparato che l’acidificazione degli oceani in queste acque ha un preciso impatto sulla base della catena alimentare, che potrebbe avere delle implicazioni per l’intero ecosistema».

IMPEDIRE NUOVI DISASTRI COME NEL GOLFO DEL MESSICO - I ricercatori dell'associazioni chiedono con urgenza che le lezioni appresepolo nord 3jpg.jpgdal collasso di specie ittiche, come il merluzzo dell’Oceano Atlantico, o dalla devastazione causata dal disastro del Golfo del Messico, siano usate per proteggere l’Oceano Artico. «L’Artico, un ambiente polare ancora selvaggio e incontaminato, deve essere protetto dalla doppia minaccia del cambiamento climatico e dello sfruttamento delle risorse. I Governi - continua Monti - devono stabilire controlli più severi per proteggere quest’area, includendo una moratoria internazionale su ogni attività industriale».

Presso Venezia la prima centrale elettrica al mondo alimentata a idrogeno

Presso Venezia la prima centrale elettrica al mondo alimentata a idrogeno

Inaugurata il 12 luglio a Fusina. L'impianto Enel da 16 megawatt si basa su un ciclo combinato per produrre energia e calore

 

La centrale a idrogeno di Fusina (Imagoeconomica)
La centrale a idrogeno di Fusina (Imagoeconomica)

FUSINA (Venezia) - La prima centrale elettrica di dimensioni industriali alimentata a idrogeno al mondo è entrata in funzione lunedì 12 luglio a Fusina, in provincia di Venezia. L'amministratore delegato dell'Enel, Fulvio Conti, il governatore del Veneto, Luca Zaia, e il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni hanno inaugurato l'impianto. La scelta di Fusina come sede della sperimentazione è dovuta alla presenza della centrale termoelettrica a carbone e del vicino polo petrolchimico di Marghera che ha fornito le materie prime. L'impianto, con una potenza di 16 Mw, si basa su un ciclo combinato in cui un turbogas viene alimentato con idrogeno per produrre energia elettrica e calore. Il turbogas è equipaggiato con un a camera di combustione sviluppata per essere alimentata con idrogeno, senza emissione di CO2 e con bassissime emissioni di ossidi di azoto. L'energia termica liberata dalla combustione viene convertita in energia elettrica nella turbina a gas, sviluppando una potenza di circa 12 Mw, mentre i fumi di scarico sono costruiti esclusivamente da aria calda e vapore acqueo. L'impianto ha richiesto un investimento complessivo di circa 50 milioni di euro.

IMPIANTO - Il rendimento del ciclo viene aumentato sfruttando il calore presente nei fumi di scarico per produrre vapore ad alta temperatura che, inviato alla centrale a carbone esistente, produce ulteriore energia per una capacità aggiuntiva di circa 4 Mw, con un rendimento elettrico complessivo pari al 41,6%. L' impianto è in grado di produrre 60 milioni di kilowattora all'anno e può soddisfare l'esigenza di 20 mila famiglie, evitando l'emissione di 17 mila tonnellate di anidride carbonica. Dopo un'ampia sperimentazione, concordata con Regione Veneto, Provincia e Comune di Venezia, la centrale è in grado di utilizzare in piena sicurezza 70 mila tonnellate di combustibile derivato dalla raccolta differenziata e dal trattamento dei rifiuti solidi urbani (Cdr). È l'equivalente dei rifiuti prodotti da 300 mila persone: usando al posto del carbone il Cdr per alimentare le caldaie della centrale, ne viene recuperato il contenuto energetico ed evitata la messa in discarica, risparmiando emissioni di CO2 pari a circa 60 mila tonnellate all'anno.

«UNA PERLA» - Si tratta di una «perla ingegneristica unica al mondo. Utilizza idrogeno anche se per il momento questa tecnologia è 5-6 volte più costosa di un impianto normale. Per questo non dobbiamo smettere di investire in Ricerca e sviluppo», ha sottolineato l'ad dell'Enel Fulvio Conti.

Redazione online

08/07/2010

Atterra Solar Impulse Dopo 26 ore di volo

Atterra Solar Impulse Dopo 26 ore di volo

Il prototipo, che ha le ali coperte da 12mila celle fotovoltaiche, è decollato ieri mattina. L'obiettivo finale del Progetto Solar-Impulse è di compiere il giro del mondo a tappe

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GINEVRA - Il velivolo a propulsione solare elvetico Solar Impulse Hb-Sia è atterrato stamattina a Payerne, nella Svizzera occidentale, dopo un volo di circa 26 ore, ricorrendo esclusivamente all'energia del sole. L'aereo sperimentale, decollato ieri mattina alle 06:51 sempre dall'aerodromo di Payerne, è atterrato questa mattina alle 09:00, dopo essere riuscito a volare tutta la notte grazie all'energia accumulata durante il giorno.

"Per la prima volta un aereo solare è stato in grado di volare un giorno e una notte senza interruzione nè carburante - ha commentato l'ideatore del progetto, Bertrand Piccard - Oggi Solar Impulse ha dimostrato che la sfida è possible". Piccard è già entrato nella storia dell'aeronautica per essere stato il primo a compiere il giro del mondo senza scalo a bordo di un pallone aerostatico.

"E' stato un volo meraviglioso, meglio del previsto", ha aggiunto il direttore di volo Claude Nicollier. Il pilota Andre Borschberg, costretto a rimanere sveglio tutta la notte in assenza del pilota automatico, dopo oltre 22 ore in volo è "in ottima forma sia fisica che psicologica".

Il prototipo, che ha le ali coperte da 12mila celle fotovoltaiche, capaci di alimentare quattro motori elettrici, è decollato ieri mattina. Ieri sera gli organizzatori avevano deciso di proseguire il volo per tutta la notte, visto che le batterie erano abbastanza cariche da durare fino alla mattina.

Solar-impulse Hb-Sia, che aveva compiuto il suo primo storico volo il 7 aprile e ha quindi alle spalle diverse missioni sperimentali, ha superato gli 8.500 metri di altitudine e ha raggiunto gli 8.700 metri ieri pomeriggio per poi scendere a 1.500 metri nella notte e continuare a volare grazie all'energia accumulata durante il giorno.

Obiettivo finale del Progetto Solar-Impulse è di compiere il giro del mondo a tappe, con un nuovo aereo. Il Solar Impulse Hb-Sia  ha un'apertura alare paragonabile a quella di un Airbus A-340(63,4 metri) ed il peso di un'automobile (1.600 kg).

22/06/2010

Rebrand BP: disegna il vero volto della British Petroleum

Rebrand BP: disegna il vero volto della British Petroleum

I danni provocati dalla marea nera saranno irreversibili. Lo sa bene Greenpeace che ha deciso di dichiarare guerra al colosso petrolifero lanciando un concorso: ridisegnare il logo della società, ma questa volta svelandone il vero volto. Senza pietà.

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Mentre la marea nera continua a devastare le coste americane, Greenpeace dichiara guerra al responsabile del disastro ambientale. Dopo una sciagura di tale portata l’organizzazione ambientalista ha pensato che il mondo intero dovesse sapere di cosa davvero si occupa la British Petroleum e ha lanciato così il concorso Rebrand BP. Lo scopo è realizzare un nuovo logo che metta in chiara luce la vera anima di BP.

Secondo l’organizzazione ambientalista, la principale fonte di estrazione petrolifera per la BP
sono le sabbie catramose di Alberta in Canada: una miscela di sabbia, acqua e una forma molto densa di petrolio conosciuta come bitume, insomma, il modo più sporco di sempre di produrre l’oro nero. Allora, osserva Greenpeace, come mai nel logo appare l’immagine di un girasole mentre l’olio utilizzato è di tutt’altra natura? Ben Stewart, uno degli attivisti di Greenpeace, si sfoga sulle pagine del Sydney Morning Herald: “Ci vuole una bella faccia tosta ad utilizzare come logo un girasole quando il business della società è l’olio sporco”.

Il
girasole giallo e verde che rappresenta la BP era stato creato nel 2000 per rimarcare la natura green della società, che nello stesso periodo aveva adottato lo slogan “Beyond Petroleum”, oltre il petrolio. Quello che ci è stato mostrato negli scorsi mesi dà però un’immagine diversa dell’azienda, ecco così rendersi necessario un restyling totale del logo che mostri il vero volto del colosso petrolifero.

I primi a dare l’esempio sono stati proprio gli attivisti di Greenpeace che all’alba del 20 maggio scorso si sono arrampicati sul palazzo della sede londinese della British Petroleum e hanno issato una bandiera con una versione rivisitata del logo aziendale, con qua e là
degli schizzi neri a rappresentare il disastro in atto. Da qui l’iniziativa Rebrand BP.

Il progetto coinvolge tutti, da designer professionisti ad artisti amatoriali. Ci si può sbizzarrire come meglio si crede, fra colori, Photoshop e tutto quanto viene in mente. Per chi si sente più un copy che un grafico, si può sempre lanciare la propria idea e chiedere l’aiuto di un grafico disposto a collaborare.
Il logo più bello verrà utilizzato nella nuova campagna internazionale di Greenpeace contro il gigante petrolifero. Dunque affrettatevi, le iscrizioni terminano il 28 giugno.

Intanto, mentre tutto il mondo si dà da fare per dare una mano, fra donazioni in denaro e preziosi aiuti per salvare gli animali e ripulire le spiagge, un gruppo di volontari ha avuto un'idea quanto meno originale: rivendere all’asta il petrolio raccolto dalla stessa falla, imbottigliato.


Basta collegarsi al sito
HorizonRelief.org ed è fatta: con qualche dollaro potrete portarvi a casa una bella bottiglia di petrolio. Il sito spiega che mentre le grandi aziende coinvolte riceveranno facilmente aiuto dalla stessa BP o dal Governo, per i braccianti del settore e i pescatori è più difficile trovare un qualche supporto; da qui l’iniziativa: i proventi saranno totalmente devoluti ai lavoratori locali.

Insomma, un modo come un altro di raccogliere fondi. E se di una bottiglia di “crudo” della marea nera non ve ne fate niente, nessun problema: potrete fare delle donazioni senza portare a casa alcun flacone.

01/06/2010

Il gioco del clima: prova a essere un amministratore amico dell'ambiente

Il gioco del clima: prova a essere un amministratore amico dell'ambiente

Promosso da Wwf e dal gruppo assicurativo Allianz. The Climate Business Game: fai diminuire la CO2 senza far perdere valore all'azienda che dirigi.

 

Ritieni di poter guidare un'importante industria chimica o automobilista, essere l'amministatore delegato di un'assicurazione o dirigere un'impianto per la produzione di energia elettrica e saper contemporaneamente far diminuire le emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera, senza far perdere di valore alla propria azienda ed essere di conseguenza cacciato a calci dagli azionisti infuriati per aver fatto crollare il titolo in Borsa? Bene, se pensi di essere un vero «industriale amico dell'ambiente» gioca online con Ceo2, the Climate Business Game, il gioco interattivo promosso da Wwf e dal gruppo assicurativo Allianz e creato dall'agenzia di comunicazione Lgm Interactive.

GIOCO - Lo scopo del gioco è identificare gli investimenti e il momento opportuno per farli, in modo che possano far diminuire le emissioni di CO2 senza far perdere di valore all'azienda. «Il gioco mostra i possibili impatti delle decisioni aziendali in alcuni settori nei prossimi vent'anni», spiega il Wwf. «Il successo di ogni giocatore, infatti, si misura in base allo sviluppo del prezzo dei titoli di mercato e delle emissioni di biossido di carbonio».

Redazione online

 

 

22/04/2010

Una Giornata mondiale della Terra da vivere sul web

Una Giornata mondiale della Terra da vivere sul web

Dal contatore di azioni ecologiche alle app per Iphone, breve guida agli strumenti che consentono di partecipare, anche virtualmente, alla mobilitazione per l’ambiente. Earth Day 2010: ciniema, musica e altro ancora sui canali SKY

 

 

 

 

Sono passati 40 anni dalla volta in cui Gaylord Nelson, senatore del Winsconsin, organizzò le prime 24 ore dedicate alla Terra, mobilitando 20 milioni di americani per la salvaguardia del pianeta.  Ma l’Earth Day o Giornata Mondiale della Terra - ovvero la mobilitazione mondiale per sensibilizzare opinione pubblica e governi sui temi ambientali, che ogni anno si celebra il 22 aprile - è sempre più vigorosa: oggi sono infatti previste manifestazioni in 190 Paesi con il coinvolgimento di mezzo miliardo di persone. In Italia ci sarà un concerto alle 18 al Circo Massimo a Roma, con Pino Daniele e i Morcheeba (l'evento sarà trasmesso in diretta sul canale 710 di Sky).

Rispetto ad alcuni anni fa, però, è cresciuto il ruolo svolto dalla rete, così come gli strumenti online e i luoghi virtuali attraverso i quali è possibile partecipare all’evento. Centrale è ovviamente il sito internazionale della manifestazione,
Earthday.org, che tra le altre cose permette di localizzare su una mappa gli eventi più vicini. Ma che soprattutto sfoggia sulla home il contatore di azioni ecologiche, il Billion Acts of Green, che punta a raccogliere 1 miliardo di segnalazioni. Il senso dell’iniziativa è spingere le persone a fare subito qualcosa di concreto per l’ambiente, anche nel proprio quotidiano, e a testimoniarlo al mondo.
"Conserverò l’acqua e l’elettricità", scrive un utente; "andrò a piedi in ufficio", comunica un altro; "userò i mezzi pubblici", assicura un terzo e così via. I messaggi possono essere postati direttamente sul sito, oppure attraverso Twitter e Facebook. Ed è prevista al più presto anche un'app per iPhone. "Non c’è una scadenza entro la quale raggiungere un miliardo di azioni verdi”, ha commentato Matt Young, marketing manager dell’iniziativa. “E comunque anche dopo aver raggiunto l’obiettivo pensiamo di continuare il programma”.

Live Earth
– l’organizzazione ambientale fondata da Al Gore (Beppe Severgnini intervisterà il Nobel per la Pace sui temi dell’ambiente e dei nuovi media: in onda su SKY TG24  e in streaming su SKY.IT dalle 20.30 di venerdi 23 aprile) – ha organizzato invece una serie di corse e di marce sparse per il mondo. Tutte rigorosamente di 6 km: la distanza media che in molti Paesi deve essere coperta da donne e bambini per raggiungere l’acqua. La mappa sul sito localizza subito, tramite l’indirizzo IP, la posizione geografica dell’utente e gli mostra le marce organizzate nelle vicinanze.  In Italia ne sono segnate tre: a Cesena, ad Arezzo e a Carolei (provincia di Cosenza).
E sempre per restare in tema di risorse idriche, è possibile calcolare il proprio consumo di acqua sul sito Save Your Water. Dopo aver stabilito la quantità di oro blu usato quotidianamente, l’utente può descrivere come cercherà di ridurre sprechi e abusi. “Vogliamo far capire che anche un piccolo risparmio ha un grande impatto”, ha dichiarato Len Kandall, consulente del progetto.

Per i patiti di iPhone e iPad non potevano mancare infine le relative applicazioni. In particolare l’adattamento ai device Apple dei
libri per bambini del Dr Seuss, scritti negli anni’70 ma ancora validi oggi, specie per i contenuti ambientalisti. Tra questi, The Lorax, favola a difesa degli alberi e della natura che ora è scaricabile come ebook per 3,99 dollari.

Il divorzio di Milano dagli alberi di Piano

Il divorzio di Milano dagli alberi di Piano

L’iniziativa era nata assieme al maestro Claudio Abbado, per il suo ritorno alla Scala. Il Comune: progetto costoso, trovino loro gli sponsor. L’architetto: così non si va avanti

 

Il disegno di Piano
Il disegno di Piano

MILANO — Il divorzio c’è stato, indubbiamente. Da una parte il maestro Claudio Abbado e i suoi novantamila alberi come compenso per tornare a dirigere alla Scala dopo 24 anni d’assenza (appuntamento già fissato il 4 e il 6 giugno) affiancato da Renzo Piano, l’uomo del Beaubourg e dell’Auditorium di Roma, che quegli stessi alberi avrebbe dovuto collocare (i primi avrebbero dovuto essere 220 frassini lungo l’asse via Dante-Castello-Cordusio). Dall’altra, il Comune di Milano (con tutti i suoi tecnici) da sempre assai critico, più o meno velatamente, nei confronti del progetto di Piano.

Mercoledì, a quanto pare, lo stop definitivo che ha portato Piano a dire: «Non ci sono più le condizioni per andare avanti». E questo perché, secondo il Comune, il progetto (che avrebbe dovuto prendere il via nella primavera 2011 e concludersi nel 2015) potrebbe essere realizzato solo trovando gli sponsor, «una ricerca di cui si dovrebbero però occupare direttamente» (per l’appunto) Piano, Abbado e il loro Comitato (dove compaiono il giurista Guido Rossi, l’ingegner Giorgio Ceruti, l’architetto Alessandro Traldi, il paesaggista Franco Giorgetta, la coordinatrice Alberica Archinto).

Piano, a questo punto, avrebbe dunque detto basta. Anche se il Comune non sembra così drastico: «Il progetto è davvero troppo oneroso, la situazione economica attuale non lo permette e non vogliamo esporci a facili critiche». Ma, allo stesso tempo, il sindaco di Milano Letizia Moratti si dice «disponibile a piantare quei 150 alberi destinati al "cuore" della città» ( una piccola parte della tranche iniziale di 3.500 tra centro e periferia). Per Piano il gran rifiuto del Comune è colpa di una visione deformata di questo progetto inteso solo «da un punto di vista semplicemente decorativo». Mentre per lui si tratta di qualcosa che contribuisce a migliorare la qualità generale di vita di Milano (seguendo, secondo un’idea da tempo a lui cara, quello che già hanno fatto città come Londra, Stoccolma, la stessa New York). Appunto per questo Piano avrebbe voluto partire proprio dal centro: «Dove lo smog colpisce di più, dove l’aria è irrespirabile, dove la gente ha soltanto voglia di andare via, di scappare». I contrari hanno sempre visto in quegli stessi alberi (tutti da piantare per terra, nessuno nei vasi) un elemento che avrebbe rovinato la prospettiva della città. Mentre molti commercianti vedrebbero negativamente quelle chiome verdi che potevano oscurare le insegne e i tecnici parlano di troppo poco spazio tra le radici e i «sottoservizi» (metropolitana e altro). Tutto questo proprio nell’anno in cui la giapponese Sejima, direttrice della Biennale di Venezia, propone una mostra per «analfabeti dell’architettura», magari quegli stessi analfabeti che si ricordano con entusiasmo di una Piazza Santo Spirito a Firenze, di un Prato della Valle a Padova e di tutte quelle belle piazze e strade d’Italia piene d’alberi.

Stefano Bucci

18/04/2010

L'ambasciatore Usa ripulisce i muri di Roma

L'ambasciatore Usa ripulisce i muri di Roma

Thorne: «Credo che tutti dobbiamo liberare queste strade dai rifiuti» Alemanno. «Faremo più controlli»

 

L'ambasciatore Usa e il sindaco Alemanno
L'ambasciatore Usa e il sindaco Alemanno

ROMA — Il sindaco fa aspettare l'ambasciatore americano. Tutto è pronto da mezz'ora in piazza Trilussa: spazzole, guanti, mascherine. L'operazione anti-graffiti sta per scattare anche sullo storico Ponte Sisto, deturpato negli anni dai writers, eppure Gianni Alemanno non si vede. Da vero diplomatico, David Thorne fa finta di niente: «Vorrà dire che quando il sindaco arriverà, dovrà sottoporsi a una doppia razione di olio di gomito...», scherza. Sabato pomeriggio, Trastevere: operazione «Retake Rome», «Riprenditi Roma...». Insomma, cittadini non più spettatori ma protagonisti della pulizia fai-da-te nel proprio quartiere. In verità, tra Alemanno e Thorne, c'è amicizia stretta: «Ringrazierò sempre il sindaco per il bellissimo ricordo dedicato l'anno scorso alla tragedia dell'11 settembre, io mi ero da poco insediato», confessa l'ambasciatore Usa accompagnato dalla moglie Rose. La simpatia reciproca è evidente, in effetti, perché appena Alemanno arriva, i due si tolgono i pullover e puntano insieme verso via Benedetta dove, armati di guanti e pennelli, cominciano a cancellare la selvaggia foresta di «tag» che ricopre il muro vicino a «Checco er Carettiere», ristorante della Dolce Vita, molto caro agli americani («Vi mangiarono Robert Mitchum e Cary Grant, Gary Cooper e Sean Connery...», ricorda la titolare Stefania Porcelli).

IL GRUPPO DEI PULITORI - Del gruppo di pulitori eccezionali fanno parte anche il teologo di origine cubana Miguel Humberto Diaz, ambasciatore americano presso la Santa Sede e la signora Ertharin Cousin, ambasciatrice alla Fao, molto amica di Barack e Michelle Obama. C'è anche il cane Buster, un jack russell sordo di 16 anni, già mascotte degli «Americans in Rome for Obama» nel 2008. Si avvicina l'Earth Day, la giornata della Terra che sarà celebrato il 22 aprile (24 ore dopo il Natale di Roma...) e gli ambasciatori degli Stati Uniti sentono molto l'appuntamento ecologista: «Lo celebriamo da 40 anni perché è un avvenimento importante — spiega Thorne —. È importante che i cittadini abbiano a cuore il rispetto per l'ambiente. E Roma è la città più bella del mondo, la mia seconda casa, dove ho passato la mia gioventù e ora sono tornato. Credo che tutti noi dobbiamo averne cura, tenerla bene, liberarla dai rifiuti e dalle scritte, ognuno a partire dal suo marciapiede». L'ambasciatore, in passato, è stato presidente del Cda dell'Istituto di Arte Contemporanea di Boston, insomma non è insensibile certo alla «street art», ma sembra condividere la filosofia di «Retake Rome»: «Noi siamo pro-art e anti-tag, diciamo sì all'arte ma no al vandalismo», spiegano in coro Lori Hickey, Rebecca Spitzmiller e Nicole Franchini, tre delle circa 300 iscritte all'associazione «Donne americane a Roma» che, insieme a decine di studenti italiani e stranieri e ai volontari di «Vivere Trastevere» e della «Fondazione Garibaldi», hanno promosso l'iniziativa («Complimenti — chiosa l'ambasciatore Thorne — Garibaldi è il mio personaggio italiano preferito...»). Quelli di «Retake Rome» hanno cominciato ripulendo i busti del Pincio e adesso, insieme al delegato del sindaco per il centro storico, Dino Gasperini, continueranno a girare per i quartieri esortando i romani a scendere in strada. «Ma servono i controlli — avverte Gasperini —. In due mesi abbiamo inflitto 5 mila multe a chi sporca, è ancora poco». Chissà, per esempio, quanto resisterà il muro di via Benedetta. Stasera, a Roma, c'è il derby.

Fabrizio Caccia

26/02/2010

Iceberg gigante alla deriva nelle acque dell’Antartide

Iceberg gigante alla deriva nelle acque dell’Antartide

 

Un enorme blocco di ghiaccio, grande come la superficie del Lussemburgo,vaga nelle acque del Polo Sud. Pericoli per la navigazione.

 

 

 

Un iceberg gigante della dimensione del Lussemburgo si e' staccato da un ghiacciaio in Antartide dopo essere investito da un altro mostro di ghiaccio ancora piu' grande. Il blocco di ghiaccio ha una superficie di 2.500 km/q si 'e staccato dal ghiacciaio Mertz e si trova alla deriva nei mari meridionali minacciando la navigazione.

25/02/2010

Lambro, corsa contro il tempo per arginare il disastro

Lambro, corsa contro il tempo per arginare il disastro

 

L'onda nera di petrolio si è riversata nel tratto piacentino del Po. Il Prefetto definisce la situazione in evoluzione: "Nelle prossime ore dovranno essere valutati anche i danni all'ecosistema fluviale"

 

 

 

"La situazione è in evoluzione". Così il Prefetto di Piacenza, Luigi Viana, ha definito questa mattina l'onda nera di petrolio che dal fiume Lambro si è riversata nel tratto piacentino del Po, dopo l'ingente sversamento dai depositi della Lombarda Petroli di Villasanta. "Le panne galleggianti utilizzate ieri - ha aggiunto - sono risultate solo parzialmente efficaci, perché la forte corrente le portava via. Oggi si ripiegherà su barriere rigide".

Non è stato ancora deciso dove queste barriere rigide saranno posizionate, ma è probabile che vengano sistemate allo sbarramento di Isola Serafini. Queste barriere hanno il compito di convogliare il materiale oleoso in aree dove poi viene aspirato da "oil skimmers", strumentazioni che hanno proprio il compito di filtrare l'acqua dal materiale oleoso. "Nelle prossime ore - ha detto ancora il Prefetto - dovranno essere valutati anche i danni all'ecosistema fluviale".

24/02/2010

Un mondo sommerso dalla spazzatura elettronica

Un mondo sommerso dalla spazzatura elettronica

 

AMBIENTE. Lo prevede un rapporto statunitense promosso che censisce l'ammontare di e-waste in 11 nazioni

 

MILANO – La chiamano e-waste, ma è solo un modo più accattivante per identificare la mole di rifiuti derivati da apparecchi tecnologici. Una montagna di spazzatura che sta crescendo a dismisura, soprattutto in alcune parti del mondo, e che è fortemente inquinante, come denuncia un rapporto delle Nazioni Unite in cui si propongono anche soluzioni alternative e si sottolineano le best practices nel mondo. Telefonini, vecchi pc abbandonati, componenti elettronici scartati: la e-spazzatura sta soffocando il pianeta e spesso questi rifiuti elettronici nascondono componenti chimici pericolosi.

I PAESI PIÙ A RISCHIO - In India l'ammontare di e-waste determinato solo dai telefonini crescerà di 18 volte e in Cina di sette volte entro il 2020. In Cina e in Sudafrica la spazzatura elettronica generata da vecchi pc è destinata a crescere del 400 per cento entro il 2020 partendo dai dati del 2007, mentre in India il tasso di crescita previsto è del 500 per cento. Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Messico sono i posti più soffocati dall’e-waste. Ogni anno si producono 40 milioni di tonnellate di rifiuti di questo tipo, di cui 3 milioni inviati dagli Usa e 2,3 milioni prodotti dalla Cina, con un’offerta galoppante di apparecchi elettronici alla quale le tecniche di smaltimento e riciclaggio non riescono a stare dietro.

MATERIALI DI VALORE – Del resto a molti Paesi per certi versi fa comodo questo ruolo di discarica elettronica del mondo, perché dagli apparecchi elettronici si possono estrarre materiali di valore, come cobalto, oro, argento e palladio. Inutile dire che l’estrazione di queste sostanze comporta un elevato costo per l’ambiente. Spesso infatti, soprattutto in Cina, vengono utilizzati inceneritori o addirittura griglie a cielo aperto, con un conseguente impatto ambientale disastroso e un grave rischio per la salute umana.

BUONI ESEMPI – Il rapporto dell’Onu sottolinea la necessità e l’urgenza di trovare regole e standard mondiali comuni e condivisi, prendendo esempio da alcune realtà locali lodevoli, come Bangalore, in India. Attualmente il prezzo di uno sviluppo tecnologico affetto da gigantismo viene pagato soprattutto dai Paesi in via di sviluppo. In attesa di un sistema di smaltimento e riciclo dei rifiuti elettronici che possa essere veramente risolutivo, senza essere troppo caro in termini di salute e di ambiente.

Emanuela Di Pasqua

19/02/2010

Smog: sì al blocco del traffico da 80 comuni della pianura padana

Smog: sì al blocco del traffico da 80 comuni della pianura padana

 

Sette le Regioni del Nord coinvolte, con l’aggiunta di Napoli. La richiesta al Governo: ritoccare i pedaggi delle autostrade e delle tangenziali per dare risorse ai comuni

 

Sergio Chiamparino (Ansa)
Sergio Chiamparino (Ansa)

MILANO - Via libera all’unanimità da circa 80 Comuni di sette Regioni del Nord Italia con l’aggiunta della città di Napoli (Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia e Trentino) al blocco del traffico per domenica 28 febbraio, con orari variabili da comune a comune, ma indicativamente nella fascia dalle 9 alle 17.

COORDINAMENTO - È quanto emerso dalla riunione di venerdì mattina a Palazzo Marino (Milano) fra i sindaci della Pianura padana che hanno deciso di dar vita a un coordinamento di tutti i sindaci del nord, composto dal presidente dell’Anci nazionale, dai coordinatori dell’Anci delle sette Regioni coinvolte e dai due assessori all’Ambiente di Torino e Milano. Il comitato si propone di portare avanti iniziative condivise contro l’inquinamento e al tempo stesso sottoporre proposte a Governo, Regioni e Province per stabilire strutturali e reperire risorse. Fra queste, si legge nel documento di costituzione del comitato di coordinamento, la richiesta al governo di permettere ai Comuni di investire risorse escludendo dal Patto di stabilità gli investimenti per la lotta ai cambiamenti climatici e per riduzione delle emissioni inquinanti.

LA PROPOSTA - Tra le proposte c'è anche quella di ritoccare i pedaggi delle autostrade e delle tangenziali, partendo da quelle più trafficate che convergono nei centri urbani più grandi per reperire risorse a favore dei comuni da investire nella lotta all'inquinamento. A annunciare questa iniziativa, che sarà presentata al Governo, è stato il sindaco di Torino Chiamparino: «Chiederemo un incontro urgente al governo - ha detto Chiamparino - e avanzeremo anche un suggerimento su come trovare le risorse: una piccola sovrattassa sul pedaggio delle autostrade e delle tangenziali da distribuire ai Comuni e vincolata agli investimenti per l'ambiente». Le modalità con cui applicare questo prelievo, sono ancora da definire, anche se lo stesso Chiamparino si è detto d'accordo sia a modalità progressive, con tariffe più alte per i veicoli più inquinanti, sia a forme di esonero per i veicoli ecologici. «Credo che questo sia un principio di sana tassazione», ha osservato Chiamparino. La proposta nasce dalla richiesta che i Comuni rivolgono al governo di «mettere a punto un piano complessivo - ha spiegato Chiamparino - che tenga insieme mobilità ed energia e che incentivi i comportamenti ecologicamente sostenibili».

Redazione online

31/01/2010

Smog e veleni, Milano va a piedi

Smog e veleni, Milano va a piedi

 

Oggi blocco totale del traffico dalle 10 alle 18.Stop alle auto anche a Bergamo e Brescia. Varese a targhe alterne

 

MILANO - Chi sperava che i fiocchi di neve caduti su Milano allontanassero il blocco del traffico si è sbagliato: le concentrazioni di polveri sottili in città e in altre zone della Lombardia sono rimaste molto al di fuori della norma anche sabato. Secondo i dati diffusi dall'Arpa (l'Agenzia regionale per la protezione dell'Ambiente) della Lombardia, il pm10 ha spesso superato i 130 microgrammi per metro cubo contro i 50 indicati come valore limite. Concentrazioni alte sono state rilevate anche dalle centraline in altre zone della regione, come a Como (107 microgrammi per metro cubo) e a Monza (110). In ogni caso il provvedimento che stabilisce il blocco delle auto nel capoluogo lombardo alle 1o alle 18 di domenica non è stato revocato. Così come gli altri provvedimenti decisi a macchia di leopardo in lombardia. Stop alle auto anche a Brescia, Bergamo e Lodi, mentre Varese ha scelto per le targhe alterne. Non ha aderito gran parte dei sindaci dell'hinterland del capoluogo, che lamenta l'assenza di un coordinamento a livello regionale. Formigoni però ha respinto le critiche: «Anni fa la Regione si era fatta carico di un compito di supplenza stabilendo le domeniche a piedi, ma ora lasciamo ai Comuni la decisione».

DEROGA PER IL CALCIO - Nel lungo elenco delle deroghe per quanto riguarda MIlano, si è intanto capito che allo stadio di San Siro in macchina potranno andarci solo i tifosi che arrivano da fuori Milano. Lo ha precisato il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato: «per chi viene dalla città, lo stadio di San Siro sarà raggiungibile solo con i mezzi pubblici. Per questioni di sicurezza, l'accesso e il deflusso dei veicoli dallo stadio sarà consentito limitatamente alla fascia oraria 13.00-15.00 e 16.30-18.00 solo per chi arriva dalla tangenziale ovest da via Novara fino all'incrocio con via San Giusto e per chi arriva dalle autostrade nord nel tratto compreso tra via Natta e via Diomede (nel tratto compreso tra via Sant'Elia e via Ippodromo), via Ippodromo (nel tratto compreso tra via Diomede e via Patroclo) - via Montale - via Patroclo».

Il testo integrale dell'ordinanza (in pdf)

MANIFESTAZIONE "MAMME ANTI SMOG" - Nella giornata di sabato si è svolta una manifestazione delle "mamme anti smog" a Milano. In circa 500 con i rispettivi bambini si sono riunite davanti Palazzo Marino, sede del Comune, per protestare contro lo smog del capoluogo lombardo a colpi di tosse, come quella provocata dall’aria non pulita, e di mascherine anti smog. Il vice sindaco di Milano, Riccardo De Corato, parla in una nota di «una sparuta minoranza di mamme milanesi, circa 500 su oltre 206.000», che protesta «contro l'unico comune lombardo che ha Ecopass, che blocca il traffico e che ha intensificato i controlli della Polizia Locale per il rispetto delle temperature negli edifici pubblici e del blocco regionale per il divieto di circolazione dei veicoli più inquinanti».

 

 

Redazione online

19/12/2009

Approvato l'Accordo di Copenaghen dopo la dura opposizione del Terzo mondo

Approvato l'Accordo di Copenaghen dopo la dura opposizione del Terzo mondo

 

Ban Ki-moon: «È una prima tappa essenziale, lavoreremo perché diventi vincolante». All'intesa minimalista si erano opposte America Latina, isole del Pacifico e Africa. Sudan: «Sarà un Olocausto»

 

Un delegato cede al sonno durante la maratona notturna (Ap)

COPENAGHEN - Alla fine anche i Paesi in via di sviluppo hanno ceduto e «hanno preso nota» poco dopo le 10,30 di sabato dell'Accordo di Copenaghen, la cui intesa (senza valore vincolante) era stata raggiunta venerdì sera dal presidente americano Barack Obama e sottoscritta dal premier cinese Wen Jiabao, dal primo ministro indiano Manmohan Singh e dal presidente sudafricano Jacob Zuma. Nella dichiarazione finale saranno elencate le nazioni a favore dell'Accordo e quelle contrarie. «L'accordo è stato siglato, si tratta di una prima tappa essenziale. La tempestica non è chiara, ma faremo di tutto perché l'accordo diventi legalmente vincolante entro il 2010», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Il vertice è stato dichiarato ufficialmente chiuso alle ore 15,28, con 21 ore e 38 minuti di ritardo rispetto a quanto stabilito in partenza.

ACCORDO - L’accordo, un documento di appena tre pagine, fissa come obiettivo il limite di riscaldamento del pianeta a 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Prevede anche degli aiuti di 30 miliardi di dollari su tre anni (rispetto ai 10 inizialmente previsti) per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici, e una successiva crescita degli aiuti fino a 100 miliardi di dollari entro il 2020.

OPPOSIZIONE - Il fatto di «prendere nota» dell’accordo «dà uno statuto giuridico sufficiente per rendere l’accordo operativo senza avere bisogno dell’approvazione delle parti», ha spiegato Alden Mayer, un esperto e direttore della Union of concerned scientists. Il Terzo mondo ha ceduto anche perché, senza un accordo all'unanimità come previsto in casi simili dalle Nazioni Unite (e questo, come hanno fatto notare in molti, tra i quali il presidente francese Nicolas Sarzoky, è un grande limite perché è oggettivamente arduo mettere d'accordo gli interessi di 193 nazioni diverse), non avrebbero potuto essere attivati nemmeno i fondi compensativi. Durante la notte si era registrata la ferma opposizione del piccolo arcipelago nel Pacifico di Tuvalu (il primo Paese che ha già avuto «rifugiati climatici») e poi da una raffica di interventi contrari di nazioni latinoamericane: Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua e Costarica.

LE CRITICHE - Poco dopo le 3 di notte è arrivato il no di Jan Fry, il rappresentante di Tuvalu che già nei giorni scorsi si era distinto per aver descritto in lacrime la minaccia climatica che pesa sul suo Paese. «Avete messo trenta denari sul tavolo per farci tradire il nostro popolo, ma il nostro popolo non è in vendita», ha detto Fry. Sono seguite decine di interventi, con molte critiche per i metodi seguiti dalla presidenza danese e dal gruppo dei leader di 25-30 nazioni che ha cercato di far uscire il negoziato dalla situazione di stallo. Molto virulento, e poi molto criticato, è stato l’intervento del rappresentante del Sudan e del G77, che ha paragonato il tentativo di imporre l’accordo all’Olocausto, dicendo che condannerebbe il popolo dell’Africa all’incenerimento.

Protesta ambientalista a Copenaghen (Ap)

LA BOZZA DELLA SERATA - L’intesa fra Usa, Cina, India e Sudafrica, dopo un lungo momento d’incertezza a tarda sera era stata sottoscritta a malincuore anche l’Ue, che non aveva partecipato all’incontro quadrilaterale promosso da Obama. L'Ue aveva valutato criticamente il testo scaturitone. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, durante una conferenza stampa convocata alle 2 di notte con il presidente di turno dell’Ue e primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, ha sostanzialmente spiegato come a quel punto sembrasse essere ormai l’unico accordo possibile, pur riconoscendo che restava al di sotto delle attese e delle ambizioni di Bruxelles. La presidenza dalla conferenza del premier danese Lars Loekke Rasmussen, nonostante le critiche iniziali, è stata poi difesa da molti altri interventi. Si discute ancora se retrocedere la proposta di accordo a un documento informativo, o se approvarlo mettendo una nota a piè di pagina con la menzione dei Paesi contrari.

18/12/2009

«Intervista esclusiva con Ban Ki-moon» Ma era un sosia del segretario dell'Onu

«Intervista esclusiva con Ban Ki-moon» Ma era un sosia del segretario dell'Onu

 

Vari lanci di agenzia: «prudentemente ottimista». poi la smentita. Disavventura di un giornalista dell'Afp all'aeroporto di Copenaghen. L'uomo è stato al gioco e ha risposto

 

 

La vicenda raccontata sul sito di «Libération»
La vicenda raccontata sul sito di «Libération»

COPENAGHEN - Pensava di avere tra le mani un'intervista in esclusiva. Dopo quattro ore ha scoperto di aver preso un'incredibile cantonata. È ciò che è capitato domenica a un giornalista dell'Afp, l'agenzia di stampa francese. Il reporter, appena sbarcato all'aeroporto di Copenaghen per seguire il summit sul clima, non poteva credere ai suoi occhi. Mentre ritirava i bagagli, ha visto nello scalo danese una persona che assomigliava moltissimo a Ban Ki-moon, il segretario generale dell'Onu. Prendendo la palla al balzo si è avvicinato e gli ha chiesto un'intervista. Peccato che si trattasse di un sosia che è stato al gioco e proprio come se fosse il segretario generale del Palazzo di Vetro ha risposto alle incalzanti domande del giornalista discettando sui problemi climatici del mondo e sull'importanza del summit internazionale.

LANCI D'AGENZIA - Dopo aver terminato l'intervista esclusiva, il giornalista ha inviato il resoconto all'agenzia francese. «Il segretario dell'Onu Ban Ki-moon si dichiara prudentemente ottimista sull’esito della conferenza, domenica al suo arrivo all’aeroporto di Copenaghen» si legge in un primo lancio d'agenzia pubblicato dall'Afp alle 14.23 di domenica. Ne sono seguiti altri sei in cui il falso Ban Ki-moon parlava in generale del summit sul clima e delle sue aspettative. Le dichiarazioni del sosia sono state riprese dai diversi siti d'informazione (come Lematin.ch) e da innumerevoli network internazionali. Alle 18.36 la doccia fredda. L'Afp pubblica un breve ma essenziale lancio d'agenzia che recita: «Per favore, annullare la nostra serie di lanci intitolati: "Clima, da Copenaghen Ban Ki-moon si dice prudentemente ottimista", "Il segretario dell'Onu ha fatto sapere di essere ancora a New York"». Come hanno potuto appurare in seguito i giornalisti presenti al summit, il politico sudcoreano è arrivato a Copenaghen solo martedì, due giorni dopo la falsa intervista del reporter dell'Afp.

IMBARAZZO E SCONCERTO - Il falso scoop ha provocato imbarazzo e sconcerto tra i giornalisti dell'agenzia francese. Ciò che non ha funzionato sono i normali processi di verifica della notizia. È davvero strano che, dopo il lancio della prima agenzia, i giornalisti dell'Afp a New York non abbiano subito informato la redazione transalpina della presenza di Ban Ki-moon nella città americana. La redazione dell’Afp difende il collega: «Il giornalista che ha raccolto le dichiarazione del falso Ban Ki-moon era davvero in buona fede - ha spiegato al quotidiano Libération il caporedattore dell'Afp Dimitri de Kochko -. La persona intervistata era davvero un sosia. Il mio collega si è avvicinato e ha chiesto se si trovava di fronte al segretario generale dell'Onu e il sosia ha risposto di sì».

Francesco Tortora

Obama incontra il premier cinese Wen Jiabao : «Un passo avanti»»

Obama incontra il premier cinese Wen Jiabao : «Un passo avanti»»

 

Il presidente usa tenta di vincere le ultime resistenze cinesi. Faccia a facci con Wen Jiabao. La bozza d'accordo: aumento di temperatura entro i 2 gradi e 100 miliardi di dollari per i Paesi poveri

 

Barack Obama (Ansa)

COPENAGHEN (DANIMARCA) - I due paesi che hanno in mano la maggior parte dei destini del mondo si sono incontrati: Obama ha avuto un lungo faccia a faccia con il premier cinese Wen Jiabao a margine della conferenza sul clima a Copenaghen. «È stata una discussione costruttiva su tutte le questioni chiave» ha spiegato una fonte della delegazione di Obama, e si tratta di un «passo avanti» verso il raggiungimento di un accordo. Obama e Wen proseguiranno i negoziati con una serie di «incontri bilaterali con gli altri Paesi per vedere se si riesce ad arrivare a un'intesa», ha aggiunto la fonte.

SI ACCETTI ANCHE UN'INTESA NON PERFETTA - «Il mondo accetti anche un'intesa non perfetta. L'America è pronta a prendersi le sue responsabilità in quanto leader. Non sareste qui se non foste convinti che il pericolo è reale. Il cambiamento climatico non è fantascienza, ma è scienza, è reale»». Si era espresso così Barack Obama davanti al plenum del vertice Onu, prima di incontrare il premier cinese. «Siamo qui non parlare ma per agire» ha poi detto ancora Obma, ma la verità è che la possibilità di un accordo sul clima resta al momento ancora lontana, se non avverrà qualche fatto nuovo. Obama non ha però fatto nuovi annunci su impegni ulteriori degli Usa. Sulla riduzione di C02, ha detto di sperare che gli Usa saranno in grado di ridurre le loro emissioni di gas ad effetto serra del 17% entro il 2020 rispetto al 2005, così come previsto dalla legislazione pendente davanti al Congresso.

LA BOZZA - Passi avanti sono comunque stati fatti rispetto agli ultimi giorni. Nel giorno conclusivo del vertice del vertice sul clima, dopo una discussione durata per gran parte della notte a Copenaghen è pronta una bozza d'intesa da sottoporre all'esame dei «grandi» del mondo: l'aumento della temperatura globale del pianeta dovrà essere tenuto entro i 2 gradi centigradi sui livelli pre-industriali e i Paesi poveri saranno finanziati con un fondo che raggiungerà i 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020 per adottare tecnologie «pulite» e affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici. Queste le linee-guida anticipate da due fonti che hanno partecipato ai negoziati. Tuttavia la resistenza della Cina e dell'India a un'intesa rimane forte e per questo c'è grande attesa per quanto sarà in grado di fare il presidente degli Stati Uniti Barack Obama giunto oggi a Copenaghen, per superare le ultime difficoltà, se la cosa sarà possibile.

I DETTAGLI - La bozza, presentata dalla presidenza danese che ospita il summit, è stata già sottoposta all'esame degli esperti di clima di 26 Paesi diversi, i più influenti, e sarà oggi esaminata dagli oltre 100 capi di Stato e di governo che sono già arrivati o che stanno sbarcando a Copenaghen. Il testo messo a punto dagli «sherpa» e che ovviamente potrebbe ancora subire cambiamenti, allo stato non cita però obiettivi per i tagli delle emissioni dei Paesi industrializzati. Si è lavorato fino a notte fonda per limare il documento. «Abbiamo tentato di dare un ombrello politico all'accordo», ha detto il premier svedese, Fredrik Reinfeldt, che detiene la presidente di turno dell'Ue. «C'è stato un dialogo molto costruttivo», gil ha fatto eco il premier danese e presidente della conferenza Onu, Lars Loekke Rasmussen.
La bozza, come detto, prevede un pacchetto di aiuti ai Paesi più vulnerabili, che parte da 10 miliardi di dollari all'anno tra il 2010 e il 2012, passa a 50 miliardi di dollari annualmente fino al 2015 e 100 miliardi entro il 2020; e propone una serie di meccanismi di raccolta del denaro. I tagli alle emissioni dovranno invece essere tali da non far superare l'aumento di due gradi Celsius (le piccole isole che rischiano di essere sommerse dall'innalzamento del livello dei mari causati dallo scioglimento dei ghiacci avevano chiesto un limite massimo di 1,5 gradi). Le prossime ore saranno decisive per le trattative sul nodo centrale, il taglio alle emissioni. I leader di 26 Paesi ricchi e in via di sviluppo si sono già incontrati nelle primissime ore del giorno per tentare di superare le profonde divisioni; e si incontreranno di nuovo. Trattative febbrili dunque, soprattutto per convincere Cina e India, al primo e al quarto posto nella lista dei Paesi più inquinanti: i due giganti asiatici si sono detti finora disponibili a misure volontarie per rallentare le emissioni di CO2, ma sono riluttanti a consentire ispezioni dall'esterno che verifichino il rispetto degli impegni.

SVOLTA - La svolta che ha ridato fiato al negoziato è comunque ancora una volta «made in Usa» anche se gli europei hanno spinto al massimo per un risultato più incisivo. Obama si è fatto precedere a sorpresa dal segretario di Stato Hillary Clinton che giovedì ha sparso a piene mani fiducia accompagnando le dichiarazioni di buona volontà con una apertura forte: gli Stati Uniti accettano di partecipare al fondo di aiuti per i Paesi in via di sviluppo per 100 miliardi di dollari entro il 2020. Resta in piedi l'incognita Cina che giovedì ha mostrato un eccesso di tattica: prima ha gettato nel panico i negoziatori delle Nazioni Unite facendo sapere che un accordo era «impossibile»; quindi, attraverso una dichiarazione del premier cinese Wen Jiabao, ha chiesto un «accordo equilibrato, giusto e ragionevole». Intanto oggi, forse non a caso, è trapelato uno studio choc delle Nazioni Unite che dice a chiare lettere che se si firmasse un accordo alle condizioni attuali il Pianeta rimarrebbe a rischio catastrofe. Secondo questo documento confidenziale, le offerte di riduzione delle emissioni di Co2 sul tavolo dei negoziati, porterebbero ad un aumento medio delle temperature mondiali di tre gradi rispetto all'obiettivo dei 2 gradi. E sarebbe una catastrofe per il pianeta.

15/12/2009

Clima rovente a Copenaghen: fermati 200 No-global

Clima rovente a Copenaghen: fermati 200 No-global

 

Scontri tra polizia e manifestanti nel quartiere hippie. I dimostranti hanno lanciato molotov e allestito barricate, alle quali hanno poi dato fuoco

 

 

 

COPENAGHEN - La polizia danese è intervenuta lunedì sera a Christiania, quartiere di Copenaghen dove dagli anni Sessanta vive una comunità hippy, per sgomberare barricate incendiate erette nelle strade. Circa 210 persone sono state arrestate, secondo quanto appreso da fonte della polizia. I poliziotti sono penetrati poco prima di mezzanotte nella cosiddetta «città libera» con i cani, ha dichiarato Henrik Suhr, portavoce della polizia della capitale danese. L’intervento fa seguito al lancio di molotov avvenuto luendì sera contro i poliziotti che tentavano di spegnere gli incendi delle barricate sulla carreggiata, obbligando le forze dell’ordine a ricorrere ai gas lacrimogeni per riportare la calma.

FESTA E MOLOTOV - Un gran numero di militanti danesi e stranieri hanno partecipato lunedì sera a una festa a Christiania in una ex caserma occupata dal 1971 dagli hippy e diventata poi il più grande rifugio di emarginati d’Europa. Secondo un testimone interpellato dalla rete TV2 News, la polizia, che ha bloccato tutti gli ingressi e le uscite del quartiere, è intervenuta entrando in una tenda dove si teneva la festa e ha lanciato gas lacrimogeni per scacciarne gli occupanti. Le forze dell’ordine erano intervenute già all’inizio della serata per spegnere gli incendi appiccati alle barricate fatte con cassonetti di fronte all'ingresso del quartiere. Le persone arrestate sono state condotte al centro speciale di detenzione istituito vicino a Copenaghen in occasione del vertice mondiale sul clima. In precedenza lunedì diciassette persone erano state arrestate in seguito a una manifestazione di oltre un migliaio di militanti che chiedevano l’apertura delle frontiere ai profughi climatici.

14/12/2009

I Paesi africani tornano ai negoziati

I Paesi africani tornano ai negoziati

 

Le loro delegazioni avevano abbandonato i lavori del vertice lunedì mattina. Dopo aver avuto rassicurazione che sarà data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del Protocollo di Kyoto

 

Desmond Tutu a Copenaghen

COPENAGHEN - I Paesi africani hanno deciso di riprendere la partecipazione ai negoziati alla Conferenza Onu di Copenaghen sul clima, dopo aver avuto rassicurazione che sarà data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del Protocollo di Kyoto. Il boicottaggio dei gruppi di lavoro era stato deciso lunedì mattina e alla protesta si erano associati anche gli altri Paesi in via di sviluppo del G77. La presidenza danese ha subito avviato contatti ed è riuscita a ricucire lo strappo, consumatosi a cinque giorni dall'arrivo venerdì prossimo dei leader di 120 Paesi per la fase negoziale conclusiva.

CHE COSA CHIEDONO - I Paesi in via di sviluppo chiedono di dare priorità a un secondo periodo di impegno per i tagli delle emissioni di C02 previsti dal Protocollo di Kyoto rispetto alla più ampia discussione sugli obiettivi di lungo termine per la cooperazione nella lotta ai cambiamenti climatici. «L'Africa ha tirato il freno d'emergenza per evitare che il treno deragli nel fine settimana», ha commentato Jeremy Hobbs, direttore esecutivo di Oxfam International. Fonti occidentali hanno riferito che gli animi si sono accesi dopo «le crescenti tensioni tra americani e cinesi» emerse nella tavola rotonda di domenica con i ministri dell'Ambiente di 50 Paesi. Il timore è che si ripeta il fallimento del 2000 all'Aja, quando si consumò la rottura nella conferenza che avrebbe dovuto completare le regole di Kyoto

12/12/2009

Città blindata, oggi il corteo no global La polizia teme le violenze dei Black Block

Città blindata, oggi il corteo no global La polizia teme le violenze dei Black Block

 

Attesi 80 mila manifestanti, la polizia teme infiltrazioni e violenze. Ambientalisti e no global di 515 organizzazioni di 67 Paesi diversi sfilano per la città. In piazza anche Tutu

 

 

COPENAGHEN - La capitale danese si è svegliata super-blindata in attesa delle manifestazioni della galassia ecologista e no-global che prepara il contro-vertice. Le proteste contro il summit dell'Onu sul cambiamento climatico caratterizzeranno il weekend. Già venerdì si sono avuti alcuni anticipi di contestazione, e non solo a Copenaghen. Decine di migliaia di persone sono già scese in piazza in molti Paesi asiatici (ad Hong Kong, in Indonesia di fronte all'ambasciata Usa, nelle Filippine, in Australia), per chiedere ai leader che partecipano al summit di siglare un accordo che freni davvero il surriscaldamento del pianeta. E oggi organizzazioni non governative, movimenti pacifisti, gruppi ambientalisti scenderanno nelle strade della capitale danese, presidiata da una straordinaria presenza di polizia.

IL CORTEO - Gli organizzatori prevedono la partecipazione tra le 60.000 e le 80.000 persone. La marcia partirà dal Parlamento, davanti al Christiansborg Castle, alle 14, attraverserà la città e arriverà alcune ore dopo al Bella Center, teatro del summit, davanti a cui si terranno discorsi e eventi musicali: circa sei chilometri di percorso, organizzato da 515 organizzazioni di 67 Paesi diversi. E alla fine del corteo, ci sarà una veglia illuminata da candele presieduta dal Premio Nobel, Desmond Tutu. Uno dei principali gruppi organizzatori, Oxfam, ha preannunciato la presenza di vip, tra cui la modella danese-peruviana, Helena Christensen.

RISCHIO TAFFERUGLI - Ma il timore è che ci siano scontri e tafferugli, con l'infiltrazione dei «Black Bloc»; abitanti e negozianti sono stati avvertiti del rischio di eventuali violenze. Già venerdì, come detto, c'è stato un primo «assaggio», con l'arresto di una settantina di persone, tra cui alcuni italiani. I manifestanti arrivavano ancora venerdì notte, su autobus, treni, aerei e traghetti, provenienti da Berlino, Brema, Londra, Leeds, Amsterdam, Milano e decine di altre città europee. Il vertice si fermerà domani, domenica, mentre cominciano ad arrivare le delegazioni guidate dai ministri degli ambienti (per l'Italia, sarà presente Stefania Prestigiacomo); ma non si fermeranno le proteste. Tra l'altro è prevista un'azione per bloccare il porto di Copenaghen.

08/12/2009

Usa: «I gas serra sono pericolosi»

Usa: «I gas serra sono pericolosi»

 

La svolta nella politica americana apre la strada a un accordo. L'Agenzia per la Protezione ambientale: «Sono una minaccia per la salute umana»

 

(Reuters)

WASHINGTON - Svolta nella politica ufficiale americana nel giorno d'apertura della conferenza di Copenaghen sul clima. L'agenzia Usa per la Protezione ambientale (Epa) ha dichiarato ufficialmente che i gas che contribuiscono all'effetto serra sono una minaccia per la salute umana. L'annuncio apre così la possibilità di un accordo efficace sulla limitazione dei gas serra al vertice e anche al Congresso di Washington per un intervento normativo che potrebbe nei prossimi mesi imporre per la prima volta un tetto alla produzione di gas inquinanti.

SFIDA - A dare l’annuncio ufficiale è stata Lisa Jackson, direttrice dell’Epa, in una conferenza stampa a Washington. Jackson ha spiegato come il 2009 si pone come «l’anno in cui gli Stati Uniti hanno iniziato a fronteggiare la sfida dei gas serra e a cogliere l’opportunità di una riforma sull’energia pulita».

07/12/2009

Clima, il summit parte con l'ottimismo

Clima, il summit parte con l'ottimismo

 

Copenaghen. Ban Ki-moon: ci sarà accordo firmato da tutti gli Stati. Ma il Brasile chiede 300 miliardi di dollari ai Paesi ricchi

 

 

 

Copenaghen - La 15esima conferenza dell'Onu sui cambiamenti climatici di Copenaghen parte all'insegna dell'ottimismo. Almeno sulla carta. Barak Obama ha annunciato la sua presenza nella sessione finale, il Papa ha chiesto con forza di procedere verso un maggiore rispetto della natura e uno sviluppo solidale. «Si concluderà con un accordo firmato da tutti gli Stati - ha detto il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon in un'intervista -. Tutti i capi di Stato e di governo sono d’accordo sull’obiettivo: adesso ci dobbiamo solo mettere d’accordo su come raggiungerlo». Anche i numeri fanno ben sperare. Il Bella Center, sede del vertice, è preso d'assalto dai delegati: 15mila la capienza massima del centro conferenze ma le richieste sono state più del doppio, circa 34mila. Un summit che vede per la prima volta la presenza di 103 tra premier e capi di Stato.

I "RIBELLI": CINA - Usa, India e Cina insieme a Brasile e Sudafrica saranno i protagonisti di queste due settimane. E da questi Stati "ribelli", ovvero in via di sviluppo, continua ad arrivare pressante la richiesta di un sostegno economico per l'abbattimento dei gas serra. Uno su tutti, la Cina. «È evidente che il pianeta è di tutti, ma sebbene i poveri devono assumersi delle responsabilità, non devono pagare al di là delle loro capacità: per arrivare a un consenso mondiale occorre assicurare giustizia ed equità» scrive il quotidiano Peking News, organo ufficiale del Partito Comunista. La Cina ha annunciato di voler ridurre le emissioni di gas serra del 40%-45% (rispetto al livello del 2005) entro il prossimo decennio. Il ministro cinese per la scienza e la tecnologia Wan Gang, in un'intervista al quotidiano britannico Guardian, ha detto che le emissioni raggiungeranno un picco tra il 2030 e il 2040 e solo dopo cominceranno a diminuire. Pechino, che sarà rappresentata dal premier Wen Jiabao, appare determinata a ridurre le emissioni. «Non bisogna permettere a questa polemica poveri-ricchi - scrive in un editoriale il quotidiano China Daily - di impedire che due settimane di colloqui di Copenaghen sfocino in un nuovo accordo globale sul clima che succeda nel 2013 al protocollo di Kyoto».

BRASILE E SUDAFRICA - Dura la posizione annunciata dal Brasile. «Faremo richieste molto dure, chiederemo ai Paesi ricchi e industrializzati circa 300 miliardi di dollari da destinare alla riduzioni delle emissioni - ha detto il ministro dell'ambiente Carlos Minc -. Chiederemo inoltre che questi Paesi taglino molto di più le loro emissioni». Un'apertura arriva invece dal Sudafrica, che si dice pronto a un compromesso con la disponibilità a rallentare del 34% entro il 2020 e del 42% entro il 2025 la crescita delle emissioni dei gas inquinanti, a patto che ciò avvenga nel quadro di un accordo internazionale e di aiuti finanziari e tecnologici. Infine l'India, dove il premier Manmohan Singh ha tirato un sospiro di sollievo perché alla vigilia del vertice è rientrata la rivolta di due dei suoi principali sherpa che avevano annunciato le dimissioni in dissenso con la posizione indiana sulle quote di riduzione delle emissioni di CO2. Dopo il discorso alla Camera del ministro dell'Ambiente Jairam Ramesh sul progetto di riduzione volontaria del 20-25% dell'intensità delle emissioni entro il 2020, Chandrasekahr Dasgupta e Prodipto Gosh, negoziatori chiave del team indiano, hanno rivelato il loro disaccordo, sostenendo che tale disponibilità, e l'ipotesi di un controllo internazionale su questo impegno, erano state offerte senza contropartite. Da qui la decisione di non viaggiare a Copenaghen. Ma una serie di riunioni con il ministro Ramesh, scrive la stampa di New Delhi, hanno permesso di superare almeno formalmente l'impasse e convinto i due sherpa a preparare le valigie.

DIECI MILIARDI ALL'ANNO - Secondo Yvo de Boer, segretario esecutivo della convenzione dell'Onu sui cambiamenti climatici, serviranno una decina di miliardi di dollari ogni anno per i prossimi tre anni per rispondere ai bisogni più urgenti dei Paesi più vulnerabili nel far fronte ai cambiamenti climatici. «Per questo - spiega - serve un rapido sblocco dei finanziamenti». Anche perché «da qui al 2020, o al 2030 saranno necessarie cifre molto più significative, nell'ordine di centinaia di miliardi di dollari».

05/12/2009

Ecosia: primo motore di ricerca ecologico

Ecosia: primo motore di ricerca ecologico

 

I server funzionano con energia «verde». I suoi ideatori dichiarano che quasi l'80% dei profitti finanzieranno un progetto del WWF in Amazzonia

 

MILANO - Sarà il primo motore di ricerca ecologico e avrà come fine ultimo la protezione di migliaia di ettari di foresta amazzonica. Lunedì prossimo sarà lanciato ufficialmente a Berlino «Ecosia», il motore di ricerca che cercherà di far concorrenza al gigante Google puntando tutto sull'arma verde. Infatti, come dichiarano i suoi ideatori, quasi l'80% dei profitti ricavati da Ecosia finanzieranno un progetto del WWF in Amazzonia e ogni ricerca effettuata con il motore di ricerca ambientalista salverà in media due metri quadri di foresta pluviale. Il progetto è sostenuto anche da Yahoo e Bing e partirà nello stesso giorno in cui a Copenaghen i grandi della Terra cominceranno a discutere i problemi climatici del nostro pianeta.

PUBBLICITÀ ONLINE - Ecosia userà la stessa strategia di pubblicità online ideata a suo tempo da Google e che ha fatto la fortuna della società americana. Il sito ecologico infatti otterrà uno contributo economico dagli sponsor ogni qual volta gli utenti cliccheranno sui link delle aziende pubblicizzate: «Grazie ai link sponsorizzati, i motori di ricerca guadagnano miliardi ogni anno» dichiara Christian Kroll, uno dei fondatori del motore di ricerca ecologico. «Ecosia crede che esista un modo più ecologico per usare questi enormi profitti e ritiene che questi soldi potrebbero servire a combattere il riscaldamento climatico». Secondo i calcoli di Kroll se solo l'1% degli utenti di Internet usassero Ecosia, ogni anno si potrebbe salvare una foresta pluviale grande quanto la Svizzera. «Impostando Ecosia come motore di ricerca predefinito si possono colorare di verde le ricerche online, ridurre le impronte di carbonio e fare la vera differenza per il pianeta» dichiara Kroll

ENERGIA VERDE - I server di Ecosia saranno alimentati a energia verde: «Rendendo le ricerche in rete ecologiche, gli utenti potranno prevenire il cambiamento climatico salvando le foreste in pericolo di estinzione» continua Kroll. Il WWF crede molto nel progetto e in comunicato afferma: «Ecosia sarà il motore di ricerca più ecologico del mondo. Ogni ricerca effettuata con Ecosia realmente proteggerà un pezzo di foresta pluviale. Se Ecosia diventa il tuo motore di ricerca, puoi aiutare l'ambiente ogni qual volta fai una ricerca». Secondo il WWF la situazione dell'Amazzonia e delle foreste pluviali in generale è davvero preoccupante. Negli ultimi 50 anni più della metà delle foreste pluviali del mondo sono state distrutte. Ogni anno l'attività umana contribuisce a far scomparire zone verdi che hanno in media una dimensione superiore alla superficie della Gran Bretagna. La deforestazione,infine, resta una delle principali cause del riscaldamento climatico e dell'inquinamento atmosferico

Francesco Tortora

27/10/2009

Aquiloni a turbina sotto i mari per produrre energia con le correnti

Aquiloni a turbina sotto i mari per produrre energia con le correnti

 

Sviluppati dalla svedese Minesto. Interessato il ministero dell'Energia britannico: un kW costerebbe tra 0,06 e 0,14 euro

 

In inglese si chiama serendipity, in italiano coincidenza. Cioè si sta cercando qualcosa in un certo campo, quando si scopre che invece funziona in tutt'altra direzione. È quanto avvenuto alla Minesto, compagnia del gruppo svedese Saab. Gli ingegneri stavano studiando un aquilone a turbina per produrre energia con il vento, quando si sono accorti che l'apparecchio sarebbe stato molto più efficiente immerso nel mare, dove l'acqua è 832 volte più densa dell'aria.

IN ACQUA - Detto e fatto: Green Deep è stato convertito dall'aria all'acqua. Si tratta di una turbina sorretta da un'ala dal peso totale di 7 tonnellate che, ancorata con un cavo al fondale marino a 60-150 metri di profondità, fluttua descrivendo una traiettoria a forma di 8 orizzontale, come il simbolo dell'infinito. Il processo avviene in due fasi. Nella prima si aumenta la velocità del flusso che entra nella turbina. Quando la marea colpisce l'ala, questa di abbassa creando una forza ascendente e con la traiettoria a 8 rovesciato la velocità del flusso è aumentata di dieci volte. Nella seconda fase si utilizza un generatore per convertire l'energia cinetica in elettricità. Secondo la Minesto dopo sole tre settimane l'aquilone sottomarino ha già recuperato l'energia spesa per realizzarlo, contro gli 8 mesi che servirebbero se fosse utilizzato in aria. Ogni aquilone ha una potenzialità di 500 kW. Ogni kilowattora viene prodotto a un costo di 0,09-0,20 dollari (0,06-0,14 euro).

POTENZIALITÀ - In Europa, però, la potenzialità di un sistema simile potrebbe essere espressa quasi solo in acque britanniche, dove le correnti sono pari a 1-2 metri al secondo a una profondità di 6-120 metri. Il ministero dell'Energia britannico si è già interessato al progetto. Deep Green è ora finanziato dai governi svedesi e britannico e ha ricevuto quasi 3 milioni di dollari da altre compagnie. Si stima che un sistema completo di aquiloni sottomarini possa produrre 18 terawattora annui, sufficienti per assicurare energia a quasi 4 milioni di abitazioni in Gran Bretagna

Paolo Virtuani

03/10/2009

Incuria e abusi, l’Italia che si sbriciola: rischi idrogeologici in 7 Comuni su 10

Incuria e abusi, l’Italia che si sbriciola: rischi idrogeologici in 7 Comuni su 10


IL DOSSIER. Le colpe dell'amministrazione dietro i disastri ambientali. Da Nord a Sud edifici realizzati in zone di esondazione

 

ROMA — «La natura non fa scon­ti. Prima o poi, gli errori ricadono addosso a chi li ha compiuti. Semi­nando la morte, come vediamo a Messina». Vittorio Cogliati Dezza presiede «Legambiente» ma inse­gna storia e filosofia: e si sente. Nu­meri e cifre, nella loro durezza, con­fermano la sua tesi: più il territorio italiano è sfruttato, martoriato, mal­governato, più l’Italia si sbriciola e si impantana in una melma che in­goia vittime, provoca crolli, disper­si, assenza d’acqua potabile, quindi disperazione. Proprio Legambiente certifica che nel 77% dei comuni so­no state costruite abitazioni e nel 56% fabbricati industriali in aree a rischio. Ancora numeri, eloquentis­simi. 5.581 comuni italiani a ri­schio idrogeologico di cui 1.700 per frane, 1.285 per alluvioni, 2.596 per frane e alluvioni insieme. Nella sola Sicilia, 272 comuni a rischio e 91 nel Messinese. Il record appartie­ne al Piemonte con 1.046 comuni in pericolo, l’opposto della Sarde­gna che ne registra appena 42.

Proprio vero. La natura non fa mai sconti. Ciò che riceve, restitui­sce. Nel bene come nel male. Una terra tutelata restituisce una sicura protezione idrogeologica. Una terra violentata non può far altro che produrre altra violenza. Non per­ché sia matrigna ma perché l’uomo le ha sottratto gli strumenti per pro­teggere proprio se stesso. Non c’è bisogno di evocare lo spettro di Sarno, con le sue 140 fra­ne e i suoi 137 morti nel maggio 1998. Basta guardare a tempi più re­centi. Per esempio quest’anno. Fra­ne e quattro morti al Nord, due a Borca di Cadore (18 luglio). Due vit­time nel Trapanese per un nubifra­gio (2 febbraio). Due operai morti sotto una frana a Caltanissetta (28 gennaio). Frane in tutto il Sud, chiusi 60 chilometri di autostrada (29 gennaio). Due morti e quattro feriti per una frana sulla Saler­no- Reggio Calabria (25 gennaio). Poco prima, alla fine del 2008, gli spettacolari danni e l’autentico ter­rore di Roma per la clamorosa pie­na del Tevere (dicembre 2008). In­ferno d’acqua a Cagliari, tre morti (22 ottobre). Maltempo: due morti, Valtellina isolata (13 luglio). Po e Dora, rotti gli argini, ponti bloccati e scuole chiuse. E si potrebbe conti­nuare tristemente così, con titoli sempre uguali, lì a dimostrare che la natura non fa sconti.

Accusa Giulia Maria Crespi, presi­dente del Fondo per l’Ambiente Ita­liano: «C’è totale indifferenza verso il paesaggio e le sue regole. Paesag­gio vuol dire anche assesto idrogeo­logico. Ma come si fa quando l’agri­coltura è totalmente abbandonata, i corsi d’acqua e i boschi non vengo­no curati, le colline sono tagliate senza curarsi delle vene idriche, si costruisce dissennatamente nei po­sti più sbagliati? Poi arriva la cata­strofe e si piange... Non si capisce che un paesaggio rispettato non fa­vorisce i ricchi snob che vogliono il loro panorama ma produce turi­smo, agricoltura, ricchezza».

Ancora Cogliati Dezza aggiunge un elemento importante alla sua analisi: «Comuni del Nord e del Sud hanno permesso di edificare in aree di esondazione. Il pericolo cre­sce perché, come i climatologi inse­gnano, siamo definitivamente en­trati in una fase in cui i fenomeni atmosferici sono più violenti e im­prevedibili. L’essenza dei nuovi pro­blemi idrogeologici è tutta qui: in tre giorni può cadere la stessa quan­tità di pioggia di un’intera stagio­ne. Guardiamo cosa è accaduto l’an­no scorso a Roma col Tevere e a Ca­gliari». Unico dato positivo, secon­do Cogliati Dezza, una nuova sensi­bilità diffusa tra i cittadini comuni che ormai individuano, dice, nel­l’abusivismo edilizio la vera causa dei disastri. Non si spiegherebbe di­versamente la chiarezza con cui don Giovanni Scimone, parroco di Giampilieri (quindi non un geolo­go), ha sintetizzato ciò che è acca­duto alla sua gente: «Le colline so­no prive di alberi, in parte distrutti dagli incendi, in parte tagliati per edificare, non sono stati costruiti muri di contenimento. Tutto que­sto comporta che una pioggia più violenta fa venir giù le frane».

Ma se lo capisce il parroco di un piccolo centro, troppo spesso a non (voler) comprendere sono le amministrazioni locali. Accusa Ve­zio de Lucia, urbanista, autore di molti piani regolatori, ex assessore all’urbanistica di Napoli: «Solo a Ro­ma sono in esame 85 mila doman­de di condono presentate tra i pri­mi anni Novanta e il 2003. Ciò signi­fica che l’abusivismo dilaga sotto le amministrazioni e i governi di ogni segno politico. La corresponsabili­tà è generale». Quasi un marchio culturale collettivo, ovviamente de­teriore. De Lucia ricorda che «qui l’Italia segna una fortissima diffe­renza col resto dell’Europa. Poiché non intendo assumere un atteggia­mento che potrebbe sfiorare il razzi­smo antropologico, dirò che siamo di fronte a un problema di scarsissi­mo rispetto delle leggi. Nel resto d’Europa l’abusivismo o non c’è o si registra in forme assolutamente marginali». Cosa fare? De Lucia ha una solida anima progressista ma non ha paura di una parola: «Occor­re semplicemente la repressione, che manca completamente. Perché parliamo di reati gravi che vanno repressi. Invece il fenomeno conti­nua a crescere. Nell’indifferenza ge­nerale». Già, l’indifferenza. Nemmeno l’abusivismo riguardasse solo chi lo produce e non si trasformasse in­vece, come realmente accade, nel depauperamento di un patrimonio collettivo che la Costituzione ci im­pone di salvaguardare (articolo 9: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»).

Alessandra Mottola Molfino pre­siede da pochi giorni «Italia no­stra». Ma è prontissima a esprime­re la sua opinione: «Prima di costru­ire nuove cubature, sarebbe assai meglio riassestare le vecchie costru­zioni e soprattutto occuparsi della cura del territorio. Ma sembra im­possibile ragionare così». La neo­presidente aggiunge un altro tassel­lo a un quadro già disperante: «Da anni 'Italia nostra' produce docu­menti realizzati da eccellenti profes­sionisti nostri associati. Materiale inviato al governo e alle ammini­strazioni locali. Ma nessuno ci ascolta, eppure è tutto già scritto lì....». Vi accusano di essere contro lo sviluppo, nemici di qualsiasi ipo­tesi di edificabilità. «Falso. Noi chie­diamo solo di intervenire dopo aver analizzato attentamente le ca­ratteristiche del luogo e il suo livel­lo di sostenibilità. Ma a proposi­to... ». A proposito? «Noi di 'Italia nostra' siamo stati sempre fiera­mente contrari alla costruzione del Ponte sullo Stretto. Ora qualcuno dovrà spiegarci con quale coraggio, dopo una simile catastrofe, si può immaginare di dar vita a una simile grande opera su un territorio tanto gravido di pericoli e di incognite».

Paolo Conti

mappa rischio geologico.jpg

25/08/2009

Capri, chiusa la Grotta Azzurra: schiuma bianca e maleodorante, sviene marinaio

Capri, chiusa la Grotta Azzurra: schiuma bianca e maleodorante, sviene marinaio

 

L'isola nel golfo di napoli. Il fenomeno è al vaglio dei biologi e dei tecnici dell’Asl

 

L'ingresso della Grotta Azzurra

L'ingresso della Grotta Azzurra

 

NAPOLI - Ancora un colpo durissimo per il simbolo di Capri, la Grotta Azzurra prima invasa da liquami, poi lambita da una coltivazione di marijuana. Stavolta, però, il colpo è letale. Una striscia di schiuma bianca maleodorante è penetrata all’interno dell'antro e ha reso l'atmosfera irrespirabile. Si è così deciso di interrompere le visite frequentissime e chiudere l'ingresso. Un marinaio ha avvertito anche un malore e sono stati chiamati i tecnici dell'Asl.

AL LAVORO I BIOLOGI - Il fenomeno è ora al vaglio dei biologi e dei tecnici dell’azienda sanitaria arrivati immediatamente nella zona dove stanno effettuando i prelievi sia nello specchio d’acqua antistante che nella stessa Grotta. Insieme con i tecnici dell’Asl anche i carabinieri e i marinai della Capitaneria di Porto che hanno avviato un’inchiesta.
Nei giorni scorsi liquami fognari erano stati riscontrati nell’area della Grotta azzurra mentre successivamente un noto ristoratore fu sorpreso, sempre nell’isola del Golfo, a pochi metri dalla riva mentre era impegnato con un suo dipendente a frantumare e gettare bottiglie di vetro in mare.

L'INTERVENTO DELL'ARPAC - Una squadra di tecnici del dipartimento provinciale di Napoli dell’Arpac (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Campania) sta raggiungendo la Grotta Azzurra. I tecnici effettueranno i necessari rilievi nell’area marina. Secondo il direttore provinciale dell’agenzia, Alfonso De Nardo, è ipotizzabile che i risultati degli esami possano essere noti entro 24 ore, ma certo non prima di domani.

I DUBBI DI LEGAMBIENTE - L'associazione ambientalista solleva intanto dubbi sulla situazione della grotta naturale, simbolo del'isola di Capri. È Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, a commentare con sorpresa l'ultima scoperta, la scia bianca comparsa tra le acque cristalline: «È solo una fatalità, frutto di un destino cinico e baro o la colpa di un mix di anarchia, degrado ed illegalità come dimostrano i recenti episodi quest'estate? In attesa dei risultati delle analisi, sembra che una vera e propria maledizione sia caduta sull'isola di Capri».

L'INCREDULITÀ DEL SINDACO - «Da parte dell’amministrazione non è stata disposta alcuna chiusura della Grotta Azzurra, ho appreso la notizia dai siti internet». Si dice incredulo invece Francesco Cerrotta, primo cittadino di Anacapri: «Per quanto ci riguarda, appena appresa la notizia, abbiamo incaricato un chimico di fare prelievi per conto del Comune - spiega il sindaco - Gli esami saranno pronti forse non prima di 48 ore, ma da una prima ricognizione visiva e olfattiva non c’è nulla che potesse dare adito a inquinamento e cattivi odori». Non ancora identificata quindi l'origine della schiuma e dell'olezzo nauseabondo, stamattina a dare l’allarme sono stati i barcaioli che effettuano il sistema di trasporto, ora sospeso in via precauzionale, da e per la Grotta Azzurra. Sono stati poi avvertiti i militari che accorsi sul posto hanno a loro volta provveduto ad avvisare il sindaco e i tecnici comunali.

21/08/2009

Capri, discarica di vetri sui fondali

Capri, discarica di vetri sui fondali


Il gestore del lido: «Lo faccio da 30 anni». Carlo De Martino, 76 anni, colto in flagrante dai carabinieri. Riversava in acqua bottiglie di vetro dopo averle a frantumate

 


CAPRI - È ancora frastornato, Carlo De Martino. Camicia bianca, pantalone grigio e mocassini, il titolare del ristorante dei «Bagni di Tiberio» - che si trova in uno degli angoli magici dell’isola azzurra - indossa gli stessi vestiti che portava quando i carabinieri della stazione di Capri lo hanno arrestato.
Dove si trovava in quel momento?
«In mare, sul mio gozzo che si chiama “San Giuseppe”. Con me c’era anche Kumar. Lui però non c’entra con questa storia».
In che senso? Non era kumar che lanciava in mare le bottiglie di vetro vuote?
«Sì, ma stava facendo solo quello che io gli avevo detto di fare. E poi ne aveva lanciate appena due o tre. Poi sono arrivati i carabinieri».
Quante altre volte è uscito in mare a disfarsi del vetro insieme con lui?
«Solo una volta».
Solo una?
«Con lui sì. Io, invece, lo faccio da una vita»
Che cosa?
«È una vita che esco in mare per liberarmi delle bottiglie. Da sempre. Saranno trent’anni che lo faccio».
E non si rende conto che questo comportamento danneggia l’ambiente?
«Il vetro, rompendosi sulla roccia, si fa a pezzettini. Ci pensa la marea a portarseli via. Poi, col tempo, il vetro colorato si deposita sul fondale. E ai bambini piace tanto...».
Che c’entrano i bambini?
«Sì, sì, ai bambini piace cercare le pietruzze colorate. Se venite allo stabilimento vi dimostro che è così. Non è pericoloso, il mare leviga il vetro. E i bambini fanno la raccolta dei pezzettini colorati: blu, verde, rosso...».
Ha mai sentito parlare di «raccolta differenziata»?
«Sì, certo. E noi al ristorante la facciamo la raccolta differenziata: plastica, carta, alluminio. Ma il vetro no. Proprio non immaginavo che inquinasse».