09/03/2009

Vandali alla Loggia dei Lanzi Danni al Ratto di Polissena

Vandali alla Loggia dei Lanzi Danni al Ratto di Polissena

 

È un frammento staccato dalla mano sinistra della figura giacente e altre due dita della stessa mano presentano evidenti integrazioni

 

 

FIRENZE - Nella notte fra venerdì e sabato qualcuno è entrato nella Loggia dei Lanzi, in piazza Signoria e, probabilmente arrampicandosi, ha spezzato il dito mignolo della mano sinistra e danneggiato altre due dita del gruppo scultoreo del ratto di Polissena, la statua di Pio Fedi. La notizia è stata riportata dalla Nazione e la soprintendente per il Polo museale fiorentino ha dichiarato, in una nota, che alle 8 di sabato scorso un incaricato della sorveglianza diurna alla Loggia dei Lanzi ha consegnato al funzionario della Galleria degli Uffizi Angelo Tartuferi, la falange di un dito rinvenuto poco prima nelle vicinanze della scultura.

STACCATO FRAMMENTO DELLA MANO - Si tratta di un frammento staccato dalla mano sinistra della figura giacente e altre due dita della stessa mano presentano evidenti integrazioni (una in particolare in una situazione di precarietà), ma non il pezzo rinvenuto, sul quale non è riscontrabile alcuna presenza di colle da precedenti interventi. È stata pertanto interessata la ditta specializzata che ha condotto il restauro della scultura nel 2002, e che, visionati il reperto e la scultura, interverrà immediatamente con la reintegrazione del frammento. Il danno è stato denunciato ai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Firenze. È in corso una verifica interna tra i responsabili della Soprintendenza e gli addetti delle ditte per la sorveglianza diurna e notturna, entrambe private.

I PRECEDENTI - Il Ratto delle Sabine è stato danneggiato il 5 settembre del 1971 e il 18 aprile del 1987. Stessa cosa era accaduta al ratto di Polissena: tre dita rotte nel 1982 e anche il 28 giugno del 1971, durante una partita di calcio storico. Fra le sculture più esposte e più danneggiate, la statua del Nettuno, maglio conosciuta come il Biancone. L'ultima "ferita" risale al 2 agosto del 2005 quando un ragazzo si arrampicò sulla statua provocando la rottura della mano, poi restaurata dall'Opificio.

06/03/2009

Il lamento di Bloom: è un Nobel per idioti

Il lamento di Bloom: è un Nobel per idioti

 

Il critico letterario USA confessa odi e amori. E sfida le lobby universitarie. Le Clézio illeggibile. La Lessing? Ha scritto un solo libro Amo Cormac McCarthy. Salinger sarà dimenticato

 

NEW YORK — «Un anno fa sono caduto, spezzandomi tutte le vertebre della schiena. I dottori mi avevano dato per morto, ma eccomi qua». Gli occhi chiaro-cangiante di Harold Bloom sono pieni di tristezza mista a pudore mentre cerca di giustificare quel bastone, ormai inseparabile, cui s'aggrappa per sostenere il peso degli anni e le angherie di un fisico che non vuol saperne di rincorrere i ritmi ancora frenetici della sua straordinaria mente.
«La cosa che mi duole di più oggi è non poter viaggiare», spiega l'autore de Il canone occidentale, L'angoscia dell'influenza e di altri 30 libri che hanno rivoluzionato la storia della critica letteraria mondiale. «Vorrei tanto rivedere Bologna e Barcellona, due delle mie città preferite, ma se prendessi l'aereo morirei in volo. Avrei dovuto ascoltare mia moglie Jeanne e riguardarmi da giovane. Ho condotto una vita dissipata, bevendo, fumando sigari e trascurando l'esercizio fisico».

 

Jean Marie Le Clézio
Jean Marie Le Clézio

Anche adesso Bloom non rinuncia a qualche bicchierino di Sherry d'annata, mentre parla, seduto nel luminoso appartamento di Manhattan che usa nei weekend, quando gli impegni alla Yale University, dov'è Sterling Professore di Discipline Classiche, glielo consentono. Nel grande pied-à-terre pieno di quadri e sculture di Dina Melicov, la suocera artista, il 78enne Bloom continua a tenere banco come ai vecchi tempi, quando bastava una sua recensione per creare o distruggere una carriera.
Appena la giovane docente di Letteratura russa si accomiata, bussa alla porta il tesoriere del premio Nobel, in visita da Stoccolma insieme alla giovane e bella figlia, anche lei una fan sfegatata di quello che le enciclopedie descrivono come «il più influente critico letterario statunitense». Il «luminare della cultura occidentale» che nell'era di Internet si ostina a scrivere con la penna stilografica «perché — spiega —, un antico tremore alle mani mi impedisce di usare la tastiera. Però la mia mente è più sveglia che mai, grazie ai geni. I miei genitori erano poverissimi ebrei semianalfabeti provenienti dagli shtetl dell'Europa Orientale. Però ho avuto antenati studiosi di Talmud: una disciplina che richiede una formidabile memoria».

Come la sua, tanto leggendaria che M.H. Abrams, il celebre studioso di Romanticismo suo mentore, lo definì «lo studente più dotato che abbia mai avuto», e «l'unico capace di leggere un libro con la stessa velocità con cui lo si sfoglia ». La sua cultura enciclopedica? «Di prima mano. Ho sempre preferito la lingua originale alle traduzioni. Leggo in greco ed ebraico — antico e moderno — latino, yiddish, inglese, francese, spagnolo, tedesco, portoghese ed italiano». Proprio l'Italia, tiene a precisare, gli ha regalato (insieme alla Svezia) l'unica versione «degna» del Canone.
«Gli editori italiani e svedesi sono stati gli unici ad assecondarmi, quando i loro omolodighi in America mi costrinsero, contro la mia volontà, a stilare quell’assurda hit parade, additando contratti firmati».

L’Italia, per Bloom, resta una delle culle letterarie più vitali. «Non solo Dante, Petrarca e Boccaccio — spiega —. Ma Manzoni, uno dei più grandi romanzieri al mondo. Pirandello, più innovativo di Cechov e Beckett. Campana, che poteva diventare il Walt Whitman italiano se non fosse morto così giovane. E poi il grandissimo Leopardi, un poeta al livello di Keats, Shelley e Wordsworth che ho incluso nel mio nuovo libro Living Labyrinth. Literature and Influence, in uscita ad ottobre».
Se potesse tornare indietro, Bloom non compilerebbe più la famigerata lista. «La odio e non ha ragion d’essere — teorizza —. Il suo unico effetto è stato aumentare il numero di gente incolta che legge l’elenco ma non il libro. Come, del resto, fanno da sempre i critici letterari ». All’indomani dell’uscita del Canone, tradotto in 45 lingue e bestseller in Paesi come Brasile, Grecia, Polonia e Albania, Bloom è diventato un’icona culturale per milioni di giovani in tutto il mondo. «Mi tempestano di telefonate ed email da Turchia, Iran, Corea del Sud, Egitto, Bulgaria, Australia— racconta —. Mi considerano il loro faro, mi implorano di scendere ancora in campo. Ma io sono stanco. Ho speso tutte le mie battaglie e ciò che dovevo dire l’ho detto: se un lavoro non possiede splendore estetico, forza cognitiva e autentica originalità, non vale la pena leggerlo. La letteratura è un’epifania individuale e non deve avere alcuna valenza di riscatto socio-politico. Questo approccio estetico alla letteratura mi ha trasformato in un paria su entrambe le sponde dell’Atlantico. Ho dichiarato guerra alle tesi femministe, marxiste e post-strutturaliste che da anni spadroneggiano nelle università, non solo in America». L’inizio della fine, per Bloom, è stato il ’68: «Ha distrutto l’estetica, introducendo una finta controcultura politically correct in base alla quale basta essere un’esquimese lesbica per valere di più come scrittore».

Mentre il resto dei critici li buttava alle ortiche in quanto «elitari e non rappresentativi delle altre culture», Bloom ha riesumato i cosiddetti «maschi europei bianchi e defunti». Beccandosi l’accusa di razzismo, elitismo e sessismo. «I miei autori preferiti restano Dante, Shakespeare, Cervantes, Faulkner, Omero, Proust e Wilde — annuncia in tono di sfida —, perché espandono la nostra coscienza senza deformarla. E toccano l’individuo, senza pretese di cambiare il mondo».
Tra gli «intramontabili», Bloom annovera i grandi poeti yiddish Jacob Glatshteyn and Moyshe-Leyb Halpern ma non il premio Nobel Isaac Bashevis Singer. «Un autore mediocre. Al suo posto meritavano di vincere Chaim Grade, artefice dello splendido Yeshiva e Israel Joshua Singer, fratello maggiore ben più talentuoso di Bashevis che ci ha lasciato il bellissimo I Fratelli Ashkenazi ».

 

Dario Fo
Dario Fo

Le sue crociate anti Nobel, d’altronde, sono ben note. «L’hanno dato ad ogni idiota di quinta categoria — si lamenta —, da Doris Lessing, che ha scritto un solo libro decente quarant’anni fa, e oggi firma fantascienza femminista, a Jean-Marie Gustave Le Clézio, illeggibile, a Dario Fo, semplicemente ridicolo». Persino Toni Morrison non sarebbe degna del premio: «Siamo vecchi amici e le voglio bene. Ma dopo Amatissima ha scritto solo supermarket fiction, perseguendo una crociata socio-politica. Eppure nell’era di Obama è obsoleto sostenere che la pigmentazione, l’orientamento sessuale o l’etnia di uno scrittore contino». Gli ultimi Nobel meritati? «Harold Pinter, una voce autentica, anche se discepolo di Beckett. E José Saramago, con cui ho litigato perché è uno stalinista che si è fatto espellere da Israele accusandolo di aver creato una nuova Auschwitz a Gaza».

Tra i contemporanei Bloom detesta J.K. Rowling, Stephen King e Adrienne Rich («spazzatura») e ama Cormac McCarthy («Meridiano di sangue è un libro straordinario »), Philip Roth («Pastorale Americana e Il teatro di Sabbath sono capolavori»), Thomas Pynchon («L’incanto del lotto 49 è eterno »), e Don DeLillo («Underworld è eccellente, ma la prima parte è meglio della seconda »). Più tiepido nei confronti di Salinger: «Il giovane Holden continua a commuovere, ma tra 30 anni sarà demodé».
Troppo severo? «La critica letteraria non può essere impersonale», ribatte. «Al contrario di T.S. Eliot, penso che debba essere personale, appassionata e viscerale. Ma socializzare con gli autori che recensisci è un errore. Meglio conoscerli dalle loro opere». «Se non parliamo noi male dei morti, chi lo farà?», aggiunge con un sorriso birbone, passando a rassegna alcuni grandi autori scomparsi di recente. Da Updike («uno scrittore minore con un grande stile») a Mailer («uomo generoso e appassionato ma la sua opera migliore è stata, appunto, Norman Mailer») e da Bellow («un vero pazzo, una persona per molti versi impossibile») a David Foster Wallace («molto dotato ma ogni suo libro era incompleto »).

L’unico nome che gli fa, seppur momentaneamente, perdere la flemma, è quello di NaomiWolf, che nel 2004 lo accusò di molestie sessuali a Yale, dieci anni prima. «L’ho ribattezzata la figlia di Dracula perché suo padre e il più noto esperto di Bram Stoker. È un mostro, una barzelletta internazionale, una bugiarda patologica al soldo dei politically correct intenti a distruggermi. Non è mai stata una mia studentessa». A difenderlo, all’indomani dello scandalo, fu l’ex discepola Camille Paglia (scoperta da Bloom, al quale deve il lancio della carriera), con un articolo di fuoco su Salon, dove fece a pezzi la guru femminista. «Camille ed io siamo rimasti molto amici—spiega —. Lei mi chiama papà».
Tra i suoi tanti fan Bloom annovera anche papa Wojtyla. «Amici comuni mi dissero che aveva letto e apprezzato tutti i miei libri e m’offriva un’udienza, se mi fossi recato a Roma. Rifiutai». Il motivo non era di natura personale. «Cristianità è sinonimo di antisemitismo, come dimostrano tutti i testi chiave del Nuovo Testamento, a partire dal Vangelo di Giovanni—dice—. E come dimostra l’atteggiamento di Benedetto XVI nei confronti del vescovo negazionista Richard Williamson». Il suo rapporto con Dio? «Non posso capire un Dio potente ed onnisciente che abbia permesso Auschwitz e la schizofrenia», replica Bloom, il cui primogenito, Daniel Jacob, è affetto da una grave forma di schizofrenia sin dalla nascita.

ALESSANDRA FARKAS

08/12/2008

Scritte nazi sulle tombe musulmane

Scritte nazi sulle tombe musulmane

Francia, l'indignazione del presidente Sarkozy: «Identificare e punire i responsabili». Nuovo episodio di intolleranza nel cimitero militare di Arras. Imbrattate le lapidi dei caduti islamici

 

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PARIGI - Per la terza volta in due anni, le tombe musulmane del cimitero militare di Notre-Dame de Lorette, vicino ad Arras, nel nord della Francia, sono state profanate. I danneggiamenti sono avvenuti di notte, a poche ore dall'inizio della festa islamica dell'Aid el-Kebir, e hanno rigurdato diverse centinaia di tombe, che sono state ricoperte di iscrizioni e graffiti.

L'INDIGNAZIONE DI SARKOZY - Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha espresso «profonda indignazione» per l'accaduto: «Questo atto abietto è l'espressione di un razzismo ripugnante diretto contro la comunità musulmana di Francia», ha detto Sarkozy, auspicando che i colpevoli siano «rapidamente identificati» e condannati con «severità». Il cimitero di Notre-Dame de Lorette era già stato profanato nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2008, quando 148 tombe erano state coperte di iscrizioni ingiuriose nei confronti dell'islam, e, in precedenza, nella notte tra il 18 e il 19 aprile 2007, nella quale erano stati 52 i sepolcri danneggiati. Per questi fatti, due giovani che rivendicavano idee vicine al neo-nazismo sono stati condannati.


 

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19/11/2008

Topolino: 80 anni e non li dimostra

Topolino: 80 anni e non li dimostra

Il debutto nel cartone animato «steamboat willie». il fumetto italiano nasce nel 1949. Il celebre personaggio di Walt Disney, nato il 18 novembre 1928, si è costantemente adeguato ai tempi

 

 

 

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La prima copertina del 1949

distribuita in Italia

MILANO - Non ha più i calzoncini rossi, ma le orecchie sono le stesse. Quando nacque ottant’anni fa dalla penna di Walt Disney, Topolino aveva lo sguardo sveglio e il sorriso positivo che si ritrova ancora oggi nei suoi fumetti. Il personaggio incarnava infatti l’uomo medio americano capace di affrontare le difficoltà quotidiane. Un tipo che riesce sempre a risolvere i casi più complessi e togliersi dai guai. Battezzato col nome di Mortimer Mouse, fu la moglie di Walt, Lilly, a consigliare lo sbarazzino Mickey perché le sembrava più adatto ad “un topo comune”. Oggi, tra un’indagine e l’altra, viaggia nel tempo e interpreta libri o film di successo come Novecento e Casablanca.

CINEMA - E proprio il mondo del cinema è all’origine della fortuna di Topolino visto che il debutto del personaggio avvenne il 18 novembre 1928 nel cartone animato Steamboat Willie. Un cortometraggio dove Mickey Mouse fischietta alla guida di un vaporetto, flirta con Minni e si scontra con un gatto, prototipo di Gambadilegno. Seguirono l’Oscar (1932) e il film Fantasia (1940) che fonde animazione e musica classica.

FUMETTI - Nato in America, ora vive in Italia. La prima striscia italiana compare già due anni dopo l’avvento di Topolino sul grande schermo. Ma a mantenere in vita il topo più impiccione del mondo Disney ci pensa il settimanale nato nell’aprile del 1949 che porta il suo nome. Così, mentre negli Stati Uniti la fama di Mickey Mouse si mantiene grazie ai parchi di divertimento, da noi vive attraverso le matite dei cartoonist italiani. Sono loro a produrre le storie, lette da un pubblico internazionale. «Il 70% dei nostri fumetti sono ripubblicati all’estero, non solo in Europa, ma anche in America» dice Valentina De Poli, direttrice del settimanale che ha sede a Milano. Dalla redazione di via Sandri nascono copertine, famiglie di paperi e nuovi personaggi. Da Paperinik a Paperotto, il mondo Disney rivive ogni settimana tra le pagine del periodico più letto non solo dai giovani, ma anche dagli adulti che vogliono tornare bambini. Protagonista resta sempre Topolino. Nell’ultima versione fantasy, Topolino si trasforma in un mago, meno pasticcione dell’apprendista stregone e più simile a Dragon Ball. «Per tener vivo il personaggio è importante mantenere un legame con l’attualità – spiega Valentina De Poli – con i gusti dei lettori e gli eventi che hanno risonanza nazionale, come la Mostra del Cinema di Roma». Senza mai tradire i valori di amicizia, fiducia e lealtà. Perché è questa la vera anima di Topolino. Nato ottant’anni fa e amato ancor oggi.

05/11/2008

Il manuale del buon tradimento

Il manuale del buon tradimento

Non c'è scampo. Da un genitore, dall'amante, dall'amico o da noi stessi, siamo destinati a subire (e infliggere) l'infedeltà. Meglio, allora, imparare a conviverci. Con l'aiuto di Paolo Crepet e del suo ultimo libro

 

 

 

La copertina del Magazine di questa settimana
La copertina del Magazine di questa settimana
 
 
 
 
«E non mi guardi così. Perché sarà tradita, e tradirà anche lei. Lo farà per viltà, ambizione, narcisismo, quieto vivere. Lo farà per passione, difesa, noia. Lo farà». E pensare che eravamo andate lì, nella sua casa tra i tetti di Trastevere, a Roma, a sederci sulle sue poltrone bergère da psichiatra, per farci raccontare da lui (Paolo Crepet, in libreria il 4 novembre con A una donna tradita, Einaudi) come salvarci. Quale fosse (se esiste) il segreto per non ritrovarsi mai a vivere i giorni aspri dell’infedeltà subita, quell’abbandono duro in cui tutto - il tempo, la legge, i divieti - appare sospeso, narcotizzato. E inconsolabile. Non ci piacerà l’idea, ma dovremo imparare a conviverci, sostiene Crepet: per la porta del tradimento non si può non passare. Non ci sono deviazioni che evitano di ritrovarcisi dentro. Solo, semmai, qualche poco rasserenante indicazione per uscirne. Non essere tradite - dal proprio uomo, dall’amica, dal lavoro - non si può. «E a dire il vero, come direbbe Molière, non lo consiglierei neanche: perché alla fine dei giochi, ipocriti e perbenisti, non essere traditi vorrebbe dire non cimentarsi, quando la vita vera è al lordo di tutto, incluso il dolore». Così è, quella della donna del suo romanzo: al lordo di tutto, incluso il dolore. Una vita senza nome, senza tempo, senza luogo. Ogni donna può, in qualche riga, identificarsi. Una vita mediocre però, poche le convulsioni, i sussulti, piccolissime, quasi inesistenti, le passioni, nel suo tradire perché tradita, nel suo non avere più quella forza triste del “tanto qui deve tornare” che aveva la madre, avendola soppiantata con un’apparentemente più dignitosa, superba, autarchia. Si va indietro, nel suo passato, come si farebbe nel nostro: dando peso a ciò che ha sentito, non a ciò che realmente è accaduto, in una soggettiva che segue le regole sensoriali neuro-fisiologiche dell’omuncolo. «Lo abbiamo nelle circonvoluzioni centrali», spiega Crepet, «è un’immagine distorta del nostro corpo, ricostruita in proporzione alla ricchezza d’innervazione sensoriale sulla corteccia cerebrale: ha, per esempio, delle labbra enormi e una schiena piccolissima. Ecco perché capita di ricordare uno sguardo nella nostra vita più di quello che ci è accaduto negli ultimi cinque anni: perché, in noi, era labbra, e non pelle indurita della schiena».

L’ILLUSIONE DELLA FEDELTÀ
Tradimento: romanzo infinito che corre nella nostra vita. Esiste quello di un padre maestro del distacco, che non sa concedere che centellinate briciole d’affetto; di una madre disinteressata, abdicante, estranea; dell’uomo che si racconta agli altri e a se stesso tuo, quando ascolta, chiama, accarezza te, ma non solo; del collega che ti cambia le carte sulla scrivania del capo, ora che te ne stai tornando tranquilla a casa; dell’amica, per anni creduta lo specchio in cui rifletterti quand’era, invece, il più alto campione di torbidezza; di una figlia, irrimediabilmente simile e lontana; di te, verso te stessa, da cui spesso l’illusione di fedeltà ha inizio. «Qui», racconta Crepet, «va evitato un malinteso: il tradimento non può essere banalmente riassunto nella scivolata che ognuno di noi, nella sua fragilità di uomo, può vivere. C’è una corrispondenza, piuttosto, tra il gran senso di perdita nel momento storico privo di riferimenti sociali ed etici in cui siamo costretti a vivere, e le nostre piccole cose. Si fa l’errore facile, poi, di ritenere sempre il tradimento un sentimento che ha bisogno di un altro da te, quando in realtà nasce dentro di te, non nasce con l’altro». Dunque, se siamo capaci di tradire noi stessi, ci ritroveremo a tradire (ed essere traditi) nei nostri ambiti d’investimento affettivo: l’amore, l’amicizia, la famiglia; finiremo per tradire (ed essere traditi) sul lavoro. L’immunità, non è data. «Solo il comatoso, l’ha: perché non sente, non vive». Così, meglio spostare le nostre attenzioni dalla ricerca del «come evitare di essere traditi» («Sarebbe assurdo come volersi innamorare senza patire») a quella meno pretenziosa di qualche accorgimento che può aiutare a non esserlo («Bisogna che ci decidiamo ad affinare la nostra capacità di valutazione dell’altro, in cui non siamo così ferrati: tanto più una persona ci piace, tanto più dobbiamo non fidarci, imparare a farci domande su lei»), ai più utili segreti per imparare a starci bene dentro, a un tradimento non schivabile. Come? Crepet suggerisce di fabbricarci un’ossatura così “baricentrata” su noi stessi da non dover temere di esserlo, traditi: «Un mio maestro un giorno mi disse: “Non ti fidare di me”. Era un’esortazione alla costruzione di una propria solitudine, un senso di autoreferenzialità, una bolla d’aria che permette di non essere totalmente dipendente dal dolore implicito nel tradimento, di sentirlo, ma di non esserne annientato, di esserne feriti, ma non abbattuti, di viverlo come un acquazzone e non come un naufragio, come dolore e non morte, sintomo e non patologia». Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. «L’impalcatura che protegge si tira su coi Lego dell’autostima. Me l’ha insegnato un signore ricoverato tanti anni fa in ospedale psichiatrico: più sei battuto, ripeteva sempre, più diventi critico. La chiave è tutta in questo paradosso esistenziale: il lutto, il tradimento, l’abbandono non devono annientarti, ma accrescerti. Funziona anche al contrario: non cresco, se non ho l’opportunità di essere battuto».

OCCHIO ALL’AMOR PROPRIO
Solo così, si supererà l’attentato all’amor proprio insito in ogni tradimento, e ci si riapproprierà di sé: «All’“Io non valgo più” che ci risuona dentro dopo un tradimento si può rispondere con l’aggressività del “vediamo se è vero” o con la depressione dell’“è davvero così”. Chi riporta una ferita inferta, il più delle volte ritiene che la cicatrizzazione migliore sia nel far subire quel che si è dovuto, proprio malgrado, patire: pur essendo un atteggiamento naturale, è immaturo, e animalesco. Nella reiterata ricerca di un capro espiatorio per redimersi, ti danni e non ti salvi». Perché i sentimenti, ci racconta, sono più brutti dell’uomo: «La petizione evangelica non ha trovato gran applicazione nella realtà. In qualche forma, siamo tutti traditi e traditori, e così empi, spesso, da non ammetterlo, o da non sentirci neanche in colpa: quante volte la pensiamo così, sotto l’accordo sul pentagramma del bon ton sociale, della convenienza e dell’apparenza?». Alla fine del suo libro (e del nostro colloquio), c’è spazio per una sola favola: quella di un’anziana signora sconosciuta incontrata dalla donna tradita nello scompartimento di un vagone di treno. A lei dice: «Dimentica le piccinerie, i dettagli insignificanti. Concediti l’essenziale». “Concediti l’essenziale” sta per “Vivi l’assoluto”: dell’amore, del bene, dell’intelligenza, della creatività. «Non accontentarti di grattugiare la buccia», va a fondo Crepet, «ma entra nel cuore: anche se questo vorrà dire, per forza di cose, perdersi, tradire, essere traditi».

SOLO UN GIOCO D’ESERCIZIO
Tutto il resto, è un gioco d’esercizio, d’affinamento della nostra capacità di sintonizzarci quanto più possibile con un dolore - quello del tradimento - non prevenibile, né evitabile. L’enigma, insomma, non è sciolto. «Non vi rassicuro, lo so. Ma io detesto il lieto fine. Lo trovo un’esigenza per persone immature e fragili, una furbata hollywoodiana. Siamo pieni di meccanismi di rimozione e spesso ci sfugge che la vita non prevede lieti fini: ci toglie ogni giorno un giorno, perché allora essere consolatori? Io, diagnosi non so più farne: la scrittura, come la terapia, dove non può, non deve essere incoraggiante».

 

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01/11/2008

Un museo a cielo aperto sul vulcano Volut, scatti di lava per Creator Vesevo

Un museo a cielo aperto sul vulcano Volut, scatti di lava per Creator Vesevo

Il catalogo (Gallimard) curato da Jean-Noël Schifano. Lo scrittore parteno-francese ha curato il progetto d'arte en plein air, il fotografo l'ha interpretato in bianco e nero

 

 

 

C'è un triplo sguardo che si solidifica negli scatti di Alain Volut nel bel catalogo «Creator Vesevo» (Gallimard). Quello dello scrittore parteno- francese Jean-Noël Schifano che ha curato il progetto di un museo en plein air sul Vesuvio; quello degli artisti che hanno interpretato con cifra personalissima la materia lavica; e, naturalmente, quello del fotografo francese ormai impregnato della sulfurea cultura campana (vive e lavora a Pozzuoli).

UN RACCONTO RUVIDO - Risultato: un racconto ruvido e solare ad un tempo, in cui le immagini del backstage — Volut ha fotografato le varie fasi di lavoro, dalla roccia pura, all'opera d'arte — restituiscono il divenire della materia. Nel bianco e nero di foto che s'offrono porose agli occhi del fruitore, si legge la meraviglia della creazione, lo sforzo dell'atto demiurgico ma anche la fatica di «stare» sul vulcano. Perché, come scrive il sindaco di Ercolano, Nino Daniele, che ha promosso il progetto, il Vesuvio è contemporanemente tra i posti più pericolosi del mondo ma anche tra i più abitati.

GLI ARTISTI - Gli artisti di «Creator Vesevo» sono: Miguel Berrocal, Mark Brusse, Lello Esposito, Alexandros Fassianos, Johannes Grützke, Dimas, Macedo Denis, Monfleur Rúrí, Antonio Seguí, Vladimir Velickovic. Il catalogo del museo all'aperto «Creator Vesevo. Lava in mostra permanente», assai ben fatto e in tre lingue, si presenta oggi alle 17, nella Sala rari della Biblioteca Nazionale di Napoli a Palazzo Reale. Con gli autori intervengono il sindaco di Ercolano, l'artista Lello Esposito e il direttore della Biblioteca nazionale Mauro Giancaspro. Modera Ciro Cacciola.

 

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25/10/2008

PRIGIONIERI DEL PASSATO

PRIGIONIERI DEL PASSATO

L'Italia Immobile

 

 

Un Paese fermo, consegnato all'immobilità: ecco come appare oggi l'Italia. Non già nella cronaca convulsa del giorno per giorno, nell'agitazione della lotta politica, nei movimenti sempre imprevedibili di una società composita, frammentata e priva di inquadramenti istituzionali forti. Ma un Paese fermo perché anche nelle sue élites prigioniero dei luoghi comuni, incapace di pensare e di fare cose nuove in modo nuovo, di sciogliere i nodi che da tanto tempo ostacolano il suo cammino.

Da trent'anni ci portiamo sulle spalle un debito pubblico smisurato che non riusciamo a diminuire neppure di tanto. Da decenni dobbiamo riformare la scuola, la Rai, la sanità, le pensioni, la magistratura, la legge sulla cittadinanza, e siamo sempre lì a discutere come farlo. Da decenni dobbiamo costruire la Pedemontana, le prigioni che mancano, il sistema degli acquedotti che fa acqua, il ponte sullo Stretto, le metropolitane nelle città, la Salerno- Reggio Calabria, la Tav del corridoio 5, e non so più cos'altro. Ma non lo facciamo o lo facciamo con una lentezza esasperante. Nel tempo che gli altri cambiano il volto di una città, costruiscono una biblioteca gigantesca, un museo straordinario, noi sì e no mettiamo a punto un progetto di massima sul quale avviare discussioni senza fine.

Perché in Italia le cose vanno così? I motivi sono mille ma alla fine sono tutti riconducibili a una sensazione precisa: siamo una società prigioniera del passato. Con lo sguardo perennemente rivolto all'indietro, che ama crogiolarsi sempre negli stessi discorsi, nelle stesse contrapposizioni, nelle stesse dispute, assistere sempre allo spettacolo degli stessi gesti e degli stessi attori. Da noi il passato non diviene mai inutile o inutilizzabile. Non si butta via mai niente. Ogni cosa è potenzialmente per sempre: ogni ruolo, ogni carica è a vita, e pure se siamo reduci da qualcosa lo siamo comunque in servizio permanente effettivo. In un'atmosfera di soffocante ripetitività siamo sempre spinti a conservare o a replicare tutto: idee, appuntamenti stagionali, parole d'ordine, comizi, titoli di giornali.
Ci domina una sorta di freudiana ritenzione anale infantile: paurosi di abbandonarci alla libertà creativa e innovativa dell'età adulta, a staccarci dalla comodità del già noto, solo noi, nella nostra vita pubblica, abbiamo inventato la figura oracolare e un po' ridicola del «padre della patria» con obbligo di universale reverenza. È, il nostro, l'immobilismo di un Paese abbarbicato a ciò che ha vissuto perché non riesce a credere più nel proprio futuro, di un Paese che sotto la vernice di un'eterna propensione alla rissa in realtà fugge come la peste ogni rottura e conflitto veri, e desidera solo continuità. Che come un vecchio Narciso incartapecorito anela solo a rispecchiarsi nel già visto.

Un Paese, come c'informa La Stampa di qualche giorno fa, dove Guido Viale, antico giovane di un remoto «anno dei portenti », si compiace — invece di averne orrore — che oggi «le occupazioni delle scuole si fanno assieme ai genitori», e che «questi ragazzi lottano accanto ai professori e ai presidi». Già, «accanto ai professori e ai presidi»: che lotte devono essere! E comunque è con queste, buono a sapersi, che l'Italia si allena ai duri cimenti dell'avvenire.

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11/10/2008

Pechino «riabilita» Bruce Lee Da rinnegato a icona della Nuova Cina

Pechino «riabilita» Bruce Lee Da rinnegato a icona della Nuova Cina


Bandito da Mao come «inquinamento culturale», ora arriva in tv. L'emittente di Stato trasmetterà 50 episodi sul maestro di kung fu morto nel 1973

 

 

PECHINO (CINA) - Servirà a smussare le angosce della crisi finanziaria. E peccato che Bruce Lee non possa arrivare a cacciare indietro il mostro del tracollo globale. Meglio che niente: domani è l'ora del kung fu, Cctv1 — rete di punta della tv di Stato — trasmetterà i primi due episodi della sterminata serie dedicata all'uomo che negli anni Settanta lanciò in Occidente un genere cinematografico, le arti marziali made in Hong Kong. Senza «Dalla Cina con furore » e pellicole analoghe l'ispirazione di un Quentin Tarantino sarebbe stata un po' meno ricca, senz'altro. Soprattutto, Lee gettò i semi di un orgoglio cinese che si scopriva globale: il linguaggio che allora rimbalzava fra Hong Kong e le comunità della diaspora— la California e la Malaysia, Singapore e l'Australia… — funzionava ovunque e affratellava. Bruce Lee è morto nel 1973 a 32 anni. Altri tempi. Un'altra Cina.

 

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I FILM DI KUNG FU - La Rivoluzione culturale stava per imboccare la sua china terminale ma Mao Zedong aveva già marchiato i film di kung fu come inquinamento spirituale, robaccia reazionaria. Adesso quella stessa Cina che fino agli anni Ottanta aveva praticamente ignorato l'esistenza di Bruce Lee e dei suoi 46 film (ce n'erano anche di girati da sosia) metterà in onda 50 episodi costati, tutti insieme, 5 milioni di euro. Una ventina di Paesi si sono messi in fila per acquistarli. «La leggenda di Bruce Lee» doveva essere trasmesso sull'ottavo canale della Cctv prima delle Olimpiadi. Rinviato a causa del terremoto in Sichuan, è stato promosso al primo, per di più nella fascia definita l'«ora d'oro», ovvero il prime time, che qui va dalle 18 alle 22. Audience massima per l'eroe. La nuova Cina ha da anni assorbito l'estetica e l'etica delle arti marziali, la letteratura di genere è stata sdoganata e vende milioni di copie. Bruce Lee, che in realtà era nato a San Francisco, è stato incorporato, il suo orgoglio è ormai patrimonio comune dei cinesi tutti, per i quali è irrilevante che il loro eroe fosse di Hong Kong. Non a caso schiantava con speciale soddisfazione biechi giapponesi. «E' il Picasso o il Van Gogh delle arti marziali», sentenzia uno dei produttori, Yu Shengli. Girato fra Macao, la Thailandia, gli Usa e persino l'Italia, il serial ha come protagonista Danny Chan Kwok Kuen, attore che anche alla figlia di Lee, Shannon, appare identico al padre. Giurano i creatori che un terzo di quanto si vedrà in tv è frutto dell'immaginazione, due terzi è fedele alla verità (e la verità dovrebbe includere anche la sua fobia per gli scarafaggi e i suoi trionfi come campione di ballo da sala). Il mito Lee è tale che il regista Zhang Yimou, ora in vacanza dopo le fatiche delle regie olimpiche, medita un film sullo stesso tema. Di questi 50 episodi si dibatte già fra appassionati. La produzione avverte che «il finale è aperto», come se non si chiudesse con la morte per emorragia cerebrale, un destino che l'epica vorrebbe invece più misterioso. Ciò che turba, più che altro, sono le voci di una scena in cui Lee verrebbe battuto da un americano. «Schifezze», si lamentano gli ultrà. Secondo indiscrezioni inverificabili sul web si tratterebbe di un momento edificante «per far vedere che bisogna essere umili».

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10/10/2008

Il Nobel della pace assegnato al finlandese Martti Ahtisaari

Il Nobel della pace assegnato al finlandese Martti Ahtisaari

«Per i suoi importanti sforzi, in molti continenti e per più di tre decenni, per risolvere i conflitti internazionali»

 

Martti Ahtisaari
Martti Ahtisaari
 
 
OSLO (Norvegia) - Il premio Nobel per la pace per il 2008 è andato all'ex presidente finladese Martti Ahtisaari «per i suoi importanti sforzi, in molti continenti e per più di tre decenni, per risolvere i conflitti internazionali». Così l'annuncio a Oslo del Comitato norvegese del Nobel.

NEGOZIATORE - Il negoziatore finlandese è stato premiato per la sua attività in numerosi conflitti nel mondo, che l'ha portato tra l'altro a concludere l'accordo del 2005 tra l'Indonesia e i ribelli dell'Aceh. Athisaari, che è stato scelto tra 197 candidati, riceverà il premio di 1,4 milioni di dollari. «Per più di 20 anni - prosegue la motivazione, nella quale si ricorda il suo impegno in Namibia, Aceh, Kosovo e Iraq - è stato una figura di primo piano negli sforzi per risolvere molti conflitti gravi e duraturi. Ha anche dato contributi costruttivi alla soluzione dei conflitti nell'Irlanda del Nord, in Asia centrale e nel Corno d'Africa».

«MOLTO SODDISFATTO» - Si è detto «molto soddisfatto e grato» per il Nobel per la pace che gli è stato assegnato a Oslo. Parlando con la televisione norvegese Nrk, Ahtisaari ha sottolineato che i dieci milioni di corone del premio (1.4 milioni di euro) offriranno «molte opportunità», tra cui il finanziamento del sui Crisis Management Institute, impegnato nella mediazione di molti conflitti.

SERBIA CONTRARIATA - Alquanto contrariata la reazione che arriva da Belgrado all'annuncio del premio assgnato a Ahtisaari. La Serbia - riferisce l'Ansa citando il capo dell'ufficio stampa del governo serbo, Miroslav Mihajilovic - «spera» in fatti che il Nobel non gli si stato assegnato «per la sua opera di mediazione nel Kosovo», laddove - a giudizio di Belgrado - egli «ha aiutato una secessione illegittima, aumentando le tensioni nei Balcani e i pericoli per la pace».

LA VITA - Nato a Viipuri il 23 giugno 1937, è figlio di un immigrato norvegese, lavorando con alcune organizzazioni studentesche, diventò un esperto di cooperazione per lo sviluppo al Ministero finlandese degli Esteri (1965-1973). Divenne ambasciatore a Dar es Salaam (Tanzania) dal 1973 al 1977. Poi entrò in contatto con i principali circoli politici dell'Africa meridionale, e specialmente con la Swapo (South West Africa People's Organization), la principale organizzazione indipendentista della Namibia (governata dal Sudafrica). Al termine del suo incarico come ambasciatore, fu nominato commissario dell'ONU per la Namibia, con lo scopo di prepararne l'indipendenza, ma la guerra fredda impedì per il momento il raggiungimento di questo scopo. Fu presidente della Repubblica finlandese dal 1994 al 2000.

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03/10/2008

Il vero Adriano, oltre la Yourcenar

Il vero Adriano, oltre la Yourcenar

Un lavoro d'eccellenza curato da Guido Bastianini e Rosario Pintaudi. Gli scavi dell'Istituto Vitelli nella città dell'amante Antinoo

 

 

 

Nel 1951 Marguerite Yourcenar ebbe la strana idea di far parlare Adriano con la profondità, il senso del dovere, il filosofico pessimismo di Marco Aurelio. E così nacquero le Memorie di Adriano. Un libro in verità piuttosto lamentoso, che risente ovviamente anche della cultura del tempo. Un esempio per tutti: quando Adriano «prevede» la caduta dell'impero romano ad opera dei «barbari dall'esterno e degli schiavi dall'interno» (p. 110 trad. Einaudi), non fa che riassumere un pensiero divenuto a torto famoso, ma formulato del tutto en passant da Stalin in un discorso del 1933 ai «colcoziani d'assalto», di lì passato nelle Questioni del leninismo (tradotte a Parigi per le Éditions Sociales nel 1947) e intanto «codificato» nella Storia di Roma di Sergej Ivanovich Kovaliov l'anno seguente (capitolo XVI).

 

A sinistra, busto di Antinoo ai Musei Vaticani (Grazia Neri). A destra, busto di Adriano risalente al 135 d.C. (Corbis)
A sinistra, busto di Antinoo ai Musei Vaticani . A destra, busto di Adriano risalente al 135 d.C.
Alla fine degli anni Quaranta, nella Francia di Sartre, di Aragon e della colomba di Picasso, la cosa non deve stupirci. E poi, una scrittrice che si avventurava a far rivivere l'antichità sotto forma di romanzo doveva pur cercare fonti di ispirazione non ovvie! Ma c'era in lei anche un certo scrupolo topografico. La sepoltura di Antinoo gliene offre il destro. Il dolore di Adriano per la morte di Antinoo è, com'è ovvio, un «pezzo forte» del romanzo, e offre l'occasione all'autrice per parlare dottamente della «città di Antinoo» (Antinoupolis ovvero Antinòpoli) voluta e creata nel Medio Egitto da Adriano per celebrare ed eternare la figura dell'amato giovane. «Le barche ci condussero in quel punto del fiume dove cominciava a sorgere Antinopoli (...) Si profilava la pianta degli edifici futuri tra i mucchi di terreno sterrato. Ma esitavo ancora sulla località del sepolcro (...) Anche il monumento previsto, alle porte di Antinopoli, sembrava troppo esposto e poco sicuro. Seguii il consiglio dei sacerdoti. Essi mi indicarono, sul fianco d'una montagna della catena arabica, a tre leghe dalla città, una di quelle caverne che un tempo i re d'Egitto destinavano a servir loro da sepolcri (...) I secoli sarebbero passati a migliaia su quella tomba» (p. 199).

Quando Yourcenar scriveva queste pagine gli scavi italiani ad Antinoupolis, intrapresi nel 1935-36, languivano per la lunga interruzione dovuta alla guerra. Nel 1940 l'Italia aveva aggredito l'Egitto, e non era facile ripresentarsi nel dopoguerra a scavare come se nulla fosse successo. La ripresa avvenne soltanto nel 1965. Un'altra lunghissima stasi ci fu tra il 1993 e il 2000. Ed ora, finalmente, per merito, ancora una volta, dell'Istituto Papirologico «Vitelli» di Firenze, i risultati dello scavo vengono pubblicati in un primo prezioso ed imponente volume, Antinoupolis. In un momento particolarmente oscurantistico del nostro recente passato, l'Istituto «Vitelli» stava per essere proclamato «ente inutile», e conseguentemente penalizzato. La minaccia fu sventata, ma era sintomatica di un malcostume intellettuale che continua a dominare, nel segno di un'idea utilitaristica del lavoro intellettuale. Finanziamenti da parte dello Stato e visibili, tangibili risultati immediati, magari tali da farci su un bel «servizio» televisivo, sono considerati entità indissolubili. La necessaria lentezza della ricerca è malvista. Ebbene questo Istituto e le molte forze intellettuali che in vario modo e a vario titolo vi si riferiscono hanno dato alla luce quasi contemporaneamente due consistenti risultati. Da un lato questo primo volume su Antinoupolis, dall'altro l'ultimo nato (il quindicesimo) della serie dei Papiri greci e latini.

Scavare ad Antinoupolis fu un'idea di Girolamo Vitelli (scomparso nel settembre del '35). Vitelli aveva una notevolissima conoscenza storica e antiquaria dell'Egitto greco-romano e sapeva intuire dove convenisse orientare gli scavi italiani, dei quali egli era, insieme con Medea Norsa ed Evaristo Breccia, il vero e sapiente promotore. Negli anni Sessanta, alla ripresa, pur tra mille vicissitudini, un nuovo punto fermo lo mise Sergio Donadoni con il suo prezioso Promemoria sui «kiman» di Antinoe (1966). Ed ora i «dioscuri fiorentini» Rosario Pintaudi (cattedratico a Messina e custode dei papiri in Laurenziana) e Guido Bastianini (attuale direttore del Vitelli) hanno compiuto l'opera. Intorno a loro una schiera di giovani che sopperiscono con l'entusiasmo e la fiducia nella ricerca, e nei loro maestri, alla mancanza di una dignitosa e meritata collocazione nella sclerotica e pluririformata, e perciò boccheggiante, Università italiana. È ben vero che è tipico del nostro ceto intellettuale, soprattutto dei più giovani (che sono spesso tra i più bravi come Diletta Minutoli, «volontaria» a Messina e ad Antinoupolis) questo «idealismo» del lavoro fatto per «l'arte». Il che tanto più colpisce a fronte dell'elefantiasi burocratica dei nostri atenei ridondanti di uffici inutili.

Lo scavo archeologico è, per natura, uno dei luoghi dove più facile è che si realizzi la collaborazione internazionale. Nel caso dell'Egitto, terra d'elezione della papirologia mondiale, c'è un legame in più che si determina di necessità. È finita da un pezzo l'epoca della gestione «colonialistica» dei beni culturali sepolti sotto il suolo egiziano. Anche se ogni tanto qualche misteriosa (ma non troppo) esportazione clandestina si riaffaccia rumorosamente alla ribalta. L'argomento con cui un tempo veniva zittita la protesta dei nazionalisti egiziani contro il saccheggio era — anche da parte di caste locali infeudate all'Occidente — che gli egiziani non disponevano di studiosi competenti per valorizzare quei tesori. Forse l'argomento era già discutibile allora (ne parlammo diffusamente nel Papiro di Dongo, Adelphi), certo non è accettabile ora, quando l'Egitto dispone di forze notevolissime e qualificate e di un patron dell'Archeologia quale Zahi Hawas, che anche per gli scavi di Antinoupolis è stato e continua ad essere una sponda preziosa. Ma allo scavo partecipano anche ricercatori tedeschi, belgi, cechi. Insomma la missione italiana (anche se gli elargitori di fondi ministeriali non se ne sono accorti) è al centro di una rete internazionale di grande prestigio.

Vedremo presto gli altri volumi. E conosceremo la storia della città di Adriano come s'è sviluppata nei secoli: attraverso le monete, e poi il santuario di San Colluto. Uno spaccato della storia mediterranea attraverso un punto di osservazione privilegiato. Il volume quindicesimo della gloriosa serie fiorentina ci ripaga di una lunga attesa. Centoventidue testi editi con la acribia di sempre, dei quali solo settantasette erano già noti da pubblicazioni parziali. Quasi sessanta sono i testi letterari, e i quattro pezzetti figurati (1571-1574) fanno giustizia, al solo vederli, di tante recenti fantasie in questo campo, dove è così facile prendere abbagli. Tra tanta ricchezza di materiali piace qui ricordare, in conclusione, un caso cui già facemmo cenno nel Papiro di Dongo. Ancora una volta una intuizione testuale di Medea Norsa viene confermata. Parliamo dell'attuale nr. 1480, che è con tutta probabilità un nuovo pezzo di Menandro, come Norsa ben vide (e intendeva già pubblicarlo nel 1948 nel volume XIII). Dopo un vario «errare» tra altre ipotesi si torna a Menandro, come all'ipotesi più probabile. I padri fondatori della papirologia italiana possono andar fieri dei loro eredi.

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02/10/2008

Il nulla che unisce Dio e Darwin

Il nulla che unisce Dio e Darwin

 

 

Disegno intelligente ed Evoluzione sono entrambi figli del divenire e del caso

 

 

 

 

 

Gli sviluppi della biologia hanno sottoposto la teoria dell'evoluzione a critiche profonde, ma ne tengono tuttora fermi i capisaldi: il carattere casuale della produzione del patrimonio genetico e la selezione naturale. In un passo molto noto de Il caso e la necessità, Jacques Monod scrive che «soltanto il caso è all'origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice del prodigioso edificio dell'evoluzione». Monod si rifà esplicitamente al concetto democriteo di caso: la biologia percepisce il proprio legame con la filosofia greca, ma di esso non coglie ancora la forza — che in quanto segue intendo richiamare. D'altra parte la biologia sfrutta oggi a fondo il concetto di «programma», desunto dalla teoria dell'informazione: nei cromosomi di un embrione esiste un «piano», un «programma» appunto. «La vita segue un programma», che è «l'insieme delle potenzialità incorporate nella sostanza dei geni» (Salvador Luria). E, anche qui, il concetto biologico di «programma» è strettamente legato a quello aristotelico di «potenza».

Tale concetto aristotelico di «potenza» guida l'intera civiltà occidentale — quindi anche l'intero sviluppo del sapere scientifico. Non è una stranezza che Werner Heisenberg abbia affermato che le «onde di probabilità» che producono i fenomeni «possono essere interpretate come una formulazione quantitativa del concetto aristotelico di dýnamis, di possibilità, chiamato anche, più tardi, col nome latino di potentia».

L'«onda di probabilità» ha però molto da insegnare al modo in cui la biologia intende il concetto di «programma». Ha da insegnare che la scienza deve lasciarsi alle spalle ogni «necessità» e che la biologia non può concepire il patrimonio genetico come qualcosa che, «uscito dall'ambito del puro caso entra in quello della necessità, delle più inesorabili determinazioni», come sostiene Monod.

«Caso» traduce la parola greca autòmaton che, alla lettera, significa «(ciò) che tende, si muove e si produce da sé». È la parola usata da Democrito — ma anche da Aristotele. Se si guarda ciò che sta attorno all'autòmaton, non si trova nulla che spieghi perché esso tenda, si muova, si produca. Cioè si trova il nulla. Muovendosi e producendosi «da sé stesso», si muove e si produce a partire dal proprio non essere.

Ma quando la filosofia parla dell'«essere» e del «non essere» li pensa primariamente in relazione al divenire del mondo. Si tratta di comprendere che il caso non è una forma particolare e più o meno diffusa di divenire, ma che, dato il modo in cui l'Occidente intende il divenire, il divenire, in quanto tale, è caso: dunque è caso anche quando, come appunto avviene nella tradizione occidentale, si intende che il divenire sia guidato dalla Mente o dalla Provvidenza divina e creato da essa; ed è caso anche quando si presenta con quelle altissime forme di regolarità che sono state via via messe in luce dall'uomo comune e dalla scienza. Per Aristotele l'embrione è «in potenza» un uomo, ossia è il «programma» seguito dalla vita umana che si sviluppa. L'embrione diventa uomo, nel senso che realizza il proprio programma (il proprio Dna, dice oggi la genetica). Ma, prima dell'esistenza (cioè dell'«essere») dell'uomo, tale realizzazione non esisteva, cioè «non era», era nulla. E la biologia si esprime appunto, continuamente, con affermazioni come questa (di Jacob): che l'evoluzione ha prodotto «fenomeni che prima sulla terra non esistevano».

Affermare che l'embrione è «in potenza» uomo significa dunque affermare che, nell'embrione, l'uomo realizzato non è, è nulla: si pensa, certamente, che esista già il programma di un certo individuo umano, ma non la realizzazione di tale individuo. Il programma, che è già esistente, è cioè unito al non essere (al nulla) della propria realizzazione. In relazione al programma, tale realizzazione non è casuale: il programma ne è la «spiegazione» e l'anticipazione. Ma in quanto la realizzazione è nulla quando ancora non esiste l'uomo realizzato, ne viene che questa sua nullità non può essere una «spiegazione» o un'anticipazione del futuro: è un nulla di spiegazione e di anticipazione. Ciò significa che, proprio perché si produce a partire dal proprio nulla, la realizzazione del programma è un «prodursi da sé», un autòmaton: è caso.

Non può quindi essere che aleatorio, casuale, il modo stesso in cui il programma guida l'evoluzione degli individui e delle specie. Se ancora si vuole parlare di «guida», il rapporto tra programma e sua realizzazione (o tra «genotipo » e «fenotipo») può avere soltanto un carattere «probabilistico» (come l'«onda di probabilità» di Heisenberg). Ma lo stesso accade nel rapporto tra il «Programma » divino e le sue creature, che, per quanto anticipate e spiegate dal «Programma», secondo la teologia cristiana sono da esso create ex nihilo sui et subiecti: «Dal loro esser (state) nulla e dalla nullità della materia ( subiecti) di cui son fatte». Nonostante abbiano alle spalle addirittura il Programma divino, le cose del mondo, in quanto create ex nihilo, sono caso, esistono casualmente. Il caso prevale sulla Provvidenza, che nella storia dell'Occidente intende, invece, essere spiegazione e anticipazione assoluta delle creature, mantenendo tuttavia, contraddittoriamente, la loro nullità originaria, ossia il loro essere originariamente un nulla che non può in alcun modo spiegare e anticipare la loro realizzazione. La stessa creazione divina del mondo è casuale, nonostante l'intenzione più ferma di vedere in essa la negazione più radicale della casualità.

I
l creazionismo e le forme più intransigenti di evoluzionismo si trovano dunque sullo stesso piano: sono grandi variazioni dello stesso Tema, il Tema del divenire, inteso come evoluzione dalla potenza all'atto che la realizza, e pertanto come evoluzione dal non essere all'essere. Se si è capaci di scendere nel sottosuolo della filosofia (ossia dell'anima) del nostro tempo, si scorge il legame essenziale che unisce l'evoluzione (il divenire) e il caso. Il divenire è caso; e nessuna necessità può caratterizzare i programmi informatici, biologici, metafisici, teologici perché se essa esistesse spiegherebbe e anticiperebbe tutto il futuro e, quindi, lo dissolverebbe perché dissolverebbe il nulla di ciò che ancora non è: dissolverebbe il divenire e l'evolversi di cui tale necessità vorrebbe essere la spiegazione e l'anticipazione: dissolverebbe quel divenire che, per gli stessi amici dei programmi mondani o divini, è l'evidenza suprema.

Quel sottosuolo scorge, pertanto, che l'evoluzione non può nemmeno avere uno scopo necessario. Proprio perché il nulla originario delle cose non spiega e non anticipa il loro futuro, e la loro realizzazione è «libertà assoluta», l'evoluzione è «cieca», non può avere alcuna direzione se non quella che di fatto, casualmente, si produce e che di fatto è osservabile. Qualora avesse uno scopo inevitabile, quest'ultimo sarebbe daccapo il programma che dissolve il nulla del futuro e il divenire del mondo. Se la «direzione» dei fenomeni biologici è un semplice fatto constatabile (e non una «necessità»: il divenire del mondo «non ha senso»), rimangono tuttavia gli scopi dell'uomo (il senso che egli dà alle cose): rimane la sua lotta per la sopravvivenza, che ripropone e prolunga, nella dimensione cosciente, la cosiddetta «selezione naturale», secondo un tipo di «evoluzione » in cui va di fatto prevalendo, sugli altri scopi della civiltà occidentale e planetaria, la volontà dell'apparato scientifico-tecnologico di incrementare all'infinito la capacità di realizzare scopi. Va dunque prevalendo la selezione artificiale che si propone di guidare — secondo le leggi statistico- probabilistiche della scienza — la stessa «selezione naturale».
Per quanto paradossale possa apparire, la «teoria dell'evoluzione», e in generale del divenire, è il farsi massimamente coerente da parte della teoria della creazione divina del mondo; è la variazione più coerente al Tema del divenire. Ma è questo Tema a non venire mai e in alcun modo discusso nel suo significato più profondo. Esso porta ormai sulle proprie spalle l'intera storia della Terra. Non è già questo il motivo sufficiente perché finalmente ci si fermi, ci si volti e lo si guardi in faccia (e lo si scuota per vedere fino a che punto non si lascia sradicare)?

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I ragazzi leggono più dei genitori

I ragazzi leggono più dei genitori

 

 

Le aziende al governo: fondi dimezzati. La Gelmini: testi gratis alle elementari solo ai bisognosi. Il dossier agli Stati generali dell’editoria: boom delle librerie online

 

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ROMA — I giovani italiani leggono più dei loro genitori, soprattutto al nord, ma meno dei coetanei europei. E sono in maglia nera fra gli studenti del continente per quanto riguarda competenze scolastiche, consumi culturali e utilizzo di tecnologie. Ed è inevitabile, perché gli investimenti nell’istruzione incidono sul Pil nazionale molto meno (4,5%), rispetto a Danimarca (8,3%), Svezia (7%), Francia (5,7%) e Regno Unito (5,5%). Intanto è boom per le librerie on line: nel 2007 hanno segnato una crescita del 36,9% anche se il canale resta una nicchia con il 5% delle vendite.

E cresce l’uso delle nuove tecnologie in Italia, la cui penetrazione è passata dal 35,6 al 38,8 in un solo anno, sebbene nel 2007 il 60% dei cittadini con più di 3 anni abbia dichiarato di non utilizzare mai internet. Sono questi alcuni dei dati Pisa-Ocse che emergono dalla lettura Libro bianco presentato ieri a Roma nella prima giornata dei lavori degli Stati generali dell’editoria, organizzati dall’Associazione italiana editori (Aie) e dedicati quest’anno al tema «Scommettere sui giovani ».

Le aziende del settore hanno puntato il dito contro il governo: «A due anni dall’emanazione delle norme e l’assegnazione di fondi nulla è diventato operativo - ha affermato Federico Motta, presidente dell’Aie -. Il Centro per il Libro non è partito, i fondi per i non vedenti sono fermi, del Progetto Industria 2015 sui beni culturali si sono perse le tracce, i decreti ministeriali che consentono di sbloccare il diritto di prestito non sono stati ancora emanati. Quel governo è caduto, e siamo all’oggi. E le prime mosse del nuovo governo non ci hanno incoraggiato: i fondi del Centro del Libro, già miseri, sono stati dimezzati per il 2008 e cancellati dal 2009».

Motta ha criticato anche l’assenza di Confindustria, di cui l’Aie è l’associazione più antica, alla manifestazione. Nei Paesi dove la diffusione dei libri è maggiore, del resto, ci sono politiche più incisive. E maggiori investimenti. In Italia la spesa universitaria per studente è scesa fra il 2001 e il 2005 da 7300 a 6800 euro, mentre in Spagna è salita da 6.600 a 8.600 euro. E in Regno Unito e Spagna la diffusione dei libri e dei centri di cultura, è emersa nel corso dei lavori, favorisce l’integrazione sociale dei giovani e delle fasce deboli. Giorgia Meloni, ministro per le Politiche giovanili, ha colto l’appello delle imprese: «Dobbiamo fare uno sforzo maggiore per investire sempre di più nella lettura e nell’istruzione - ha detto - in Italia si investe poco sui libri per ragazzi. Ma bisogna ridare alla lettura le dimensioni dello svago e della socializzazione».

Mariastella Gelmini, ministro per la Pubblica istruzione, chiudendo i lavori della giornata ha invece escluso benefici a pioggia per i testi scolastici delle elementari: «I contributi possono andare solo a chi ne ha veramente bisogno, magari anche oltre le elementari per la prosecuzione degli studi dopo l’età dell’obbligo ». Oggi la seconda e conclusiva giornata con la partecipazione, fra gli altri, del ministro per i Beni e le Attività culturali, Sandro Bondi.

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28/09/2008

«Le bimbe si sposino a 9 anni» Marocco, scontro sulla fatwa

«Le bimbe si sposino a 9 anni» Marocco, scontro sulla fatwa

 

 

 

Il caso Dopo un mese di polemiche, chiusa l'associazione estremista, oscurato il sito. Proteste per il decreto di un teologo sull'età del matrimonio

 

 

«Una fatwa satanica». Attacca così, la stampa marocchina, l'ultima presa di posizione in tema di matrimoni da parte di un religioso. «Le bambine possono essere prese in moglie a 9 anni» scrive sul suo sito Mohamed Ben Abderahman Al Maghrawi, teologo islamico sessantenne non nuovo a iniziative radicali, «fondamentalista wahhabita» secondo Maroc Hebdo International, il principale settimanale indipendente marocchino.

Una presa di posizione contro cui la maggior parte dei giornali locali e le associazioni umanitarie protestano da oltre un mese. Da quando, cioè, il controverso documento «L'età del matrimonio» è apparso sul sito del teologo-predicatore laureato a Medina. Ieri, infine, la condanna ufficiale da parte delle autorità marocchine: l'annuncio che il sito è stato oscurato e che sono state chiuse l'associazione diretta dal religioso a Marrakech e una dozzina di scuole coraniche a lui legate nel Paese. A scendere in campo contro la fatwa, è stato il Consiglio superiore degli ulema del Marocco, il solo organo religioso autorizzato a pronunciarsi. I suoi componenti, esperti in diritto e teologia, hanno bollato Maghrawi come «agitatore» e «mistificatore» e lo hanno accusato di «usare la religione per legittimare il matrimonio delle bambine». «Anche il Profeta sposò una donna di 9 anni» aveva infatti scritto Maghrawi nel suo testo online, in riferimento alla vita di Maometto che, dopo un ordine divino dell'arcangelo Gabriele, sposò le terza moglie Aisha poco più che bambina. E ancora: «È la nostra religione. Dobbiamo seguirla nelle sue fonti originarie». «È vero che Maometto sposò Aisha bambina, ma nel Corano non c'è alcun dettame sull'età per il matrimonio» chiarisce però Paolo Branca, islamista e professore di arabo all'Università Cattolica di Milano.

Ancora più scioccanti, poi, le frasi del teologo quando, a sostegno della sua tesi, tenta la carta pseudo-scientifica: «La formazione del corpo di una bambina di 9 anni le permette di avere rapporti sessuali e, quindi, di assumere responsabilità matrimoniali». Una serie di affermazioni che sono entrate anche a pieno titolo nell'inchiesta giudiziaria «sulla fatwa e sulla legittimità di Maghrawi di pronunciarla» voluta dal procuratore del re al fianco dei provvedimenti degli ulema. «Il documento del teologo è un attentato al codice di famiglia — spiega infatti l'avvocato marocchino Mourad Bekkouri, primo a denunciare Maghrawi —: nel nostro Paese la legge garantisce i 18 anni come età minima per il matrimonio». Al Marocco, però, il fenomeno delle «spose bambine» — 60 milioni nel mondo, secondo un recente rapporto dell'Onu — non è sconosciuto: sono mogli, secondo il Maroc Hebdo, il 12% delle ragazze tra i 15 e i 19 anni. «La questione va distinta dall'Islam — precisa comunque Ugo Fabietti, professore di Antropolgia culturale all'Università Bicocca di Milano —: le nozze precoci risalgono alle società arcaiche, per lo più a base rurale, in cui la donna è percepita come un oggetto di scambio e su cui la religione islamica si è innestata solo dopo o non è mai arrivata». Cita ad esempio l'India, il docente, dove l'allarme delle spose bambine è altissimo ma non ha nulla a che vedere con l'esempio del Profeta. In quel caso, alla base del fenomeno c'è soprattutto la dote che i genitori delle future mogli sono tenuti a pagare: tanto più bassa quanto più la sposa è giovane.

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20/09/2008

Sgarbi: «Alla mostra sul Correggio c'è un falso clamoroso»

Sgarbi: «Alla mostra sul Correggio c'è un falso clamoroso»

Il critico: «Ho le prove, si tratta di una tela di un artista padano, vivente, di cui rivelerò anche il nome»

 

Preparativi per la mostra del Correggio (De Luca)
Preparativi per la mostra del Correggio
PARMA - Oltre duecento capolavori di Antonio Allegri, detto il Correggio. E un falso. Mentre Parma celebra il pittore con una grande mostra, appena inaugurata, arriva la rivelazione choc di Vittorio Sgarbi: «Tra i vari dipinti - assicura il critico a "Parma Ok" - c'è un falso. Si tratta di una tela di un artista padano, vivente, di cui rivelerò anche il nome».
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LA MOSTRA - Aperta al pubblico da sabato alla Galleria Nazionale, quella di Parma è la prima monografica che raccoglie la maggior parte delle opere mobili, un centinaio circa, provenienti dai musei di tutto il mondo. Ad essa si affianca la visita ravvicinata (con ascensore e ponteggi) agli affreschi delle cupole della Cattedrale e della Chiesa di San Giovanni (illuminate dal premio Oscar Vittorio Storaro) considerati il capolavoro assoluto del pittore cinquecentesco. Per il sindaco, Pietro Vignali, «questa mostra è un evento storico per la cultura italiana ed europea». Alla vigilia dell'apertura sono già pervenute all'organizzazione 70 mila prenotazioni. Ma adesso, dopo le dichiarazioni di Sgarbi, c'è da scommetterci che si aprirà la caccia al falso.

 

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19/09/2008

Grillo non vuole pagare nemmeno l'autostrada

Grillo non vuole pagare nemmeno l'autostrada

1227284793.jpgOra Grillo non vuole pagare nemmeno l'autostrada. "Le autostrade devono diventare gratuite. Non abbiamo pagato per decenni le tasse per arricchire Benetton e soci". Ma il discorso cambia per le strade di recente costruzione quelle, a detta di Grillo, meritano un obolo. Tutte le altre no. "Per le nuove autostrade il discorso è diverso, chi vuole la concessione ci metta i suoi soldi. Per le autostrade già esistenti dobbiamo dire basta al pizzo dei concessionari".

Testimonial della disobbedienza civile A vent'anni di distanza dalla pubblicità dello yogurt Yomo, Grillo torna a fare il testimonial. "Nei prossimi giorni lancerò una campagna di disobbedienza civile, sarò io il testimonial". In quello che ha tutta l’aria di essere l'eco delle critiche al piano di salvataggio Alitalia e ai suoi attori, Grillo ricorda che "noi, i nostri padri, i nostri nonni abbiamo pagato le autostrade. Il loro costo è stato ammortizzato da anni. In Inghilterra e in Germania sono gratuite. In quei Paesi, i cittadini, in modo legittimo, le usano senza pagare due volte. Le hanno già finanziate, sono roba loro".

Spara sulla politica "In Italia le autostrade sono state regalate ai concessionari come Benetton che guadagnano miliardi di euro senza nessun rischio nè investimenti di capitale". E poi prende la mira e scaglia il dardo avvelenato contro il nemico di sempre: la politica. "I miliardi dei pedaggi vengono poi investiti in ogni tipo di business e per finanziare i partiti". Sarà la "genovesità", ma questa volta Grillo esagera e oltre a risparmiare sul biglietto autostradale, fa economia anche sul calendario, visto che il post è datato 20 settembre. Un'idea che viene dal futuro, niente da dire, Grillo è davvero avanti.

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17/09/2008

AL RISTORANTE SERVONO IL MAIALE ALLA HONECKER

AL RISTORANTE SERVONO IL MAIALE ALLA HONECKER

653827450.jpgL’insegna stessa assolve da ogni peccato di nostalgia: «Al Maiale Rosso» (Pod Czerwonym Wieprzem), nome cui non sfugge un tono di presa in giro, è un nuovo ristorante di Varsavia che si trova all’angolo tra la Zelezna e la Chlodna, dove c’era il passaggio sopraelevato per il Ghetto. Fuori c’è una Volga nera, una di quelle auto russe che mettevano i brividi ai polacchi. Dentro: bandiere, uniformi, cimeli, un affresco di Marx, Engels e Lenin, nonché un ritratto con tutti i pezzi grossi dei regimi socialisti: da Mao a Castro passando per Breznev. E se le ricette sono a loro ispirate, i bliny col caviale alla Lenin, il porco alla Honecker, il cinghiale alla Tito e così via, l’ottima tartare, a me che sono italiano, fa pensare alla carne di bambino.

Ma tutto questo è solo un gioco in una capitale che ha preso le distanze dal passato, anche ridendoci sopra? I cimeli sono stati trovati, nella primavera 2006, durante i lavori di ristrutturazione di un edificio. Stavano dietro alle pareti, nascosti. Erano le vestigia di una taverna segreta, costruita dai comunisti per ricevere gli ospiti e dilettarli con piatti che la gente comune non si sognava. Una taverna collegata da un passaggio sotterraneo al grattacielo staliniano del Palazzo della Cultura. Fu costruita negli anni ’60 ispirandosi all’omonima birreria che nei primi anni del secolo scorso aveva sfamato e dissetato vari personaggi, tra cui Lenin, come testimonia una lettera di Rosa Luxemburg, e fu distrutta durante la guerra insieme al Ghetto. Riaperta segretamente da Wladislaw Gomulka, fu poi chiusa perché era oggetto di troppe chiacchiere. Oggi risorge alla luce del sole, ma naturalmente in chiave ironica.

Una tendenza opposta rispetto alla parola d’ordine Out-of-old con cui la gente dell’Europa orientale, dopo l’89, ha cercato di scrollarsi di dosso le macerie del passato. Ad abbattere le dittature ha provveduto «l’uragano di novembre», per dirla con lo scrittore praghese Bohumil Hrabal. Ma dopo la salutare tempesta gli ex sudditi si sono trovati circondati dai manufatti rozzi del regime, quelli che Vladimir Nabokov disprezzava come volgare imitazione dello spirito piccolo borghese consumista. E così i Paesi dell’Est sono stati presi da fanatica neomania proprio mentre all’Ovest andava di moda il modernariato, il vintage. La scena cult è quella del film Goodbye Lenin!, di Wolfgang Becker, dove il giovane Alex rovista nei bidoni di Berlino Est alla ricerca di spazzatura socialista perché vuole risparmiare alla mamma, risvegliata dal coma dopo il crollo del Muro, il trauma della fine della Ddr, e cerca di ricreare nel suo appartamento un microcosmo ancorato al passato. Un habitat alla Erich Honecker. Tra l’altro se la realtà imita l’arte, una situazione alla Goodbye Lenin si è davvero verificata: a Dzaldowo, Polonia, Jan Grzenski, ferroviere caduto in coma nell’88 in seguito a un incidente, si è risvegliato nel giugno del 2007 meravigliato di trovare tutto più «bello e colorato» e gli scaffali dei negozi pieni di merce di ogni tipo e non più solo di «senape e aceto».

Le cose non sono così innocue, portano dentro di sé una matrice malefica. Ricordo, quando vidi alla discoteca del Bobi Centrum di Brno, il bar realizzato con le moto Jawa al posto delle sedie. L’idea sarà pure presa da qualche road-house americana ma le vecchie Jawa utilizzate nel bar di una discoteca, nuova e sfavillante, erano le due ruote per eccellenza della Cecoslovacchia comunista e si vedono circolare ancora solo a Cuba. Di quelle moto mi aveva appena parlato una ricercatrice norvegese che si stava trasferendo a Praga per un dottorato su Jan Patocka, l’allievo di Husserl morto dopo un interrogatorio della Stb, la polizia politica. Il funerale del filosofo, in una chiesa di Praga, era stato disturbato dalle Jawa degli agenti motorizzati che smanettavano addosso all’edificio sacro proprio durante la funzione. Patocka, uno dei fondatori di Charta 77 e promotore dell’Università Underground, era studioso della fenomenologia e chissà che avrebbe detto del riutilizzo degli epifenomeni di un’epoca tragica. Cattivo gusto o sberleffo salubre?

Eppure, come tutti gli stranieri che giravano per i Paesi dell’Est dopo la caduta del Muro, mi sono talvolta compiaciuto di dormire in vecchi alberghi rimasti immutati da anni, con la vecchia televisione o la radio Tesla, piuttosto che in anonimi nuovi motel, e ho sperato che ne rimanesse qualcuno chiedendomi anche quando sarebbe cominciata l’operazione recupero. A distanza di quasi vent’anni ecco, dunque, che spuntano ristoranti, caffetterie e altre forme di riutilizzo del décor Patto di Varsavia. Persino nella Bielorussia di Lukashenko, ultimo dittatore rosso d’Europa: al tattoo shop dell’hotel «Yubilenya», di Misnk, c’è un poster di Lenin istoriato di tatuaggi come un maori.

In Germania, il fenomeno si concretizza nelle tante Trabant usate come divertenti reclame (ne ho vista una di recente sulla Langstrasse a Rostock), la parola coniata è Ostalgie, nostalgia dell’Est. Una tendenza malvista da alcuni intellettuali dell’ex Ddr come Jurek Becker, il quale si lamenta persino dei banali mercatini di spille, medaglie e bandierine comuniste sui marciapiedi della Unter den Linden. Di sicuro non berrebbe una birra allo «Zur Firma», locale con décor Stasi appena aperto, e neanche un caffè al bar dello Stasi Museum. A Lubiana lo scrittore Miha Mazzini mi ha portato nell’ex quartier generale dell’Jna, l’Esercito nazionale jugoslavo, trasformato in una zona di artisti alternativi, con gallerie espositive... e soprattutto: un Bed&Breakfast dove c’era la prigione. Ci sono le sbarre ancora alle finestre e una folla di giovani sloveni nel bar.
Mazzini stesso, con il romanzo Il giradischi di Tito, tradotto in Italia quest’anno da Fazi, non è estraneo al trovarobato proustiano post-Muro e mi racconta il Carosello Comunista attraverso i western coprodotti in Jugoslavia e Ddr: «Il titolo magico è Winnetou il Guerriero e puoi vedere l’inizio su Youtube. Ma ci sono diversi altri titoli. Naturalmente gli indiani vincevano sempre. Il più grande attore jugoslavo era Gojko Mitic. Dopo la guerra in Jugoslavia ha fatto un tour negli Stati Uniti per gli immigrati. È una cosa complicata: molta gente dell’Est è emigrata negli Usa ma non era soddisfatta degli indiani veri e così hanno importato Gojko Mitic, l’indiano della loro giovinezza».

 

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SCUSE A DARWIN? NO GRAZIE

SCUSE A DARWIN? NO GRAZIE



Foto di Darwin

La Chiesa cattolica non intende chiedere scusa a Darwin, come ha fatto nei giorni scorsi quella anglicana, né far nulla per riabilitarlo, per il semplice motivo che non l’ha mai condannato, né le sue opere sono all’indice. E poi perché la storia non è «un tribunale in continuo allestimento». Parola di monsignor Gianfranco Ravasi. Il vescovo, presidente del Pontificio consiglio della cultura, presentando ieri i programmi con cui la Santa Sede intende celebrare il prossimo anno galileiano e il 150º anniversario dell’Origine delle specie, la più famosa delle opere di Darwin, ha manifestato la volontà di voltare pagina rispetto a certe contrapposizioni ideologiche del passato e alla richiesta di scuse costantemente rivolta alla Chiesa da parte di alcuni esponenti del mondo culturale e scientifico.

È di due giorni fa la notizia della decisione della Chiesa anglicana di chiedere scusa a Charles Darwin per le aspre critiche che gli mosse quando nel 1859 a Londra uscì il suo libro. Con il beneplacito del primate, l’arcivescovo di Canterbury, sul sito ufficiale degli anglicani è stato messo in rete un articolo nel quale si legge: «Charles Darwin, la Chiesa Anglicana ti deve delle scuse, anche per il fatto che la sua incomprensione iniziale ha portato a numerosi fraintendimenti». Ma c’è anche chi, in Italia, rivolge appello analogo alla Chiesa, chiedendole di «assolvere» l’evoluzionismo: è il teologo Vito Mancuso – autore di best seller sull’anima prefati dal cardinale Carlo Maria Martini – le cui posizioni contrastanti con la teologia cattolica sono state oggetto di discussione e di critiche nei mesi scorsi. Monsignor Ravasi ha in qualche modo anticipato la risposta all’appello del teologo spiegando che «non c’è incompatibilità a priori fra le teorie dell’evoluzionismo e il messaggio della Bibbia e della teologia».

Il «ministro della cultura» vaticano ieri ha presentato il programma di un importante convegno internazionale, «L’evoluzione biologica: fatti e teorie. Una valutazione critica 150 anni dopo l’Origine delle specie», che si svolgerà a Roma, per iniziativa della Pontificia Università Gregoriana e della Notre Dame University, sotto il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura nell’ambito del progetto Stoq (Science, Theology and the Ontological Quest). Ai giornalisti, Ravasi ha ricordato la prima significativa apertura all’ipotesi evoluzionista presente in un documento pontificio: l’enciclica Humani generis pubblicata da Pio XII nel ’50, nella quale si afferma che la Chiesa «non proibisce» che la dottrina dell’evoluzione «sia oggetto di ricerche e discussioni» da parte di coloro che ne sono competenti «in tutti i campi». Inoltre, è stato ricordato il discorso pronunciato da Giovanni Paolo II il 12 ottobre ’96 all’Accademia delle Scienze, nel quale l’evoluzione non è più considerata «una mera ipotesi», ma una «teoria che si è progressivamente imposta all’attenzione della ricerca».

«Sull’evoluzionismo ci impegneremo in maniera particolare» ha promesso Ravasi ricordando che il dialogo tra scienza e fede è «particolarmente sostenuto» anche da Benedetto XVI e deve essere ispirato a «tre virtù». La prima è «una ricerca seria, non approssimativa», volta a «superare luoghi comuni e stereotipi, arroganze, radicalismi e complessi di inferiorità», la seconda è «l’umiltà, che poi è la coscienza del limite», in virtù della quale «scienza e religione non sono in contrasto», la terza è «l’ottimismo nei confronti della scienza che può purificare la religione dalla superstizione», mentre «la religione può purificare la scienza dai suoi falsi assoluti», come affermato nella Fides et Ratio da Giovanni Paolo II.

Negli ultimi anni la contesa su creazione ed evoluzione si è riaccesa, con eccessi e posizioni ideologiche da entrambe le parti. La Chiesa cattolica oggi non nega a priori l’evoluzione e spiega come essa possa rientrare nei piani di un Dio creatore. Ma distingue tra l’evoluzione considerata come ipotesi scientifica sottoposta alle verifiche, e l’evoluzionismo trasformato in chiave interpretativa dell’intera realtà, reso teoria assoluta, filosofia, o grimaldello per affermare che, discendendo l’uomo dalla scimmia, Dio non esiste.

La Santa Sede, dunque, vuole guardare avanti, ed è convinta di interpretare anche l’esigenza di un mondo scientifico che, «a parte alcune frange fortemente ideologizzate, che sbeffeggiano chi si ostina nella fede come fosse un relitto del paleolitico, sembra essere pronto ad accettare che non basta l’approccio empirico per dare conto della realtà». Dal convegno, al quale parteciperanno autorevoli scienziati credenti e non credenti, Ravasi si attende «fotografie della realtà da diversi punti di vista». E soprattutto la fine «dell’era degli anatemi e del sopracciglio alzato» da entrambe le parti, per far posto a un sereno confronto finalizzato a capire l’uomo e il mondo. Una linea che il «ministro della cultura» vaticano considera non nuova: «Lo stesso Galileo – ha affermato - non fu mai condannato davvero, il Pontefice non firmò mai il decreto perché il dibattito sulle sue teorie era vivo anche dentro la Chiesa».

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