05/06/2010
Gli oncologi: «Con la manovra a rischio la qualità delle cure anticancro»
Gli oncologi: «Con la manovra a rischio la qualità delle cure anticancro»Dal congresso della società americana di oncologia medica a chicago. L'Associazione Italiana di Oncologia Medica: «I malati pagheranno il prezzo più alto dei tagli»
MILANO - L'oncologia, e, con essa, le persone colpite da un tumore, finiranno per pagare il prezzo più alto per i tagli alle spese sanitarie imposti dalla manovra economica. Lo ha detto il presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), Carmilo Iacono, a margine del convegno internazionale della Società Americana di Oncologia Clinica (Asco) in corso a Chicago (Illinois). «Siamo preoccupati - ha rilevato - perchè i tagli nella sanità pubblica avranno ricadute importanti nell'erogazione dell'assistenza ai pazienti oncologici». La preoccupazione maggiore, ha aggiunto, riguarda il blocco del turnover, che finirà per sottrarre personale specializzato all'assistenza ospedaliera e territoriale. «Per ridurre le liste d'attesa è necessario che tutte le attrezzature lavorino su 12 ore, altrimenti - ha rilevato Iacono - correremo il rischio di avere aperto nuove strutture per Pet, Tac e Risonanza magnetica nucleare senza avere il personale necessario a farle funzionare». Se non si capisce - ha detto ancora - che bisogna investire in medici, tecnici e biologi, non riusciremo a dare risposte adeguate nella lotta ai tumori, che stanno diventando la prima causa di morte in Italia«, ormai alla pari con le malattie cardiovascolari.
FARMACI - L'AIOM sottolinea inoltre l'importanza della personalizzazione della cura: è indispensabile utilizzare il farmaco giusto per il paziente giusto. E risparmiare: «La caratterizzazione biologica dei tumori è essenziale e richiede laboratori specializzati, figure dedicate e un lavoro comune di formazione per ridurre sempre più gli errori diagnostici - spiega Marco Venturini, presidente eletto dell'Associazione - Sarebbe davvero miope tagliare questi costi che si traducono in un evidente risparmio di spesa nel medio periodo, evitando di utilizzare farmaci estremamente costosi per pazienti che non ne trarrebbero alcun beneficio. E, sempre sul fronte dell'appropriatezza, attenzione ai farmaci biosimilari: queste molecole, copia di medicinali biologici griffati, possono offrire un'alternativa più economica ma solo a patto che vi sia una sana competizione basata sull'efficacia e la sicurezza. Il prezzo non può essere un criterio per decidere quale molecola utilizzare».
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03/06/2010
Falso Viagra nocivo venduto online
Falso Viagra nocivo venduto onlineContraffatti anche altri marchi, come Cialis e Levitra. Scoperto un traffico illecito. Emilia-Romagna e Lombardia le regioni con più «clienti». Le finte pastiglie contengono sostanze pericolose per la salute
MILANO - Cialis, Viagra e Levitra «taroccati», prodotti in cantine dell'est Europa e dell'India e comunque in laboratori clandestini, acquistati attraverso «farmacie online» ma pericolosi per la salute. È quanto è emerso dall'inchiesta condotta dal Pm di Catania Angelo Busacca e dal reparto analisi del comando tutela salute dei Carabinieri, con l'ausilio di vari Nas sul territorio. L'operazione è scattata giovedì mattina: sono state effettuate quaranta perquisizioni e sono state disposte quattro ordinanze di custodia cautelare.
DIFFUSI ANCHE GRAZIE AL TAM-TAM DEI SOCIAL-NETWORK - In tutti i casi i prodotti sequestrati nell'indagine e sottoposti ad analisi scientifiche hanno mostrato pericolosità per chi li assume. In particolare per quanto riguarda le sostanze tipicamente contraffatte come il Cialis, Viagra e Levitra, è stata accertata nelle pseudo composizioni chimiche la presenza anche di Solfato di calcio, cioè gesso. Un altro elemento messo in luce dall'inchiesta è che anche attraverso le cosiddette amicizie dei social network (come Facebook, Msn ed altri), si riescono a camuffare cessioni di prodotti illeciti. In molti casi gli acquirenti erano giovani e anche adolescenti, una fascia d'età che non giustifica l'uso di certi prodotti, nonchè donne. Le Regioni in cui sono risultati - dall'indagine - i maggiori acquisti online sono l'Emilia-Romagna e la Lombardia.
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11/05/2010
«Io, donatrice di midollo, e quel bimbo che non conobbi mai»
«Io, donatrice di midollo, e quel bimbo che non conobbi mai»Fra poco ci saranno più volontari fuori età che nuovi iscritti. La storia di Maria Grazia, che fu tra i primi italiani a sottoporsi a prelievo di midollo osseo. Oggi, 18 anni dopo, l’allarme: bilancio in rosso già in nove regioni.
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| Maria Grazia Tagliafico |
MILANO - «La vera ricevente sono stata io: perché da quel giorno, ogni volta che guardo mia figlia, so che da qualche parte c’è un ragazzo come lei, che sta bene forse anche grazie a me. E alla decisione di non stare seduta a guardare». Parla così Maria Grazia Tagliafico, infermiera, che nel 1992 fu la prima donatrice effettiva di midollo osseo in Liguria, la prima volontaria ad essere chiamata a sottoporsi a prelievo perché compatibile con un malato in attesa di trapianto. «Mi dissero che era un bambino di tre anni e mezzo. Qualche tempo dopo – racconta – seppi che la famiglia aveva chiesto di conoscermi. Ci pensai a lungo e poi dissi di no. Non me la sono sentita: lui stava bene e a me bastava così».
«NON FACCIO LA SPETTATRICE» - Quando Maria Grazia si iscrisse come volontaria, in Italia c’erano circa 20mila donatori e i prelievi effettuati si contavano sulle dita di una mano. Ricorda con esattezza quando decise di mettersi in gioco: «Lavoravo in ospedale, ero mamma da poco e, un giorno, vidi in tv il professor Giorgio Reali, parlare del registro donatori di midollo osseo, appena nato a Genova. All’improvviso mi sentii piccola piccola. Lo conoscevo e lo stimavo (era stato anche il mio insegnante di ematologia), così come conoscevo la realtà dei pazienti. Non potevo più stare a fare la spettatrice. Un semplice prelievo di sangue, ed ero iscritta al registro donatori. Neppure un anno e mezzo dopo, mi chiamarono: “Vieni, forse sei compatibile con un paziente”». Le probabilità sono più o meno quelle di trovare un ago nel pagliaio, in Italia in media una su 300mila. «Ero emozionata, ma tutto fu piuttosto semplice. Con un altro paio di analisi la compatibilità venne confermata, così mi spiegarono la procedura. Ero libera di cambiare idea, ma se dicevo sì la vita del ricevente sarebbe dipesa anche da me».
«QUEL VENERDÌ FUI IO A GUADAGNARE QUALCOSA» - «Furono chiari – prosegue Maria Grazia -: il piccolo doveva essere sottoposto a una preparazione durissima per distruggere le sue cellule malate». A quel punto diventa indispensabile il midollo osseo del donatore, ricco di staminali ematopoietiche capaci di dare origine a globuli rossi, globuli bianchi e piastrine sani nell’organismo del ricevente. «Nei giorni precedenti il prelievo avevo la raccomandazione di riguardarmi, di non espormi a rischi di alcun tipo, evitare luoghi affollati, evitare l’auto. Il giovedì pomeriggio mi ricoverarono per fare l’intervento il venerdì mattina. All’epoca l’anestesia generale era d’obbligo – ora si fa anche con la peridurale – e mi praticarono una puntura sulle ossa del bacino. Il sabato venni dimessa, con un po’ di indolenzimento nella zona, ma in cinque giorni tornai alla vita di prima e al mio lavoro. Era andato tutto bene, quel bimbo aveva avuto una chance di proseguire la sua vita. Mi sentii come se mi avessero dato molto più di quel che mi avevano tolto».
CALANO I DONATORI - Quando Maria Grazia si iscrisse, i donatori volontari in Italia erano circa 20mila e i trapianti effettuati si contavano sulle dita di una mano. Oggi sono circa 330mila e l’anno scorso i trapianti i cellule staminali ematopoietiche da non consanguinei sono stati 654. Ma gli esperti sono preoccupati, perché stanno assistendo a una pericoloso rallentamento delle nuove iscrizioni. I veterani invecchiano (si resta donatori fino ai 55 anni) e i giovani si fanno pregare. Nicoletta Sacchi, direttore del Registro italiano donatori di midollo osseo presso gli Ospedali Galliera di Genova, ci delinea la situazione: «Oggi la risposta dei ragazzi è drammaticamente scarsa, qualche anno fa non era così. Il donatore-tipo è donna, con un’età fra i 35 e i 40 anni, mentre sono sempre meno i maschi ventenni che, per caratteristiche fisiche consentirebbero trapianti efficaci su un maggior numero di malati, compresi quelli di peso maggiore per i quali spesso è difficile trovare donatori adatti». I NUMERI - Ecco qualche dato. Nel periodo 2003-2009 i donatori fra i 18 e i 25 anni sono passati da 17.198 a 13.360, quelli fra i 26 e i 35 anni da 121.526 a 85.099. Restano molte di più le donne (175.710 contro 154.027 maschi nel 2009). Le nuove iscrizioni al registro sono calate da 13.489 del 2001 a 8.492 del 2009. Al contrario, il numero dei donatori fuoriusciti (soprattutto per raggiunti limiti d’età, nel 64 per cento dei casi, ma c’è pure un 10 per cento che si perde perché diventa irreperibile!) è salito da 1.828 a 7.168. Nove Regioni registrano già un bilancio negativo di potenziali donatori (2008-2009): Abruzzo, Molise, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Sicilia, Toscana, Umbria. In forte controtendenza invece la Campania (più 278), Puglia (più 337), Veneto (più 506).
SEMPRE PIÙ IMPORTANTE IL DONATORE SCONOSCIUTO – Lo si è ricordato anche in occasione del quarto Congresso Gitmo (Gruppo italiano per il trapianto di midollo osseo) : le terapie cellulari, che oggi curano sempre più malati di leucemie, linfomi, mielomi e altre malattie del sangue, hanno bisogno di volontari. «È più facile che ci si iscriva quando c’è il caso personale, l’amico, il parente che si ammala – osserva Nicoletta Sacchi – ma il meccanismo dovrebbe essere diverso». Serve il maggior numero di volontari da inserire in una rete mondiale di banche dati, per aumentare le possibilità di trovare abbinamenti compatibili. Oggi si effettuano in Italia circa 1.500 trapianti l’anno e la stragrande maggioranza non ha un familiare compatibile. Per questo i trapianti da donatore non consanguineo hanno superato quelli da familiare, e sono ormai due al giorno. Nel 90 per cento dei casi le staminali provengono dal sangue periferico o dal midollo osseo di un adulto, nel restante 10 per cento dal sangue contenuto nel cordone ombelicale dei neonati.
UN AIUTO DALLE NEOMAMME - E proprio ai nuovi nati pensa Alberto Bosi, direttore dell'unità di Ematologia dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze e presidente del Gitmo. «Oggi i volontari sono più vecchi, c’è una riduzione di giovani donatori. Ecco che diventa ancora più importante la donazione solidaristica del sangue del cordone ombelicale d parte delle neomamme. Se si diffonde l’uso di conservarlo per sé, possibile solo all’estero, a pagamento e soprattutto senza una qualunque giustificazione scientifica , si sottraggono ai malati delle possibilità di trovare donatori compatibili».
NO, LA PARALISI NON C’ENTRA - Un’informazione corretta sarebbe già un gran passo avanti. « Andiamo nelle scuole, però capitano situazioni paradossali – racconta Nicoletta Sacchi -, come quando un insegnante non volle un incontro coi ragazzi ‘perché poi a donare il midollo si rischia di restare paralizzati’. Ma il midollo osseo non è quello spinale, non ci sono terminazioni nervose! Il guaio è che abbiamo scarse capacità di promozione, lavoriamo in ospedale, con i malati, le associazioni di volontariato fanno già i miracoli raccogliendo qualche soldo con le varie iniziative. Trovare un donatore compatibile è raro, è come trovare un altro col tuo stesso codice fiscale in tutto il mondo. Ai giovani dico: sono morti dei ragazzi che hanno lasciato come testamento l’invito a diventare donatori, perché a voi non accadesse la stessa cosa. Fatevi vivi». Diciotto anni fa c’era Maria Grazia. E domani?
Donatella Barus (Fondazione Veronesi)
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07/05/2010
Allarme borotalco: che cosa c'è di vero
Allarme borotalco: che cosa c'è di vero«NON È PIU' RISCHIOSO CHE ANDARE IN AUTOMOBILE». Uno studio Usa rileva rischi di cancro endometrio per le donne che fanno uso molto prolungato. Ma gli esperti tranquillizzano:«niente paura, è controllato da anni»
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MILANO – L’uso regolare e prolungato per anni di borotalco nelle parti intime femminili aumenterebbe i rischi di sviluppare un tumore dell’endometrio nello donne già in menopausa. L’associazione tra l’utilizzo almeno una volta a settimana per anni o decenni della polvere di talco amatissima da donne e bambini e il rischio di cancro è comprovata da una nuova indagine scientifica condotta alla Harvard Medical School e pubblicata sull’ultimo numero della rivista Cancer epidemiology Biomarkers & Prevention «Ma non scateniamo il panico, per favore. Sarebbe come dire che chi va in macchina tutti i giorni per 200 chilometri rischia di morire più di chi la usa per fare il giro dell’isolato nel weekend» precisa Massimo Franchi, presidente della Società italiana di oncologia ginecologica. Bisogna, insomma, procedere con cautela, tenendo conto degli indizi che i ricercatori stanno raccogliendo già da anni e che gli esiti di questo nuovo studio sono parziali.
GIÀ «SOTTO CONTROLLO» - Prima di tutto è bene sapere che il borotalco è «indagato» da tempo e che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc di Lione) ha classificato le polveri per il corpo a base di talco come possibili cancerogeni per l’uomo nel 2006. Possibili, tutte da verificare (insieme ad altre 248 sostanz , per ora), non probabili né tantomeno certe. Gli esperti avevano valutato i risultati di diversi studi (fra cui altri ad opera degli stessi ricercatori di Harvard) sull’associazione tra l’uso delle polveri a base di talco per l’area genitale (perinelae, per l’esattezza ) e l’insorgere di carcinoma ovarico, prendendo anche in considerazione le prove ottenute da test effettuati su animali e il meccanismo di azione del talco, ed erano giunti alla conclusione che: «c’è limitata evidenza della cancerogenicità dell’uso perineale delle polveri a base di talco».
IL NUOVO STUDIO – Ora gli studiosi americani studio hanno esaminato i dati relativi a più di 66mila donne, tra le quali 599 avevano ricevuto una diagnosi di adenocarcinoma invasivo endometriale tra il 1982 ed il 2004. Gli esiti parrebbero indicare che per le donne in menopausa che avevano usato borotalco intorno agli organi genitali con un certa frequenza nel corso di molti anni esisterebbe un aumento dei rischi di tumore dell’endometrio del 21 per cento. E per chi faceva uso di talco regolarmente (almeno una volta a settimana) il pericolo salirebbe al 24 per cento. «Ora servono ulteriori indagini per avere delle conferme e indagare quale possa essere il meccanismo di azione» hanno precisato gli autori, ipotizzando che la polvere di borotalco, contenente agenti infiammatori, si diffonda dagli organi genitali esterni a quelli interni femminili causando infiammazioni di lunga durata che, a loro volta, stimolano la formazione di un tumore.
I NEMICI ASSODATI – Quella dell’endometrio è la più frequente fra le neoplasie ginecologiche e in Italia sono circa cinquemila i nuovi casi ogni anno. «Fra i principali fattori predisponesti noti – conclude Franchi - ci sono età avanzata, diabete, sovrappeso e obesità. E la familiarità di primo grado, per cui chi ha madre o sorelle con questa malattia è esposto a un rischio maggiore». Si tratta, fortunatamente, di una forma poco aggressiva che, se diagnosticata negli stadi iniziali, ha una prognosi molto buona soprattutto le donne in post-menopausa, le più esposte a questo tumore. Per una diagnosi precoce è importante rivolgersi a uno specialista (che procederà con eventuali accertamenti) anche solo in presenza di perdite ematiche, perché i sanguinamenti anomali – per quanto lievi, passeggeri e poco dolorosi – sono l’unica possibile spia.
Vera Martinella (Fondazione Veronesi)
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16/04/2010
Donne europee: longeve, istruite e un po' meno fertili
Donne europee: longeve, istruite e un po' meno fertiliIL DOCUMENTO. Così le descrive il Rapporto 2010 della Commissione europea dedicato alla salute femminile
Come stanno le donne europee? Bene e male, dice il Rapporto 2010 della Commissione Europea dedicato proprio alla salute al femminile. Secondo Andrzej Ryś, direttore del Public Health and Risk Assessment, che ha firmato l’introduzione al Rapporto, tra i principali problemi di salute delle donne vanno annoverati quelli dell’area «psic», e la depressione è in primo piano, colpendo quasi il doppio delle donne rispetto agli uomini. Con il passare dell’età, avanzano purtroppo demenze e malattia di Alzheimer. E l’età per le donne avanza eccome, considerato che sono decisamente più longeve degli uomini. In alcune nazioni, come la Lituania, la differenza con gli uomini è di circa 12 anni in più.
AUMENTA IL LIVELLO DI ISTRUZIONE - Ormai il sesso femminile ha fatto grandi passi avanti per quanto riguarda l’istruzione, avendo sorpassato il numero di iscritti maschi nelle scuole superiori, anche se poi, quando si prendono in esame i guadagni, il sorpasso è invece lontano. Il fatto è che le donne sono ancora in larga parte impegnate nel tirare su i figli, e spesso sono loro a occuparsi di chi ha bisogno di essere accudito, così che risulta penalizzato il tempo che possono dedicare al lavoro.
ALCOL E VIOLENZA - Un aspetto preoccupante che emerge dal Rapporto è poi quello della violenza. Nel corso della propria vita, una donna su quattro subisce aggressioni con finalità sessuali. Il dato, purtroppo, potrebbe essere in difetto, dal momento che sembra che solo il 5-25 per cento delle donne denunci questo tipo di aggressioni. Poi c’è la violenza in casa, altra piaga non da poco, visto che vi è esposto dal sei al dieci per cento delle donne ogni anno. Un altro aspetto preoccupante della salute delle donne europee è la tendenza all’aumento della diffusione del virus Hiv, con quasi ventimila nuovi casi registrati nel 2007, circa un quarto in più rispetto a quelli che erano stati registrati nel 2000. In crescita anche il consumo di alcol durante la gravidanza, presente in una percentuale di donne che arriva a toccare il 50 per cento. Doppio, rispetto a quello degli uomini, il numero delle donne che tentano il suicidio, ma le nazioni nelle quali ci sono i picchi più elevati di suicidi compiuti da donne sono Lituania, Ungheria, Slovenia, Belgio e Finlandia. L’Italia si colloca, con la Grecia, in fondo a questa poco invidiabile classifica.
ARRIVA L’OSTEOPOROSI - A causa dei cambiamenti ormonali dovuti alla menopausa, le donne vanno molto più frequentemente incontro degli uomini a quel fattore di rischio che è l’osteoporosi. Quindi nel sesso femminile, dopo i 50 anni, comincia ad aumentare il rischio di fratture, che in genere sono conseguenti a cadute. Particolarmente esposte sono le donne che pesano poco, fumatrici, che stanno chiuse in casa senza prendere abbastanza sole, che non fanno attività fisica, che sono diabetiche, o che hanno già avuto delle fratture.
PROBLEMI DI PESO - Infine il sovrappeso. È un problema che riguarda indifferentemente donne e uomini europei, con tutte le conseguenze che può avere, innanzitutto, sulla salute cardiovascolare. In alcune nazioni, come Austria, Germania e Regno Unito si trova il maggior numero di donne francamente obese. Ma le donne, essendo nella maggior parte dei casi le responsabili della preparazione dei pasti nelle case, sono ora al centro dell’attenzione anche come possibile bersaglio delle campagne di comunicazione e di sensibilizzazione alimentare, per far sì che nei piatti delle case europee arrivino porzioni più contenute, che aiutino a tenere lontano i rischi dovuti a sovrappeso e obesità.
Danilo di Diodoro
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07/04/2010
Ru486: somministrata prima pillola a Bari
Ru486: somministrata prima pillola a BariIl trattamento e' stato avviato in regime di ricovero ordinario al policlinico della citta'
BARI - E' stata somministrata la prima pillola 'italiana' Ru486. Il trattamento e' stato avviato in regime di ricovero ordinario nella prima clinica di ostetricia del policlinico di Bari, dove l'Ru486 e' stata utilizzata negli ultimi tre anni acquistandola dalla Francia. La paziente alla quale e' stata somministrata l'Rsu486 e' una donna di 25 anni. La giovane donna nei giorni scorsi aveva deciso, compilando gli appositi moduli, di interrompere la gravidanza in corso, scegliendo di utilizzare la pillola Ru486 anziché l'intervento chirurgico. Questo e' il primo intervento di interruzione di gravidanza con metodo farmacologico effettuato in Italia da quando la pillola RU486 è entrata ufficialmente in commercio. In Puglia la pillola Ru486 veniva utilizzata nel policlinico di Bari "in via sperimentale", in quanto importata dalla Francia, dal mese di novembre del 2006. Il trattamento veniva somministrato alle pazienti in regime di day-hospital. I 10 trattamenti per utilizzare la pillola Ru486 e il primo aborto farmacologico sono arrivati stamani nella farmacia del policlinico di Bari.
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16/03/2010
La crisi colpisce la salute degli italiani: due su tre «evitano» il dentista
La crisi colpisce la salute degli italiani: due su tre «evitano» il dentista
IL RAPPORTO OSSERVASALUTE 2009. Al nord più soddisfazione per il servizio sanitario rispetto al sud, dove costa di più. Aumenta il consumo di antidepressivi. Solo una persona su cinque fa sport
ROMA - La crisi economica colpisce soprattutto la bocca degli italiani, sia nel senso che vanno molto meno dal dentista sia per ciò che mangiano, sempre più lontano dalla dieta mediterranea e sempre più causa di problemi di salute come l'obesità soprattutto al sud. La fotografia è scattata dal rapporto Osservasalute, giunto alla settima edizione, presentato a Roma al policlinico Gemelli.
SI RISPARMIA SU DENTISTA E ALIMENTI - A trascurare la salute della bocca sarebbero quasi i due terzi degli italiani, si legge nel documento, mentre solo il 39,7% si è potuto permettere di sedersi dal dentista. Sul fronte della dieta gli italiani sembrano costretti a dover fare economia, e consumano poca frutta e verdura: solo il 5,6% mangia le cinque porzioni raccomandate al giorno.
MENO SPORT PIÙ ANTIDEPRESSIVI - Questo dato, unito al fatto che solo un italiano su cinque pratica uno sport regolarmente, rende i cittadini del bel Paese sempre più grassi: oltre uno su tre è in sovrappeso. In forte aumento invece è il consumo di farmaci antidepressivi, che è salito del 310% dal 2000 al 2008. Diverse sono le conferme del divario tra nord e sud che emergono dal rapporto: gli abitanti delle regioni settentrionali sono ad esempio più attenti alla salute, meno grassi e sedentari.
CRESCONO I TUMORI AL SUD - Il Sud, invece, presenta crescenti fattori di rischio per malattie cardiovascolari e tumori, che infatti, proprio nelle regioni meridionali registrano un aumento di incidenza. Il divario è confermato anche dai giudizi sulla sanità da parte dei cittadini, molto migliori al nord. Il documento, che fa un check up della sanità italiana e dello stato di salute dei cittadini è frutto del lavoro di 176 ricercatori distribuiti su tutto il territorio che collaborano con l'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che ha sede presso l'Università Cattolica di Roma.
SANITÀ: SUD SPENDE DI PIÙ, MA CITTADINI INSODDISFATTI- Il divario Nord-Sud sul fronte della sanità si sta allargando, ed è testimoniato dal gradimento dei cittadini, sempre più basso nelle regioni meridionali. Secondo il rapporto Osservaslute 2009 se in Trentino Alto Adige si arriva quasi al 70% di soddisfatti, in Calabria la percentuale è del 14%. A riportare un giudizio maggiormente positivo sono infatti le Province Autonome di Bolzano e Trento e la Valle d'Aosta con la quota di coloro che esprimono un punteggio elevato (voto da 7 a 10) pari rispettivamente al 68,5%, 60,2% e 59,8% per gli uomini e 68,5%, 57,7% e 59,1% per le donne. Decisamente inferiore è la quota di cittadini soddisfatti di Calabria, Sicilia e Campania: rispettivamente 14,6%, 21,2% e 22,8% per gli uomini residenti in queste regioni e 15,9%, 21,6% e 23,0% per le donne. Secondo i dati del rapporto, stilato dall'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, alla maggiore soddisfazione non corrisponde una maggiore spesa. Per quanto riguarda la spesa sanitaria pubblica rispetto al PIL, si osserva un marcato gradiente Nord-Sud, con un minimo di 4,97% della Lombardia ad un massimo di 10,58% della Sicilia. Il Nord denuncia una percentuale della spesa sanitaria pubblica corrente media rispetto al PIL pari al 5,56%, il Centro pari al 6,61% e il Mezzogiorno (Sud ed Isole) pari al 9,73%. «Il Rapporto anche quest'anno conferma una progressiva divaricazione tra le diverse aree del Paese, con le regioni del Centro-Sud che appaiono sempre più in difficoltà - osserva Walter Ricciardi, direttore dell'Osservatorio - E le premesse per il futuro non sono rosee, perchè all'aggravarsi dei fattori di rischio non fa fronte nè un'adeguata strategia preventiva, nè una di diagnosi precoce e pronta risposta terapeutica da parte delle Regioni più in difficoltà».
ANZIANI SEMPRE PIÙ SOLI, LO È UNO SU QUATTRO - Oltre un anziano su quattro in Italia vive da solo, ma non sempre ha l'adeguata assistenza per la sua condizione, soprattutto al Sud. È la provincia di Trento ad avere il primato (33,4%) mentre fanalino di coda è la Basilicata (22,9%). Il rapporto Osservasalute 2009, in cui sono stati elaborati dati Istat, afferma che il 27,1% degli over 65 vive in un nucleo monofamiliare, con una schiacciante maggioranza per le donne: 36,9% contro il 13,6%, soprattutto per la più alta speranza di vita. A questo fenomeno non sempre corrisponde però un adeguato aiuto: il dato nazionale dell'Assistenza domiciliare integrata, pari a 34,3 casi trattati, è in aumento rispetto al 2006 (31,9 per 1.000), ma la probabilità per un anziano del Sud di essere assistito è pari a meno della metà rispetto a un anziano del Nord (19,3 per 1.000 abitanti contro 43,8). Anche per la presenza di strutture ltc (long term care) si nota un netto gradiente Nord-Sud. Il tasso complessivo è pari a 11,2 strutture ogni 100 mila abitanti. In tutto sono 223 mila gli anziani ospiti nei presidi residenziali di ltc. Particolarmente elevato appare il tasso di strutture nella Provincia Autonoma di Trento ed in Valle d'Aosta. Tra le regioni del Centro e del Sud, solo Toscana, Marche e Molise presentano un valore superiore alla media nazionale. La differenza è evidente considerando l'offerta di posti letto: tutte le regioni del Nord presentano un tasso di posti letto per 100.000 abitanti più elevato della media nazionale (511,5), mentre al Centro-Sud solo Marche e Molise superano tale valore. «Sebbene vi siano disomogeneit… geografiche l'assistenza agli anziani sembra supportata da una rete di servizi socio-sanitari territoriali, sia domiciliari che residenziali in continuo sviluppo - ha dichiarato Antonio de Belvis, ricercatore dell'Istituto di Igiene dell'Universit… Cattolica del Sacro Cuore di Roma - Non sappiamo però quanto questo sviluppo sia realmente corrispondente ai bisogni socio-assistenziali degli anziani e in che misura l'assistenza risponda a criteri di appropriatezza ed efficienza». (Fonte Agenzia Ansa)
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02/03/2010
Tumore dello stomaco, dieta sbagliata per sei italiani su 10
Tumore dello stomaco, dieta sbagliata per sei italiani su 10
SONDAGGIO. Dominano mancanza di informazione e cattive abitudini. La metà degli intervistati non si cura della prevenzione e poi incolpa l'inquinamento atmosferico
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MILANO - Metà degli italiani è convinta, erroneamente, che lo smog sia un fattore di rischio più importante della dieta nello sviluppare il tumore dello stomaco. A dirlo è un sondaggio condotto dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) su più di 600 persone intervistate nel dicembre scorso in centri commerciali di Roma e Milano, «con l’obiettivo – spiega Carmine Pinto, coordinatore del progetto e responsabile dei Trattamenti integrati dei tumori del tratto gastro-enterico dell’Oncologia medica del Policlinico S.Orsola-Malpighi di Bologna - di sondare il livello di consapevolezza dei cittadini su una patologia particolarmente aggressiva che colpisce ogni anno circa 13mila persone».
IL QUARTO BIG KILLER – Causa di 10.620 decessi nel 2006 e circa 13mila nuovi casi nel 2008, il tumore dello stomaco rappresenta il quarto big killer (dopo polmone, seno e colon retto) nel nostro Paese. Eppure il 93 per cento degli intervistati non ha mai sentito parlare di questa neoplasia, il 57 per cento non sa se esistano esami in grado di individuarlo precocemente, l’84 per cento non ha mai letto nessun articolo sull’argomento, sebbene il 78 per cento vorrebbe saperne di più su come prevenire e affrontare questa malattia. Inoltre, il 79 per cento ritiene che il carcinoma gastrico non sia guaribile. «anche se si stanno registrando importanti progressi nelle terapie», sottolinea Francesco Di Costanzo, direttore dell’oncologia medica del Policlinico Careggi di Firenze.
CHI È A RISCHIO - Purtroppo, la diagnosi precoce per questo tipo di tumore è tutt’ora difficoltosa, perchè i sintomi sono generici (come cattiva digestione o dolore alla parte alta dello stomaco) e spesso compaiono in modo evidente quando la malattia è già in fase avanzata. Ulcera gastrica, gastrite atrofica, infezione batterica da Helicobacter pylori e esofago di Barrett però, sono fattori di rischio noti, perché possono portare la mucosa dell’organo a un progressivo deterioramento e, infine, al tumore. Ecco perchè dove se c’è un sospetto - aggiungono gli esperti – andrebbero fatte in tempi brevi una gastroscopia seguita da una biopsia. Il tumore dello stomaco poi è correlato a fumo, obesità e abitudini alimentari.
ATTENTI A COSA METTETE NEL PIATTO – Purtroppo, gli esiti del sondaggio per quanto riguarda la tavola degli italiani di non sono confortanti: soltanto il 10 per cento degli intervistati assume frutta e verdura abitualmente, mentre il nove per cento consuma insaccati o carne rossa alla brace tutti i giorni e più della metà (56 per cento) tre o quattro volte alla settimana. Nonostante queste cattive abitudini, il 70 per cento non pensa di essere a rischio e solo il 42 individua nell’alimentazione scorretta e nella mancanza di attività fisica potenziali fattori nocivi. Una dieta ad alto tenore di frutta e verdura fresca, e soprattutto di vitamina C, può aiutare a prevenire il danno al rivestimento dello stomaco che può portare al carcinoma gastrico, mentre andrebbe limitato il consumo di cibi salati e di carne conservata.
NUOVE TERAPIE IN ARRIVO - La chirurgia, possibile solo negli stadi iniziali di malattia, è al momento l’unica terapia con intento curativo. «Oggi, però – prosegue Di Costanzo – abbiamo finalmente a disposizione delle cure anche quando la malattia è già progredita. Nei giorni scorsi, ad esempio, l’anticorpo monoclinale trastuzumab, ha ottenuto dall’Agenzia europea del farmaco (Emea) l’approvazione, in combinazione con la chemioterapia tradizionale, per il trattamento del tumore gastrico in stadio avanzato Her2 positivo, perché ha dimostrato di allungare la sopravvivenza dei malati». Altri farmaci biologici a bersaglio molecolare sono in corso di valutazione, «ma le caratteristiche biologiche delle cellule neoplastiche sono anche essenziali per identificare i pazienti che possono beneficiare di specifici trattamenti di chemioterapia» conclude Giuseppe Viale, ordinario di Anatomia patologica all’Università di Milano.
Vera Martinella
(Fondazione Veronesi)
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26/02/2010
Tumore causato dal cellulare
Tumore causato dal cellulare
Corte d'Appello. La Corte d'Appello di Brescia ha condannato l'Inail a risarcire un dirigente che per lavoro trascorreva al telefonino o al cordless 5 o 6 ore al giorno
MILANO — L'uso prolungato del telefono cellulare è «concausa» dei tumori al nervo trigemino: per questo la Corte d'Appello di Brescia ha condannato l'Inail a risarcire un dirigente che per lavoro trascorreva al telefonino o al cordless 5 o 6 ore al giorno. Innocente Marcolini, 57 anni, di Carpenedolo, era stato operato per l'asportazione di una neoplasia al nervo della faccia ed è rimasto invalido all'80%. Per la prima volta un giudice ha sancito un nesso di causa tra quella malattia e l'esposizione alle onde elettromagnetiche dei cellulari. Angelo Levis, genetista di Padova: «I giudici hanno dato credito a uno studio del professore svedese Lennard Hardell». Il manager bresciano dice: «Spero che il mio caso aiuti almeno a creare norme di tutela per i consumatori e per i ragazzi».
C. Del.
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25/02/2010
Film 3D. Fra pidocchi e mal di testa
Film 3D. Fra pidocchi e mal di testa
IL PASSAGGIO DEI «VISORI» DA UNO SPETTATORE ALL'ALTRO PUO' ESSERE ANTI-IGIENICO. Sempre più film saranno visibili con gli «occhialini». Ma non devono sorprendere eventuali disturbi come nausea, vertigini e mal di capo. O problemi agli occhi

MILANO - Il colossal fantascientifico Avatar è atterrato nei cinema italiani il 17 gennaio e con Avatar sono arrivati anche gli occhialini per la visione tridimensionale che garantiscono brividi a iosa per gli spettatori improvvisamente immersi in una incredibile foresta similtropicale, in compagnia di alieni blu alti tre metri, tra fischiar di frecce, sibilare di giganteschi animali e rombi di micidiali armi umane.
PIDOCCHI E CONGIUNTIVITI - Mentre la gente applaude a film, e occhialini «magici», al ministero della Salute ci si preoccupa per i rischi igienico-sanitari connessi al loro uso e il termine è un eufemismo per parlare di pediculosi, insomma di pidocchi, che potrebbero agevolmente «saltare» da una testa all’altra, prendendosi un «passaggio» sulle stanghette degli occhiali. Da qui una nota ufficiale del ministero, del 17 febbraio, che invita i gestori dei locali a pulire e disinfettare gli occhialini prima di consegnarli agli spettatori. Anche se sarebbe decisamente più semplice usare il modello «usa e getta» già adottato in diversi cinema. E non c’è solo il rischio pediculosi, anche infezioni alle cute e agli occhi (come per altro precisa la nota del ministero) potrebbero diffondersi con l’utilizzo «promiscuo» degli occhialini. Precisa Paolo Vinciguerra, responsabile del servizio di oculistica dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano: «La condivisione in questo caso non è una bella idea, effettivamente potrebbero "passare", da una persona all’altra, micosi cutanee ma anche congiuntiviti: basta che una lacrima cada sul viso e va a toccare gli occhialini. E le congiuntiviti possono essere anche difficili da curare»
AFFATICAMENTO VISIVO - Ci sono altri rischi per gli occhi? «Per rispondere, bisogna prima chiarire che cos’è la visione in 3D. Nella cinematografia "stereoscopica", la cosiddetta 3D, sullo schermo vengono proiettate due immagini sovrapposte. Con gli occhialini polarizzati ogni occhio può vedere una sola delle due immagini ( solitamente riprese in modo da accentuare il senso di tridimensionalità più di quanto si percepisca nella realtà ); il cervello ricevute le due immagini le elabora e ricostruisce una visione tridimensionale che, alle due dimensioni "solite": larghezza e della lunghezza, aggiunge la profondità». E, allora, che cosa accade? «Gli occhi sono per così dire "sconcertati" da questa visione di tridimensionalità accentuata e lo è pure la mente. Da qui l’affaticamento per entrambi. Vorrei anche aggiungere che c’è polarizzazione e polarizzazione, pensiamo a un buon filtro polarizzante per una buona macchina fotografica: costa sui 100, 150 euro. Quanto possono costare, e valere, occhialini di plastica o usa e getta?
STRABISMI SLATENTIZZATI - Ci sono problemi latenti che possono emergere proprio con l’uso degli occhialini 3D? «Sì, e mi riferisco a problemi del coordinamento visivo, che non sono veri strabismi, ma che nella visione “aumentata” della 3D, in cui i due occhi lavorano diversamente, possono “slatentizzare” disturbi sopiti». Chi porta lenti correttive può avere fastidi in più? «Sì, se la correzione non è "corretta" o perché la doppia lente, di occhiali più occhialini, può dare origine a riflessi». E in chi ha gravi problemi a un solo occhio, tali da comprometterne la funzionalità? «La visione tridimensionale in se è compromessa e il film potrebbe essere particolarmente stancante e dare problemi di visione».
VERTIGINI E NAUSEA - Tra chi ha assistito al film (che per altro dura oltre tre ore , ben oltre i filmati che vengono trasmessi nei vari «Disney mondi» in giro per il globo), c’ anche chi accusa vertigini, senso di nausea, come mai? Risponde Fabio Frediani, direttore dell’Unità operativa di Neurologia e del Centro Cefalee del Policlinico San Pietro a Ponte San Pietro (Bergamo): «La funzione dell’equilibrio è retta da apparato visivo, cervelletto - il "direttore d’orchestra" del movimento - e colonna cervicale, che ci dice in che posizione è il capo e l’intero corpo. In situazioni di normalità le informazioni che vengono da tutti e tre questi sistemi si integrano, ma questo può non accadere con la visione in 3D in cui cervelletto e colonna cervicale continuano a lavorare come al solito, ma l’apparato visivo fa un lavoro assai diverso da quello cui è abituato, da qui una specie di “scoordinamento” tra i tre con la comparsa di nausea e vertigini».
MAL DI TESTA - C’è anche chi lamenta mal di testa dopo la visone di Avatar, lei ne sconsiglierebbe la visione ai cefalgici? «Teoricamente, con l’occhialino si va ad alterare un meccanismo già preordinato della visione binoculare e la conversione dalla solita visione bidimensionale a quella tridimensionale richiede l’attivazione nel nostro cervello di vie nuove e questo sforzo, oltre a quello dell’apparato visivo, potrebbe favorire l’insorgere di mal di testa. Detto questo, a chi già soffre di cefalee, consiglierei il buon senso: si può iniziare a vedere Avatar, o i probabili tanti altri film simili che arriveranno in futuro, ma se insorgono problemi meglio rinunciare. È possibile, poi , che eventuali fastidi si presentino non subito, all’inizio della proiezione, ma col proseguire della visione di questo genere di pellicole».
Daniela Natali
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19/02/2010
Riparare la cartilagine con un gel
Riparare la cartilagine con un gel
Esperimento sugli animali. Allo studio due preparati «ricostruttivi» che stimolerebbero la crescita del tessuto articolare
MILANO - Al solito, ci sarà un po' da aspettare prima che le novità raccontate sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences possano arrivare in clinica. Ma se le due strade (molto simili) percorse da studiosi statunitensi ed europei dovessero rivelarsi percorribili, riparare le cartilagini delle articolazioni potrebbe diventare più semplice e sicuro.
NANOMATERIALE – In entrambi i casi gli esperimenti sono stati condotti sui topolini, per cui saranno necessarie parecchie verifiche prima di arrivare all'uomo; in entrambi i casi si tratta di promuovere la ricostruzione della cartilagine mediante due procedimenti che prevedono l'uso di gel stimolanti locali. La prima ricerca, che arriva dalla Northwestern University di Chicago, ha previsto l'uso di un gel di nanofibre: in pratica, piccoli peptidi lipofili e idrofili che dopo essere stati iniettati sotto forma di gel nell'articolazione, dove c'è la cartilagine danneggiata, riescono ad autoassemblarsi formando una matrice più solida. «Questa matrice è molto simile a quello che normalmente la cartilagine “vede” nell'articolazione; soprattutto, la matrice riesce a legare un fattore di crescita, TGF-beta1 – racconta Ramille Shah, l'esperto di scienza dei materiali che ha messo a punto il gel –. Mantenendo alta e molto localizzata la concentrazione di TGF-beta1 si riesce a stimolare la formazione di nuova cartilagine a partire dalle cellule del midollo osseo. Tra l'altro la nostra nano-matrice lega i fattori di crescita già presenti nell'organismo, rendendo inutile l'inoculazione di costosi fattori di crescita sintetici». Nel giro di un mese, stando agli esperimenti sugli animali, la cartilagine si rigenera. Con risultati migliori rispetto all'altra tecnica a oggi disponibile per stimolare la formazione di nuova cartilagine, la produzione di microfratture (ovvero minuscoli forellini praticati nell'osso sottostante la parte danneggiata per richiamare sangue e facilitare la sintesi di cartilagine). La nuova cartilagine prodotta grazie al nanogel, inoltre, è più simile a quella normale, perché è ricca di fibre di collagene di tipo due; quella generata a seguito di microfratture, invece, è più simile a una «cicatrice», ricca di collagene di tipo uno.
GEL – Il secondo studio racconta gli esperimenti di un gruppo di ricercatori dell'università di Friburgo, in Germania, che hanno invece sfruttato un gel di agarosio, una sostanza molto usata nei laboratori per far crescere le colture cellulari. Iniettandolo nei topolini nello spazio che sta fra l'osso e il periostio (la membrana ossea esterna), nel giro di tre settimane ha consentito la formazione di nuova cartilagine: succede perché, spiegano gli autori, in questa sorta di bioreattore che si viene a creare all'interno dell'osso il gel “soffoca” le cellule e la mancanza di ossigeno è uno dei segnali che fanno partire la sintesi di nuova cartilagine. Questa, una volta prodotta in quantità, è stata quindi estratta e trapiantata dove serviva, a livello articolare. Con un buon successo, visto che si è adattata bene al nuovo ambiente e anche dopo nove mesi era ancora lì, senza dare segni di degenerazione. «Il metodo è veloce, non costoso e consente di ottenere buone quantità di cartilagine a partire dalle proprie cellule – osserva l'autore dello studio, Prasad Shastri –. Con l'ingegneria genetica e la biologia molecolare oggi riusciamo a togliere parti di cartilagine sana e farla ricrescere in vitro per poi reimpiantarla: il procedimento però è complicato, lungo e costoso, inoltre occorre tempo perché l'impianto sia di nuovo perfettamente funzionale. Il nostro metodo potrebbe superare queste difficoltà, usando le cellule del nostro organismo per produrre nuova cartilagine».
CONFERME – Per capire se una delle due strade potrà avere successo nell'uomo occorrono nuove verifiche; di certo si tratterebbe di una novità parecchio utile, perché come spiega Samuel Stupp, che ha collaborato alla ricerca statunitense e dirige l'Istituto sulle Bionanotecnologie in Medicina di Chicago, «la cartilagine non cresce più, una volta diventati adulti. Ma i danni alle cartilagini articolari riguardano tantissime persone e provocano dolori, artrosi e perdita delle capacità funzionali, con un impatto economico enorme e in crescita, visto l'invecchiamento della popolazione generale. Ben vengano quindi metodi alternativi per rigenerare la cartilagine», conclude Stupp.
Elena Meli
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16/02/2010
Tumori: un super-raggio per «bruciarli» con i protoni
Tumori: un super-raggio per «bruciarli» con i protoni
SARA' PIENAMENTE OPERATIVO NEL 2013. Apre il centro di adroterapia di Pavia. È il quarto al mondo. Servirà nei casi non operabili
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MILANO - È un super-raggio invisibile che arriva fin dentro il Dna delle cellule del tumore e lo distrugge. A produrlo è un complicato sistema di macchine acceleratrici e di linee di trasporto che portano, direttamente sul paziente in sala operatoria, fasci di particelle subatomiche, capaci di aggredire anche quel 5 per cento di tumori non operabili o resistenti alle normali radioterapie. La nuova terapia è adesso disponibile anche in Italia, a Pavia, dove è stato inaugurato ieri, alla presenza dei ministri Ferruccio Fazio, Giulio Tremonti e Umberto Bossi, il primo Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (gli adroni sono appunto le particelle utilizzate, protoni e ioni di carbonio), il quarto al mondo, dopo quelli di Chiba e Hyogo, in Giappone, e di Heidelberg, in Germania.
SINCROTRONE - A produrre e ad accelerare gli adroni è un sincrotrone realizzato dall’Istituto italiano di fisica nucleare. «Si tratta di un acceleratore di particelle — spiega Sandro Rossi, direttore tecnico della Fondazione Cnao — con due sorgenti che generano ioni carbonio e protoni. Questi ioni girano nel sincrotrone a una velocità iniziale di circa 30 mila chilometri al secondo e vengono, poi, accelerati fino all’energia desiderata, scelta dal medico in base alla profondità del tumore». Il fascio viene poi avviato alla sala di trattamento (ce ne sono tre, mentre una quarta servirà per la ricerca): in quella centrale si trova «sospeso» un magnete di 150 tonnellate che serve a curvare di 90 gradi il fascio di particelle e a dirigerlo, dall’alto, sul paziente. Possono bastare 2-3 minuti per l’irradiamento e, in media, una decina di sedute per completare il ciclo di terapia. «Questo trattamento, però — ricorda Roberto Orecchia, direttore scientifico della Fondazione Cnao — non sostituisce la radioterapia convenzionale, ma è un’arma in più». Alcune delle forme «difficili» che si potranno trattare con la adroterapia sono i sarcomi, i tumori del sistema nervoso centrale, quelli della testa e del collo, i melanomi dell’occhio, ma anche tumori cosiddetti non a piccole cellule del polmone o le neoplasie primitive del fegato. A oggi, in tutto il mondo, 50 mila pazienti sono stati trattati con protoni e oltre 6 mila con ioni carbonio con ottimi risultati. Una particolarità di questa terapia è, infatti, la capacità di penetrare in profondità, ma salvaguardando i tessuti sani. Il centro pavese avvia ora la sua fase di sperimentazione, che si concluderà nell’ottobre del 2011, e da allora comincerà la vera e propria attività di cura routinaria. Lavorerà a pieno regime nel 2013, quando sarà in grado di curare circa 3000 pazienti in un anno.
Adriana Bazzi
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20/01/2010
Addio trapano, arrivano i raggi al plasma
Addio trapano, arrivano i raggi al plasma
Dal dentista nel giro di 3-5 anni le carie si cureranno con un getto di lampi di gas plasma freddo
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| (Corbis) |
Addio al trapano del dentista, addio paure e dolori: nel giro di 3-5 anni le carie si cureranno con un getto di plasma, ossia con lampi di gas plasma freddo che, spruzzato nella carie, ripulisce da tutti i batteri patogeni ed elimina il tessuto infetto senza danneggiare il dente. La soluzione rivoluzionaria è proposta dell'equipe di Stefan Rupf dell'università Saarland ad Amburgo. Secondo quanto riferito sul Journal of Medical Microbiology, i lampi di plasma nel giro di pochi secondi sono in grado di ridurre di 10 mila volte la concentrazione di batteri dentali. Oggi per rimuovere le carie, il risultato di un'infezione batterica che corrode smalto e dentina, si agisce con il trapano, rimuovendo il tessuto infetto e quindi intaccando l'integrità del dente.
IL GAS PLASMA - Il «gas plasma» consiste di una nube reattiva di particelle cariche elettricamente (radicali liberi) prodotta dall'azione di un forte campo elettromagnetico su acqua ossigenata vaporizzata. Oggi è già in uso per la sterilizzazione di strumenti chirurgici sensibili al calore poiché la temperatura di questo processo con il plasma non supera i 50 gradi. Il plasma usato dai ricercatori tedeschi è un plasma freddo e indolore; gli esperti lo hanno testato su dentina estratta da denti umani e «cariata» dai due principali batteri della carie, Streptococcus mutans e Lactobacillus casei. Gli esperti hanno bombardato i denti in provetta per 6, 12 o 18 secondi e constatato che ciò è sufficiente per eliminare il tessuto infetto. Più a lungo il dente è esposto al getto di plasma maggiore è la densità di batteri eliminata. «Grazie alla bassa temperatura si possono uccidere i microbi preservando i denti», spiega Rupf. In questo modo totalmente privo di contatto fisico col dente stesso, il sorriso è al sicuro e la seduta dal dentista cessa di essere un incubo. «La ricerca in questo campo ha fatto già enormi progressi - conclude Rupf - e da qui a 3-5 anni il trattamento clinico delle carie col plasma sarà realtà». (Fonte Agenzia Ansa)
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12/12/2009
Virus A, si vaccinano in pochi Utilizzata solo una dose ogni 70
Virus A, si vaccinano in pochi Utilizzata solo una dose ogni 70
Immunizzato il 14% del personale sanitario e l’11% delle donne incinte. Contagi in calo, ma Fazio avverte: «Può arrivare una seconda ondata»
MILANO - L'estate scorsa il Ministero della salute parlava di 48 milioni di dosi di vaccino anti-influenza A da somministrare alla popolazione italiana in due tranche , una prima di Natale e una dopo. E firmava il primo contratto di acquisto. Obiettivo: proteggere 24 milioni di cittadini dal virus H1N1. Al 6 dicembre 2009, le persone vaccinate risultavano 689.172, 5.730 di queste anche con la seconda dose, come previsto dall’Agenzia italiana per il farmaco. In altre parole: finora è stata utilizzata circa una dose ogni 70 ordinate. I dati sono ufficiali e si possono leggere nel comunicato n˚ 586 del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, rintracciabile anche sul sito Internet. Se si guardano le cifre più nel dettaglio, si scopre che la copertura delle categorie a rischio si aggira attorno al 14% per gli operatori sociosanitari (compresi i medici) e all’11 per le donne in gravidanza. Gli italiani non hanno creduto, finora, nella vaccinazione contro l’influenza A e, di fronte a un’epidemia che potrebbe rivelarsi la più mite della storia — secondo dati ottimistici, ma supportati da una accurata ricerca dell’università Usa di Harvard pubblicata su Plos —, hanno preferito lavarsi le mani. Letteralmente, perché sembrano avere avuto più successo dell’immunizzazione i suggerimenti «igienici» di Topo Gigio.
Non solo in Italia
Ma gli italiani non sono i soli ad avere snobbato il vaccino. Gli australiani, che per primi si sono confrontati con il nuovo virus nei mesi scorsi, resistono alla campagna di immunizzazione gratuita, prevista dal governo contro un’eventuale seconda ondata di infezioni. Anche in Germania la vaccinazione si è rivelata un flop e solo il 5% della popolazione si è vaccinata (il 15% dei medici), così il governo sta progettando di vendere il surplus delle 50 milioni di dosi acquistate a Paesi che ne hanno bisogno; per esempio l’Ucraina, che ha mostrato un certo interesse. E in tutta Europa, tranne che in Francia, l’influenza ha ormai raggiunto il suo picco, secondo i dati dell’Oms.
Il contratto
C’è da chiedersi adesso che cosa succederà in Italia. Il primo contratto che il governo ha stipulato con un’azienda produttrice, la Novartis, è datato 21 agosto 2009 e si riferisce al prodotto Focetria (la seconda azienda fornitrice di vaccini è la Sanofi Pasteur che produce il Celvapan). Un contratto in parte «segreto »: la cifra che lo Stato deve pagare alla ditta farmaceutica per l’acquisto è «omissis» (secondo indiscrezioni si aggirerebbe attorno ai 200 milioni di euro, come riferito da un articolo del Corriere del 15 ottobre), ma in compenso lo Stato si accolla i risarcimenti per eventuali danni da vaccinazione. Adesso il rischio è quello di buttare via soldi e vaccino, nonostante il viceministro Fazio abbia appena firmato un’ordinanza per estendere l’offerta vaccinale anche ai sani, fra i sei mesi e i 17 anni di età, e agli adulti a rischio sopra i 65 anni, convinto che nel nuovo anno «il virus si ripresenterà con un altro picco». Se il vaccino non verrà utilizzato, non potrà, presumibilmente, essere conservato per l’anno prossimo dal momento che, come il virus dell’influenza stagionale, anche quello della nuova influenza andrà incontro a modificazioni che via via richiederanno aggiustamenti nella composizione del vaccino stesso. Ma perché la vaccinazione è andata a rilento e le persone non hanno risposto all’invito delle autorità sanitarie? Il Ministero della salute, interpellato, non commenta, ma si possono ipotizzare alcune spiegazioni. «La prima sta in un problema tecnico — dice Ovidio Brignoli, vicepresidente della Simg, la società italiana che raccoglie i medici di famiglia, e membro dell’Unità di crisi per l’influenza del ministero —. L’intenzione del ministero era quella di coinvolgere i medici di famiglia, poi sono entrate in gioco le Regioni. Il vaccino è multidose e si rischiavano sprechi, coinvolgendo i medici invece che i servizi delle Asl». Soltanto la Regione Toscana ha delegato ai medici la vaccinazione, e la percentuale, in termini di adesione alla campagna, non è risultata diversa da quella delle altre Regioni. «Quando i problemi organizzativi sono stati superati — continua Brignoli — i casi di influenza hanno cominciato a diminuire. E parallelamente la richiesta di vaccinazione. Rischiamo così di ritrovarci in casa milioni di dosi di antinfluenzale inutilizzabili».
La diffidenza
Si ha però l’impressione che una certa diffidenza della gente nei confronti del vaccino, a fronte di un’epidemia tutto sommato — e almeno finora — lieve, abbia contribuito al flop della campagna, in Italia come all’estero. Complici siti Internet e blog che hanno rilanciato dubbi e preoccupazioni su adiuvanti, tipo squalene, e additivi, tipo tiomersale, che hanno ipotizzato connivenze fra industrie e governi e che hanno accusato l’Organizzazione Mondiale della Sanità di avere esagerato con gli allarmismi. «Sicuramente va registrata una certa perdita di fiducia nella medicina e nell’informazione ufficiale — conclude Brignoli — a vantaggio di chi offre pareri sul Web, spesso non 'accreditati'».
Adriana Bazzi
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30/11/2009
Influenza A: anche in Italia mutazione del virus
Influenza A: anche in Italia mutazione del virus
IL VACCINO RESTA EFFICACE. Lo ha reso noto il ministero del Welfare. Per ora un solo caso. È stata riscontrata in un paziente ricoverato a fine agosto a Monza, con polmonite grave, poi guarita
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ROMA - Anche in Italia, come in Norvegia e in altri Paesi nel mondo, è stata rilevata una mutazione del virus A/H1N1. La conferma arriva dal ministero del Welfare, dopo che l'Istituto superiore di sanità si è messo a lavoro per stanare eventuali «metamorfosi» del virus che ha innescato la pandemia influenzale. «Circa una settimana fa - ricorda il dicastero in una nota - le autorità sanitarie norvegesi hanno segnalato l'identificazione di una singola mutazione dell'emoagglutinina (proteina virale di superficie) del virus della nuova influenza A/H1N1, consistente nel cambiamento di un unico aminoacido (una glicina al posto di un acido aspartico), in alcuni pazienti affetti da una grave polmonite. Casi sporadici della stessa mutazione sono stati riportati, a partire da aprile, in diversi Paesi del mondo sia in pazienti con polmoniti gravi che in pazienti con decorso benigno della malattia».
IL VACCINO RIMANE EFFICACE - «A seguito di tali segnalazioni, l'Istituto superiore di sanità ha rivalutato le sequenze di oltre 100 ceppi virali identificati da altrettanti pazienti diagnosticati negli ultimi mesi in diverse regioni italiane - prosegue la nota - La mutazione è stata rinvenuta sino ad ora in un solo paziente, affetto da una grave forma di polmonite risolta a seguito di trattamento con ECMO», ovvero la macchina salva-polmoni, «eseguito in terapia intensiva. Nessuno degli altri pazienti esaminati, inclusi quelli con manifestazioni gravi o letali, presentava detta mutazione. I dati italiani confermerebbero quindi che la mutazione in oggetto non appare per ora predominante nei casi gravi o letali di nuova influenza; inoltre, la stessa mutazione ha un carattere sporadico e non sembra allo stato attuale in fase di diffusione». «Tale mutazione - ribadisce il ministero - non influisce sull'efficacia del vaccino nè sull'efficacia del trattamento con farmaci antivirali. A questo proposito si ricorda che, secondo i dati dell'Iss, su oltre 160 pazienti analizzati sinora, si è riscontrato un unico caso di resistenza a oseltamivir», il medicinale antivirale usato per contrastare la nuova influenza. «Tale resistenza - puntualizza il ministero - è insorta a seguito del trattamento prolungato di un paziente affetto da gravi patologie preesistenti ed è rimasta isolata, non avendo dato seguito ad episodi di trasmissione del ceppo resistente».
FAZIO: «MUTAZIONI POSSIBILI, BISOGNA VACCINARSI» - «Le mutazioni possono avvenire e la vaccinazione ci protegge da un virus incattivito e da eventuali cambiamenti». Così il viceministro alla Salute, Ferruccio Fazio, oggi, a Torino, a margine di un incontro sul «Rischio clinico e libera professione», ha risposto ai giornalisti a proposito del caso di mutazione del virus dell'influenza A di cui si è venuti a conoscenza. «È una situazione - ha detto - che abbiamo riscontrato in un paziente ricoverato a fine agosto a Monza, che ha avuto una polmonite grave da cui poi si è ripreso. Quanto è avvenuto è la dimostrazione di quello che abbiamo sempre detto: che il virus muta». A questo proposito il viceministro Fazio ha sottolineato la raccomandazione della vaccinazione «proprio perchè - ha detto - anche se questa è una mutazione che poi non si è trasmessa e si è verosimilmente verificata durante la degenza, le mutazioni possono avvenire e le vaccinazioni ci proteggono». Il viceministro Fazio, inoltre, ha ricordato che «il Governo ha stanziato 25 milioni di euro per mettere in piedi una rete per l'emergenza respiratoria, che prevede 14 centri nazionali d'intesa con le Regioni. Il nostro Paese si sta dotando di tutti i sistemi necessari per poter controbattere le fasi più difficili dell'epidemia». A proposito di nuovi picchi dell'epidemia Fazio ha precisato: «Ce n'è stato uno, ce ne potrebbe essere un altro adesso che arriva il freddo, o forse a febbraio. In una pandemia i picchi procedono a focolai».
LE PROSPETTIVE - Il primo caso italiano di mutazione del virus dell'influenza A riscontrato dall'Istituto Superiore di Sanità «non desta preoccupazione e non deve allarmare». Il virologo Fabrizio Pregliasco invita a «non leggere in modo negativo» i dati resi noti dal ministero del Welfare e spiega: «la mutazione c'è stata, ma per ora si tratta di una variante minimale e come tale va considerata». Certo, conclude, «la situazione deve essere tenuta sotto controllo nel caso in cui la mutazione si diffondesse in una seconda ondata influenzale. Ma al momento non desta alcuna preoccupazione».
«È un virus camaleontico - spiega l'esperto - ecco perchè è fondamentale non abbassare la guardia e vaccinarsi. La "metamorfosi" registrata in Italia rende il virus più aggressivo, anche se non lo rende maggiormente contagioso. Guardando al passato, però - afferma - vediamo che i virus pandemici sono stati sempre contraddistinti da ondate distinte. Non ci sono automatismi, ma c'è la possibilità che questa mutazione, tra l'altro attesa, dia il "la" a nuove ondate».
CHE COSA CAMBIA NEL VIRUS - La mutazione registrata nel nostro Paese, dello stesso tipo stanata in Norvegia, «ha come caratteristica quella di legare i recettori a livello di più proteine, minando maggiormente i polmoni» chiarisce ancora Pregliasco. La mutazione, in particolare, si è registrata «in un aminoacido, il D225G, presente nell'emoaglutinina, ovvero l'uncino con cui il virus va ad agganciare le cellule a livello polmonare». Si tratta, tuttavia, di un cambiamento «che è stato correlato anche a casi più blandi, e la variazione non va ad intaccare l'efficacia di vaccini e antivirali». Ma il virus, riconosce l'esperto, potrebbe mutare ulteriormente e diventare più aggressivo. «Ecco perchè - fa notare - è fondamentale vaccinarsi per rallentare la sua corsa».
«SISTEMA DI MONITORAGGIO FUNZIONA BENE» - La «frenata» che l'influenza A sembrava avere avuto nelle ultime settimana «non deve farci assolutamente abbassare la guardia» continua il virologo. «È possibile che lo scenario muti, speriamo che ciò non avvenga ma certo non possiamo escluderlo». Più che la mutazione, a preoccupare è la «possibile ricombinazione del virus, un fenomeno in cui si verifica - continua Pregliasco - lo scambio di materiale genetico tra due virus differenti che si trovano ad infettare la stessa cellula. Ma si tratta solo di ipotesi, e non è detto che lo scenario cambi». La nota positiva «è che queste prime mutazioni - fa notare - mostrano che il sistema è in grado di monitorare il virus costantemente, tenerlo sott'occhio passo dopo passo». E la corsa alla vaccinazione «è un assist fondamentale - ribadisce il virologo - per fronteggiare la pandemia». Chi ha fatto il vaccino con lo squalene, «l'adiuvante finito sotto accusa - conclude - può sentirsi ancora più sicuro perchè maggiormente protetto da eventuali mutazioni. L'adiuvante ha infatti la funzione di accelerare la risposta immunitaria dell'organismo, e rende più trasversale la difesa dal virus».
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26/11/2009
Ru486, stop in commissione «No all'immissione sul mercato»
Ru486, stop in commissione «No all'immissione sul mercato»
Sì di PDL e lega, voto contrario del PD.. finocchiaro: «il governo dica cosa vuole». Approvato in Commissione il documento finale dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva
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| (Ansa) |
ROMA - Il Senato blocca la RU486. La commissione Sanità di Palazzo Madama ha infatti approvato a maggioranza con il voto favorevole di Pdl e Lega e quello contrario del Pd, il documento finale dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva presentato dal presidente e relatore Antonio Tomassini. Nel documento si chiede di fermare la procedura di immissione in commercio della pillola Ru486 in attesa di un parere tecnico del ministero della Salute circa la compatibilità tra la legge 194 e la pillola abortiva. L'indagine è dunque conclusa e la parola passa al governo, ha spiegato il presidente della stessa commissione di Palazzo Madama, Antonio Tomassini. «La decisione comparirà nei resoconti parlamentari, verrà inviata agli organi di governo e da loro discenderà in che misura tenerne conto. Noi abbiamo una funzione di indirizzo e proposta. L'indagine conoscitiva serve a far maturare in chi la svolge gli esatti termini di una vicenda». Quelle della maggioranza e del governo «ancora una volta sono chiacchiere, ci dicano una volta per tutte cosa vogliono fare» è il commento a caldo del capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro. «Ho l'impressione - ha aggiunto la senatrice - che il ministro Sacconi avrebbe potuto sollevare un arbitraggio sulla scorta delle valutazioni dell'Agenzia europea del farmaco (Emea), invece non l'ha fatto. Credo che in questa vicenda, per ragioni di natura politica ma senza avere il coraggio di dire che non vogliono la commercializzazione della pillola, il governo sta facendo una serie di chiacchiere. Credo che sia giunto il momento - conclude - di dirci che cosa vogliono realmente». Dura la reazione dell'Idv: il presidente del gruppo al Senato, Felice Belisario parla di «un autentico colpo di mano». «È assolutamente indecente quanto deliberato questa mattina dalla commissione Igiene e Sanità del Senato» ha aggiunto il dipietrista. Soddisfatto il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri: «Abbiamo voluto ed ottenuto che sulla pillola Ru486 si facesse chiarezza» ha spiegato. «Troppi erano e sono ancora - ha aggiunto - i dubbi che legano la sua somministrazione alla salute delle donne. Per noi lo stop - ha concluso - è una vittoria di civiltà, una vittoria in difesa della salute».
APPROVATA A MAGGIORANZA - La mozione del relatore Antonio Tomassini è stata approvata a maggioranza. Quattordici i voti a favore, compreso quello del presidente della commissione, e otto quelli contrari, tutti dell'opposizione. Secondo i regolamenti dell'indagine conoscitiva, le altre due mozioni, quella della senatrice radicale eletta nelle fila del Pd, Donatella Poretti, e quella del Partito democratico, non sono state votate, perché precluse dal voto favorevole della mozione di maggioranza.
L'AIFA E L'INDAGINE - Lo scorso settembre la Commissione Igiene e Sanità del Senato aveva dato all'unanimità parere favorevole a un'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva, dopo il sì dell'Agenzia italiana del Farmaco alla vendita. Autorizzando l'immissione in commercio della Ru486, l'Aifa aveva sottolineato che l'utilizzo del farmaco in Italia deve avvenire nel rispetto della legge sull'interruzione di gravidanza, e la sua somministrazione segue un rigido protocollo medico.
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24/11/2009
Influenza A: gravi reazioni in Canada al vaccino Gsk
Influenza A: gravi reazioni in Canada al vaccino Gsk
RICHIAMATO UN LOTTO DEL PREPARATO. Lo rende noto l'Oms. In corso accertamenti da parte delle autorità canadesi
GINEVRA - In Canada è stato registrato un insolito numero di gravi reazioni allergiche a un tipo di vaccino contro l'influenza A. Lo ha reso noto l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Le autorità canadesi, ha spiegato il portavoce Thomas Abraham, «stanno compiendo le corrette ricerche» e «hanno richiamato un lotto di vaccini della GlaxoSmithKline».
VACCINAZIONE COMUNQUE RACCOMANDATA - «Dobbiamo capire cosa sia accaduto in Canada», ha aggiunto Abraham, precisando però che l'Oms insiste nel raccomandare l'immunizzazione contro il virus A/H1NI. Nei giorni scorsi, l'Oms aveva reso noto che per la gran parte dei 30 decessi registrati dopo la gigantesca vaccinazione in corso era stato finora escluso un collegamento diretto con i vaccini. Secondo l'Oms, che citava dati derivati da 16 Paesi, i decessi sono stati una frazione infinitesimale dei 65 milioni di dosi di vaccino finora somministrate; e ogni 100 casi di reazione collaterale, 5 sono stati così gravi da provocare la morte.
GARACI (ISS): REAZIONI AVVERSE NELLA MEDIA - In generale le reazioni avverse verificatesi per il vaccino antipandemico «Sono reazioni avverse che si possono verificare con qualsiasi vaccino, e comunque le segnalazioni fatte sono nella media e si tratta anche di situazioni molto leggere e lievi». Lo ha precisato il presidente dell'Istituto superiore di sanità (Iss) Enrico Garaci, a margine del 4/o Forum Risk Management in Sanità apertosi oggi ad Arezzo. «Le reazioni avverse cioè - ha affermato Garaci - possono essere presenti ma vengono monitorate e sono nella media della normalità». Quanto all'evolversi della pandemia di influenza A in Italia, «la situazione è tranquilla e bisogna proseguire - ha sottolineato il presidente Iss - sulla via delle vaccinazioni». Inoltre, «le situazioni di mutazione del virus H1N1 - ha avvertito Garaci - possono avvenire e ciò è nella fisiologia della stessa evoluzione del virus. Comunque - ha concluso - si tratta di mutazioni che non incidono sull'efficacia del vaccino e che rappresentano casi isolati».
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21/11/2009
H1N1, mutazioni del virus in Norvegia. Oms: vaccino funziona
H1N1, mutazioni del virus in Norvegia. Oms: vaccino funziona
Registrati tre nuovi casi di mutazione del virus responsabile dell'Influenza A: due i i morti. Un'evoluzione dell'agente patogeno che al momento non sembra preoccupare gli esperti
Quello che temevano i virologi si sta avverando. Il virus H1N1, responsabile dell'influenza A, sta mutando. In Norvegia sono stati identificati tre casi nei quali il virus ha subito una mutazione, ha annunciato l'Organizzazione mondiale della sanità. L'Oms ha reso noto inoltre che mutazioni si erano già verificate in Brasile, Cina, Giappone, Messico, Ucraina e negli Usa, ma finora non erano mai state rese pubbliche. Le mutazioni, afferma l'Oms, «sembrano verificarsi in modo sporadico e spontaneo. Finora non sono stati trovati legami tra il piccolo numero di pazienti contagiati con il virus mutato e la mutazione non sembra diffondersi», ma ammette che «l'informazione è ancora incompleta» e quindi «il significato di tutto questo per la salute pubblica è percio non chiaro».
VACCINO RESTA EFFICACE - Secondo le autorità norvegesi, però, le mutazioni non dovrebbero avere implicazioni nell'efficacia dei vaccini contro il virus H1N1. Anche Gianni Rezza, epidemiologo dell'Istituto superiore di sanità, ha affermato che le mutazioni non hanno effetto sui vaccini. «Sembrerebbe una mutazione associata a polmoniti, ma che potrebbe conferire minore contagiosità al virus. Al momento si tratta di una mutazione che lascia inalterata l'efficacia di antivirali e vaccino», ha affermato. «Comunque c'è bisogno di maggiori approfondimenti per valutare le implicazioni che potrebbe avere questa mutazione».
TRE CASI - In Norvegia due casi sono stati riscontrati in persone che sono già decedute, il terzo su una gravemente ammalata. I tre casi coinvolgono persone tra le prime che sono state contagiate nel Paese scandinavo. «La mutazione potrebbe interessare la capacità del virus entrare più in profondità nel sistema respiratorio e causare una malattia più grave», ha dichiarato in una nota l'Istituto norvegese di sanità pubblica. Secondo Geir Stene Larsen, direttore dell'Istituto, non ci sono prove che il virus mutato sia in circolazione tra la popolazione, ma si tratterebbe «di mutazioni spontanee avvenute nei tre pazienti, anche se si tratta di casi di particolare interesse». Nelle analisi su succcessive vittime causate dal virus H1N1 queste mutazioni non sono state ritrovate. La Norvegia in proporzione ha un numero di vittime (23 confermate) superiore alla media degli altri Paesi europei. Secondo gli studiosi questo è dovuto al fatto che nella nazione, a causa del clima, l'influenza A si è propagata prima che fosse avviato il piano di vaccinazione.
RESISTENZA - Le autorità sanitarie britanniche stanno approfondendo cinque casi verificatisi in un ospedale del Galles in cui una varietà del virus resistente al farmaco Oseltamivir si è propagata con un contagio da persona a persona. Tre persone hanno contratto il virus da altri due pazienti mentre erano ricoverate per altre ragioni. Casi di pazienti che sviluppavano resistenza all'antivirale erano già noti, ma a parte un contagio, mai confermato, da persona a persona negli Usa, questa sarebbe la prima volta che una variante resistente del virus viene trasmessa da un malato a una persona sana. Secondo quanto riporta la Bbc, due pazienti sono guariti, due sono ricoverati e uno è in condizioni gravi. «L'insorgere di varianti dell'influenza A resistenti all'antivirale non è inaspettato nel caso di pazienti affetti da altri problemi di salute il cui sistema immunitario è compromesso e che risultano quindi positivi ai test per il virus nonostante il trattamento», ha detto Roland Salmon, direttore del centro di monitoraggio per le malattie contagiose della sanità pubblica gallese, aggiungendo: «In questo caso, la variante resistente non sembra essere più grave del virus che circola da aprile». Altre quattro persone in Nord Carolina sono risultate positive a un tipo di virus della nuova influenza resistente all'Oseltamivir nelle ultime sei settimane. Lo hanno detto le autorità sanitarie statunitensi.
USA - Secondo dati che arrivano dagli Stati Uniti, la pandemia avrebbe raggiunto il suo picco negli Usa e starebbe declinando, dicono fonti sanitarie ufficiali, secondo le quali uno dei motivi è da ricercarsi nell'avviata vaccinazione. Finora negli Stati Uniti sono state contagiate 22 milioni di persone e si sono verificati 3.900 decessi, tra i quali 171 bambini tra i casi confermati e 500 tra quelli non ancora confermati.
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05/11/2009
Le regole per curare la nuova influenza
Le regole per curare la nuova influenza
I bambini In questo momento sono i più colpiti, la temperatura può andare oltre i 40 gradi. Antipiretici per abbassare la febbre, no agli antibiotici. Quando chiamare il medico e quando andare in ospedale
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| (Ansa) |
Febbre alta, oltre i 38.5, mal di testa, dolori diffusi. Una triade di sintomi che lascia pochi dubbi di questi tempi: si tratta, con ogni probabilità, di influenza A. Allora è meglio dimenticare il «fai da te» e chiamare il medico. Perché, se è vero che la nuova influenza non è più cattiva di quella stagionale (che non è ancora arrivata), è anche vero che certe categorie di persone sono più vulnerabili all’infezione da virus H1N1 (come i bambini e i giovani) o rischiano di più le complicanze (come le donne in gravidanza). Non tutti coloro che vengono a contatto con il virus si ammalano, ma chi lo fa, nel giro di due o tre giorni, si mette a letto ed è bene che ci stia. Del resto non può fare altrimenti proprio perché la febbre alta (che può arrivare nei bambini fino a 40 gradi) provoca un grave malessere generale. Ecco perché è bene cercare di ridurla.
IL TERMOMETRO SALE- «Non dimentichiamoci — dice Massimo Galli del Dipartimento di malattie infettive all’Ospedale universitario Sacco di Milano — che la febbre è un meccanismo di difesa dell’organismo contro l’infezione e non va combattuta in quanto tale, ma perché provoca spossatezza, mal di testa e dolori al malato e non lo fa riposare bene ». L’antipiretico da preferire è il paracetamolo. Per il resto non sono indicati altri farmaci, tanto meno gli antibiotici che non funzionano contro i virus e non prevengono le infezioni batteriche. E poi valgono le solite regole: stare al caldo, bere molto, soprattutto succhi di frutta, mangiare quello che ci si sente di mangiare.
ATTENZIONE AI BAMBINI - Qualche osservazione a parte meritano i bambini perché, per loro, la febbre può raggiungere punte di 40 gradi e passa. «Il paracetamolo come antipiretico va bene — dice Susanna Esposito della clinica pediatrica De Marchi all’Università di Milano — e nel giro di sei ore la temperatura dovrebbe scendere sotto i quaranta. Se non succede, è bene rivolgersi con urgenza al pediatra o andare al pronto soccorso » . Se la febbre è accompagnata da convulsioni, è sempre opportuno chiamare il pediatra o recarsi, anche in questo caso, al pronto soccorso quando l’attacco dura più di un quarto d’ora e riguarda non tutto il corpo, ma soltanto una parte. La Società italiana di pediatria non consiglia l’uso del ghiaccio per ridurre la temperatura del corpo, soprattutto se applicato direttamente sulla pelle e non attraverso una borsa. «Vale la pena di ricordare — aggiunge Galli — che, per prudenza, al di sotto dei 15 anni non si somministra come antipiretico l’aspirina: si sospetta, infatti, che possa provocare la cosiddetta sindrome di Reye, caratterizzata da disturbi del sistema nervoso ». Per il resto, anche per i bambini, è fondamentale bere. Non importa se non mangiano per uno o due giorni; poi si riprenderanno ed è importante che allora scelgano cibi sani (frutta, verdura, carne o pesce) e si alimentino in maniera regolare. Se non ci sono particolari problemi, la febbre, sia nei bambini che nei giovani e negli adulti, dura due o tre giorni poi comincia a calare: nel giro di una settimana, o poco più, la situazione si risolve. Non bisogna dimenticare, però, che dopo la comparsa dei sintomi si continua a eliminare virus anche per sette giorni: ecco perché non si deve tornare a scuola o al lavoro troppo presto, altrimenti si rischia di contagiare gli altri.
LA SPOSSATEZZA - «Questa influenza — dice Galli — può lasciare, dopo la guarigione, un senso di spossatezza e di stanchezza, qualche volta anche in forma importante. Anzi: è proprio questo che ci fa dire che si è trattato di vera influenza ». Altre forme simil-influenzali, le cosiddette Ili, che sono diffuse in questo periodo e danno gli stessi sintomi con febbre elevata, vengono spesso confuse con l’influenza A (finora sono il 50-60 per cento dei casi, ma stanno diminuendo per lasciare il posto all’influenza A) non provocano, infatti, questi strascichi.
LA TOSSE - «Nei bambini — dice Esposito — dopo due o tre giorni dall’inizio della febbre può comparire tosse, soprattutto secca, che allarma molto le mamme. Anche negli adulti questa influenza A provoca spesso una tracheite non pericolosa. La tosse può persistere alcuni giorni: non c’è una cura specifica, ma è bene che il bambino rimanga in casa per evitare sovrainfezioni batteriche. L’unica situazione che deve allarmare i genitori è la comparsa di difficoltà o di irregolarità del respiro: è opportuno, anche in questo caso, ricorrere al pronto soccorso » .
IN GRAVIDANZA - Le complicanze dell’influenza si manifestano di solito nelle persone che hanno già problemi di salute, ma c’è un’altra situazione, questa volta fisiologica, che va guardata con cautela: la gravidanza. Le donne che aspettano un bambino, fra i 20 e i 39 anni, rappresentano circa il 30 per cento di tutti i casi di influenza A che sono finiti in ospedale, almeno secondo i dati disponibili. E le complicanze più frequenti sono le polmoniti primitive (provocate cioè dal virus dell’influenza) e quelle secondarie (da sovrapposizione batterica). In generale la comparsa di complicanze è annunciata da un crescendo di sintomi e, in particolare, da difficoltà di respiro. «Le donne si devono allarmare — spiega Alessandra Kustermann della Clinica ostetrico-ginecologica Mangiagalli di Milano — quando i sintomi peggiorano, soprattutto se hanno malattie concomitanti o sono obese. In questi casi il ricovero è obbligatorio » . Per evitare le complicanze nelle donne gravide con malattie croniche, andrebbe valutata la somministrazione di farmaci antivirali, ma questi ultimi funzionano bene soltanto se assunti entro 48 ore dalla comparsa dei sintomi di influenza. E poi non esiste una sperimentazione adeguata su questa categoria di pazienti: la scelta, quindi, va fatta caso per caso. «Si tende a consigliare gli antivirali come terapia — precisa Galli — nei casi di vera necessità, come appunto nei pazienti con malattie croniche concomitanti, in quelli a rischio di complicanze e in presenza di sintomi respiratori importanti».
GLI ANTIVIRALI - Il virus H1N1 è sensibile a due antivirali, l’oseltamivir, che è in compresse, e lo zanamivir, che viene somministrato per inalazione. Quest’ultima può risultare difficile nei bambini e in persone con difficoltà di respiro, pazienti che vanno, dunque, seguiti attentamente. «Siamo in attesa di antivirali da somministrare per iniezione — aggiunge Galli — che potrebbero essere utili nei casi più gravi». Uno, il peramivir, è appena stato autorizzato dalla Fda americana, l’ente di regolazione di farmaci, per l’impiego di emergenza.
Adriana Bazzi
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03/11/2009
Influenza A, la 17ma vittima in Italia. Farmaci e vecchi rimedi, le regole per i bambini
Influenza A, la 17ma vittima in Italia. Farmaci e vecchi rimedi, le regole per i bambini
È un uomo di 37 anni con patologie pregresse. È deceduto all'ospedale di Salerno. Escluso l'H1N1 su un bambino di 10 anni morto lunedì a Roma
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| L'analisi di un tampone per l'influenza H1N1 all'ospedale Amedeo di Savoia a Torino (Ansa) |
NAPOLI - Salgono al 17 le vittime in Italia collegate all'epidemia di influenza A. Si tratta di un uomo di 37 anni, F. L., che aveva patologie pregresse e si trovava in dialisi all'ospedale di Salerno. L'uomo era residente ad Altavilla Silentina e alcuni anni fa aveva dovuto sottoporsi a un trapianto di rene. È il primo decesso collegato all'influenza AH1N1 in Campania che non si registra a Napoli.
TEST - La vittima di Salerno sarebbe stata la 18ma, ma i test hanno escluso il virus H1N1 nella morte del bambino di 10 anni deceduto domenica a Roma per una polmonite batterica.
FAZIO - Il vice ministro della Salute, Ferruccio Fazio, lunedì in una conferenza stampa ha invitato a non recarsi in ospedale per farsi fare il test sul virus H1N1, ma di chiamare il medico di base e andare all’ospedale solo in presenza di sintomi giudicati gravi dal medico stesso. Il ministro ha tenuto a ribadire che la pandemia «è lieve, fa poche vittime, e ha sintomi leggeri». Lunedì si sono registate due vittime: una donna di 72 anni a Napoli e una bambina di 11 di Bolzano deceduta all'ospedale di Innsbruck, in Austria, dove era stata ricoverata.
Spremute, abiti a strati, niente antibiotici: come si fa con una influenza tradizionale
Il virus A H1N1 è talmente nuovo che ha nei giovani gli alleati migliori per diffondersi. Di conseguenza sono anche i soggetti più a rischio per la nuova influenza A. In particolare quelli in età scolastica, dall’asilo alle medie. Ma i genitori non devono farsi prendere dal panico. Il primo da chiamare è il pediatra, poi comportarsi come con una qualsiasi influenza. Poche semplici regole di prevenzione: ogni giorno una spremuta di arance; cercare di non far sudare i bambini e di non far prendere loro freddo, meglio vestirli a strati; arieggiare gli ambienti; evitare ambienti troppo caldi e con aria troppo secca; se fuori fa molto freddo, respirare con il naso tenendo la bocca chiusa.
1 Come comportarsi quando i bambini si ammalano?
Se invece si ammalano, ricordare sempre che la febbre aiuta a guarire prima, va abbassata solo se è molto alta o se causa malessere. Il latte caldo con il miele è un ottimo mucolitico e sedativo della tosse. Gli antibiotici non vanno presi perché non «uccidono» i virus, servono solo nel caso di complicazioni batteriche (lo stabilisce il medico curante). Per la gola irritata e la voce rauca? I rimedi della nonna (uno è respirare i vapori di camomilla e bicarbonato in acqua bollente) sono i migliori. Passata la malattia, ancora a casa per 2-3 giorni. Il virus A H1N1 è subdolo.
2 L’influenza pandemica è uguale o no a quella stagionale?
L’influenza è una comune malattia infettiva acuta, trasmessa da un gruppo di virus specifici. E’ caratterizzata da sintomi di tipo respiratorio e dal fatto che colpisce, tipicamente nella stagione invernale, ampie fasce della popolazione sia adulta sia infantile. Normalmente non è malattia grave. Un virus nuovo, però, può infettare anche fuori stagione e causare una pandemia. Come la «Spagnola» del 1918, l’«Asiatica» del 1957 e la «Hong Kong» del 1968. L’importante è bloccare il virus nuovo quando è poco letale, perché se muta può diventare «cattivo».
3 Una mamma ammalata può continuare ad allattare al seno?
Il latte materno è fatto per combattere le malattie del bambino. Ed è di estrema importanza nei primi mesi di vita, perché il sistema immunitario (le difese da batteri e virus) dei neonati non è ancora sviluppato. Quindi? Non smettere di allattare al seno se ci si ammala. Attenzione, però, a non tossire o starnutire sul viso del bambino. Lavarsi spesso le mani con acqua e sapone. Utile la mascherina per evitare di contagiare il bambino. Se si sta troppo male, estrarre il latte con un tiralatte e farlo somministrare al bambino da un’altra persona.
4 E se invece si ammala il neonato, è utile allattare al seno?
Sì. E’ una delle migliori cose che una mamma può fare per il bambino ammalato. Anzi, occorre dare al piccolo molte occasioni di nutrirsi dal seno durante la malattia. I bambini necessitano di più liquidi quando sono malati, rispetto a quando stanno bene. Il liquido che assumono dal latte materno è meglio di qualsiasi cosa. Se il bambino sta troppo male per succhiare dal seno, può bere il vostro latte da un biberon, una siringa o un contagocce. E niente paura: una mamma che si vaccina o prende medicine contro l’influenza A H1N1 può allattare tranquillamente al seno.
5 Che cosa favorisce il contagio con i virus dell’influenza?
Il virus influenzale si trasmette da una persona all’altra attraverso le microscopiche goccioline di saliva che ciascuno di noi emette quando parla o tossisce. Fra bambini piccoli, un ruolo importante può avere lo scambio di ciucci, giocattoli o indumenti da poco insalivati. Quindi, il contagio avviene esclusivamente dal malato al sano: non è possibile ammalarsi per interposta persona o semplicemente per essere stati in un ambiente dove è passato qualcuno ammalato. Il freddo o i colpi d’aria non hanno un ruolo nella trasmissione del contagio: al massimo indeboliscono l’organismo. I luoghi caldo-umidi favoriscono la persistenza del virus nell’ambiente.
6 Da che momento un malato viene considerato contagioso?
Il malato è contagioso già nelle 24 ore precedenti l’inizio dei sintomi e lo rimane per circa una settimana. Il periodo di incubazione, cioè il tempo che passa fra il contagio e l’inizio dei disturbi, è di 1-3 giorni. La fase acuta dura 4-5 giorni e normalmente i sintomi scompaiono completamente nel giro di una o due settimane. «Cane che abbaia» o «suono di corno»: sono due modi di definire la tosse più tipica dell’influenza. Molto rumorosa, con un timbro quasi metallico. È da tracheite, sintomo caratteristico dell’influenza, insieme alla febbre.
7 Quali fasce di età vaccinare? C’è il rischio di effetti collaterali?
Il vaccino contro la nuova influenza A sarà somministrato alla fascia di età a rischio dai 2 ai 27 anni. In particolare, i più esposti vanno dai 5 ai 14 anni. Finora non è stato segnalato nessun effetto collaterale grave associato ai vaccini contro la nuova influenza A. Gli studi clinici in corso indicano solo qualche evento avverso lieve, tipico anche dei vaccini stagionali: dolore e gonfiore a livello della zona dell’iniezione, per un giorno o due. Ma i dati disponibili sono ancora limitati, quindi al momento la possibilità di effetti indesiderati gravi non può essere esclusa.
Mario Pappagallo
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03/09/2009
Influenza A :il giovane ricoverato a Monza sta sconfiggendo il virus
Influenza A :il giovane ricoverato a Monza sta sconfiggendo il virus
IL CASO. Il primario della rianimazione: «Un test è risultato negativo ma ne serve un altro di conferma»
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MILANO - Potrebbe avere sconfitto il virus H1N1 il giovane 24enne di Parma ricoverato all'ospedale San Gerardo di Monza per insufficienza respiratoria grave causata dalla nuova influenza A. «Un campione del paziente è risultato negativo al virus», ha spiegato Roberto Fumagalli, primario di anestesia e rianimazione dell'ospedale brianzolo. Tuttavia serve prudenza, precisa l'esperto. «Per essere certi della negativizzazione, cioè per poter dire con sicurezza che il giovane ha sconfitto il virus -sottolinea- abbiamo bisogno di un'altra risposta di laboratorio, che dovrebbe arrivarci domani». È comunque «ragionevole» aspettarci che il paziente abbia ormai debellato l'H1N1, anche se «preferiamo aspettare». Per il resto, anticipa Fumagalli, le condizioni del giovane rimangono «stabili.
IN FIN DI VITA UN CARDIOPATICO A NAPOLI - Notizie meno incoraggianti giungono invece da napoli, dove sarebbe in fin di vita all'ospedale Cotugno l'uomo di 51 anni, cardiopatico, colpito dal virus dell'influenza A. Ricoverato in terapia intensiva, per i medici le sue possibilità di sopravvivenza sono minime. Secondo quanto affermano fonti sanitarie, il paziente non è affetto da complicanze indotte direttamente dal virus A/H1N1 ma l'influenza è sopraggiunta in un fisico «già debilitato». Secondo l'assessore regionale alla Sanità della Campania, Mario Santangelo, «forse anche una comune influenza avrebbe prodotto le stesse conseguenze».
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01/09/2009
Influenza A, i pediatri: «No al rinvio anno scolastico, sì a chiusure mirate»
Influenza A, i pediatri: «No al rinvio anno scolastico, sì a chiusure mirate»
Influenza A: dieci domande e dieci risposte
Con il primo caso grave in Italia, cresce l'ansia per l'evolvere del contagio dell'influenza «A», cioè la nuova influenza che secondo gli esperti dell'Organizzazione mondiale della sanità colpirà tra il 30 e il 40 per cento della popolazione europea.
In questa pagina cerchiamo di dare risposte a tutte le domande, a tutti i quesiti, a tutti i dubbi. La nuova influenza, infatti, fa paura. Nonostante il virus H1N1 non sia particolarmente pericoloso e somigli a quello dell'influenza «classica», è la contagiosità del morbo che può causare decisioni anche drastiche, come quella di Londra che qualche mese fa decise di prendere alcuni provvedimenti particolari come quello riguardante gli aeroporti: in Inghilterra i passeggeri «sospettati» di avere la malattia non vengono fatti salire sugli aerei.
L'Italia, almeno per il momento, non è indicata dall'Oms (l'Organizzazione mondiale della sanità) come Paese a rischio. Entro il mese di marzo la possibilità che nella penisola si verifichino 4 milioni di casi è concreta, ma dal ministero della Salute fanno sapere che entro l'autunno arriverà il vaccino. Per ora le scorte di antivirali per la nuova influenza dovrebbero bastare, ed è attivo anche un numero verde (1500) per avere tutte le informazioni del caso.
Proviamo a fornire una risposta alle dieci domande che subito vengono alla mente:
- Quando la pandemia colpirà il nostro Paese?
Il direttore generale dell'Oms (Organizzazione mondiale della sanità) Margaret Chan ha dichiarato che «il virus dell'influenza A viaggia a una velocità incredibile, quattro volte più rapido di altri virus. In sei settimane ha percorso una distanza che altri virus coprono in sei mesi». Secondo le stime dell'Oms l'ondata principale del virus arriverà in autunno sia in Europa sia negli Usa, nello stesso periodo in cui arriveranno sugli scaffali degli ospedali le prime dosi del vaccino. «Non si può dire con certezza se il peggio sia passato o se debba ancora venire - ha sottolineato la Chan -. Come tutti i virus influenzali – ha aggiunto - l'AH1N1 ha il vantaggio di cogliere di sorpresa, mentre noi dalla nostra, abbiamo quello della scienza e della ricerca».
- Qual è la mortalità dell'influenza suina?
L'ultimo rapporto dell'Oms parla di 2.200 morti nei 177 Paesi colpiti dalla pandemia. Secondo gli esperti «il 30% degli abitanti dei Paesi a più alta densità di popolazione - inclusa l'Italia - rischiano di essere contagiati». La direttrice dell'Oms ha spiegato anche che «il 60% delle morti hanno riguardato persone con problemi di salute. Questo vuol dire che il 40% delle vittime sono giovani adulti in buona salute che muoiono di febbre suina in 5-7 giorni». Se il virus peggiorerà le strutture ospedaliere rischiano il collasso, visto che le complicazioni polmonari provocano lunghe e costose degenze ospedaliere. In Australia, per esempio, i contagiati ufficiali sono oltre 34mila, 150 i morti e 83 i casi di pazienti ricoverati in terapia intensiva.
- Quali sono le vie di infezione?
Basta un colpo di tosse o uno starnuto, senza ripararsi la bocca con la mano o il fazzoletto, perché il virus passi da un soggetto a un altro. Oppure un bacio. Oppure un colloquio a pochi passi uno dall’altro. Il cavalli su cui viaggia il virus sono le gocce di saliva e le secrezioni di naso, gola e polmoni. Ci sono anche forme di contagio indiretto, come per esempio bere dallo stesso bicchiere e toccare superfici contaminate portandosi poi le mani alla bocca o al naso. Il rischio di contagio inizia già durante il periodo di incubazione della malattia: da un giorno prima dell'inizio dei sintomi a sette giorni dopo la comparsa della febbre. I bambini possono essere contagiosi fino a 10 dieci giorni dopo la comparsa della febbre.
- Quali sono i sintomi da non sottovalutare?
È basata solo sui sintomi. Perché si tratti di influenza A, come di normale influenza, deve esserci un’infezione respiratoria acuta a esordio brusco e improvviso con febbre di almeno 38 gradi accompagnata da almeno uno di questi campanelli: mal di testa, dolori muscolari, brividi, debolezza, perdita di appetito. E da almeno uno dei seguenti sintomi respiratori: tosse, mal di gola, raffreddore. Nei bambini, altri segnali possono essere: irritabilità, pianto e inappetenza; occhi arrossati e congiuntivite con febbre alta; laringotracheite e bronchite sempre con febbre; diarrea e vomito, anche senza febbre, nei lattanti. Il tampone nasale o faringeo, che serve in laboratorio per identificare il tipo di virus, viene fatto solo su indicazione del medico
- Come distinguerla dalla solita influenza?
- Cosa si può fare per evitare il contagio?
- Quali cure vengono somministrate?
Le stesse che vengono utilizzate nell’influenza stagionale e che mirano a ridurre i sintomi, cioè antipiretici, antinfiammatori, balsamici. Importante è rimanere a casa (anche per evitare il propagarsi dell’infezione), a riposo e aspettare che passi. I medici di famiglia raccomandano di non andare al pronto soccorso perché inutile e neppure nei loro ambulatori: non si farebbe altro che propagare il virus. In caso di dubbi o di improvvise complicanze, come per esempio un forte dolore al petto, bisogna prima di tutto telefonare al proprio curante. I medici si stanno organizzando per dedicare del tempo apposito per rispondere ai propri assistiti. A dare una mano ci saranno anche i camici bianchi delle guardie mediche, quelli che di prassi sono disponibili i giorni festivi e la notte.
- Il virus si è evoluto in un nuovo ceppo?
- I classici antivirali hanno efficacia?
Sì, ma secondo l’Oms i farmaci antivirali devono essere somministrati solo ai malati d'influenza suina le cui condizioni di salute sono già debilitate. Gli esperti hanno sottolineato infatti come gli effetti collaterali del farmaco (nausea o problemi di stomaco) possono superare facilmente i benefici, sopratutto per le persone in buone condizioni di salute. Al contrario la terapia a base di Tamiflu (o Relenza) deve essere iniziata il prima possibile in quei soggetti con malattie gravi preesistenti o le cui condizioni mostrano un grave deterioramento. Particolare attenzione ai soggetti dei «gruppi di rischio», come donne in gravidanza o soggetti affetti da diabete che devono ricevere un trattamento prioritario.
- La carne di maiale resta sempre sicura?
Queste dieci domande-risposte non contengono la soluzione del problema, ma aiuteranno ad affrontare con cognizione di causa il prossimo autunno, il periodo che gli esperti sono concordi nell'indicare come il più problematico, quando la pandemia si farà sentire in tutta la sua forza.
26/08/2009
Influenza A, adesso l'Italia si prepara: vaccinazioni al via da metà novembre
Influenza A, adesso l'Italia si prepara: vaccinazioni al via da metà novembre
Nel nostro paese si vaccinerà inizialmente il 30-40% della popolazione. La prima fase prevede l'immissione in circolazione di 8 milioni di dosi
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| La campagna di vaccinazione contro la Nuova influenza comincerà in Italia a partire da metà novembre (Afp) |
MILANO - Partirà a metà novembre l'avvio della campagna di vaccinazione contro l'influenza A/H1N1 in Italia che prevede inizialmente la vaccinazione del 30-40% della popolazione. Lo rende noto il ministero del Welfare. La data è stata decisa nella riunione del tavolo permanente delle cure primarie territoriali del 20 agosto scorso. Nel corso della riunione, presieduta dal Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero Fabrizio Oleari, con la partecipazione di Maria Grazia Pompa, Stefania Salmaso e di alcuni funzionari regionali, sono state fissate le tappe e le modalità della vaccinazione di massa. Secondo quanto riferisce Giuseppe Mele, presidente dei pediatri Fimp e presente alla riunione, la prima fase prevede l'immissione in circolazione di 8 milioni di dosi che saranno a disposizione a partire dal 15 novembre sino a tutto il mese di dicembre. Gli altri 16 milioni di dosi del vaccino saranno disponibili a partire dal 31 gennaio in poi. La prima fase, come annunciato, riguarderà gli operatori sanitari e le categorie a rischio. Nel dettaglio, saranno vaccinati contro il virus H1N1 gli addetti ai servizi essenziali e, tra questi, personale sanitario e di assistenza dei servizi sanitari accreditati (resterà fuori da questa prima fase il personale delle strutture private) le strutture socio sanitarie (case di riposo, RSA) il personale dei Distretti Sanitari, almeno il 90% dei medici di famiglia e dei pediatri, i medici competenti, gli addetti ai servizi amministrativi di supporto, il personale delle Poste Italiane e della Telecom. Queste categorie saranno sottoposte a vaccinazione dai Dipartimenti di Prevenzione- Centri Vaccinali. Per queste categorie si prevedono un milione e mezzo di dosi di vaccino.
ALTRO TURNO DI VACCINAZIONI - Saranno coperti inoltre, entro fine anno, i soggetti a rischio dai due ai sessantacinque anni, con 7 milioni di dosi. Gli altri 16 milioni di vaccini saranno indirizzati a partire dal 31 gennaio specificatamente alla popolazione compresa tra i due e i ventisette anni, comprendendo quindi la popolazione sana, con modalità che dovranno ancora definirsi. Si ipotizza anche l'aumento del 20% dell'offerta attiva per la vaccinazione antinfluenzale stagionale classica estendendo tale offerta in maniera attiva su una popolazione più ampia rispetto alle categorie previste negli anni precedenti. Il ministero emanerà una circolare esplicativa sulla base delle valutazioni emerse nel corso della discussione. Si sta studiando una scheda di registrazione unica per tutto il territorio nazionale. Un ruolo importante per la vaccinazione dei soggetti a rischio, riferisce Mele, sarà affidato al territorio secondo quanto previsto per la vaccinazione influenzale stagionale negli ambiti degli accordi decentrati vigenti con raccomandazione di estendere nelle Regioni ove non specificatamente previsti. In ogni caso il vaccino non sarà disponibile in farmacia, sarà privo di foglietto d'istruzioni e sarà multi dose, dieci dosi per fiala. Sarà un vaccino audiuvato con MS 59. Attualmente tuttavia, riporta Mele, «L'offerta di tale vaccino è estremamente inferiore alla domanda. L'intenzione è quella di vaccinare il 40% della popolazione al di sotto dei sessantacinque anni di età. La distribuzione a livello regionale terrà conto di tali percentuali ed avverrà sulla base dei criteri di popolazione residente».
ALLARME NEGLI USA - Sale la preoccupazione sull'esplodere con l'arrivo dell'autunno della pandemia di influenza A in Occidente. I primi a lanciare l'allarme sono gli Stati Uniti , secondo le cui autorità l'influenza A potrebbe contagiare metà della popolazione americana entro l’inverno, obbligando alle cure ospedaliere 1,8 milioni di persone e causando fino a 90 mila decessi, più del doppio di una normale influenza. Si tratta dello scenario tratteggiato lunedì, in un rapporto di 86 pagine, dal Council of Advisors on Science and Technology, lo staff scientifico della Casa Bianca, che ha elaborato tutte le ipotesi possibili in vista di una seconda ondata del virus nei prossimi mesi, per essere pronti al peggio. Fra le varie stime, gli esperti attendono che l’influenza torni negli Usa a metà ottobre, motivo per cui hanno incoraggiato ed esortato la produzione di vaccini, oltre che proporre la nomina di un supervisore alla Casa Bianca che possa coordinare le operazioni contro il virus. Lo scenario ipotizzato prende in considerazione le precedenti influenze pandemiche, analizzando anche il comportamento della nuova influenza registrato negli Stati Uniti durante la primavera e nell’emisfero sud del pianeta, dove si sta chiudendo in queste settimane la stagione influenzale. È la prima volta che gli esperti rilasciano ipotesi sul possibile impatto del virus negli Stati Uniti. Ad accusare i sintomi della prima influenza pandemica in 41 anni potrebbero essere fra i 60 e i 120 milioni di persone, più di metà delle quali potrebbero aver bisogno di cure mediche. Oltretutto, secondo il consiglio di esperti, durante le normali influenze stagionali la maggior parte dei decessi viene riscontrata fra gli anziani, mentre l’influenza suina potrebbe colpire su larga scala bambini e giovani.
L'AVVERTIMENTO - «Sarà una cosa seria», ha specificato Harold E. Varmus del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, copresidente del consiglio presidenziale. «Non sono pronostici, ma è una possibilità concreta», ha spiegato Mark Lipsitch della Harvard School of Public Health, che ha aiutato a compilare il rapporto. «Le stime oltretutto non prendono in considerazione l’ipotesi che il virus muti in una forma più pericolosa. Non è l’influenza a cui eravamo abituati», ha dichiarato il segretario alla Salute Kathleen Sebelius che poi ha aggiunto: «Il virus H1N1 sarà una minaccia ancora più seria questo inverno. Non sapremo quanto sarà pericoloso finché non ci ritroveremo in mezzo, ma è molto probabile che infetterà molte più persone del normale». Gli esperti hanno comunque applaudito alla risposta del governo Usa, che ha speso quasi 2 miliardi di dollari per comprare circa 159 milioni di dosi di vaccino da cinque diverse case farmaceutiche, che però non saranno pronte prima di metà ottobre, quando è prevista la nuova ondata di influenza. Il rapporto raccomanda quindi di rendere disponibili almeno parte delle scorte già da metà settembre.
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18/08/2009
Time mette sotto accusa l'esercizio fisico : «Non fa dimagrire»
Time mette sotto accusa l'esercizio fisico : «Non fa dimagrire»
IL «CASO». Copertina del magazine americano a proposito del«falso mito». Ma è davvero così?
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MILANO - «I miti sullo sport: ti fa bene ma non ti fa dimagrire, per quello devi magiare meno». Titolo e sommario di copertina del settimanale Time, che dedica un'inchiesta al seguente interrogativo: «Perchè tanta gente fa sport e non riesce a dimagrire?». Saltiamo subito alle conclusioni dell'inchiesta: lo sport aiuta a prevenire le malattie, certo, anche le più temute come il cancro o l'infarto, ma per dimagrire non serve poi a molto perchè fa venire fame e quindi le calorie che si bruciano si recuperano.
MILIONI IN PALESTRA - Il dato da cui parte Time è che un terzo della popolazione americana è sovrappeso nonostante ben 45 milioni di statunitensi risultino iscritti a una palestra, contro i 23 milioni del 1993. Insomma, l'abitudine a muoversi, tanto caldeggiata dai medici, non regalerebbe risultati tangibili. Gli autori dell'inchiesta si affidano ad Eric Ravussin, docente della Louisiana State University, per una spiegazione: «In generale - assicura l'esperto - per perdere peso l'attivitá fisica è molto utile. Il problema di base è che, mentre è vero che con lo sport si bruciano calorie e che per buttare giù i chili di troppo occorre proprio fare questo, il movimento fisico ha un altro effetto: stimola la fame». E di conseguenza fa mangiare di più, complice l'alibi di aver diritto a una ricompensa dopo faticose sessioni di tapis roulant o cyclette. Rinforza questa tesi Timothy Church, collega di Ravussin e autore di uno studio pubblicato quest'anno sulla rivista «Plos One», in cui, arruolando 464 donne in sovrappeso, avrebbe dimostrato che lo sport regolare non fa perdere più chili rispetto all'inattività: «Spesso si fa un'ora di corsa - spiega - e poi si fa una pausa in pasticceria per premiarsi dello sforzo compiuto. Ma anche un piccolo dolcetto fa riguadagnare il doppio delle calorie perse». Oppure, ancora, si fa jogging un giorno e poi non ci si muove più per una settimana, magari mangiando a quattro palmenti perchè convinti di aver fatto abbastanza.
IL «COMPLOTTO» - Un altro esperto, Steven Gortmaker, direttore del Prevention Center on Nutrition and Physical Activity dell'università di Harvard, illustra infine la sua teoria-complotto: «Perchè, secondo voi, le catene di fast food costruiscono aree di gioco per bambini nei loro ristoranti? Più loro si muovono, più hambuger mangeranno». In conclusione, consigliano gli specialisti Usa, tutti dovremmo fare più attività fisica, ma non occorre faticare ore e ore in palestra: per mantenersi in salute e in forma, prevenendo malattie fisiche e mentali, basta camminare regolarmente. Almeno, tornati a casa, non si sentirà il bisogno di premiarsi con una fetta di torta.
IN PALESTRA? - «Detto che camminare regolarmente e mangiare meno è un consiglio condivisibile, forse vale la pena fare qualche considerazione» commenta Andrea Ghiselli, ricercatore dell'Inran (Istituto Nazionale della Nutrizione), di Roma. «La prima è che sarà anche vero che oggi ci sono più americani iscritti in palestra rispetto al 1993, ma quanti di loro ci vanno con regolarità? E che tipo di attività svolgono?» Insomma, il dato in sé significa poco. Come del resto confermano puntualizzazioni successive, e cioè che non basta fare esercizio una volta alla settimana per poi rimpinzarsi per sei giorni su sette e che è molto meglio fare esercizio regolarmente e non strenuamente. Ma da qui a dire che lo sport non aiuti a dimagrire ce ne passa.
GRATIFICAZIONE - «La seconda considerazione è che non è affatto sempre vero che l'esercizio fisico induca a mangiare di più» continua il nutrizionista. «E' possibile che ci sia qualcuno che tende a premiarsi eccessivamente dopo una sessione in palestra, ma chi fa sport sa che è anche molto diffuso l'effetto opposto e cioè che il fatto di avere fatto esercizio sia gratificante e che induca a cercare meno consolazione nei dolci». «A ridurre anche il sospetto effetto "ingrassante indiretto" dell'attività fisica» continua Ghiselli, «c'è anche la considerazione che lo sport praticato con regolarità aumenta il metabolismo basale e quindi dovrebbe favorire un consumo maggiore di calorie». Quanto alla tesi complottista sui fast-food? «Mi sembra un po' troppo "mirata". Credo che i fast-food, come molti altri punti di vendita, tendano sempre di più a organizzarsi per consentire ai genitori di "parcheggiare" i bambini per potersi dedicare in modo più rilassato allo shopping, di qualsiasi cosa».
E QUANDO SI SMETTE? - Insomma, in conclusione, come ricorda Time, è vero che fare esercizio fisico in modo non strenuo ma con costanza, fa sicuramente bene ed è da considerare vantaggioso per la salute e per il benessere. Quanto poi al fatto che non faccia dimagrire, va ammesso che questo può anche non costituire la sua prima finalità (che è appunto il benessere) ma rappresenta un gradito «effetto collaterale» assai frequente. E poi vale la pena forse chiudere con un altro interrogativo: come mai gli sportivi di alto livello quando cessano l'attività agonistica spesso ingrassano? Alla prossima inchiesta per la risposta
l.r.
Fonte Corriere della Sera
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31/07/2009
La Ru486 arriva in Italia Dura condanna del Vaticano
La Ru486 arriva in Italia Dura condanna del Vaticano
La Santa Sede: «scomunica per chi la usa e per chi la prescrive». Via libera a maggioranza dall'Agenzia del farmaco alla commercializzazione della pillola abortiva
| Il ginecologo Silvio Viale mostra una confezione di Ru486 (Emmevi) |
ROMA - La Ru486 arriva in Italia. Dopo una riunione durata più di quattro ore, è arrivato giovedì in tarda serata il via libera a maggioranza (quattro contro uno) dall'Agenzia italiana del farmaco alla pillola abortiva. Il Consiglio di amministrazione dell'Aifa ha infatti approvato l'immissione in commercio nel nostro Paese del farmaco già commercializzato in diverse altre Nazioni. Nel Cda dell'Aifa hanno votato a favore della pillola il presidente Sergio Pecorelli e i consiglieri Giovanni Bissoni, Claudio De Vincenti e Gloria Saccani Jotti. Ad esprimersi negativamente è stato invece Romano Colozzi, assessore alle Risorse e Finanze della Regione Lombardia. La Ru486 potrà essere utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero, così come la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di gravidanza. Nelle disposizioni, ha spiegato l'assessore Bissoni, c'è un «richiamo al massimo rispetto della legge 194 e all'utilizzo in ambito ospedaliero. Dopo una lunga istruttoria è stato raccomandato di utilizzare il farmaco - ha aggiunto - entro il quarantanovesimo giorno, cioè entro la settima settimana». Entro questo termine, infatti, le complicanze per l'uso del farmaco sono sovrapponibili a quelle dell'aborto chirurgico, ha concluso l'assessore.
LA CONDANNA DEL VATICANO - Ancora prima che l'Aifa si pronunciasse, il Vaticano era tornato all'attacco contro la pillola abortiva. L'Osservatore Romano aveva affrontato in mattinata il nodo della Ru486 riportando le preoccupazioni espresse dalla sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella. «La decisione dell’Aifa a favore della commercializzazione - secondo il sottosegretario, non è scontata, alla luce delle 29 morti tra donne in vari Paesi del mondo causate dalla Ru486. Sulla sicurezza della pillola, dunque, "persistono molte ombre"», ha scritto il quotidiano vaticano. È stato poi monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Academia pro Vita, a spiegare che l'uso della pillola in questione comporta la scomunica per le donne che vi fanno ricorso così come per i medici che l’hanno prescritta perché la sua assunzione è analoga a tutti gli effetti dell’aborto chirurgico. «Dal punto di vista canonico è come un aborto chirurgico» sottolinea il vescovo. «L’assunzione della Ru486 equivale ad un aborto volontario con effetto sicuro, perché se non funziona il farmaco c’è l’obbligo di proseguire con l’aborto chirurgico. Non manca nulla. Cosa diversa è la pillola del giorno dopo, che, pur rivolta ad impedire la gravidanza, non interviene con certezza dopo che c’è stato il concepimento. Per la Ru486, quindi, c’è la scomunica per il medico, per la donna e per tutti coloro che spingono al suo utilizzo». «Rimango allibito dall'atteggiamento dell'Aifa (agenzia italiana per i farmaci)» ha anche detto Sgreccia e « spero - ha aggiunto - che ci sia un intervento da parte del governo e dei ministri competenti» perché la pillola abortiva RU486 «non è un farmaco, ma un veleno letale».
«L'AGGRAVANTE DEL RISCHIO PER LA MADRE» - La pillola«ha effetto abortivo, quindi valgono - prosegue Sgreccia - tutte le considerazioni che valgono quando si parla di aborto volontario. C’è, inoltre, un’aggravante che dovrebbe far riflettere anche chi appoggia la legalizzazione dell’aborto chirurgico, ed è il rischio per la madre. Più di venti donne sono morte per effetto della somministrazione di questa sostanza. Questo farmaco assume, quindi, la valenza del veleno. È una sostanza non a fine di salute, ma a fine di morte. Si va contro la regola fondamentale della vita della madre. Bisognerebbe, per questo motivo, sospendere tutto. Inoltre - prosegue il vescovo - si cerca di scaricare sulla donna sola la responsabilità della decisione. Si torna a una forma di privatizzazione dell’interruzione di gravidanza. All’inizio si è legalizzato l’aborto proprio per toglierlo dalla clandestinità, ora il medico se ne lava le mani e il peso di coscienza ricade sulla donna».
«SULL'AIFA PRESSIONI POLITICHE ED ECONOMICHE» - Sgreccia poi non ha dubbi sulle cause che spingono l’Aifa alla liberalizzazione del farmaco: si tratta, secondo il presule, di «pressioni politiche ed economiche».
Fonte corriere della sera
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| Tag: sanità, farmaci, pillola, aborto, pillola abortiva, santa sede, polemica, scomunica, aifa, agenzia del farmaco, condanna, ru486 | OKNOtizie |
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29/06/2009
Fitness : sei minuti valgono sei ore
Fitness : sei minuti valgono sei ore
Studio di una università canadese sulla resistenza fisica. Il nuovo allenamento: sforzi duri per periodi brevi
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| Donne in palestra (Fotogramma) |
ROMA - Per il popolo dei sedentari la speranza arriva dal Canada: 6 minuti alla settimana a tutta birra e la forma fisica è assicurata. Una ricerca condotta da Martin Gibala, direttore del Dipartimento di Cinetica alla McMaster University dell’Ontario, potrebbe esplorare confini audaci nel mondo del fitness. Lo racconta il New York Times. E il pezzo è diventato subito uno dei più letti dell’edizione online del quotidiano.
Nel suo laboratorio Gibala ha applicato a un gruppo di studenti (tutti in buona forma fisica, ma nessun atleta professionista) ciò che all’Istituto nazionale per la salute e la nutrizione del Giappone avevano fatto qualche anno prima con i topi. Un gruppo di ratti era stato fatto nuotare liberamente in una piscina per 6 ore, mentre contemporaneamente un altro gruppo era stato sottoposto a stimoli esterni, con tanto di zavorra addizionale, e fatto nuotare freneticamente per 20 secondi e riposare per 10. Uno sforzo estenuante fatto a intervalli regolari per un totale di 4 minuti. A esperimento concluso, i ricercatori giapponesi hanno esaminato le fibre muscolari sia dei topi maratoneti, sia di quelli sottoposti a un esercizio sfiancante ma limitato nel tempo, scoprendo che in entrambi si erano verificate identiche modificazioni molecolari che presagivano un miglioramento della capacità di resistenza. Gibala ha applicato la stessa sperimentazione alla macchina umana, sottoponendo i suoi studenti a uno sforzo simile: per loro ha programmato un allenamento alla cyclette differenziato. Un gruppo ha pedalato 3 volte alla settimana a un ritmo sostenibile per 2 ore, gli altri hanno sparato tutto quello che avevano in corpo in 6 «ripetute» di 20-30 secondi, intervallate da 4 minuti di recupero. Dopo due settimane tutti gli studenti, senza distinzione tra chi aveva pedalato 6 ore e chi lo aveva fatto al massimo delle proprie possibilità per 6 minuti, avevano incrementato la propria forma fisica.
«Il numero e la dimensione dei mitocondri sono aumentati in modo sensibile — sostiene il professor Gibala — un risultato che prima di questo studio veniva associato solo a lavori di lunga durata». L’aumento del volume dei mitocondri ha un grande impatto sulle prestazioni di resistenza, migliorando l’utilizzazione dell’ossigeno da parte delle fibre muscolari. Una frontiera interessante, che se esplorata potrà evidenziare come pochi minuti di sforzo estremo possano essere sufficienti per mettersi in forma. E le palestre all’improvviso potrebbero riempirsi dei forzati del tutto e subito. Enrico Arcelli, professore al Dipartimento di salute, alimentazione e sport dell’università di Milano, l’uomo che ha «inventato » la grande avventura del record dell’ora di Francesco Moser, è scettico: «Non conosco questi studi e dico che sarebbe davvero bello se fosse così. Oggi sappiamo che per avere dei risultati si deve migliorare non solo la funzionalità del cuore, ma anche quella della periferia, perché i muscoli devono essere in grado di utilizzare l’ossigeno che arriva loro attraverso il sangue. Uno stimolo troppo intenso produce acido lattico che va a inibire lo sviluppo dei mitocondri: a quel punto il risultato diventerebbe controproducente. Ecco perché nell’allenamento c’è sempre un limite di intensità dello sforzo oltre il quale è inutile, se non dannoso, andare».
Arcelli è scettico: «È provato che la massima riduzione del rischio di infarto, fino al 50 per cento, si ha correndo 75 chilometri alla settimana. Ma già con 30 km il rischio si abbatte del 40 per cento. E per perdere peso senza modificare la propria dieta, con tutti i miglioramenti indiretti quali l’abbassamento della pressione, la produzione del colesterolo buono, la riduzione del diabete, bisogna correre almeno 6 chilometri al giorno… ». Più possibilista è Paolo Bonolis, classe 1961, che lo sport lo pratica per divertimento. Buon tennista, sempre in campo nelle «partite del cuore» di calcio, considera il tempo dedicato alla cura della forma fisica importante «non solo per il fisico, ma anche per lo spirito». La novità lo incuriosisce: «Chi ha solo 6 minuti alla settimana da dedicarsi può stare tranquillo! Ci dà dentro come un pazzo e il risultato è ottenuto. Mi sembra, però, una situazione un po’ bizzarra; mi fa pensare alla differenza fra slow food e fast food. Sei minuti e via, tutto finito e hai tempo per fare le altre cose. Interessante, ma che rottura».
Valerio Vecchiarelli
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14/04/2009
Bambina nasce grazie a seme congelato 22 anni prima
Bambina nasce grazie a seme congelato 22 anni prima
E' un record: il precedente era stato di 21 anni. Il padre, oggi 38 enne, sottopose a «crioconservazione» il liquido seminale a 16 anni, prima di una chemioterapia
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| (Ansa) |
ROMA - Ventidue anni dopo aver scoperto di essere ammalato di leucemia e dopo cure massacranti che gli hanno salvato la vita ma lo hanno reso irrimediabilmente sterile, Chris Biblis, ha celebrato la nascita della sua bambina, Stella. Il miracolo, scrive The Times, si è compiuto negli Stati Uniti grazie alla crioconservazione, l’ibernazione in azoto liquido, dello sperma dell’uomo poco prima che questi iniziasse al chemioterapia. Quando a Chris, oggi 38enne, è stata diagnosticata la leucemia aveva appena 16 anni. I medici gli proposero di congelare lo sperma viste le cure che doveva affrontare. Era l’aprile del 1986. Nel giugno del 2008 lo sperma è stato scongelato in una clinica americana per la fertilità ed è stato utilizzato per fecondare un ovulo della moglie di Chris, Melodie.
É UN RECORD - Per la medicina si tratta di un record, in quanto il tempo massimo per un’inseminazione con crioconservazione finora era stata di 21 anni. Quando lo sperma del ragazzo, originario della North Carolina, è stato ibernato non esisteva nemmeno la tecnica che ha reso possibile il concepimento di Stella. La ICSI, cioè l’iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo nell’ovocita con cui i biologi selezionano la cellula seminale sana, è stata messa a punto solo nel 1992.
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03/04/2009
Cervello: il sonno lo «ripulisce»
Cervello: il sonno lo «ripulisce»
SCOPERTA DI RICERCATORI ITALIANI PUBBLICATA SU SCIENCE. Svelato a livello molecolare il meccanismo che permette di liberare la testa delle informazioni inutili accumulate
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| (Contrasto) |
Se si dorme male la testa diventa «pesante», nel vero senso della parola. La mancanza di sonno, infatti, favorisce l'accumulo di proteine a livello delle sinapsi, cioè i punti di congiunzione fra i neuroni, fondamentali per il passaggio delle informazioni fra una cellula nervosa e l'altra. A scoprirlo sono stati Chiara Cirelli e Giulio Tononi scienziati italiani della University of Wisconsin-Madison School of Medicine, la cui ricerca è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica «Science».
L'ESPERIMENTO - L'osservazione rappresenta una prova della teoria secondo cui il sonno è il momento in cui il cervello mette in ordine tutte le informazioni accumulate il giorno precedente ed elimina quelle superflue. Negli ultimi anni vari studi a firma di Tononi, neuropsichiatra italiano trasferitosi all'estero da oltre 15 anni dopo una laurea in medicina a Pisa, hanno lasciato intravedere la concreta possibilità che la pulizia cerebrale avvenisse ogni notte mentre dormiamo. Nel nuovo studio arriva una dimostrazione diretta di ciò: gli esperti hanno impedito ai moscerini di dormire per 24 ore e osservato con un potente microscopio che ciò causava l'aumento di concentrazione di cinque proteine nelle sinapsi. Permettendo ai moscerini di dormire, dopo il sonno il contenuto proteico delle sinapsi si riduce del 30-40%. Il sonno fa pulizia, dunque, serve a far ripartire in quarta il cervello ogni giorno che viene, consentendogli di lavorare al meglio.
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18/03/2009
Depressione: curarla ricaricando il cervello come una pila
Depressione: curarla ricaricando il cervello come una pila
Trattamento sperimentato in Italia: risultati preliminari incoraggianti su pazienti «resistenti» ai farmaci due elettrodi sulla fronte rilasciano corrente a bassa intensità
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| (Grazia Neri) |
MILANO - Se il cervello fosse come una pila, la depressione potrebbe essere vista come se il livello della «batteria» fosse basso. Perchè allora non ricaricare un cervello gravemente depresso con la corrente, innocua e indolore? È quello che hanno provato a fare i ricercatori del Policlinico Ospedale Maggiore di Milano guidati da Alberto Priori, in collaborazione con la Clinica Villa Santa Chiara di Verona, in uno studio pubblicato oggi sul Journal of affective disorders.
L'ESPERIMENTO - Gli specialisti hanno applicato due elettrodi sulla fronte dei pazienti, collegandoli a uno stimolatore elettrico gestito da un computer. Il dispositivo, che rilascia una corrente elettrica continua a bassa intensità, è stato testato su 14 pazienti (di cui 13 donne) gravemente depressi e sui quali i farmaci non avevano sortito alcun effetto. «I pazienti - dicono i ricercatori - sono stati sottoposti alla tecnica due volte al giorno per cinque giorni consecutivi, riportando un marcato miglioramento già dopo cinque giorni, che si manteneva per diverse settimane».
PROSPETTIVE - La tecnica potrebbe essere usata su coloro che soffrono delle forme più gravi di depressione, circa il 30% dei 5 milioni di italiani colpiti, e «seppure lo studio sia ancora preliminare e su un piccolo numero di individui, i risultati indicherebbero una nuova possibilità per il trattamento della depressione grave farmaco-resistente». I ricercatori sono già al lavoro per estendere questi primi risultati preliminari:
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12/03/2009
Cellulari: i campi magnetici influiscono sull'attività cerebrale
Cellulari: i campi magnetici influiscono sull'attività cerebrale
STUDIO ITALIANO. Inducono un cambiamento dell'ossigenazione delle aree frontali, connesse con funzioni cognitive superiori
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MILANO - Il campo magnetico emesso dai telefoni cellulari influisce sulla attività cerebrali. Lo hanno dimostrato gli scienziati del Dipartimento di Scienze della Salute dell'Università degli Studi dell'Aquila, che hanno pubblicato i risultati del loro studio su «Journal of Cerebral Blood Flow & Metabolism». L'esposizione al campo elettromagnetico emesso dai telefonini induce un cambiamento dell'ossigenazione delle aree frontali, che sono direttamente connesse con funzioni cognitive superiori quali l'assuzione di decisioni, il pensiero creativo e l'attenzione.
EFFETTO NON CIRCOSCRITTO NEL TEMPO - La vera scoperta sta nel fatto che l'effetto non rimane circoscritto al momento in cui i soggetti sperimentali sono esposti al segnale,ma diventa più intenso con il trascorrere del tempo e continua anche nei minuti successivi allo spegnimento del telefono cellulare. Questo studio non permette comunque di trarre conclusioni definitive per la salute umana, poiché non sono ancora stati valutati gli effetti a lungo termine. Si può pero' concludere che brevi esposizioni ai campi elettromagnetici possono influenzare i processi metabolici cerebrali in maniera sostanziale, anche se reversibile.
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