17/08/2010

Cinema: Michael Douglas ha un tumore alla gola

Cinema: Michael Douglas ha un tumore alla gola

La notizia sul sito della rivista People. Si sottoporrà presto a un ciclo di radioterapia e chemioterapia. L'attore: «Sono ottimista»

Continua...

16/06/2010

Eva Mendes, non ci sta!

Eva Mendes, non ci sta!

La splendida attrice e modella statunitense va controcorrente rispetto al desiderio di maternità delle colleghe. Il “mammismo” che ha contagiato le dive di Hollywood sembra non toccare Eva, tutt'altro. Guarda la il video hot.

 

 

Eva Mendes, nata a Miami il 5 marzo del 1974 potrebbe diventare mamma e seguire tante sue colleghe. Ma a quanto pare non si è fatta contagiare dalla febbre di maternità che ha colpito a ruota le star nazionali e internazionali più famose, dalle nostraneAnna Falchi, Elisabetta Gregoraci, Monica Bellucci eIlaria D’Amico a Heather Parisi, Julia Roberts, Sandra Bullock, Demi More e Claudia Schiffer. La Mendes si dissocia e dichiara al magazine americano W di non avere mai avuto il desiderio di avere bambini.

Controcorrente e sempre sulla cresta dell’onda Eva alle pappe e ai biberon preferisce le luci della ribalta ed è pronta a farsi ammirare nel film di
Adam McKay “The Other Guys”, in uscita nelle sale italiane il 19 novembre 2010. Per il resto sembra voglia continuare a godersi la sua bella vita in Califorinia con la sua dolce metà, il regista George Augusto con cui ha una relazione da circa otto anni. 

Ma che potrebbe accadere nella coppia se all’amato George scoppiasse il desiderio di paternità? La bella Eva ha parlato a titolo personale oppure lei ci ha messo la voce ma il pensiero era comune? Perché se così non fosse nella villa di Los Angeles presto potrebbero sentirsi delle urla. E non sarebbero certo quelle di un bebè.

 

08/06/2010

Helmut Berger: «Ridotto a vivere con 200 euro al mese di pensione»

Helmut Berger: «Ridotto a vivere con 200 euro al mese di pensione»

La Bild racconta la triste storia dell'attore, tra i preferiti da Luchino visconti. «Dopo aver girato 80 film vivo con l'assegno mensile che mi riconosce lo Stato italiano»

 

Helmut Berger
Helmut Berger

BERLINO - Ha guadagnato somme enormi, spendendo però sempre più di quanto aveva in tasca. Il risultato è che adesso Helmut Berger - l'attore austriaco, tra i più amati da Luchino Visconti - è ridotto in miseria, costretto a vivere ospite di amici perché non ce la fa ad andare avanti con i 200 euro di pensione al mese che percepisce dallo Stato italiano. Il quotidiano «Bild» ha incontrato il protagonista del «Ludwig» di Luchino Visconti a Ibiza, nella villa della sua amica contessa Sylvia Serra di Cassano, che attualmente lo ospita.

PENSIONE ITALIANA - Alla domanda su cosa gli sia rimasto delle enormi somme guadagnate, l'attore scuote la testa e spiega che «dopo aver girato 80 film vivo con la pensione italiana di 200 euro al mese. I produttori dovevano versare i contributi, ma non l'hanno fatto, così adesso dovrò chiedere l'intervento di un avvocato». Insomma, una condizione di miseria e ristrettezze cui Berger non poteva immaginare di trovarsi. Sembra quasi un atroce scherzo del destino per lui che interpretò - con la celebre scena in cui si esibisce travestito da donna in calze a rete e guêpière - il celebre film la «caduta degli dèi». Che, alla luce della sua condizione attuale, risuona con insopportabile ironia.

IL RAPPORTO CON LA GUIDATO - Quando gli viene chiesto se abbia mai pensato di sposarsi, Berger risponde a sorpresa: «Ma io sono ancora sposato», anche se il matrimonio contratto nel 1994 con l'attrice Francesca Guidato è sempre rimasto sulla carta. «Quando volevo divorziare», spiega Berger, «lei ha cercato di approfittarne economicamente. Adesso sono io che non voglio divorziare. Quando starò ancora peggio toccherà a lei mantenermi».

I QUADRI DEL MAESTRO - L'attore afferma di possedere ancora parecchi quadri di valore di Luchino Visconti e qualche gioiello della madre, deceduta a Salisburgo lo scorso ottobre all'età di 89 anni. «Non riesco a separarmi da queste cose», dice, «piuttosto preferisco regalarle. Quando non avrò più nulla, me ne andrò all'ospizio». Sui motivi per cui non gira più un film da tempo, Berger dichiara che «hanno tutti paura di me», poi annuncia che intende lasciare Roma per trasferirsi nell'abitazione in cui visse la madre a Salisburgo.

Redazione online

07/06/2010

Mr.T è proprio arrabbiato: «Il film sull'A-Team non mi piace per niente»

Mr.T è proprio arrabbiato: «Il film sull'A-Team non mi piace per niente»

LA PELLICOLA ARRIVA IN ITALIA IL 18 GIUGNO. «Troppa violenza e troppo sesso: lo spirito è completamente diverso dalla nostra serie»

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Far arrabbiare uno come Mr T (al secolo, Laurence Tureaud) non è mai stata una mossa intelligente, come confermerebbero le decine di cattivi presi a pugni dal sergente Bosco P.E. Baracus nei 97 episodi dell’A-Team, il telefilm degli anni Ottanta che fece la fortuna di questa montagna di muscoli e dei suoi compagni di avventura. Eppure quelli di Hollywood ci sono riusciti, mettendo insieme un film da 180 milioni di dollari (150 milioni di euro) che, nelle intenzioni, doveva essere un remake-omaggio all’omonima serie ma che, nella realtà, si è trasformato in una pellicola tutta sesso e violenza, lontanissima dai principi che, invece, erano alla base del telefilm e che ne hanno decretato il successo mondiale.

LA PARTE RIFIUTATA - «Mi avevano offerto di fare un cameo – ha spiegato al Sunday Express un furibondo Mr T – ma ho rifiutato, perché sapevo che cosa sarebbe successo. Nel film c’è un sacco di gente che muore ed è pieno di sesso, mentre nella nostra serie non si faceva male nessuno ed era fatto tutto per ridere e divertire le famiglie. Ma questi elementi ormai non sembrano interessare più a nessuno». Grazie al taglio da moicano e a quell’aria truce, Mr T entrò nell’A-Team senza provino, meritandosi sul campo il soprannome di P.E. (pessimo elemento – bad attitude in inglese) e diventando immediatamente il personaggio più amato della serie, soprattutto fra i giovanissimi, che ne cominciarono ad imitare i modi di dire e il look da rapper, con tanto di catenone al collo e anelli sulle dita. «Non ho dubbi sul fatto che il film sbancherà i botteghini – ha proseguito l’attore intervenendo alla prima a Los Angeles la scorsa settimana – ma non ha niente a che vedere con lo show che mettevamo in piedi noi ogni settimana».

LA VERSIONE ORGINALE - Nella versione originale, l’A-Team era formato da un gruppo di veterani del Vietnam, un tempo appartenenti alle forse speciali americane, che viveva in fuga perenne e ricercato dalle autorità a causa di un reato mai commesso; nella versione cinematografica, il commando di ex combattenti (formato da Liam Neeson – Capitano Smith, Bradley Cooper – Faceman, Sharlto Copley – Murdock, Quinton «Rampage» Jackson – Bosco P.E. Baracus e Jessica Biel – Capitano Carissa Sosa) arriva dall’Iraq e cerca di dimostrare la propria innocenza per crimini di guerra infondati. «È triste vedere come il nostro approccio a cuor leggero sia stato sostituito dal più crudo realismo – ha detto ancora Mr T – e come al giorno d’oggi non si possa fare a meno del sesso. Noi abbiamo retto cinque anni senza avere una scena bollente, ma adesso non puoi farla franca». Anche Dirk Benedict, che nella serie tv interpretava Templeton «Faceman» Peck, si è detto assai deluso dal film, che uscirà nelle sale italiane il prossimo 18 giugno (negli Usa arriverà una settimana prima), e nel quale appare per un brevissimo istante. «Se sbatti le palpebre, non mi vedi nemmeno – ha raccontato l’attore, ancora decisamente arrabbiato – e rimpiango davvero di aver partecipato, perché la mia è una non-parte. Loro volevano solo essere in grado di dire “abbiamo anche il cast originale”, ma non è affatto così. Io appaio per appena tre secondi e lo considero una specie di insulto». Completavano il cast originario George Peppard, indimenticato John «Hannibal» Smith, scomparso nel 1994, e Dwight Shultz, che faceva la parte dello «schizzato» Murdock. Quest’ultimo, ha preso parte pure lui al film di Joe Carnahan, ma non ha voluto rilasciare commenti. Forse perché bastavano quelli dei due compagni.

Simona Marchetti

04/06/2010

Laura Antonelli: dimenticatevi di me

Laura Antonelli: dimenticatevi di me

Il ministro aveva promesso l'avvio della procedura per la «legge Bacchelli». L'attrice dopo l'appello di Banfi e il sì di Bondi agli aiuti: «Grazie, ma la vita terrena non mi interessa più»

 

Laura Antonelli (Ansa)
Laura Antonelli (Ansa)

MILANO - Lino Banfi ha deciso di chiedere pubblicamente un intervento in suo favore. E il ministro Sandro Bondi questo appello lo ha raccolto promettendo un intervento da parte dello Stato. Ma lei, Laura Antonelli, attrice cult degli anni Ottanta caduta in disgrazia e oggi costretta a vivere con una pensione di circa 600 euro al mese, non vuole che i riflettori tornino ad accendersi su di lei. «Ringrazio Lino Banfi e tutti coloro che si stanno preoccupando di me - ha detto tramite il suo avvocato, Lorenzo Contrada -. Mi farebbe piacere vivere in modo più sereno e dignitoso anche se a me la vita terrena non interessa più. Vorrei essere dimenticata».

Il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi
Il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi

IL SI' DI BONDI - Laura Antonelli vive a Ladispoli, non vede la televisione, ascolta solo Radio Maria e vive la propria esistenza solo ed esclusivamente in senso spirituale. «Non posso che essere soddisfatto - ha dichiarato l'avvocato Contrada - se Laura riesce ad avere un aiuto che le consenta di vivere meglio. Fa piacere che ci siano delle persone che si occupino di lei, perchè è sola». Il ministro Bondi aveva fatto sapere, dopo la pubblicazione della lettera di Banfi, di essere pronto a far partire al più presto il riconoscimento della legge Bacchelli per l'ex protagonista di Malizia. La legge Bacchelli prevede l’assegnazione di un assegno straordinario vitalizio a quei cittadini che si sono distinti nel mondo della cultura, dell’arte, dello spettacolo e dello sport, ma che versano in situazioni di indigenza: fu già concessa a alla poetessa Alda Merini, ai cantanti Umberto Bindi, Ernesto Bonino e Joe Sentieri, alle attrici Alida Valli e Tina Lattanzi, all’eroe di guerra Giorgio Perlasca.

SONO MORTA DA ANNI - Banfi e la Antonelli si sono rivisti pochi giorni fa dopo 22 anni di lontananza: «Io sono morta da anni», gli ha detto la Antonelli mostrandogli la dispensa, con del cibo regalato da qualche benefattore e dalla parrocchia. «Tanti hanno abusato della mia bontà - gli ha raccontato - forse anche della mia fragilità e dicono che non sono capace di intendere e volere. Ti prego Lino parla con qualcuno, tu sicuramente, amato da tutti, sarai ascoltato. Io non credo di avere ancora molto da vivere, però vorrei vivere dignitosamente». Da qui un appello di Banfi anche al presidente del Consiglio: «Caro Silvio, per quel poco che credo di conoscerti sono certo che farai qualcosa». La Antonelli, attrice diventata una icona sexy del cinema italiano da Malizia in poi, fu coinvolta in una storia di droga nel 1991, e fu prosciolta dalle accuse, poi tentò il ritorno sulle scene con Malizia 2000 ma, sottoposta a una operazione di chirurgia plastica, le fu quasi sfigurato il viso e sparì dalle scene.

Redazione online

03/06/2010

La telefonata della moglie di Gary Coleman al 911. Ora l'avvocato dell'attore punta il dito contro di lei

La telefonata della moglie di Gary Coleman al 911. Ora l'avvocato dell'attore punta il dito contro di lei

«C'è sangue dappertutto, non so che fare». Il legale: «Non aveva l'autorità di far sospendere le cure, erano divorziati dal 2008».


Gary Colemann con Shannon Price ad una trasmissione tv (Ap)
Gary Colemann con Shannon Price ad una trasmissione tv (Ap)

«C'è sangue dappertutto, c'è sangue anche addosso a me. Mi viene da vomitare. Non so proprio cosa fare». Shannon Price, la moglie di Gary Coleman, l'Arnold di «Harlem contro Manhattan», deceduto venerdì scorso, è completamente nel panico quando mercoledì 26 maggio telefona al 911, il numero delle emergenze americano. Ha trovato il marito agonizzante e chiede aiuto, ma non riesce a mettere in pratica le istruzioni di primo soccorso che i medici, dall'altra parte del cavo, le stanno dando.

«NON VOGLIO CHE MUOIA» - La donna spiega all'operatore di stare male, di avere una crisi e di non essere in grado di trasportare Coleman in ospedale. Chiede di mandare qualcuno «in fretta», perché il compagno è a terra e «perde sangue dalla testa e fa bolle dalla bocca» e «non so se sopravviverà perché qui è pieno di sangue». Nel corso della chiamata, l'operatore del 911 chiede alla donna di fare pressione all'altezza del taglio sulla testa che l'attore si è provocato cadendo, ma lei non in grado di reagire. «Non voglio che muoia» dice poi la donna che al suo interlocutore dice di non sapere cosa sia successo esattamente e di essere accorsa dopo avere sentito un rumore sordo provenire dal piano di sopra della casa. L'audio della telefonata, partita dalla casa di Coleman di Santaquin, nello Utah, a una novantina di chilometri da Salt Lake City, è stato pubblicato sul sito Tmz.com

LE ACCUSE DELL'AVVOCATO - I soccorsi sono poi arrivati e l'attore è stato portato in ospedale. Ma l'emorragia cerebrale è apparsa irreversibile e venerdì è stata dichiarata la sua morte cerebrale, a seguito della quale è stato interrotto il mantenimento forzato in vita.Ma proprio su questo si apre un caso: secondo l'avvocato dell'attore, Randy Kester, non è chiaro chi abbia dato l'autorizzazione a spegnere le macchine che tenevano artificialmente in vita Coleman. Probabilmente la moglie, anche se ora sorge il dubbio che la donna non ne avesse facoltà: «Stiamo verificando se Shannon potesse oppure no disporre dell'autorità di decidere sulla vita di Gary». Lei e Coleman, infatti, erano divorziati dall'agosto del 2008 e l'attore non aveva mai detto al suo avvocato di averla risposata. «Gary condivideva molte cose con me - ha spiegato il legale all'Associated Press - e questa è probabilmente una di quelle di cui mi avrebbe messo al corrente». I responsabili dello Utah Valley Regional Medical Center, l'ospedale dove l'attore è stato ricoverato, hanno rifiutato di diffondere ulteriori dettagli sulla vicenda.

L'INCONTRO SUL SET - La Price nella chiamata al 911 si qualifica tuttavia come la moglie di Coleman. I due si erano conosciuti nel 2006 sul set di una commedia e si erano sposati nell'agosto del 2007 in gran segreto (la notizia era stata diramata solo otto mesi dopo durante uno show tv) per poi separarsi, secondo quanto sostiene l'avvocato, un anno più tardi. Coleman aveva avuto già problemi di salute. Nel febbraio scorso aveva avuto una crisi nel corso dello show tv «The Insider» e da tempo era costretto a subire dialisi a causa di disfunzioni causate dalla sua bassa statura.

Redazione online

30/05/2010

Addio Hopper, mito di una generazione

Addio Hopper, mito di una generazione

L’attore e regista del film cult “Easy Rider”, Dennis Hopper, 74 anni, è morto nella sua villa di Venice in California a causa di complicazioni del cancro alla prostata che da anni lo consumava. Il ricordo dei suoi fan

 

 

 

Dopo essersi fatto notare accanto a James Dean in "Gioventù bruciata" (1955) e "Il gigante" (1956), arriva il suo  esordio dietro la macchina da presa con "Easy Rider" (1969),  film-manifesto dell'epoca. Tra gli altri titoli da regista "Out of the Blue" (1981), "Colors" (1987) e "The Hot Spot" (1990). Nella sua  carriera da attore ha lavorato poi per Wim Wenders (L'amico  americano, 1977), Francis Ford Coppola (Apocalypse Now, 1979) e David Lynch (Velluto blu, 1986).

Lo scorso ottobre il manager dichiarò che l'attore soffriva di cancro alla prostata, cancellando cosi' tutti gli impegni per concentrarsi sulle cure mediche. Nonostante il 26 marzo 2010 fosse arrivato a pesare appena 45 chilogrammi, non è voluto mancare alla
consegna della stella con il suo nome sulla Hollywood "Walk of fame", assieme all'amico di sempre Jack Nicholson, diretto da lui in "Easy Rider".

25/05/2010

Jennifer Aniston: bikini senza paura

Jennifer Aniston: bikini senza paura

L'ex moglie di Brad Pitt ha sbalordito tutti mostrando il suo fisico perfetto modellato da palestra e dieta durante le riprese del suo ultimo film "Just go with it".

 

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Per la maggior parte delle donne che hanno superato gli ...anta sfilare in bikini può diventare un problema. Naturalmente non per Jennifer Aniston che lo ha fatto accanto alla giovane la modella Brooklyn Decker, 23 anni, moglie della stella del tennis Andy Roddick. Un confronto che ha confermato, non soltanto la bellezza seducente dell'ex moglie di Brad Pitt, ma ha lasciato tutti a bocca aperta, mostrando il fisico dell'attrice in perfetta forma. Per la cronaca, l'inusuale sfida si è svolta durante le riprese dell'ultimo film della Aniston "Just go with it".

A quanto è dato sapere, la Aniston per essere in perfetta forma per il film, avrebbe seguito un addestramento intenso una volta scoperto di avere come co-protagonista la giovane signorina Decker. Per questo, avrebbe anche fatto arrivare il suo personal trainer, Mandy Ingber, direttamente alle isole Hawaii dove si sta girando il film. Secondo quanto riporta il
Mailonline, le due si vedono 5 volte a settimana per un duro allenamento di 80 minuti che include yoga, arti marziali e corsa. La Aniston sarebbe anche fan del Budokon, un esercizio misto di meditazione, yoga, pugni e calci.

Oltre a tanta palestra la Aniston pare si sarebbe messa anche a dieta ferrea. A questo proposito era circolate voci che l'attrice americana mangiasse solamente cibo per bambini; una dieta, a base di omogeneizzati, seguita da molte altre star di Hollywood e inventata dal personal trainer Tracy Anderson. Naturalmente la Aniston ha smentito tutte le voci: in una recente intervista a
People ha sostenuto che l'ultima volta che ho mangiato un omogeneizzato era all'età di un anno e che ora mangia, da quasi 40 anni, cibi solidi.

Insomma, dieta o non dieta la Aniston è davvero in una forma smagliante. I più informati dicono che tutto questo duro lavoro è stato fatto per riconquistare il suo grande amore Brad Pitt. Ma il suo ex marito pare proprio averla dimenticata. Infatti, solo qualche settimana fa aveva dichiarato che la Aniston era "patetica" dopo averla vista su una delle sue riviste preferite, Architectural Digest. La Aniston aveva concesso un'intervista al magazine in cui dichiarava il suo amore per l'architettura mostrando l'interno della sua grande casa sulla copertina. Ma secondo Pitt, si trattava solo un escamotage per attirare la sua attenzione: Jennifer conosce bene gli interessi del marito e soprattutto la sua passione per i design d'interni.


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Iran, rilasciato il regista Jafar Panahi

Iran, rilasciato il regista Jafar Panahi

La decisione di Teheran confermata dal procuratore generale. Il cineasta, schierato con l'opposizione ad Ahmadinejad, era stato arrestato il 2 marzo scorso.

 

Il regista iraniano Jafar Panahi (Ansa)
Il regista iraniano Jafar Panahi (Ansa)

CANNES - Il regista iraniano Jafar Panahi è stato rilasciato oggi su cauzione. Lo ha reso noto il procuratore di Teheran. Il cineasta era stato arrestato il 2 marzo scorso. Era finito in carcere per aver provato a girare un film «scomodo» sulle proteste antigovernative.

LIBERO SU CAUZIONE - «Dopo l'incontro di giovedì scorso nel carcere di Evine la sua domanda di scarcerazione prima del processo è stata esaminata e accettata - ha dichiarato il procuratore generale Jafari Dolatabadi, citato dall'agenzia di stampa Isna -. Ha deciso che sarebbe stato liberato dietro pagamento di cauzione. Le pratiche giudiziarie e amministrative sono in corso».

IL TRIBUTO DI CANNES - Il regista, che avrebbe dovuto partecipare al festival di Cannes in qualità di giurato - e proprio a Cannes sono state spese parole di solidarietà nei suoi confronti da esponenti del cinema internazionale, dal connazionale Abbas Kiarostami, in concorso al Festival 2010, all’attrice francese Juliette Binoche, scoppiata in lacrime davanti alle telecamere -, aveva iniziato da una decina uno sciopero della fame per rivendicare la propria liberazione. Sostenitore dell'opposizione al presidente Ahmadinejad, Panahi era stato arrestato nella sua abitazione di Teheran assieme ad altre sedici persone, tra cui la moglie e la figlia.

Redazione online

12/05/2010

Asta da record per la collezione di Mr Jurassic Park

Asta da record per la collezione di Mr Jurassic Park

Da Christie’s a New York. Venduta per 28,6 milioni di dollari la "Flag" di Jasper Johns appartenuta allo scrittore Michael Crichton

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Chi non ha visto Jurassic Park con i suoi fantastici e terribili dinosauri volanti? Un famosissimo film -del 1993- ispirato dal romanzo che lo scrittore americano Michael Crichton scrisse nel 1990 all’età di 48 anni. Laureatosi alla Harvard Medical School nel 1969 in medicina e chirurgia, Crichton tra il ’69 e il ’70 cominciò a scrivere bellissime storie di fantascienza iniziando una carriera straordinaria, terminata con la sua prematura scomparsa a Los Angeles il 4 novembre 2008. Oggi, dopo averlo celebrato come scrittore, si scopre l’altro lato della sua vita riservata. Un amore sfrenato per l’arte che lo dipinge come una persona dallo spirito vivace e sensibilissimo. «È persino banale affermare che alcuni uomini o donne sono persone del Rinascimento. Ma per quanto possa essere banale dirlo questo è il caso di Michael Crichton» ha scritto Michael Ovitz, talent agent di Hollywood.

 

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Il medico-scrittore iniziò giovanissimo e in solitudine ad amare e collezionare grandi artisti. A Los Angeles conobbe la gallerista Margo Leavin, e rimase letteralmente incantato dalla Pop Art. Nel 1971, la critica d’arte Barbara Rose racconta d’averlo incontrato negli studi della Gemini G.E.L. un rivoluzionario laboratorio-stamperia frequentato dai maggiori artisti ed epicentro della comunità creativa di L.A. Qui fece amicizia con Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Frank Stella, Claes Oldenburg e David Hockney. Legami che proseguirono per tutta la vita. Tanto che la sua ultima apparizione pubblica coincide con un intervento nell’aprile 2008 al MoMa di New York in occasione di una mostra di Jasper Johns.

Ieri sera alcuni capolavori della sua collezione sono andati in asta da Christie’s a New York. La forbice di stime complessive era tra i 40 e i 70 milioni di dollari. Ma la vendita ha avuto un successo clamoroso. Fuori da tutte le aspettative. Insomma la collezione di Mr Jurassic Park ha fatto Bingo. I 31 capolavori hanno attirato un folto pubblico di appassionati e collezionisti da tutto il mondo. E hanno fatto l’en-plein. Cento per cento di venduto. Per un incasso complessivo pari a 93,323,500 dollari (diritti d’asta inclusi). Il quadro più pagato è arrivato al lotto numero 7 del catalogo. Una piccola "Flag", una bandiera degli States, eseguita da Jasper Johns tra il 1960 e il 1966. Le bandiere di questo grande artista appartengono ormai alla raccolta delle grandi icone dell’arte moderna del Novecento. Un po’ come la "Guernica" di Pablo Picasso o le "Marilyn" di Andy Warhol. Questa versione, grande appena 45 per 68 centimetri, era stimata tra i 10 e i 15 milioni di dollari. In asta se la sono contesa quattro persone, di cui due ai telefoni e due in sala. Alla fine è stata aggiudicata a 25,5 milioni. Vale a dire 28,642,300 dollari, diritti d’asta compresi. Anche la piccola carta in bianco e nero di Roy Lichtenstein ("Girl in Water", del 1968) ha fatto centro. Partita da 500 mila dollari si è fermata a 1,874,500 dollari. Una versione dei “Mao” di Warhol, del 1973, stimata 700-900 mila dollari ha raggiunto 2,378,500. "Vase of Flowers", uno specchio inciso del 1988 di Jeff Koons, valutato 700 mila, è stato venduto a 2,322,500 dollari. Mentre il grande Robert Rauschenberg del 1960-61 “Studio Painting”, stimato 6-9 milioni, si è fermato all’ultima battuta di 11,058,500 dollari. Sempre ieri sera (alle ore 2 circa italiane), dopo i lotti della collezione Crichton, l’asta Christie’s proseguiva con altri 48 capolavori. Tra cui un enorme Lichtenstein del 1978, stimato 4,5-6,5 milioni, ma venduto per 10,162,500 dollari. Uno straordinario Yves Klein (del 1960) che ha raggiunto 12,4 milioni di dollari.

Un grande e raro Sam Francis del 1957, stimato 3-5 ma venduto a 6,354,500 dollari. Un "Achrome" del 1958 del nostro Piero Manzoni, che ha centrato la battuta finale di 4,338,500 dollari. Mentre una "Silver Liz" del 1963 di Warhol partita da 10 milioni è stata aggiudicata a 18,338,500 dollari. Il totale della serata ha fatto incassare a Christie’s in tre ore qualcosa come 231,9 milioni di bigliettoni verdi. Con una percentuale di venduto pari a circa il 94%. Sarà che l’arte ha sempre più il glamour del bene rifugio o per via dell’ampliarsi planetario del suo appeal, di fatto -almeno a New York- la crisi sui capolavori sembra essere sempre più alle spalle. E questa sera toccherà all’asta di Sotheby’s. Che tra l’altro presenta un iconico "Self Portrait" dell’eterno e magico re della Pop Art, Andy Warhol. Staremo a vedere che succede.

Paolo Manazza

08/05/2010

La storia italiana del ‘900 trionfa ai David di Donatello

La storia italiana del ‘900 trionfa ai David di Donatello

"L'Uomo che verrà" di Giorgio Diritti, che racconta la strage nazista di Marzabotto, è il miglior film del 2010. Il premio per la Miglior regia è andato invece a Marco Bellocchio per “Vincere”, pellicola che ha conquistato 8 statuette

 

 

 

Alla serata di premiazione dei David di Donatello 2009-2010 oltre al film di Giorgio Diritti, 'L'uomo che verrà", e quello di Marco Bellocchio, “Vincere”, ha vinto su tutti la politica e la polemica. Hanno polemizzato un po' tutti anche perché l'incipit della serata, la lettura del documento dei Centoautori, da parte di Stefania Sandrelli, fatta con una platea in piedi, non poteva che non galvanizzare tutti.

Per quanto riguarda i premi, vince un film difficile come “L'uomo che verrà" di Giorgio Diritti (aveva già vinto al Festival di Roma) e, in quanto a statuette (ben otto), “Vincere” di Marco Bellocchio, che ottiene il premio della miglior regia. Un po' di delusione invece per Paolo Virzì che partito superfavorito (18 candidature) si porta a casa con “La prima cosa bella” solo tre statuette (miglior attore e attrice protagonista a Valerio Mastandrea e Micaela Ramazzotti e la sceneggiatura). Ma va peggio forse a “Baaria” di Giuseppe Tornatore che ottiene solo il premio per il miglior musicista (Ennio Morricone) e il David Giovani e infine va un po' meglio invece a ”Mine vaganti” di Ferzan Ozpetek (che ottiene due premi andati a Ilaria Occhini e Ennio Fantastichini come attori non protagonisti).

02/05/2010

Erasing David, si può scomparire nell'era di Internet?

Erasing David, si può scomparire nell'era di Internet?

Dall’Inghilterra arriva un docu-film che parte da un esperimento: è possibile sfuggire ai sistemi di controllo elettronici che incontriamo ogni giorno? Il protagonista ci ha provato, ma senza successo

 

 



Non si fa altro che parlare di privacy, ma è davvero possibile difendere la propria identità e sfuggire allo “stato di sorveglianza”, evitando che chiunque venga a conoscenza delle informazioni che ci riguardano?

Da questo presupposto è partito l’esperimento del giovane regista inglese David Bond, che ha voluto esplorare i confini della nostra libertà nell'era delle telecamere a circuito chiuso e dei social network, chiedendosi quanto siano accessibili i nostri dati. Per scoprirlo ha provato a scomparire ai tanti “occhi elettronici” che ci circondano. Invano.


A raccontare come sia andata è il documentario
Erasing David, per ora programmato solo nelle sale di Danimarca, Regno Unito e Usa: David è partito da Londra con destinazione ignota e ha sfidato i due migliori investigatori privati del mondo a trovarlo nel giro di trenta giorni. I mezzi a disposizione per riuscirci? Internet, telefoni, carte di credito e telecamere di sicurezza, in perfetto stile cinematografico.

Ecco così che la caccia all’uomo prende il via. In pochi click gli investigatori erano già a metà dell’opera: sapevano dove David viveva, il nome di sua madre e dei suoi amici. Il tutto solo attraverso Facebook, Twitter e Vimeo.

David mette in guardia dai social network
: “Se li usi bene sono davvero utili ma bisogna sapere e capire cosa sono davvero. Per usarli non paghiamo soldi e per questo pensiamo che siano gratis, ma il costo c'è e sono tutte le informazioni su noi stessi che gli regaliamo”. D’accordo anche  l’esperto di privacy informatica Toon Vanagt, che David ha incontrato durante la sua fuga. Vanagt ha fatto riferimento alle bande criminali che usano Facebook e Twitter per capire dove poter effettuare un furto indisturbati, e ha ricordato il sito PleaseRobMe

E che dire delle telecamere a circuito chiuso? La Gran Bretagna è il terzo paese più sorvegliato dopo Russia e Cina, basta una semplice ricerca per conoscere tutti i posti dove siamo stati (anche se siamo normali persone, né ricercate, né schedate), insomma, un vero Grande Fratello.  Erasing David vuole essere proprio un grido d’allarme nei confronti della tendenza crescente della Gran Bretagna a immagazzinare informazioni su tutti e tutto.


La dimostrazione arriva proprio dall’epilogo del docu-film: l’esperimento non è riuscito, David è stato scovato in pochi giorni, esattamente come lui stesso temeva. Grazie a questa esperienza ha però individuato alcune regole per tutelarsi, almeno nel mondo virtuale: usare nomi falsi in rete, stare attenti alle informazioni pubblicate in passato e di cui magari non ci si ricorda neppure, occhio all’uso che si fa del cellulare ed evitare le applicazioni per identificare gli amici via GPS, una vera trappola.

Floriana Ferrando

21/04/2010

Le lacrime di Michael Douglas per la condanna di Cameron

Le lacrime di Michael Douglas per la condanna di Cameron

Cinque anni di prigione per il figlio 32enne dell'attore statunitense. La pena è stata irrogata da un tribunale di New York per traffico di droga. Sconvolti il padre e il nonno Kirk

 

 

 

Cinque anni di prigione per Cameron Douglas, condannato da un tribunale di New York per traffico di droga. Arrestato lo scorso agosto, dopo essere stato trovato in possesso d'una ingente quantità di metanfetamine, il giovane tornerà dunque per la terza volta dietro le sbarre e, ancora una volta, per vicende legate a stupefacenti. Commentando il verdetto, il giudice ha dichiarato: "E' la sua ultima chance per farcela". In lacrime il padre Michael Douglas, che si trovava in aula, durante la lettura della sentenza, con l'ex moglie Diandra De Morrell. In una lettera al giudice la star hollywoodiana ha scritto: "So che cosa significa avere a che fare con un padre famoso. Non riesco neanche ad immaginare quanto possa essere duro averne alle spalle due". Inequivocabile riferimento a Kirk, nonno di Cameron e stella della cinematografia statunitense. Il patriarca della famiglia Douglas, classe 1918, ha commentato incredulo: "E' un ragazzo così buono. Vorrei cancellare i suoi errori. E' davvero un bravo ragazzo".

18/04/2010

Tinto Brass ricoverato a Vicenza

Tinto Brass ricoverato a Vicenza

Escluso al momento un intervento chirurigico. Il regista si trova nel reparto di neurochirurgia di Vicenza a causa di una emorragia cerebrale

 

Tinto Brass con Caterina Varzi (Imagoeconomica)
Tinto Brass con Caterina Varzi (Imagoeconomica)

VICENZA - Tinto Brass è ricoverato all'ospedale di Vicenza per un'emorragia cerebrale. Il regista di Salon Kitty e La chiave si trova nel reparto di neurochirurgia di Vicenza. Dai primi esami, l'emorragia non sembrerebbe di grandi dimensioni. I medici aspettano si riassorba e l'intervento chirurgico non è in programma, a meno che la situazione non si aggravi nelle prossime ore.

IL FIGLIO: «SOLO ACCERTAMENTI» - Secondo quanto si è appreso, Tinto Brass è giunto con mezzi propri all'ospedale di Vicenza. Suo figlio Bonifacio, che è con lui, fa sapere attraverso l'ufficio stampa del regista che si tratterebbe solo di «accertamenti». Sabato il regista veneziano ha partecipato all'apertura della rassegna Umoristi a Marostica, nel Vicentino, dove gli è stata dedicata una retrospettiva con locandine, foto di scena e tavole inedite disegnate da Guido Crepax per un suo film. Brass aveva anche visitato la Gypsoteca canoviana di Possagno (Treviso), entusiasmandosi in particolare per il nudo di Paolina Bonaparte e partecipando successivamente ad un lauto banchetto. Noto come il regista dell'erotismo, da giovane Brass ha lavorato alla Cinematheque di Parigi e la sua prima opera, Chi lavora è perduto, del 1963, è un film socialmente impegnato, sul disagio di un giovane a contatto con le leggi del potere. Il rapporto con il potere è anche il tema centrale di Salon Kitty, del 1975. La svolta al filone erotico della commedia all'italiana con La chiave e Così fan tutte o. Dell'anno scorso, invece, una rivisitazione teatrale del Don Giovanni, ambientata nella Venezia degli anni trenta. (Fonte Ansa)

08/03/2010

Oscar: The Hurt Locker sconfigge Avatar

Oscar: The Hurt Locker sconfigge Avatar

 

 

Con 6 premi, tra cui quello per il miglior film, la pellicola sulla guerra in Iraq trionfa. Kathrin Bigelow è la prima donna a vincere l'Oscar per la regia. Al kolossal di Cameron solo 3 riconoscimenti tecnici.

 

 

 

Notte di sconfitte per 'Avatar' al Kodak theatre. Il film di James Cameron, arrivato alla notte degli Oscar come favorito, e' stato sconfitto nelle categorie chiave da 'The hurt locker' un film costato molto poco per gli standard hollywoodiani.
La pellicola di Kathryn Bigelow, tra 'altro ex moglie di Cameron, ha conquistato la statuetta per il miglior film e quello per la miglior regia lasciando al kolossal di Cameron i premi piu' 'tecnici' come quello per miglior scenografia, fotografia  grazie all'italiano Mauro Fiore ed effetti speciali.

A 'The hurt locker' vanno sei statuette tra cui, oltre quella per miglior film e miglior regia, quelle per la migliore sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior suono, miglior montaggio del suono.
E' il giorno piu' bello della mia vita" ha detto la Bigelow, prima donna a vincere l'Oscar per la regia.

Tra gli attori premiati Sandra Bullock per Blins Side e Jeff Bridges per Crazy Heart, mentre nella categoria hanno vinto Christoph Waltz per Bastardi senza gloria e Mo'nique per Preciuous.

Oscar per la fotografia all'italiano Mauro Fiore per Avatar

 

09/02/2010

Paranormal activity, malori in sala Il Codacons : «Vietiamolo ai minori»

Paranormal activity, malori in sala Il Codacons : «Vietiamolo ai minori»

 

Scene di Panico, vomito e persino un ricovero a Napoli: la mussolini scrive a Bondi. L'associazione dei consumatori farà azioni legali per ottenere lo stop per chi ha meno di 18 anni

 

Una scena di «Paranormal activity» (Ipp)
Una scena di «Paranormal activity» (Ipp)

MILANO - Terrore nelle sale, gioia alla cassa. «Paranormal activity» sbarca nei cinema italiani e, a causa del suo grande successo (è al secondo posto nella classifica degli incassi in Italia questa settimana) attira nel buio della sala anche molti minori. Che ne escono terrorizzati. Causando l'ira delle associazioni dei genitori e di quelle dei consumatori per il fatto che la pellicola non sia stato vietata a chi ha meno di 18 anni. Tanto che il Codacons sta «studiando azioni legali a tutela degli spettatori minorenni del film, attualmente in programmazione nel nostro Paese».

LA NOTA - «I casi accertati di attacchi di panico e gli altri effetti psicologici registrati nei minorenni, legati alla visione della pellicola - spiega il Codacons in una nota - dimostrano chiaramente l'esigenza di vietarne la visione ad un pubblico di età inferiore ai 18 anni». «Ma c'è anche un altro scenario che potrebbe aprirsi», aggiunge il presidente dell'associazione, Carlo Rienzi. «I minorenni che in questi giorni hanno subito effetti legati alla visione del film, quali attacchi di panico, tremori, vomito, stato di choc, ecc..., potrebbero richiedere il risarcimento dei danni in tribunale». L'associazione ricorda come già nel 2007, proprio grazie ad un ricorso del Codacons, il Tar del Lazio dispose che il film di Mel Gibson «Apocalypto» fosse immediatamente vietato ai minori di anni 14, allo scopo di evitare conseguenze negative per i più giovani.

LA RUSSA: «STOP AL TRAILER IN TV» - Sulla vicenda si è espresso anche il ministro della Difesa che ha chiesto di vietare il passaggio del trailer del film in tv, almeno nelle fasce non protette e che comprendono un pubblico di minorenni. «Ho visto mio figlio che aveva paura di quello spot, di quel trailer passato in tv - ha detto Ingnazio La Russa. La tv dice tante parole, si fa un gran parlare di fasce protette, di programmi e poi infilano in una fascia oraria "frequentata" da bambini 10 trailer di quel film, che poi credo facciano più paura del film stesso».

MUSSOLINI - Anche Alessandra Mussolini, presidente della Commissione Parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, lancia in una nota «un allarme al ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi» sul film. L’esponente del Pdl spiega infatti che si tratta di un «film ad alto contenuto ansiogeno e non vietato ai minori, che sta provocando numerosi casi di attacchi di panico e di problemi psicologici tra i giovani».

I CASI - Certo una pubblicità migliore di questa «Paranormal acttivity» non se la poteva aspettare. Un film del terrore che fa veramente paura, di questi tempi, è merce rara. Ma cosa è successo veramente in questi giorni nelle sale italiane? Le cronache raccontano di gente che lascia la sala e addirittura di una ragazzina ricoverata a Napoli. «Sabato notte - riferisce un infermiere del 118 partenopeo - si sono verificati diversi episodi di attacchi di panico durati più di mezzora, cosa insolita in questi casi, e talora neanche l'arrivo dell'ambulanza è servito a calmare i soggetti colpiti da crisi. Altri spettatori sono stati colpiti da vomito e da tremore. Il caso più grave quello di una ragazzina di 14 anni che, in evidente stato catatonico, è stata portata in ospedale».
Una cosa però è certa. La polemica manderà ancora più gente nelle sale. E il film, che, costato 15.000 dollari (circa 11.000 euro), ha incassato solo negli Usa 48 milioni di dollari (oltre 35 milioni di euro), promette di continuare a fare ottimi risultati al botteghino anche nel nostro Paese.

Redazione online

28/01/2010

Cinema, Avatar affonda Titanic: è il maggiore incasso di sempre

Cinema, Avatar affonda Titanic: è il maggiore incasso di sempre

 

Il record. Cameron batte il suo stesso record. Il film in 3D è già arrivato a 1.859 milioni di dollari

 

Una scena di 'Avatar'
Una scena di 'Avatar'

È ufficiale: il film «Avatar» sale al primo posto degli incassi di tutti i tempi. Superato anche «Titanic», firmato sempre da James Cameron. Un annunciato sorpasso che è diventato realtà in solo 41 giorni. Martedì infatti «Avatar» ha incassato in tutto il mondo 1.859 milioni di dollari contro i 1.843 milioni di «Titanic »nel biennio 1997-1998. Un vantaggio, quello di «Avatar», che sicuramente è destinato ad aumentare visto che il potenziale economico di questo film è ancora molto forte.

IN 3D - «Avatar'»sta regnando incontrastato in molti paesi, compresi Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Russia, Gran Bretagna e Australia. Le vendite hanno avuto un'ulteriore spinta anche dal prezzo per la visione in 3D, da cui deriva il 72% degli incassi mondiali. Realizzato in oltre cinque anni, il film è considerato uno dei più costosi con un budget di almeno 300 milioni di dollari.

Redazione online

07/01/2010

Mariah Carey ritira il premio ubriaca

Mariah Carey ritira il premio ubriaca

 

La cantante si è presentata sul palco del Palm Springs International Film Festival dopo aver bevuto un bicchiere di troppo. Riconoscimenti anche per Clint Eastwood, Morgan Freeman e Helen Mirren

 

 

Clint Eastwood, Morgan Freeman e Mariah Carey. Sono solo alcune delle star che hanno attraversato il tappeto rosso della 21esima edizione del Palm Springs International Film Festival, uno degli eventi che accompagnano protagonisti e fan dello showbiz verso la grande notte degli Oscar. applauditissima la Carey, premiata per la sua interpretazione in "Precoius" che si è però presentata sul palco dopo aver bevuto un bicchierino decisamente di troppo. Premio alla carriera per Morgan Freeman e Helen Mirren mentre Quentin Tarantino si è portato a casa il Visionary Award.

02/01/2010

Ghini minacciato: «Sporco comunista»

Ghini minacciato: «Sporco comunista»

 

CINEMA. Telefonata anonima il 30 dicembre: l'attore intimato di «stare alla larga» da un'istituto professionale, l'Imaie

 

 

Massimo Ghini con Christian De Sica, protagonisti di 'Natale a Beverly Hills'
Massimo Ghini con Christian De Sica, protagonisti di "Natale a Beverly Hills"

ROMA - Una telefonata minatoria ha rovinato le vacanze di fine anno di Massimo Ghini che erano partite in bellezza per i risultati al box office di Natale a Beverly Hills, il cinepanettone di cui è protagonista insieme a Christian De Sica, Sabrina Ferilli, Michelle Hunziker, Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi. Ghini, che è presidente del Sai (sindacato attori italiani), ha ricevuto il 30 dicembre scorso una telefonata anonima in cui l'interlocutore, dopo averlo apostrofato «sporco comunista», gli ha intimato telefonicamente di tenersi «alla larga» dall'Imaie, l'Istituto per la tutela dei diritti degli artisti interpreti esecutori, di cui l'attore è consigliere d'amministrazione. A denunciare pubblicamente l'intimidazione ricevuta da Ghini, che arriva in un momento in cui l'Imaie è commissariato e in via di scioglimento ed è in corso in corso un'indagine, da parte della Procura della Repubblica di Roma, per presunte truffe ai danni dell'Istituto, è la Cgil.

LA QUESTIONE IMAIE - Il Sai Slc Cgil ha diffuso una nota in cui esprime «piena solidarietà al suo Presidente e richiama l'attenzione del Governo, del Mibac e del Parlamento affinchè non sottovalutino quanto di inquietante è già accaduto e sta accadendo intorno a questa vicenda». Proprio in queste settimane governo e ministero per i Beni e le Attività Culturali stanno decidendo in merito all'assetto futuro dell'Imaie. «È importante -afferma a questo proposito la Cgil- che gli Organismi governativi chiamati a definire la struttura del nuovo Istituto, in via di costituzione, ponderino attentamente ogni decisione in merito al fine di scongiurare possibili losche infiltrazioni al suo interno. Una ipotesi sciagurata che ricondurrebbe, in breve tempo, anche il nuovo soggetto nelle condizioni che hanno determinato lo scioglimento dell'Imaie».

23/12/2009

«Natale a Beverly Hills» è film d'essai o almeno così lo riconosce la legge

«Natale a Beverly Hills» è film d'essai o almeno così lo riconosce la legge

 

Riforma Urbani applicata alla commedia con De Sica. Rischi per i piccoli cinema. Le nuove norme e le scelte del ministero. Il riconoscimento anche a «Winx Club 2»

 

Christian De Sica, Sabrina Ferilli e Michelle Hunzicker: sono nel cast di «Vacanze a Beverly Hills» (Ansa)
Christian De Sica, Sabrina Ferilli e Michelle Hunzicker: sono nel cast di «Vacanze a Beverly Hills» (Ansa)

MILANO — Nemmeno nei suoi sogni più azzardati Christian De Sica aveva osato tanto: il cinepanettone dichiarato ufficialmente «film d’essai». E non per un qualche colpo di mano dei fan del supertrash o una resa incondizionata del fronte unito Critici & Castigamatti, ma per «merito» della legge italiana sul cinema. Per aggirare i deprecati cedimenti ideologico-consociativi (leggi: favori ai fanigottoni del cinema sempre pronti a autofinanziarsi coi soldi dello Stato), la riforma dell’allora ministro della Cultura Urbani istituiva precisi parametri matematico-quantitativi per valutare i meriti di un film. Era il reference system che dava punti alla solidità produttiva, alla ricchezza del cast, al valore dei registi o dei direttori della fotografia, eccetera eccetera.

Quei punteggi servivano, e servono, per ottenere finanziamenti «bipartisan» oppure per accedere alla qualifica di «film d’interesse culturale e nazionale». Naturalmente le domande si presentano prima che il film sia girato (per ottenere le sovvenzioni) o comunque prima dell’uscita (per avere la qualifica) e la commissione che li concede si riserva poi di confermarli «previa visione della copia campione». Ma salvo improbabili colpi di scena, nessuna qualifica viene mai revocata. Da qualche mese, poi, questa qualifica è diventata vitale per ottenere i tanto agognati «crediti d’imposta»: per ridare fiato all’industria del cinema senza ricadere nelle sovvenzioni d’antica memoria, sono stati introdotti dei meccanismi di riduzione fiscale (i crediti d’imposta, appunto) capaci di favorire il reimpiego di capitali nella produzione. Ma per evitare che diventassero finanziamenti indiscriminati (e quindi fuori legge), la Comunità europea ha imposto che ne potessero usufruire solo i film di qualità, quelli cioè dichiarati «di interesse culturale e nazionale».

E qui si torna a «Natale a Beverly Hills», che ha chiesto e ottenuto la qualifica in questione per aver diritto ai sacrosanti crediti d’imposta ma che si è conquistato in sovrappiù una «qualifica di film d’essai» che per la legge Urbani spetta di diritto a tutti i film di interesse culturale e nazionale. E qui le cose si complicano. E in peggio. Perché diventare film d’essai vuol dire permettere al cinema che ti programma di ottenere quegli aiuti (fiscali e monetari) che sostengono gli esercenti più attenti e coraggiosi, quelli cioè che dovrebbero dare spazio ai film più difficili, controversi, stimolanti e culturalmente validi. Non certo a quelle megastrutture che magari riempiono tutte le sale con tre o quattro blockbuster e non si preoccupano di far quadrare le logiche del botteghino con quella della qualità. Invece «trasformando» in cinema d’essai anche i multiplex che proiettano opere come «Natale a Beverly Hills» (nella stessa riunione ha già ottenuto lo stesso riconoscimento «Winx Club 2») si finisce solo per sottrarre ulteriori finanziamenti a quei piccoli esercenti che, con un pubblico più attento alla qualità dei film che del pop corn, sono l’ultimo baluardo per la difesa di un cinema degno di questo nome. Altrimenti rischiano di diventare pura demagogia tutte le richieste di maggior efficienza e moralizzazione che la Politica rivolge a questo settore: se non si cambia al più presto questa legge, le occasioni per essere orgogliosi della nostra cinematografia diventeranno ogni giorno più esigue. Con o senza il marchio d’essai.

Paolo Mereghetti

22/12/2009

«La Murphy uccisa dall'influenza A»

«La Murphy uccisa dall'influenza A»

 

E' la tesi riportata dai due giornali inglesi “Daily Star” e “Daily Express”. Dubbi avanzati anche dal LA Times: «L'attrice aveva tutti i sintomi». Ma c'è anche chi pensa all'anoressia

 

LOS ANGELES (CALIFORNIA) - Potrebbe essere stata l’influenza A ad uccidere Brittany Murphy. O almeno questo è quanto riportano due giornali inglesi come “Daily Star” e “Daily Express”, citando non meglio identificate “fonti anonime” legate alla giovane attrice, trovata morta nella doccia di casa sua a HollywoodSun”. domenica scorsa per un presunto attacco di cuore. A quanto sostengono i soliti bene informati, pare che la Murphy (che soffriva anche di diabete di tipo 2) stesse combattendo da giorni contro i sintomi influenzali e stesse prendendo un sacco di medicine per combattere il virus H1N1. Medicine che sarebbero state trovate in grande quantità in casa dell’attrice, fra cui anche quel Vicodin che si dice abbia causato la morte di Michael Jackson, sebbene il coroner di Los Angeles, Ed Winter, abbia negato lunedì che il decesso della ragazza sia in qualche modo legato all’abuso di farmaci e abbia parlato di “morte per cause naturali”, anche se per la completa certezza bisognerà attendere l’esito dell’autopsia, a cui pare che il marito di Brittany, lo sceneggiatore inglese Simon Monjack, avrebbe cercato inutilmente di opporsi (lo scrive il “

TUTTI I SINTOMI DELL'INFLUENZA - «Mi chiedo se non si tratti davvero di influenza A – ha spiegato Patt Morrison, corrispondente da Hollywood per il “LA Times”, al programma della BBC Radio 5 Live – perché lei aveva esattamente tutti i sintomi, ovvero nausea e vomito prima della morte e l’arresto cardiaco è spesso legato a questo tipo di virus». E se il video dell’ultima intervista alla protagonista di “8Mile” rilasciata alla Fox News è già diventato uno dei più visti e cliccati sul web, al tempo stesso quelle immagini hanno anche aumentato le perplessità sulle reali condizioni di salute di Brittany che, parlando dello sconfinato amore per la sua famiglia, ammetteva però anche di essere “un po’ troppo magra”. E le foto della Murphy di appena due settimane fa, quando apparve quasi pelle ed ossa e incapace di stare in piedi ad un evento mondano di Los Angeles, sembrano confermare i sospetti di chi teme che dietro alla sua morte possa esserci il fantasma dell’anoressia. Una paura che pare fosse nota anche fra i suoi amici, tanto che il celebre blogger Paris Hilton ha definito la morte di Brittany “devastante, ma non certo una sorpresa”.

Simona Marchetti

20/12/2009

Guccini attore per Pieraccioni: psicologo sul set, un divertimento

Guccini attore per Pieraccioni: psicologo sul set, un divertimento

 

L’intervista. «Mi rivedo con imbarazzo ma il cinema è sempre stata la mia passione»

 

ROMA — «Con Leonardo ho fatto tre comparsate, o camei come si dice. Presi­de in Ti amo in tutte le lingue del mondo , regista di una scalcagnata compagnia di musical in Una moglie bellissima. E ora psicologo in Io & Marilyn ». Leonardo è Pieraccioni e chi parla è Francesco Guccini, 70 anni a giugno, storico cantastorie. Ma forse biso­gna mettere il trattino e aggiungere atto­re. «L’ho fatto anche in Radiofreccia di Li­gabue, in un film di Enzo Monteleone fa­cevo il padre di Stefano Accorsi, poi in uno di Benni dove c’erano Dario Fo e Pao­lo Rossi. Sempre comparsate, intendia­moci. Pieraccioni venne a sentire un mio concerto a Firenze e dopo mi chiese di re­citare. Accettai per divertimento».

Conosceva Pieraccioni? «Avevo visto gli altri suoi film: diver­tenti, ben confezionati. Leonardo non so­gna di essere Bergman».

Cosa le dice prima del ciak? «Niente, chi sta sul palco è già un po’ attore. Spero di essere all’altezza. Se mi rivedo? Sì ma con grande imbarazzo».

Guccini sul palco insieme a Pieraccioni
Guccini sul palco insieme a Pieraccioni

Se le offrissero un ruolo da prota­gonista? «Oddio, bisogna vedere... Ma il cine­ma è scomodo, è lento, bisogna star lì ad aspettare, per pochi giorni va bene».

Va al cinema? «Molto meno da quando mi sono tra­sferito in montagna, sugli Appennini, nel paesino dei miei. Quando ci venivo d’estate, un mio parente gestiva una spe­cie di arena con gli altoparlanti, le pellico­le rigatissime, pioveva sempre. A Bolo­gna li vedevo un po’ tutti, i western, Felli­ni. In sala si fumava e c’erano dei nebbio­ni atomici, poi si entrava che lo spettaco­lo era già cominciato e si diceva: Ecco, siamo arrivati qua . Un amico di monta­gna era fissato: tu che abiti in città, a Bo­logna, chissà quanti film vedi. Ma io non ero di famiglia ricca e allora i film li in­ventavo, li giravo nella mia testa, traduce­vo dei libri come film che raccontavo agli amici » .

Lei ha detto che fu un film a indi­rizzarle la vita... «Ah sì, un film con gruppetti america­ni che facevano rock’n’roll anni ’50, c’era un gara, chi vinceva andava a suonare per le scout-girls. Noi non è che avessi­mo tante ragazze...».

Pieraccioni si circonda di belle at­trici... «Quando giro io però non ci sono mai » .

C’è chi dice che il regista toscano fa sempre lo stesso film. «Lo dicono anche a me che rifaccio sempre la stessa canzone. No, piuttosto Leonardo ha tirato fuori una vena malin­conica e di tristezza. Se leggi i suoi rac­conti finiscono tutti male. Nella vita è davvero simpatico, divertente».

E Ligabue come regista? «Buono. Aveva una specie di Virgilio che gli faceva da assistente e lo indirizza­va, ma è meticoloso e si è dato da fare».

Lei nella commedia di Pieraccioni fa lo strizzacervelli: se dovesse ana­lizzare qualcuno nello spettacolo? «Andrei da una rockstar tipo Madon­na. Fanno delle richieste assurde: nei ca­merini voglio dieci asciugamani ver­di. Io quando vado in Toscana ho degli amici del Monte Amiata che mi portano porchetta e for­maggio. In America la compe­tizione dev’essere fortissima e chi emerge si sente sciol­to da ogni regola. Ci sono artisti che diventano co­me i poeti maledetti francesi dell’800, le dro­ghe e dissociazioni con­tinue. I gestori degli al­berghi sono terrorizzati quando arrivano i cantan­ti » .

In una scena Pieraccio­ni evoca Marilyn durante una seduta spiritica... «Io chiamerei un mio prozio che an­dò a fare il minatore in Usa; o Michael Jackson, circondato da centinaia di perso­ne che gli stravolgono la vita. Che vita in­fernale deve aver fatto».

Com’era la Rimini di Fellini vista da Bologna? « Amarcord è un capolavoro anche se il mio preferito è La grande guerra di Mo­nicelli. Ci sono molte differenze tra l’Emi­lia e la Romagna. I romagnoli sono i meri­dionali del Nord, ciarlieri, di cuore, attac­cabrighe, amano la buona tavola. Però an­che lì ci sono differenze tra romagnoli di terra e di mare».

Lei aveva promesso un cd nuovo... «Ho scritto tre canzoni nuo­ve, ne riparliamo quando arrivo a sette».

Perdoni: si considera un sopravvissuto? «No, perché? Per alcuni sem­bra che abbia scritto solo La lo­comotiva . Sono di sinistra come lo ero anni fa. Ma non mi considero un autore politico, anzi sono più intimi­sta- esistenzialista, anche se uno che par­la di se stesso, con le opinioni che ha, ca­de in un vizio politico».

Caetano Veloso ha dedicato un brano a Antonioni. Mai scritto per un cineasta? «No. Ma ho collaborato con Gian Pie­ro Alloisio che ne ha dedicate due: una, ironica, si chiama Dovevo fare del cine­ma . E l’altra a Marilyn che, guarda caso, è la musa del film di Pieraccioni».

L’ultimo film che ha visto? «Risale a parecchio fa. Al cinema vado su spinta della mia compagna che mi por­ta a vedere Harry Potter, i vampiri. Io le dico: visto uno visti tutti. Infatti agli ulti­mi c’è andata da sola».

Valerio Cappelli

corriere.it

28/11/2009

Violante presenta la sua Moana «Sul set è stata come un angelo»

Violante presenta la sua Moana «Sul set è stata come un angelo»

 

PRESENTATA LA MINISERIE CHE ANDRA' IN ONDA SU SKY. L'attrice: «Quando giravo la pornostar era nei miei pensieri. Per interpretarla ci voleva follia»

 

 

MILANO - In attesa di capire se davvero potrà andare in onda in prima serata (l'1 e il 2 dicembre su Sky Cinema 1) , trattandosi di un prodotto vietato ai minori di quattordici anni («La trasmetteremo con il bollino e con un cartello che avvisa della presenza di scene non adatte ai minori» ha spiegato il direttore di Sky Cinema Nils Hartmann), Sky ha presentato venerdì mattina Moana, la miniserie interpretata da Violante Placido. Proprio l'attrice figlia d'arte ha raccontato nuovi particolari sulla sua esperienza nel ruolo della pornostar: «Moana è stata accanto a me nei pensieri e nell'immaginazione. Come attrice questo ruolo è stata un sfida particolare ma avevo a che fare con una donna complessa, esibizionista, ma anche piena di umanità, divisa tra gioia di vivere e tormento. Per interpretare Moana Pozzi ci voleva anche un po' di follia» ha detto la Placido.

«PORNO COME PROVOCAZIONE» - La miniserie, diretta da Alfredo Peyretti, racconta la storia della pornostar dall'adolescenza in poi con diverse licenze di sceneggiatura. «Sceglie il porno come provocazione, alla sua famiglia cattolica e alla società, ha un grande bisogno di essere accettata. Ognuno secondo me nasce con un’indole, poi a volte è l’ambiente in cui viviamo che ci trasforma in qualcosa di lontano da quel che siamo. Lei ha avuto il coraggio di fare al sua scelta estrema» ha spiegato la Placido. In Moana ci sono anche Fausto Paravidino (manager Riccardo Schicchi), Michele Venitucci (il marito della Pozzi Antonio Di Ciesco), Giorgia Wurth (Cicciolina), Elena Bouryka (sorella della Pozzi) e Giuseppe Soleri (Mario/Maddalena, truccatore e amico della Pozzi).

Violante Placido (foto Morandi)
Violante Placido (foto Morandi)

«NON È UN'INCHIESTA» - «Non volevamo fare né un documentario né un’inchiesta giornalistica - ha spiegato il produttore Polivideo Leonardo Breccia - volevamo raccontare della donna che, spogliandosi di maschere e ipocrisia, ha fatto una scelta impensabile negli anni ’80 e nel suo ambiente. Lei ha inciso nella storia del nostro Paese e ne resta uno dei suoi miti». Regista iniziale della miniserie è stato Cristiano Bortone (rimasto come sceneggiatore) poi cambiato in corso d’opera. «La sua linea editoriale non rispecchiava più la nostra idea iniziale - ha spiegato il capo di Sky Cinema Nils Hartmann - Bortone ha curato tutta la fase di pre-produzione e il risultato finale è il prodotto del lavoro di entrambi i registi». È Peyretti a definire il film «equilibrato». «Non ci sono stonature - ha detto il regista - è un film rock e anarchico. Non mi sono posto limiti. Se fosse viva ora, forse Moana avrebbe potuto aiutarci ad eliminare le paure che dominano la nostra società». Schicchi e il marito della Pozzi hanno visto il film. «Hanno detto che la Placido è una Moana perfetta, più credibile di Moana stessa - ha raccontato Breccia - nel film si accenna alla sua biografia, ma la sua famiglia non ha un ruolo centrale. Notizie utilissime ce le hanno fornite Schicchi, il marito della Pozzi e l’associazione Moana Pozzi, di cui la madre fa parte».

CICCIOLINA E LA QUESTIONE LEGALE - Per quanto riguarda la questione legale con Cicciolina (Ilona Staller ha chiesto trenta milioni di risarcimento per danni per l'utilizzo del personaggio nella serie Moana) è Nils Hartmann, direttore di Sky Cinema, ad assicurare che «l’istanza di urgenza è stata respinta - ha detto Hartmann- abbiamo trattato il personaggio di Cicciolina come qualsiasi personaggio pubblico. L’udienza comunque è stata rimandata a gennaio».


corriere.it

26/11/2009

Checco Zalone "cade dalle nuvole" con allegria

Checco Zalone "cade dalle nuvole" con allegria

 

Al cinema dal 27 novembre la commedia del comico pugliese, che diverte anche attraverso le canzoni del cabarettista. "Ci sono dentro tutti i miei sogni ma io sono meno burino del protagonista", dice Zalone

 

Al cinema dal 27 novembre la commedia "Cado dalle nuvole" firmata Checco Zalone. Il comico pugliese diverte anche attraverso le sue canzoni. "Ci sono dentro tutti i miei sogni ma io sono meno burino del protagonista", dice Zalone, che ha una speranza: "Mi auguro che tutti vengano al cinema e non si limitino a scaricare il film da internet".

 

 

29/10/2009

De Sica: «Io e Boldi ci siamo ritrovati ma non possiamo lavorare insieme»

De Sica: «Io e Boldi ci siamo ritrovati ma non possiamo lavorare insieme»

 

Il regista ha fatto una lezione allo iulm di milano. Dopo le aperture dell'ex collega. E sui cine panettoni: «A volte bastonati giustamente, troppe volgarità»

 

De Sica allo Iulm (Fotogramma)
De Sica allo Iulm (Fotogramma)

MILANO - Massimo Boldi aveva lanciato il sasso: «Se trovassimo un progetto, un'idea bella, divertente, nuova, perché no?». Ospite del programma Chiambretti Night, ha ventilato la possibilità di una reunion con Christian De Sica, dopo il clamoroso "divorzio" della coppia regina d'incassi. Ma l'ex collega frena gli entusiasmi. «Io e Massimo ci siamo ritrovati e abbiamo anche fatto dei progetti futuri, ma lui per 5-6 anni ha firmato con un'altra società di produzione e quindi non possiamo lavorare insieme» ha detto De Sica mentre teneva una lezione allo Iulm di Milano per Sky Cinema.

COMPETIZIONE - «Con lui c'è stata inizialmente un po' di maretta, dovuta a un senso di competizione che io non avevo - spiega -. Si è sentito messo da parte dalla De Laurentis rispetto a me, cosa che non era vera, e ha deciso di andarsene». Ricordando i tanti film in coppia, De Sica ha poi aggiunto di aver vissuto «momenti straordinari», caratterizzati da grande complicità. «Ho un bellissimo ricordo: siamo come Sandra Mondaini e Raimondo Vianello e forse abbiamo fatto più film di Bud Spencer e Terence Hill».

«NON MI NOMINA» - La sera prima, da Chiambretti, Boldi si era tolto diversi sassolini dalle scarpe: «Lui ha detto che non sono un attore ma un bravissimo comico? Sono felice perché è un grande complimento che mi ha fatto. L'importante è piacere al pubblico. Da un po' di tempo vedo le sue apparizioni televisive, adesso si presenterà anche a promuovere il suo film natalizio. Ma so che dice agli autori dei vari programmi di non nominare mai il mio nome, come se fosse la peste. Questo mi dispiace, non è da lui, perché lui è un grande signore. Quando saremo defunti, i nostri film rimarranno: se è un peso te lo tieni per tutta l'eternità».

«CRITICHE GIUSTE» - Anche De Sica ha parlato, con una punta di autocritica, dei suoi cine panettoni natalizi: «A volte sono stati bastonati giustamente. Spesso mi sono spinto troppo in là con le parolacce e le volgarità e hanno fatto bene a criticarmi. Tuttavia c'è anche chi ha detto che se abbiamo successo da 25 anni tanto deficienti non siamo e poi ciò che mi interessa è vedere i giovani che per strada mi dimostrano affetto e mi abbracciano».

27/09/2009

Arrestato in Svizzera il regista Roman Polanski

Arrestato in Svizzera il regista Roman Polanski

 

Arrestato al suo ingresso in Svizzera in base a un ordine di cattura emesso dalle autorità degli Stati Uniti nel 1978, per avere fatto illegalmente sesso con una ragazzina di 13 anni. Doveva ricevere un premio alla Zurich film festival

 

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Il regista Roman Polanski è stato arrestato oggi su richiesta degli Stati Uniti, mente cercava di entrare in Svizzera per ricevere questa sera un premio. Lo ha detto in un comunicato lo Zurich film festival. Polanski è stato arrestato in base a un ordine di cattura emesso dalle autorità degli Stati Uniti nel 1978, per avere fatto illegalmente sesso con una ragazzina di 13 anni. Il regista avrebbe dovuto ricevere un premio alla carriera al festival del cinema questa sera, dando inizio ad una retrospettiva della sua carriera cinematografica. Polanski era stato arrestato nel 1977 con l’accusa di avere drogato e fatto ubriacare una tredicenne ed avere avuto rapporti sessuali con lei durante una sessione fotografica nella casa di Jack Nicholson a Hollywood. Lui ha sostenuto che la ragazza aveva già avuto esperienze sessuale ed era consenziente, ma ha passato 42 giorni in carcere, sottoponendosi a test psichiatrici. Dopo essere stato liberato su cauzione, è fuggito prima della sentenza di condanna. Da allora il suo visto per gli Usa è stato ritirato. Polanski ha vinto l’Oscar per la migliore regia per "Il pianista" nel 2003, dopo avere conquistato la Palma d’oro a Cannes l’anno prima. Ha diretto film divenuti dei classici come "Chinatown" e "Rosemary’s Baby".

La vicenda Solo nel maggio di quest’anno, a Los Angeles, si era consumato l’ennesimo capitolo di una vicenda iniziata nel 1978, quando il regista di origini polacche fu accusato di aver stuprato una ragazza di 13 anni, e che ieri sera ha portato al suo arresto all’aeroporto di Zurigo dove si recava per partecipare al Festival cinematografico della città. Nel maggio scorso infatti un tribunale di Los Angeles ha respinto il ricorso in cui Polanski chiedeva l’archiviazione delle accuse di avere avuto rapporti sessuali con la ragazza. Il regista è stato perdonato dalla vittima ma su di lui pende ancora un mandato di arresto e per questo non può tornare negli Stati Uniti, dove non ha più rimesso piede negli ultimi trent’anni.
Polanski - nato a Parigi nel 1933 - sostiene da allora che il procuratore che ne aveva chiesto la condanna, deceduto nel frattempo, intendeva arrestarlo nonostante un accordo raggiunto per evitare il carcere al regista di origine ebree e la cui madre è morta nel campo di concentramento di Auschwitz. L’otto maggio scorso l’ultimo dei giudici coinvolti, Peter Espinoza, ha riconosciuto che il pubblico ministero aveva commesso errori sostanziali al momento del processo, ma ha sostenuto che la legge non lo autorizza a fare gesti di clemenza nei confronti di un latitante.

Tutto era iniziato nel febbraio del 1978 quando sul regista era caduta non solo l’accusa di stupro ma anche quelle di uso di stupefacenti, perversione e sodomia. Il regista aveva poi riconosciuto parzialmente i fatti, cioè di aver fatto sesso con l’allora modella minorenne Samantha Gailey e aveva così patteggiato con il tribunale di Santa Monica, dichiarandosi pronto a seguire una terapia. Il giudice aveva accettato in cambio di lasciar perdere le altre accuse e si preparava a fare arrestare ed incarcerare il regista, che però nel frattempo aveva lasciato il paese. Polanski, che ha sempre sostenuto di essere finito in una trappola tesa dalla madre della ragazza, aveva ricevuto il permesso di ultimare un film in Europa, e vista la minaccia del carcere non è più tornato negli Stati Uniti. Un fatto che da allora ha reso più difficile una soluzione al suo caso. Il regista ha addirittura lasciato all’inizio del 1978 Londra, dove viveva, per installarsi a Parigi, in modo da evitare di essere estradato negli Usa, dove non ha intenzione di tornare anche se verrà risolto il suo caso. I legali del regista hanno sempre sostenuto la tesi che la giustizia di Los Angeles abbia agito illegalmente, tentando il possibile per incastrare un regista legato a Hollywood.

20/09/2009

Il mondo visto dal 2055: «Attenti a non ridurlo così»

Il mondo visto dal 2055: «Attenti a non ridurlo così»

 

Lancio in diretta mondiale del film "The Age of Stupid" alla presenza di Kofi Annan. Un uomo del futuro si interroga sulle occasioni mancate per evitare la crisi ambientale. Proiezioni anche in Italia

 

 


Uno sguardo di allarme sul mondo d'oggi, visto dal futuro. Per la precisione dal 2055, anno in cui Pete Postlethwaite, attore candidato all'Oscar per Nel nome del padre e I soliti sospetti, è nei panni di un uomo che vive in solitudine in un mondo ormai devastato e riguarda vecchi filmati del 2008, chiedendosi «Perché non ci siamo salvati quando ne avevamo l’occasione?». Il film è scritto e diretto da Franny Armstrong (McLibel,Drowned Out) e prodotto da John Battsek (Vincitore dell’ Oscar per Un giorno a settembre). Il titolo, anche se in inglese, è chiaro: The Age of Stupid. E' un film "manifesto" sui cambiamenti climatici, un preciso messaggio in vista della Conferenza di Copenhagen dove - il prossimo dicembre - dovrà essere ratificato il nuovo trattato sul clima, che aggiornerà il Protocollo di Kyoto.

IL LANCIO MONDIALE ALLA PRESENZA DI KOFI ANNAN - Il lancio mondiale del film avverrà a New York alla presenza dell'ex segretario dell'Onu Kofi Annan. La Premiere mondiale è prevista per il 22 settembre, il giorno successivo all’evento centrale di New York, con proiezioni in simultanea in centinaia di cinema in più di 40 paesi dall’Europa all’Asia, dal Medio Oriente all’Africa. L’evento mira a diventare la premiere più vista della storia del cinema grazie alla tecnologia satellitare. Questo aspetto, che consente di risparmiare sulla produzione delle pellicole e sulla loro distribuzione, abbatte notevolmente le emissioni di Co2. In Italia le proiezioni sono previste in cinema di diverse città in grado di supportare questa tecnologia:

15/09/2009

Los Angeles, è morto Patrick Swayze

Los Angeles, è morto Patrick Swayze

L'attore ha lavorato fino all'ultimo. Il protagonista di Dirty Dancing aveva 57 anni. Nel 2008 la scoperta di avere un cancro al pancreas

 

È morto a 57 anni l'attore Patrick Swayze. Il protagonista di Ghost e Dirty Dancing era da tempo malato di cancro.Ha avuto una carriera molto luna e fino all'ultimo ha lavorato. Nella foto con la moglie Lisa Niemi incontrata nella scuola di ballo della madre quando aveva vent'anni (Ap)

 

LOS ANGELES- Un altro lutto colpisce Hollywood. Patrick Swayze è morto a 57 anni. Il protagonista, tra l'altro, di Dirty dancing e Ghost aveva un cancro al pancreas diagnosticato nel gennaio del 2008. L'attore ha sempre cercato di lavorare, nonostante la malattia.

LA CARRIERA- Nato e cresciuto in Texas, Swayze aveva cominciato la sua carriera come ballerino. E per più di 40 anni è riuscito a lavorare. Sul grande schermo debutta nel 1979 con Skatetown, Usa. Il successo e la scalata nel mondo di Hollywood è arrivata nel 1987 con il ruolo Johnny Castle, il capo animatore di un villaggio e maestro di ballo. Dirty Dancing diventa una dei film più visti di tutti i tempi. Il successo viene consolidato da Ghost, dove recita affianco a Demi Moore. Poi Point Break e La città della Gioia. Nel 1991 è stato eletto l'uomo più sexy dell'anno dalla rivista americana People. Una carriera lunga e piena si successi.

LA MALATTIA- Patrick Swayze aveva annunciato nel marzo del 2008 che soffriva di una forma avanzata di cancro del pancreas. Era stato ricoverato in ospedale in gennaio per una polmonite e i medici hanno scoperto il tumore. Il cancro del pancreas è uno dei tumori più letali con soltanto un malato su dieci che riesce a sopravvivere a cinque anni dalla diagnosi. Inoltre si estende rapidamente agli altri organi, cio che in numerosi casi lo rende inoperabile.

12/09/2009

Il «circo del Lido» chiude con Stallone

Il «circo del Lido» chiude con Stallone

 

L'ATTORE-REGISTA RICEVERA' UN PREMIO. A Venezia la sfilata "parallela" dei personaggi improbabili

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VENEZIA - Riuscirà Rambo a salvare la Mostra? Potenza della programmazione dei festival, a chiudere la sfilata degli ospiti eccentrici di questa Venezia 66, aperta da Patrizia D’Addario e chiusa da Noemi Letizia, con il fuori programma dell’«Hasta siempre presidente» Hugo Chavez, arriva Sylvester Stallone, che accompagna il suo Rambo (Director’s Cut) e - onore già toccato a cineasti più abituati a frequentare i festival di lui, come Takeshi Kitano, Agnes Varda e Abbas Kiarostami -, riceverà sabato sera il Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker Award, ovvero il premio che la Mostra del Cinema di Venezia dedica a «una personalità che ha lasciato un segno nel cinema contemporaneo». Con tanto di motivazione cinefila: «Un premio inteso a celebrare la dimensione di cineasta di Sylvester Stallone - spiega una nota -, autore di un cinema già visibilmente originalissimo e carico di tenerezza anche quando grondante di sangue. Attraverso le ormai mitiche franchise di Rocky e Rambo (suoi tutti i copioni), film sempre straordinariamente in sync con il loro presente, Stallone ha esplorato le zone più solari e quelle più cupe dell'American Dream. E il suo lavoro sul suo personaggio, rintracciabile anche in film apparentemente secondari o non diretti da lui, rimane uno dei più coerenti e lucidi del contemporaneo cinema Usa».

COME UN CIRCO - Come nella sceneggiatura di un’ipotetico Il festival più pazzo del mondo, al Lido sfilano veramente i personaggi più improbabili: la prostituta, pardon, l'escort d’alto bordo, il presidente che firma autografi e abbraccia il bambini, la stellina che chiama Papi l’altro presidente, ma fa fatica a coniugare i verbi e si fa assolvere da un accompagnatore del calibro di Milingo. Tutti arrivati senza l’invito della Biennale, mentre alla serata inaugurale i flash dei fotografi erano ipnotizzati dalla coppia Gregoraci-Briatore in babbucce, dalla mise di Simona Ventura, dagli Sgarbi e le martemarzotto ignorando Sandrine Bonnaire, Werner Herzog e persino Ang Lee. Ospite gradito della Biennale è stato Tinto Brass, che ne ha approfittato per presentare la sua nuova scoperta, Caterina Varzi, e lanciato l'ipotesi di un film con Noemi. Titolo? Grazie papi. Imbucata Paris Hilton, con invito Elisabetta Canalis. L'album di figurine di vip e dintorni è stato piuttosto gonfio. Inspiegabile l’assenza del mago Otelma e di Wanna Marchi (magari in permesso premio), mentre certamente qualcuno si sta attrezzando per una retrospettiva dedicata a Riccardo Schicchi. Sebbene il trentennale di Cicciolina amore mio cadesse quest'anno.

LA MOSTRA GENERA MOSTRI - E così in questa pazza pazza Mostra – piena, forse anche troppo di film di grande qualità, ma afflitta da un indotto che cresce a spese del prodotto, un contorno ingombrante e anche un po' impresentabile che utilizza la Mostra, vittima incolpevole di cotanto trash carpet – Hana Makhmalbaf cammina con la sciarpa verde al collo intorno all'Excelsior. Senza che nessuno dei curiosi abbia voglia di aggiungere alla propria collezione di autografi, tra George, Hugo e Noemi, quello della regista ventenne che sta portando in giro per i festival del mondo il suo Green Days, accompagnandolo le immagini e le voci dei ragazzi dell'onda verde con parole semplici: «Non so dire cosa l’Occidente possa fare per aiutare il popolo iraniano che, ci tengo a dirlo, non vuole che voi pensiate che Ahmadinejad sia il suo rappresentante. Io ho fatto la mia parte: faccio film. Io sono una goccia nel mare, credo che ognuno nel proprio lavoro possa fare un piccolo passo».

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11/09/2009

Noemi a Venezia, spintoni e parapiglia

Noemi a Venezia, spintoni e parapiglia

 

La 18enne amica del premier si è presentata al Lido con i genitori: «Amo il cinema, è il mestiere che voglio fare», il produttore Massimo Gobbi: «girerà un film»

 

(Ap)

VENEZIA - È arrivata e ha portato lo scompiglio. Lei è Noemi Letizia, la 18enne finita sotto i riflettori per la sua amicizia con Silvio Berlusconi. «Amo il cinema ed è il mestiere che voglio fare da grande. Da anni studio recitazione - ha detto ai giornalisti -. È bellissimo essere qui. Non sembro emozionata ma l'apparenza inganna. Del resto sono sotto pressione della stampa da mesi, forse ci avrò fatto il callo». Al Lido di Venezia Noemi era accompagnata dalla madre, Anna Palumbo, e dal padre Elio. Assaliti da telecamere, fotografi e circondati dalla security, i Letizia sono stati circondati dalla folla, con tanto di spintoni per vedere più da vicino. Bionda e truccatissima, Noemi era avvolta in un vestito-foulard viola e giallo.

ANELLO CON FARFALLA - Seguita a vista dalla madre, Noemi ha dispensato sorrisi a tutti nonostante il caos dei curiosi che cercavano di avvicinarsi. Alla domanda se Silvio Berlusconi sapesse di questa sua passerella, Noemi ha mostrato l'ennesimo sorriso. Al dito ha un vistoso anello con farfalla dorata, borsa e sandali color oro. Dopo il breve incontro con i giornalisti nella terrazza Quintessencially di fronte al Palazzo del Casinò, Noemi - insieme alla madre e al produttore Massimo Gobbi, in virtù della cui amicizia è al Lido - è tornata verso l'Excelsior dove si è imbarcata su un motoscafo per tornare a Venezia.

«NOEMI FARÀ UN FILM» - Lo stesso Gobbi ha annunciato che la 18enne girerà un film. Al Lido si è presentato anche con monsignor Milingo. «Siamo a Venezia per presentare il trailer del film da me prodotto "Camorra day" - ha detto -, ma cogliamo l'occasione di annunciare il prossimo lavoro, nulla a che fare con quello concluso, al quale parteciperà come attrice Noemi Letizia». Gobbi non ha voluto anticipare nulla sul film con Noemi mentre ha sottolineato che all'arrivo a Piazzale Roma, dove è salito con il suo entourage, Letizia e Milingo su due motoscafi, è stato contestato.

(Ap)

(Reuters)

Con la madre Anna Palumbo (Ap)

Con la madre Anna Palumbo