07/01/2010

Le «vedove nere» del satellite Fermi

Le «vedove nere» del satellite Fermi

 

MISSIONE ITALIANA. Identificate altre «millisecond pulsar». La scoperta apre una nuova via alla verifica finale della teoria di Einstein

 

(Afp)
(Afp)

In meno di tre mesi i radioastronomi hanno identificato quasi una ventina di nuove millisecond pulsar. Si tratta di antichissime stelle di neutroni rotanti che riprendono vita assorbendo materia da una stella vicina, talvolta fino a consumarla pressoché completamente. Una sorta di vedove nere del cosmo. Queste pulsar sono al contempo gli orologi più precisi in natura, e per questo potrebbero aiutarci ad aggiungere l’unico tassello mancante alla Teoria della Relatività Generale di Albert Einstein: la rivelazione diretta delle onde gravitazionali. Questa scoperta è stata possibile grazie alle indicazioni fornite da Fermi, la missione satellitare della Nasa dedicata allo studio della radiazione gamma, alla quale l’Italia partecipa con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). Il risultato viene presentato a Washington durante la conferenza internazionale dell’American Astronomical Society.

LE «VEDOVE NERE» - Una pulsar è ciò che rimane dell’esplosione di una stella di grande massa.
È una sorta di nocciolo densissimo che eredita un intenso campo magnetico, e ruota molto velocemente su se stesso. Ma, poiché durante questa rotazione emette particelle accelerate e radiazione su una banda molto ampia (dal radio ai raggi gamma), col tempo tende a esaurirsi. Le più antiche fra le pulsar sono anche le più veloci. Si chiamano millisecond pulsar e ruotano centinaia di volte al secondo. Sono così veloci perché hanno fatto parte di un sistema binario, e sono riuscite a procrastinare la loro fine «succhiando» materia dalla stella compagna. In questo modo è come se fossero ringiovanite: grazie all’acquisizione di altra materia riescono a guadagnare nuova accelerazione nella loro rotazione. Quattro delle pulsar appena scoperte, poi, sono in sistemi binari con stelle la cui massa è stata consumata fino a ridursi a non più di dieci volte la massa di Giove. Vengono per questo chiamate «vedove nere» (black widows): perché a forza di succhiare materia stanno esaurendo la stella compagna che ha consentito loro di riprender vita.

LA PRIMA PULSAR - La prima millisecond pulsar fu scoperta 28 anni fa e da allora ne sono state trovate solamente una sessantina nella nostra galassia: a causa della bassissima intensità della loro emissione radio sono, infatti, oggetti che è molto difficile individuare con una ricerca svolta “alla cieca” perlustrando l’intera volta celeste. Quello che ha fatto Fermi è fornire ai radioastronomi una mappa del cielo, che si è rivelata una vera e propria mappa del tesoro. Nelle vicinanze del disco della nostra galassia, Fermi ha individuato un centinaio di sorgenti gamma ben localizzate ma non identificate, cioè prive di associazione certa con sorgenti note ad altre lunghezza d’onda. I radioastronomi hanno osservato alcune di queste sorgenti e hanno scoperto delle sorgenti radio che si sono rivelate velocissime pulsar. Dopo la sorpresa, hanno capito di avere in mano un metodo straordinario che permette loro di andare a colpo sicuro. Sfruttando cinque fra i più potenti telescopi radio al mondo, hanno iniziato ad analizzare tutte le sorgenti gamma potenzialmente interessanti: nel giro di pochi mesi hanno riconosciuto ben 17 millisecond pulsar. Queste particolari pulsar sono stelle ancora poco conosciute, quindi grandi speranze vengono riposte dai ricercatori su questa scoperta per la comprensione della natura e della evoluzione di queste esotiche sorgenti astrofisiche.

OROLOGI PRECISISSIMI - Ma questo risultato è importante anche per un’altra ragione. Le millisecond pulsar sono sul lungo periodo gli orologi più precisi che esistano in natura, e fanno concorrenza agli orologi atomici costruiti dall’uomo. Il monitoraggio dei cambiamenti temporali in un «dispositivo» così preciso ed esteso su tutto il cielo potrebbe permettere di rivelare per la prima volta in modo diretto le onde gravitazionali, che rappresentano il tassello mancante alla verifica sperimentale della Teoria della Relatività Generale. Monitorando le variazioni del periodo di rotazione indotte dalla deformazione della struttura dello spaziotempo dovuto alle onde gravitazionali, questa costellazione di millisecond pulsar appena scoperta potrebbe così venire a costituire una sorta di sistema GPS per la rivelazione della radiazione di fondo gravitazionale.
«Fino all'avvento di Fermi si conoscevano solo una manciata di pulsar gamma, sottolinea Ronaldo Bellazzini, responsabile dell’esperimento Fermi per l’INFN. In poco più di un anno Fermi ha scoperto diverse decine di nuove pulsar fra cui numerose rotanti attorno al loro asse anche centinaia di volte al secondo. Ma non solo - prosegue Bellazzini - ora Fermi ha iniziato a giocare a ruoli invertiti rispetto ai telescopi radio: mentre prima erano questi a consegnarci la ricetta con cui cercare questi oggetti esotici e misteriosi, ora è Fermi a indicare ai grandi telescopi radio dove puntare le loro sensibilissime antenne per individuare questi deboli ma estremamente precisi orologi cosmici».

LA SORPRESA - «I più sorpresi sono stati proprio i colleghi radioastronomi» dice Patrizia Caraveo, responsabile per l’INAF dello sfruttamento scientifico dei dati Fermi. «Dopo avere passato anni a scandagliare il cielo per scovare ad una ad una con grande fatica le pulsar velocissime, adesso non possono credere che qualcuno dica loro dove andare a guardare. Così facendo risparmiano tempo di osservazione e tempo di calcolo dedicato all’analisi dei dati, e al contempo la loro produttività è aumentata in modo vertiginoso. Se si premiasse la produttività degli astronomi, avrebbero diritto ad un bonus sostanzioso». «Inoltre - prosegue Caraveo - questo risultato, oltre ad aumentare in modo considerevole il numero di pulsar superveloci nella nostra galassia, dimostra che l’emissione gamma è una caratteristica comune a questo tipo di oggetti. Si tratta di un grande risultato della missione Fermi, risultato sul quale nessuno avrebbe scommesso appena qualche mese fa». «L’accurata elaborazione dei dati di Fermi effettuata presso l’ASI Science Data Center, il centro elaborazione dati scientifici dell’Agenzia Spaziale Italiana a Frascati, sta contribuendo in modo determinante al successo di questa missione, consentendo alla comunità scientifica di sfruttare al meglio e rapidamente i dati rilevati dal satellite» fa notare Paolo Giommi, responsabile del centro per l’ASI.

01/01/2010

Pezzi di asteroide, polo Sud lunare e Venere: la Nasa sceglie la nuova missione

Pezzi di asteroide, polo Sud lunare e Venere: la Nasa sceglie la nuova missione

 

I tre progetti finalisti del programma «Nuove frontiere». Realizzazione di imprese spaziali a medio costo, ma altamente specializzate

 

Ricostruzione dello sbarco su Venere (da Nasa)
Ricostruzione dello sbarco su Venere (da Nasa)

Propongono rispettivamente un'analisi dell'atmosfera e della superficie di Venere, il reperimento di rocce al polo Sud della Luna e il recupero di frammenti di un asteroide. Sono i tre progetti finalisti prescelti dall'Agenzia spaziale statunitense tra i quali sarà scelta la sua prossima missione nello spazio. Le tre idee sono state proposte dalla comunità scientifica internazionale nell'ambito del programma New Frontiers, istituito dalla Nasa per stimolare la ricerca nell'ambito della scienza planetaria.

MISSIONI A BASSO COSTO - Solo uno dei tre progetti selezionati sarà effettivamente tradotto in realtà: il vincitore sarà annunciato entro la metà del 2011, e dovrà essere messo a punto e pronto per il lancio per la fine del 2018. Fondamentale che il costo complessivo per la sua realizzazione non superirori i 650 milioni di dollari. Questo perché lo scopo delle Nuove Frontiere della Nasa è proprio quello di intraprendere nuove e importanti esplorazioni a medio termine del nostro sistema solare, con una spesa per così dire ridotta. A ciascuno dei finalisti è stato assegnato un finanziamento di 3,3 milioni di dollari, affinché da qui al 2011 gli scienziati coinvolti possano sviluppare la propria idea in modo più dettagliato e approfondito.

 

Kuiper Belt

 

Jupiter Polar Orbiter

Lunar South Pole-Aitken Basin

Comet Surface Sample

 

PROTAGONISTI - A contendersi la possibilità di entrare nella lista ufficiale delle «missioni future» per poi diventare parte della terza esplorazione celeste prevista da New Frontiers, sono questa volta il Surface and Atmosphere Geochemical Explorer (Sage), che ha come obiettivo l'esplorazione di Venere, quindi l'Osiris-Rex, pensato per portare sulla Terra 60 grammi di materiale prelevato da un asteroide, e infine la missione Luna, che prevede un atterraggio nei pressi del polo Sud del nostro satellite naturale per prelevare un chilogrammo di materiale lunare. Come dichiarato da Ed Weiler, dello Science Mission Directorate presso la Nasa, «queste tre proposte sono quelle di maggior valore, scientificamente parlando, tra le otto sottoposte all'attenzione della Nasa quest'anno». Il primo progetto avvallato dagli scienziati di New Frontiers è stato New Horizons, lanciato nel 2006 e attualmente in corso, per l'esplorazione di Plutone; il prossimo in lista è Juno - data di lancio 2011 - per lo studio del campo magnetico di Giove.

Alessandra Carboni

30/12/2009

Dagli egizi alle tv , come l’Oroscopo è diventato di massa

Dagli egizi alle tv , come l’Oroscopo è diventato di massa

 

Stelle e futuro - Il Garante: superstizione. Gli astrologi: un passatempo. Previsioni da 3000 anni. Nel ’900 la svolta dei rotocalchi


 Dagli egizi alle tv Ecco come l’Oroscopo è diventato di massa

Astra inclinant, non necessitant: «Gli astri influenzano, ma non costringono», scriveva Tommaso d’Aquino. Chissà cosa direbbe il Santo di fronte al successo popolare dell’astrologia, con giornali, radio e televisioni così prodighe di consigli per una gestione del futuro a buon mercato. Amore, fortuna, soldi, tutto è scritto nelle stelle. «Uno sfruttamento della credulità e della superstizione delle persone più vulnerabili », accusa il Garante per la comunicazione. «Calma, l’oroscopo da rotocalco è solo un passatempo—rispondono gli astrologi —, niente più di un giochino innocente». Gli astri, del resto, non costringono nessuno.

È proprio attraverso i giornali che si diffondono gli oroscopi come li conosciamo (e li critichiamo) oggi. «Un tempo erano riservati a Papi e sovrani, e la posizione dei pianeti veniva calcolata con estrema precisione secondo il giorno, l’ora e il luogo di nascita del personaggio», spiega l’esperto di astrologia Roberto Donzelli. Poi, nel Novecento, da quello «personalizzato» si è passati all’oroscopo di massa: «L’anno di svolta fu il 1930, in Inghilterra, quando alla nascita di Margaret, la sorella di Elisabetta, i Windsor fecero pubblicare sul Times il suo quadro astrale. Non era mai accaduto prima e da allora ogni suddito britannico, proprio come la principessa, voleva il proprio oroscopo».

Certo, calcolando solo la posizione del sole, le previsioni sui giornali non sono più rivolte al singolo ma devono valere per un dodicesimo dell’umanità. Un po’ di approssimazione, diciamo, è d’obbligo. La passione per l’oroscopo è però ormai inarrestabile. Negli anni Cinquanta e Sessanta conquista quotidiani e riviste: «Il più letto è quello di Tv Sorrisi e Canzoni», spiega l’astrologo e storico dell’astrologia Antonino Anzaldi. Negli anni Settanta si assiste a un nuovo boom: «Amica inserisce i tagliandi astrologici, che i lettori possono inviare al giornale con i propri dati per ricevere l’oroscopo personalizzato. Poi, nel ’77, nasce Astra, di gran lunga la rivista più seria del settore che nei periodi di agosto e dicembre arriva a vendere anche 500 mila copie».

Televisione e radio non stanno a guardare. E gli astrologi diventano personaggi: «Anzi, è più vero il contrario—continua Anzaldi —, al di là della loro bravura nel calcolo degli astri, hanno successo proprio perché sono innanzitutto dei personaggi. Uno su tutti: Francesco Waldner». Fu anche un sensitivo, affascinò Freud e Jung, e la leggenda vuole che riuscì a prevedere persino l’anno della sua morte, il 23 giugno del 1995. «Nel 1985 fu trasmesso Zodiaco, il primo varietà giocato sui segni zodiacali», ricorda Rudi Stauder, ex direttrice di Astra, mensile ora guidato da Andrea Monti.

Millenni prima di finire negli show televisivi, la pratica astrologica nacque tra gli Egizi intorno all’VIII secolo a.C.. Dopo le conquiste di Alessandro Magno entrò in contatto con la cultura greca: «I Greci collegano i miti alle costellazioni e riempiono il cielo di storie meravigliose — spiega la storica Eva Cantarella —, come quella della ninfa Callisto trasformata in Orsa da una gelosissima Era, la moglie di Zeus». Gli oracoli, poi, vanno interpretati: «Ibis redibis non morieris in bello, risponde la Sibilla Cumana al soldato. Che però, a seconda della virgola, si può tradurre in due modi: "Andrai, ritornerai, e non morirai in guerra", oppure "Andrai, non ritornerai, e morirai in guerra"». Rubare i segreti al futuro non era facile neppure allora.

Fabio Cutri

23/12/2009

Prove di teletrasporto alla Star Trek

Prove di teletrasporto alla Star Trek

 

SCIENZA E FANTASCIENZA. Al Politecnico della California si tenterà di «spostare» sferette di silicio

 

Nei fantascientifici esperimenti di teletrasporto che Star Trek ci ha già fatto conoscere nella dimensione fantastica ora gli scienziati tentano il colpo grosso. Finora avevano compiuto la prodezza di teletrasportare le caratteristiche di un atomo da un luogo all’altro. Adesso cercheranno di fare altrettanto con qualcosa di più consistente: delle sferette di silicio. L’impresa è ardua ma già è sulla carta preparata dai ricercatori del Caltech americano, il politecnico della California. Il tutto è stato ufficializzato sui Proceedings of the National Academy of Sciences statunitense.

LASER- Il temerario della meccanica quantistica su cui si basa l’esperimento è Darrik Chang il quale propone di utilizzare fasci di luce laser già predisposti nella loro caratteristiche per essere teletrasportati, proiettandoli su sferette di silicio del diametro di cento nanometri (milionesimi di millimetro) equivalenti a un centesimo del capello umano. In questo modo il fascio di luce compie due operazioni: isola le sferette facendole levitare, eliminando tutti i disturbi ambientali circostanti che potrebbero «impedire» il viaggio, in secondo luogo trasmette le sue proprietà di teletrasporto alle sferette stesse realizzando l’operazione. Se riesce siamo passati dal teletrasporto di singoli atomi al teletrasporto di sferette con 10 milioni di atomi, quindi un oggetto che si avvicina al mondo reale. In altre parole, l’esperimento mira a rendere evidenti a livello di un sistema meccanico di dimensioni vicine a quelle normali i comportamenti strani previsti dalla meccanica quantistica che Einstein bollava come spettrali azioni a distanza. Aspettiamo e vediamo se l’artificio funziona.

Giovanni Caprara

08/12/2009

Pronto lo Spaceship2, privati nello spazio

Pronto lo Spaceship2, privati nello spazio

 

Già 300 persone hanno pagato 200 mila dollari ciascuno per provare il volo a gravità zero. Richard Branson ha presentato il velivolo che tra poco più di un anno inizierà le missioni a 100 km di altezza

 

 

 

 

Richard Branson e, alle sue spalle, lo Spaceship2 con cui Virgin intende aprire la prima frontiera dello spazio ai privati (Ap)
Richard Branson e, alle sue spalle, lo Spaceship2 con cui Virgin intende aprire la prima frontiera dello spazio ai privati (Ap)

WASHINGTON – Si apre un nuovo capitolo dell’esplorazione spaziale. Nel deserto di Majaved in California Sir Richard Branson presenta oggi al pubblico il primo aereo privato per voli suborbitali per passeggeri, lo Spaceship two. Al più tardi nel 2011, dopo un anno di collaudi, l’astronave con due piloti a bordo porterà sei persone a oltre 100 km di altezza. Sarà un volo di due ore e mezzo, con 5 minuti di assenza di gravità, che non circumnavigherà la terra, ma in cui i passeggeri si sentiranno dei veri astronauti.

VOLI PRENOTATI - Lo Spaceship two, lungo oltre 18 metri, funzionerà come lo shuttle e atterrerà allo stesso modo. Raggiungerà i 15 km di altezza sul dorso di un più grande e potente aereo, il Whiteknight two, accenderà i razzi e supererà l’atmosfera. Già 300 persone, dichiara Jackie McQuillan, la portavoce di Branson, hanno pagato 200 mila dollari ognuno per i primi biglietti. Per i voli suborbitali Branson, un colosso delle linee aeree, ha fondato una nuova compagnia, la Virgin Galactic, insieme con Burt Rutan, un pioniere dello spazio, compagnia che secondo gli esperti sarà presto copiata da numerose altre: intende fargli concorrenza, a esempio, Jeff Bezos, il fondatore della Amazon.

DAL PROTOTIPO ALLA REALTA' - Branson e Rutan hanno lavorato in segreto al progetto per cinque anni, dopo aver vinto nel 2004 il Premio Ansari X per prototipi con lo Spaceship one. Produrranno altri quattro Spaceship two a un costo di 400 milioni di dollari complessivi. Peter Diamandis, fondatore del Premio Ansari X, precisa che l’aereo privato per voli suborbitali è il doppio del prototipo, e si avvale di un rivoluzionario carburante ibrido. «Siamo agli albori della commercializzazione dello spazio - afferma -. Nel prossimo futuro, migliaia di persone proveranno le stesse emozioni dei primi astronauti».

A CARO PREZZO - Come la Nasa, così la Virgin Galactic ha pagato a caro prezzo il sogno della conquista dello spazio e lo sforzo per consentire ai suoi ricchi passeggeri di realizzarlo. Il trionfale volo del prototipo del 2004 ebbe luogo solo dopo numerosi incidenti, e nel 2007 tre collaboratori di Rutan perdettero la vita in un’esplosione del carburante dello Spaceship two. Ma Branson è convinto che l’aereo privato per voli suborbitali, che partirà dal primo spazioporto della storia nel Nuovo Messico, attualmente in costruzione, sia tanto sicuro quanto gli aerei di linea e possa fornire lo stesso servizio. Uno dei 300 cresi che hanno acquistato il biglietto, Peter Cheney di 63 anni, un imprenditore di Seattle, si professa «innamorato dello stupendo veicolo». Spiega che è «una macchina affascinante, tecnologicamente avanzatissima, con un interno lussuoso». Come a dire, la Ferrari dei cieli.

Ennio Caretto

29/11/2009

Orche assassine, quel colpo di coda che mette ko anche gli squali

Orche assassine, quel colpo di coda che mette ko anche gli squali

 

«Utilizzano abilità, intelligenza e forza». Una biologa marina è riuscita a immortalare l'uccisione dei "predatori degli oceani"

 

Una delle foto di Ingrid Visser
Una delle foto di Ingrid Visser

Basta una mossa di karate, con l'enorme coda, e lo squalo è abbattuto. Alcune incredibili immagini, scattate a largo della Nuova Zelanda da una biologa marina, Ingrid Visser, mostrano per la prima volta come le orche assassine con estrema intelligenza e forza ingannano, attirano, stordiscono e uccidono gli squali, fra i più temuti predatori degli oceani.

COLPO DI CODA – La Visser, 43 anni, studia da 17 il comportamento dei mastodontici cetacei e le strategie che adottano per avere la meglio su altrettanto colossali squali, come il Mako e il Grande Squalo Bianco, da cui molti pesci stanno alla larga. «Usando una combinazione vincente di grande abilità e intelligenza e forza brutale – spiega la Visser – catturano e mangiano quelli che per molti sono gli inarrivabili predatori degli Oceani». La più impressionante delle tecniche è il colpo di coda: ruotandola velocemente l'orca crea fortissime correnti da cui lo squalo non può scappare; in questo modo l’animale sale alla superficie ed è così che l'orca solleva in alto la parte posteriore del corpo e la scaraventa sul dorso dello squalo tramortendolo. Il boccone a questo punto è pronto.

L'ACCERCHIAMENTO – Un'altra strategia con cui le orche vincono la battaglia contro i loro avversari è detta del «recinto». Un gruppo di orche si dispone a cerchio e isola lo squalo e lo puntano spingendolo, oppure lo attaccano furtivamente da sotto attentando subdolamente alla pancia. «Alla fine del combattimento – aggiunge la Visser, che vive e lavora a Tutukaka, in Nuova Zelanda – girano su e giù lo squalo di modo che l’animale è completamente disorientato e non riesce più a muoversi». E anche in questo caso, il pasto e facile.

MOSSI DALLA FAME – La biologa, una delle maggiori studiose del comportamento delle orche “assassine”, comunque non condanna i pericolosi cetacei: «Non è che si muovano apposta per attaccare i loro nemici – precisa -, il fatto è che trovare cibo nell'Oceano non è una questione semplice. Dunque, quando c’è l’occasione, l'orca la coglie al volo».

Ketty Areddia

23/10/2009

Sarà italo-giordano il maggiore parco solare mediterraneo

Sarà italo-giordano il maggiore parco solare mediterraneo

 

ENERGIA: Siglata ieri a Milano l’intesa tra Solar Ventures e il re Abdullah II. Costruito nel sud della Giordania, avrà una potenza di 100MWp. Ma la capacità arriverà fino a 200MWp

 

L'area in cui sorgerà la centrale in Giordania
L'area in cui sorgerà la centrale in Giordania

Sorgera' in Giordania il parco solare fotovoltaico piu' grande dell'area Mediterranea: 100 MWp realizzati da Solar Ventures con il partner Kawar Energy. L'accordo per l'acquisizione del terreno e' stato firmato a Milano davanti a Re Abdullah II di Giordania. Dopo la prima fase pilota il progetto raggiungera' una capacita' complessiva di 200 MWp. Si chiamera' Shams Ma'an e sara' uno dei parchi fotovoltaici piu' grandi del pianeta: i primi 100 MWp del progetto pilota verranno costruiti nella regione di Ma'an, sud della Giordania, entro il 2012. In uno step successivo la centrale verra' ampliata a una potenza totale di 200 MWp.Il progetto, si legge in una nota, e' frutto della partnership siglata dall'italiana Solar Ventures di Michele Appendino con le societa' giordane Kawar Energy di Karim Kawar e First International for Investment and Trade (che insieme hanno costituito la joint Venture Shams Ma'an Power Generation) e Ma'an Development Company (MDC), organismo per lo sviluppo del paese controllato dal governo giordano che mettera' a disposizione il terreno per realizzare l'impianto. I partner della joint venture si sono conosciuti grazie a YPO (Young Presidents' Organization) di cui anche il Re Abdullah e' socio onorario. L'accordo per la costruzione della mega centrale fotovoltaica e' stato firmato a Milano nel corso del "Jordan-Italy Business Forum" organizzato da Promos, al cospetto del Re di Giordania Abdullah II Al Hussein, in visita ufficiale in Italia.Shams Ma'an sorgera' su una superficie iniziale di 2 km2 (ma arrivera' a occupare un'estensione di 5 km2), che verra' coperta da 360.000 pannelli solari, con una produzione di 168.100 MWh di energia pulita l'anno, pari al fabbisogno di 60.000 famiglie. La centrale evitera' l'immissione in atmosfera di 90.000 tonnellate di CO2, con un beneficio ambientale che corrisponde a piantare circa 9 milioni di alberi ad alto fusto.Michele Appendino, Presidente e Fondatore di Solar Ventures, commenta cosi' l'operazione: "Siamo un'azienda a forte vocazione internazionale e il progetto Shams Ma'an e' un ulteriore passo avanti che Solar Ventures muove nell'area del Mediterraneo, zona strategica per lo sviluppo del nostro business. Iniziative come il Piano Solare del Mediterraneo o le recenti direttive della Comunita' Europea, che consentono l'importazione 'fisica' di energia dai paesi del bacino del Mediterraneo agli Stati Membri, ci incoraggiano a percorrere questa strada". (AGI)tativo di accrescere la propria indipendenza energetica – sta infatti puntando su solare ed eolico.

 

16/10/2009

Diamante, la centrale a impatto zero

Diamante, la centrale a impatto zero

 

Progettata con tecnologie solari e all'idrogeno da sabato illuminerà il parco naturale di Pratolino (Firenze). L'impianto-scultura creato da enel e università di pisa non emette emissioni inquinanti


La centrale Diamante
La centrale Diamante

FIRENZE – Il fascino leonardesco dell’uomo vitruviano ti avvolge appena ti avvicini alla centrale. Tanto bella quanto atipica perché mix tra opera d’arte e sistema energetico, che da sabato “illuminerà” i viali del parco naturale di Pratolino, nel comune di Vaglia, non lontano da Firenze e la statua del Gigante dell’Appennino, capolavoro del Giambologna, che in questi luoghi troneggia.

A COSA SERVE - La centrale-scultura si chiama Diamante ed è un impianto, unico al mondo nel suo genere, progettato con tecnologie solari e a idrogeno all’avanguardia, per essere inserito all’interno di parchi naturali con impatto zero, sia dal punto di vista delle emissioni inquinanti, sia da un punto di vista estetico. Diamante è nato da un progetto congiunto tra Università di Pisa ed Enel pensato con l’obiettivo di fornire energia elettrica a centri di particolare valore ambientale o artistico. In un primo momento sarebbe dovuto sorgere all’interno del Parco naturale di Migliarino San Rossore tra Pisa e Viareggio, poi, grazie anche all’impegno del sindaco di Firenze Matteo Renzi (allora presidente della provincia) è stato deciso di installarlo a Pratolino. «La centrale funziona anche in mancanza di sole – spiega Luigi Maffei, ordinario di Architettura tecnica della facoltà di Ingegneria dell’Università di Pisa - grazie alla produzione e accumulo di idrogeno ed ha una struttura versatile sulla quale sarà possibile sperimentare nel tempo i più evoluti sistemi fotovoltaici. ll modello estetico segue invece antichi modelli, sintesi evolutiva del dodecaedro di Leonardo-Pacioli e delle cupole geodetiche dell’architetto Richard Fuller e rispetta le tre categorie vitruviane: utilitas, firmitas, venustas. La forma classica nasce da considerazioni matematiche e geometriche con il ricorso alle dimensioni auree per consentire di essere in armonia con la natura e con l’ambiente».

L'IMPIANTO - Visto da vicino Diamante è un impianto in vetro e acciaio alto 12 metri con un diametro di 8 formato da 38 pannelli fotovoltaici a celle monocristalline, orientati a sud, e 42 facce in vetro temprato. Ma il segreto più affascinante si nasconde all’interno del dodecaedro hi-tech dove si trovano tre sfere di vetroresina. «Queste sfere – continua Maffei - contengono innovativi serbatoi a idruri metallici e a bassa pressione per l’accumulo energetico di idrogeno. Si tratta di un sistema integrato di produzione e stoccaggio di energia da fonte solare che assicura l’autosufficienza energetica di un piccolo condominio». Nella parte inferiore della struttura si trova la sala apparati con le macchine necessarie al processo energetico e spazi per apprendere il funzionamento (education) da parte di scolaresche e da tutti quelli che vorranno avvicinarsi a capire il funzionamento. E anche desiderosi di non perdere l’emozione di qualcosa di unico, un po’ tecnologia e un po’ arte, nella terre del grande Leonardo.

Marco Gasperetti

Corriere.it

15/10/2009

Creato un buco nero in laboratorio

Creato un buco nero in laboratorio

 

È stato realizzato da ricercatori della Southeast University di Nanchino, in Cina. Servirà a produrre energia

 

Sembrava solo un esercizio teorico quando all’inizio dell’anno due ricercatori proponevano la creazione di un buco nero in laboratorio. Ora Tie Jun Cui e Qiang Cheng della Southeast University di Nanchino (Cina) lo hanno realizzato tra la meraviglia degli stessi teorici. La realizzazione è interessante per le prospettive pratiche che già si immaginano. Quando Evgenii Narimanov e Alexander Kildshev della Purdue University nell’Indiana (Usa) lo ipotizzavano partivano dall’idea di riprodurre le stesse proprietà di un buco nero cosmico nel quale un’intensissima forza di gravità piega lo spazio-tempo circostante impedendo che anche la luce sfugga. E calcolavano anche come costruire uno strumento che materializzasse il loro sogno: in pratica una struttura di elementi cilindrici concentrici con un cuore centrale. Essi avrebbero avuto la capacità di concentrare l’energia luminosa nel cuore, intrappolandola proprio come fanno i mostri del cielo.

MICROONDE INVECE DI LUCE - Dalla teoria alla pratica si è arrivati in fretta all’università di Nanchino partendo dalla teoria elaborata all’università americana. E i due scienziati hanno dimostrato che funziona utilizzando invece della luce visibile delle microonde. Queste vengono catturate e deviate verso il centro senza più uscirne. E dal cuore dove cadono viene generato calore. «Siamo sorpresi che ci siano riusciti così rapidamente» ammettono i teorici statunitensi. «Passare alla lunghezza d’onda della luce visibile – però aggiungono – sarà più complicato e bisognerà far ricorso a materiali diversi». La coppia cinese non si dimostra per niente intimorita dal commento dei concorrenti e anzi aggiungono: «Siamo fiduciosi di riuscire nell’impresa della luce già entro l’anno». Quando ci riusciranno la nuova «tecnologia del buco nero» sarà preziosa per fabbricare celle solari molto più redditizie di quelle finora concepite. «E non serviranno più – nota Narimanov – grandi paraboloidi per concentrare e utilizzare la radiazione solare», come per esempio oggi accade per il solare termodinamico. È solo questione di tempo: dai principi cosmici arrivano così vantaggi quotidiani «energetici». E questi buchi neri da laboratorio non hanno nulla a che fare con i buchi neri che qualche giocherellone ha ipotizzato si possano fabbricare nei laboratori atomici del CERN a Ginevra. È tutta un’altra questione.

Giovanni Caprara

Corriere.it

08/10/2009

Dna: la prima «foto» tridimesionale

Dna: la prima «foto» tridimesionale

 

Ricostruita al computer la struttura «3D» della doppia elica, fondamentale per regolare l'attività dei geni, si attorciglia a formare un «frattale»


(Per gentile concessione Science/AAAS)
(Per gentile concessione Science/AAAS)

ROMA - «Fotografata» per la prima volta la struttura in 3D del Dna, ovvero la forma che assume la lunghissima doppia elica nel ripiegarsi su se stessa per occupare lo spazio ridottissimo, appena un centesimo di millimetro di diametro, del nucleo della cellula. Il Dna si attorciglia a formare un frattale (oggetto geometrico la cui struttura è la ripetizione di una forma su scale diverse) a forma di globulo, hanno spiegato ricercatori della Harvard University di Boston e del Massachusetts Institute of Technology. Secondo quanto riferito sulla rivista Science, metà del globulo è formata dai geni in un certo momento in funzione nella cellula, l'altra dai geni momentaneamente spenti e i filamenti di Dna sgusciano da una parte all'altra del frattale quando si devono attivare altri geni e spegnere quelli fino a quel momento accesi.

NON BASTA CONOSCERE LA SEQUENZA - Non è quindi sufficiente conoscere la struttura a «una dimensione» del genoma, ovvero la sua sequenza di codice, per capire come funziona. Infatti la struttura in 3D è fondamentale per regolare l'attività dei geni: quando una porzione di Dna è snodata, è accessibile al macchinario per far funzionare i geni, altrimenti questi restano spenti. Il Dna contiene una quantità enorme di informazione, miliardi di volte maggiore di quella contenuta nel chip di un computer, ha spiegato Job Dekker che ha diretto lo studio, ma finora non era chiaro come tutta questa informazione riuscisse a stiparsi nello spazio ridottissimo del nucleo e, allo stesso tempo, a funzionare.

LA TECNICA - La chiave per scoprirlo è stata usare una tecnica chiamata «Hi-C» che consiste prima nell'appiccicare tra loro i pezzi di Dna vicini nel nucleo e poi nel tagliuzzare questa matassa in milioni di pezzi, un puzzle che poi, ricostruito al computer, ha presentato la struttura di frattale. La natura, rilevano gli esperti, ha dunque scelto per l'architettura del Dna il frattale, col doppio pregio di impacchettare una grossa quantità di materiale in poco spazio e farla allo stesso tempo funzionare.

20/08/2009

«Ascoltato» il boato del «Big Bang»

«Ascoltato» il boato del «Big Bang»

 

Anche l'italia ha partecipato all'impresa. Il primo «tuono» dell'universo captato sotto forma di onde gravitazionali

 

Lo schema dell'antenna utilizzata per captare le onde gravitazionali
Lo schema dell'antenna utilizzata per captare le onde gravitazionali

ROMA - Si comincia a sentire il primo «tuono» dell'universo. Un nuovo importante passo avanti per catturare le tracce del Big Bang, ossia del momento in cui l'universo ha improvvisamente cominciato a espandersi, sotto forma di onde gravitazionali è stato raggiunto grazie ad un'antenna «grande come mezzo pianeta» e a una forte collaborazione internazionale, nella quale l'Italia ha un ruolo importante. La scoperta, pubblicata sulla rivista «Nature», è il risultato della collaborazione internazionale Ligo-Virgo, alla quale l'Italia partecipa con l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn).

LO STUDIO - Lo studio ha osservato per la prima volta il profilo delle onde gravitazionali generate dal primo minuto di vita dell'universo. Previste da Albert Einstein, le onde gravitazionali sono l'eco delle esplosioni gigantesche e violente che avvengono nell'universo, come il Big Bang che ha dato origine a stelle e galassie, o come l'esplosione delle stelle giunte alla fine del ciclo vitale (supernovae) o lo scontro tra buchi neri. Gli studiosi italiani che hanno partecipato al progetto sono stati coordinati per l'Italia da Francesco Fidecaro, dell'università di Pisa e dell'Infn ed hanno utilizzato una rete di quattro interferometri che insieme formano una gigantesca antenna che si estende dagli Stati Uniti all'Europa. Ne fanno parte l'interferometro italiano Virgo, che si trova a Cascina (Pisa) e gli interferometri del programma statunitense Ligo (Stato di Washington e in Louisiana) e l'interferometro tedesco di Hannover.

«ECO PRIMORDIALE» - Alla nascita dell’Universo si sono generati due grandi tipi di eco: quella dovuta al calore residuo della grande esplosione (la radiazione a microonde del fondo cosmico) e quella creata dal flusso di onde gravitazionali (increspature nel tessuto dello spazio tempo). Di queste due eco solo quella delle onde gravitazionali porta fino a noi le informazioni sul tempo immediatamente successivo al Big Bang. L’Universo primordiale infatti era trasparente solo per le onde gravitazionali, mentre per tutte le altre particelle non lo era. E’ per questo che l’eco della radiazione a microonde del fondo cosmico ci permette di «osservare» il cosmo solo, per così dire, circa 400 mila anni dopo l’esplosione iniziale. L’eco delle onde gravitazionali, il cosiddetto stochastic background o rumore di fondo stocastico, si presenta come la sovrapposizione di diverse onde come quelle sulla superficie di uno stagno ma di differenti altezze e direzioni. L’intensità di questo background ha una relazione diretta con i parametri che governano il comportamento dell’Universo durante il primo minuto dopo il Big Bang.

 

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23/07/2009

Zanzara tigre, lotta con metodi naturali

Zanzara tigre, lotta con metodi naturali

 

A Montecatini un progetto unico in Europa con le università di Pisa e Ratisbona. Trappole al posto degli insetticidi, pasticche non tossiche per distruggere le larve



La zanzara tigre (Aedes albopictus)







 

 

La zanzara tigre (Aedes albopictus)

 

MONTECATINI TERME (Pistoia)– Trappole al posto degli insetticidi, pasticche non tossiche per l’uomo per distruggere le larve e un atipico censimento per conoscere sesso e abitudini degli insetti e contarne le uova. L’ecologia entra in campo contro la zanzara tigre, la famigerata Aedes albopictus, a volte responsabile della trasmissione di malattie gravi, come chikungunya, dengue e a Montecatini Terme partorisce un progetto (con le università di Pisa e di Ratisbona) unico nel suo genere in Europa.

SPERIMENTAZIONE - La sperimentazione, che si conclude a dicembre, è già iniziata con i sopralluoghi di una di esperti che, aiutati dagli abitanti della città toscana, hanno censito tombini, grate, caditoie e ogni altro possibile focolaio all’interno delle aree private. Squadre «anti zanzara» hanno verificato giardini, cortili, terrazzi e infine, in base ai dati raccolti, sono stati pianificati gli interventi antilarvali e le installazioni delle trappole. «Le trappole sono box dalle dimensioni di trenta centimetri», spiega Fabio Macchioni, parassitologo, ricercatore all’Università di Pisa, «e contengono sostanze chimiche non tossiche che simulano il sudore umano e attraggono le zanzare. Servono soprattutto come monitoraggio per capire come è composta la popolazione delle zanzare. Per combatterle è importante conoscere se gli insetti sono giovani o vecchi, femmine o maschi. Dopo il censimento si stilano gli interventi che puntano, senza l’impiego di insetticidi, a distruggere le larve».

TRATTAMENTO - I ricercatori hanno scelto Montecatini come città modello per la sperimentazione perché morfologicamente ideale, grazie anche all’abbondanza di acqua e vegetazione e a un particolare tessuto urbano. «Il trattamento antilarvale nelle zone pubbliche e private viene eseguito ogni due-tre settimane», spiega Macchioni, «e sono impiegati prodotti assolutamente atossici per l’uomo ed ecologici per l’ambiente. In alcuni casi sono state distribuite ai cittadini pasticche da usare nei sottovasi». I ricercatori prelevano anche periodicamente le zanzare finite nelle trappole. Ci sono anche «ovitrappole» per contare il numero di uova di zanzara tigre deposte e fare proiezioni e acquisire una stima sulla densità dell’insetto in ogni area studiata. «Con l’Hrl, lo Human Landing Rate», spiegano ancora gli esperti, «si valuta poi l’effettivo numero di zanzare che pungono o tentano di pungere lo sperimentatore in un intervallo di tempo di mezz’ora».

Marco Gasperetti

04/07/2009

Il nuovo lato della Luna

Il nuovo lato della Luna

 

Le prime immagini inviata a terra dalla sonda LRO della Nasa. Iniziato il nuovo lavoro di mappatura del satellite. Primi scatti nella regione conosciuta come Mare Nubium

 

 


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La Nasa è soddisfatta: la sonda LRO ha scattato e inviato sulla Terra le prime nitide immagini della superfice lunare. Lo scopo principale della missione è realizzare la più accurata mappatura che sia mai stata prodotta. E verificare l'eventuale presenza di residui di ghiaccio o acqua. La mappatura della Luna è così cominciata. La Nasa è tornata sul nostro satellite con due sonde, la LRO (Lunar Reconnaissance Orbiter) e la LCO (Lunar Crater Observation and Sensing Spacecraft), inviate a metà giugno.

 

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LE FOTO - Le camere a bordo, accese il 30 giugno, hanno inviato le prime immagini della sonda LRO. Documentano i crateri presenti nella regione conosciuta come Mare Nubium, sul versante meridionale. «Le fotocamere hanno appena cominciato a lavorare e fin qui funzionano in modo ottimale», ha comunicato l'agenzia spaziale statunitense. La missione, dal costo di 483 milioni di euro, tra l'altro, dovrà cercare sulla superfice lunare potenziali avamposti e punti d'atterraggio sicuri per future missioni lunari, oltre alla presenza di acqua ai poli. L'ultima volta dell'uomo sulla Luna è stato nel 1972 con un equipaggio americano. La LRO circumnavigherà la Luna in un'orbita elittica, analizzerà e mapperà la superfice del satellite da una distanza di 50 chilometri per la durata di un anno.

29/06/2009

«Scappo. Qui la ricerca è malata»

«Scappo. Qui la ricerca è malata»

 

Cervelli in fuga - Rita Clementi, 47 anni, 3 figli: sistema antimeritocratico. Lettera della precaria che scoprì i geni del linfoma

 

Una laurea in Medicina, due spe­cializzazioni, anni di contratti a termine: borse di studio, co.co.co, consulenze, contratti a progetto, l’ultimo presso l’Istituto di geneti­ca dell’Università di Pavia. Rita Cle­menti ( foto a sinistra), 47 anni, la ricercatrice che ha scoperto l’origi­ne genetica di alcune forme di lin­foma maligno, in questa lettera in­dirizzata al presidente della Re­pubblica Napolitano racconta la sofferta decisione di lasciare l’Ita­lia. Da mercoledì 1˚luglio lavorerà come ricercatrice in un importan­te centro medico di Boston.

Rita Clementi, 47 anni
Rita Clementi, 47 anni

Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?

Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che...

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza... Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.

Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.

Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi

18/06/2009

Fusione nucleare: costi più alti e tempi più lunghi del previsto

Fusione nucleare: costi più alti e tempi più lunghi del previsto

 

La data di accensione del reattore slitterà dal 2018 al 2025. Passa da 5 a 10 miliardi di euro il prezzo del megaprogetto internazionale «Iter»

 

Il plastico della centrale a fusione nucleare del progetto Iter (Afp)
Il plastico della centrale a fusione nucleare del progetto Iter (Afp)

Viene paragonato a un frammento di Sole racchiuso in una bottiglia che, almeno si spera, dovrebbe dare energia illimitata. Questa è l’immagine più semplice ed efficace per fare capire qual è l’obiettivo di «Iter», il megaprogetto di un prototipo di reattore a fusione nucleare con cui si vorrebbe ricreare, in uno speciale contenitore, lo stesso tipo di energia delle stelle. Un progetto ambizioso, a vasta partecipazione internazionale, che ripropone in chiave moderna il mito di Prometeo, il donatore del fuoco perpetuo al genere umano. Ma come l’infelice storia di Prometeo, anche quella di Iter corre il rischio di trasformarsi in un tormentone. Proprio mentre a Mito, in Giappone si sono riuniti i rappresentanti dei sette Paesi che hanno dato vita alla grande collaborazione scientifica (Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Cina, Giappone, India e Corea) per fare il punto sullo stato dei lavori, la Bbc ha ripreso alcune indiscrezioni sulla preoccupante lievitazione dei costi del progetto e sui ritardi che potrebbe accumulare.

COSTI E TEMPI- I costi complessivi del progetto ITER sarebbero passati dalla previsione iniziale di quasi 5 miliardi di euro formulata nel 2001 a oltre 10 miliardi; i tempi di accensione del prototipo sarebbero slittati in avanti di alcuni anni, dal 2018 al 2025; e quanto alla speranza di arrivare a una filiera operativa di centrali a fusione nucleare, non si parlerebbe più di qualche decennio ma addirittura di un secolo. Il comunicato ufficiale uscito dalla riunione giapponese non fa cenno a questa sfilza di preoccupazioni e il direttore generale del progetto, il giapponese Kaname Ikeda, si limita a parlare genericamente della messa in opera di «un nuovo modello di cooperazione globale sotto agli occhi del mondo intero», e della sua fiducia che siamo «nella strada giusta per dimostrare che la fusione nucleare è una fonte di energia senza limiti e sicura». Ma le preoccupazioni diffuse dalla Bbc sono state confermate a Corriere.it dal professor Romano Toschi, che è il rappresentante italiano del Ministero della Ricerca Scientifica presso il Comitato consultivo Europeo sulla Fusione (CCFU): «Sono io stesso l’autore dell’ultimo Rapporto sui costi e posso precisare che, a causa soprattutto degli aumenti delle materie prime, calcoliamo che solo il contributo europeo alla realizzazione della macchina passerà dai circa 2,5 miliardi di euro a 5. E poiché l’Europa deve coprire circa il 45% della spesa, si può dedurre a quanto ammonterà il costo totale».

IL SITO - In conseguenza degli aumenti anche la quota di partecipazione italiana è destinata a raddoppiare, passando da circa 300 a 600 milioni di euro, almeno la metà dei quali, tuttavia, dovrebbero rientrare sotto forma di commesse alle nostre industrie che contribuiranno a costruire i vari pezzi della macchina. Il maggiore onere economico in assoluto sarà a carico della Francia che si è aggiudicata, in cambio, l’assegnazione del sito in cui sorgerà l’impianto. Si tratta di Cadarache, una sessantina di km da Marsiglia, dove, in un’area di 400 mila metri quadrati, sono già iniziati i lavori che ospiteranno il reattore e tutte le infrastrutture accessorie.

LA «BOTTIGLIA» - Quanto alla «bottiglia» in cui dovrà essere riprodotto un pezzettino di Sole, essa sarà costituita da un contenitore a forma di ciambella, un tokamak per usare il gergo dei fisici. Al suo interno un plasma di deuterio e trizio (due parenti stretti dell'idrogeno), tenuto sospeso da un intenso campo magnetico, sarà portato fino a temperature di 100 milioni di gradi. In queste condizioni fisiche i nuclei atomici di deuterio e trizio saranno forzati a incollarsi l'uno all'altro, avviando la reazione di fusione nucleare. Il processo darà luogo alla formazione di neutroni altamente energetici che libereranno il calore necessario al funzionamento di una turbina a vapore per la generazione di elettricità. Nei tanti tokamak realizzati finora il processo di fusione è durato solo una manciata di secondi, poi si è arrestato a causa di forti turbolenze. Iter dovrebbe riuscire a governare meglio il plasma per poter accendere e spegnere il processo di fusione secondo le necessità.

Franco Foresta Martin

29/05/2009

Un fantasma intorno al buco nero

Un fantasma intorno al buco nero

 

Offre la possibilità di indagare quanto è accaduto quando l’universo era molto giovane. È ciò che rimane dopo che radiazioni zampillate dal corpo celeste sono scomparse

 

MILANO - C’è un fantasma intorno a un buco nero. Lo hanno proprio chiamato così, «fantasma cosmico», gli astronomi americani che l’hanno scoperto grazie al satellite Chandra della Nasa. Ed è la prima volta che viene avvistato un fenomeno del genere attorno a un «mostro» del cielo. Il fantasma è ciò che rimane dopo che altre radiazioni zampillate dal buco nero sono scomparse. Per questo esso testimonia un’imponente eruzione prodotta dal buco nero offrendo la possibilità agli scienziati di indagare quanto è accaduto in un tempo lontano quando l’universo era ancora molto giovane.

FORMA DI SIGARO - Il fantasma che ha la vaga forma di un sigaro lungo poco più di due milioni di anni luce, si mostra come una sorgente azzurra ripresa dal satellite (specializzato nel cogliere la radiazione X). Battezzato HDF 130 si trova a circa 10 miliardi di anni luce dalla Terra e la sua origine risale a tre miliardi di anni dopo il Big Bang quando stelle e galassie si formavano a grande ritmo. La potenza dell’eruzione è calcolata pari a miliardi di supernovae (che sono le esplosioni degli astri alla fine della loro vita) . Essa produceva grandi quantità di onde radio e radiazioni X, ma le prime si disperdevano e gli elettroni meno energetici interagendo con il mare di fotoni rimasti dopo il big bang producevano raggi X.

EMISSIONE RADIO - “Il fantasma ci racconta che l’eruzione è avvenuta dopo molto tempo la creazione del buco nero” spiega Scott Chapman della Cambridge University. Altri fenomeni del genere erano stati prima osservati solo provenienti dalle galassie. Nel fantasma HDF 130 è stato rilevato un solo punto emittente in radio e questa è la “firma” della presenza di buco nero supermassiccio.

Giovanni Caprara

20/05/2009

Scoperta la vita nell'inaccessibile lago sottomarino Urania

Scoperta la vita nell'inaccessibile lago sottomarino Urania

 

STUDIO DELL'UNIVERSITA' DI MILANO. Nel Mediterraneo, a 3.5000 metri di profondità alcuni batteri vivono in condizioni «extraterrestri»

 

Nel Mediterraneo, a 3.5000 metri di profondità alcuni batteri vivono in condizioni «extraterrestri» . Nella foto una delle strumentazioni usate per le riceche svolte in ambienti sottomarini a grandi profondità (www.sisuni.unimi.it)
Nel Mediterraneo, a 3.5000 metri di profondità alcuni batteri vivono in condizioni «extraterrestri» . Nella foto una delle strumentazioni usate per le riceche svolte in ambienti sottomarini a grandi profondità (www.sisuni.unimi.it)

ROMA - Scoperte forme di vita nel lago sottomarino Urania, uno dei luoghi più inaccessibili della Terra, a oltre 3.500 metri di profondità nel Mediterraneo, dove non c'è luce nè ossigeno.
Le condizioni a quel livello sono paragonabili a quelli della Terra primordiale e ad ambienti extraterrestri, come quello di Europa, uno dei satelliti del pianeta Giove, o di Marte.

SCOPERTA ITALIANA - La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori guidato dall'Università degli Studi di Milano ed è in pubblicazione questa settimana su Pnas, la rivista scientifica americana Proceedings of the National Academy of Sciences of the Usa. La ricerca, pubblicata con il titolo «Sulfur cycling and methanogenesis primarily drive microbial colonization of the highly sulfidic Urania deep hypersaline basin», rivela infatti i processi metabolici che sostengono una stupefacente oasi di vita microbica nel lago Urania, uno degli ambienti più estremi e inospitali del pianeta Terra. Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università di Milano, guidati da Daniele Daffonchio e Sara Borin del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari e Microbiologiche della Facoltà di Agraria, in collaborazione con nove altri gruppi di ricerca italiani ed europei.

IPERSALINITÀ - «Urania -spiegano i ricercatori- è uno dei bacini anossici ipersalini situati nel Mar Mediterraneo orientale ad una profondità superiore ai 3.500 metri. Questi laghi hanno concentrazione saline fino a dieci volte più alta di quelle dell'acqua marina sovrastante. Profondità e ipersalinità sono, però, solo due dei fattori che concorrono a rendere Urania uno degli ambienti più estremi del pianeta». «Altri fattori di stress - continuano i ricercatori - sono l'assenza di luce ed ossigeno, e in particolare per il Lago Urania, dato che lo differenzia dagli altri laghi sottomarini, la presenza di elevate concentrazioni di metano e idrogeno solforato. Il bacino Urania è tra gli ambienti marini noti più ricchi in quest'ultimo composto, che qui supera abbondantemente la soglia di tossicità per molti organismi, incluso l'uomo.

COMUNITÀ DI MICROORGANISMI - Nel loro studio, i ricercatori hanno descritto l'esistenza di una complessa comunità di microrganismi lungo la colonna d'acqua del lago Urania, particolarmente concentrati e stratificati nel sottile strato che separa le zone ipersaline dalla normale acqua marina sovrastante. «In questo strato, di soli 2 metri rispetto ad una colonna d'acqua di più di 3.500 metri, -sottolineano gli scienziati- si genera una differenza di salinità e di nutrienti in grado di sostenere particolari attività metaboliche». «I fattori che regolano la produttività di questo ecosistema estremo -aggiungono- sono risultati legati a metabolismi energetici tipicamente microbici, basati su reazioni di riduzione ed ossidazione delle specie chimiche dello zolfo e sulla produzione di metano, unitamente allo sfruttamento della "dark energy", una forma di energia chimica indipendente dalla luce e dai processi fotosintetici». Secondo i ricercatori, infine, «la scoperta dei processi metabolici e dei microrganismi che sostengono i cicli degli elementi e della vita nel lago sottomarino Urania fornisce un solido punto di partenza per formulare ipotesi sulla vita primordiale sul nostro pianeta o su altri corpi celesti. Inoltre, le capacità metaboliche dei microrganismi adattati a vivere nel lago Urania costituiscono una risorsa biotecnologica con potenziali applicazioni in molte attivitá antropiche».

 


15/05/2009

Lo scienziato italiano che guarderà l’origine dell’universo

Lo scienziato italiano che guarderà l’origine dell’universo

 

Remo Mandolesi 64 anni, da 17 lavora a questo progetto, seguirà il telescopio lanciato dall’Esa in Guyana

 

Remo Mendolesi
Remo Mendolesi


KOUROU (Guyana France­se) — A volte i sogni si realiz­zano. «Sì, è vero, e ci ho sem­pre creduto, nonostante le difficoltà. Adesso finisce una storia durata diciassette anni e ne inizia un’altra per la quale mi preparo da una vita». Reno Mandolesi, 64 anni, capelli bianchi e sguardo tor­nato sorridente dopo la ten­sione per il lancio, ha appe­na visto alzarsi nel cielo del­la foresta amazzonica e vola­re nello spazio il grande raz­zo Ariane-5 con nascosti nel­la punta i due telescopi co­smici Herschel e Planck del­l’Agenzia spaziale europea Esa. Mandolesi, direttore del­l’Istituto di fisica cosmica dell’Istituto nazionale di astrofisica a Bologna, è l’ita­liano che viaggerà nel tem­po perché sotto la sua guida è nato uno dei due strumen­ti imbarcati su Planck con i quali scrutare nelle nostre origini. L’altro è il francese Jean-Loup Puget dell’Insti­tut d’Astrophysique Spatiale di Orsay. Alle loro spalle ci sono 400 scienziati in tutta Europa. «In realtà — precisa Man­dolesi — si tratta di due par­ti di uno stesso occhio, che permetteranno di raccoglie­re una precisa fotografia del­l’universo 380 mi­la anni dopo il Big Bang, quando era appe­na grande come un’arancia, formato da atomi di idroge­no, particelle varie e molta radiazione».

LA SCELTA - L’impresa non è stata faci­le. «Proposi l’idea all’Esa an­cora nel 1992. Quando ven­ne scelta quattro anni dopo, fra 55 giunte da tut­ti i Paesi, brin­dai: è stato uno dei momenti più belli. Non tutto, però, è filato liscio». Vedere che cosa è succes­so poco più di 13 miliardi di anni fa, perché tanto ha im­piegato la luce ad arrivare si­no a noi, è stato, innanzitut­to, una sfida tecnologica. «Mi ero innamorato dell’ar­gomento sentendo che negli Stati Uniti Penzias e Wilson avevano ottenuto, per caso, a metà degli anni Sessanta una grande scoperta: l’uni­verso era permeato della ra­diazione fossile rimasta do­po il Big Bang. Vi dedicai la tesi di laurea e da allora di­venne la ragione della mia esistenza». Ma era solo l’inizio. «Ave­vo stretto un buon rapporto di collaborazione con l’ameri­cano George Smoot. Le cose, però, cambiavano quando lui decideva di costruire con la Nasa il satellite Cobe per ottenere un’im­magine di quel mon­do primordiale di cui la radiazione fossile era la trama. Ci riusci­va e nel 2006 conqui­stava il Premio Nobel».

LA SFIDA - La sfida era solo alle pri­me battute; il risultato servi­va soprattutto a confermare un’idea. Bisognava dunque andare oltre. A questo (dopo un secondo piccolo passo compiuto da Wilkinson, un altro satellite Nasa) rispon­de Planck, costato 700 milio­ni di euro, costruito dalle in­dustrie europee guidate da Thales Alenia Space e inte­grato anche nelle camere bianche di Torino. Lassù, in un punto lontano 1,5 milio­ni di chilometri dalla Terra il telescopio misurerà variazio­ni di temperatura di un mi­lionesimo di grado. «Così— aggiunge Mandolesi — riu­scirà a mostrare in dettaglio la struttura dell’Universo con l’obiettivo di spiegare pure la natura della materia e dell’energia chiamate 'oscure', perché se ne igno­rano le caratteristiche».

LE DIFFICOLTÀ - Ma in 17 anni ci sono sta­te anche sorprese spiacevoli. «Purtroppo ad ogni cambio di amministrazione dell’Asi che sosteneva la partecipa­zione al progetto europeo con 29 milioni di euro, tutto vacillava ed era rimesso in discussione. Intorno al Due­mila ho temuto il peggio. I fi­nanziamenti venivano bloc­cati per due anni: ero terro­rizzato di dover chiudere. Venne in soccorso Thales Alenia Space che, proseguen­do comunque il lavoro, ci permise di sperimentare lo strumento nei suoi laborato­ri di Milano. Ciò consentì di rispettare gli impegni euro­pei e quando venne installa­to sul satellite funzionò alla perfezione. Ho un ricordo di grande felicità: dallo spettro del baratro alla vittoria. Po­co dopo, purtroppo, venni sconfitto — prosegue Man­dolesi —. Si doveva aggiun­gere all’apparato una nuova parte ad altissima tecnologia e doveva essere italiana. In­vece l’Asi lo impediva la­sciando che la fornissero gli americani. Il rifiuto mi fece molto male». Superati gli ostacoli, ora è il momento della scienza e nel team europeo di Planck ci sono anche Marco Bersa­nelli dell’Università di Mila­no e Andrea Zacchei che al­l’Osservatorio di Trieste co­ordinerà il centro dove sa­ranno raccolti i risultati. Si aspettano scoperte.

Giovanni Caprara

14/05/2009

Come saranno le case su Marte

Come saranno le case su Marte

 

PENSARE IL FUTURO. I progettisti si preparano a costruire case per mondi più leggeri del nostro

 

Sulla Luna ci siamo stati per la prima volta giusto 40 anni fa. Non so di preciso quando arriveremo su Marte. Ma il bambino, più probabilmente la bambina, che camminerà per prima su Marte è già nata, anche se è ancora piccola e non sappiamo chi sia. E sulla Luna ci torneremo presto, forse per restarci. Non che la Luna o Marte siano posti divertenti per una vacanza: niente spiagge con palme o chalet svizzeri, non c’è neanche l’aria per respirare e niente bikini, fa un freddo terribile. Ma la gravità di entrambi i corpi celesti è molto minore di quella della Terra, un sesto sulla Luna e un terzo su Marte. E così, mentre noi scienziati spaziali costruiamo le missioni per andarci, si progettano case extraterrestri.

L'architetto Hans-Jurgen Rombaut, dell’Accademia di Architettura di Rotterdam, che ha ideato un hotel di lusso sulla Luna
L'architetto Hans-Jurgen Rombaut, dell’Accademia di Architettura di Rotterdam, che ha ideato un hotel di lusso sulla Luna

UN HOTEL «LUNARE» - Hans-Jurgen Rombaut, dell’Accademia di Architettura di Rotterdam, ha pensato un hotel di lusso sulla Luna, che sfrutta, anzi esalta le condizioni di bassa gravità: una vera macchina per sensazioni. Due grandi torri inclinate da 160 metri (non solo bassa gravità, ma niente vento né terremoti sulla Luna !), di materiale locale: in fondo la Luna è solo un vecchio pezzo di Terra. Ovviamente, le torri saranno pressurizzate, così i turisti lunatici potranno fare free climbing alla grande e provare l’emozione del volo umano con degli speciali vestiti da pipistrello, ideale per tonificare i pettorali. Per riposarsi, Rombaut a pensato a romantiche capsule indipendenti, fatte a goccia e appese a mezz’aria, per dare l’impressione di essere ancora in una astronave.

Il numero di Bravacasa in edicola
Il numero di Bravacasa in edicola

CASE MARZIANE - Marte è ancora più attraente della Luna: il giorno dura circa 24 ore (mentre sulla Luna la notte dura due settimane…) e ci sono dei tramonti bellissimi, col Sole pallido che cala sulle sabbie rosse. Se i greci fossero stati su Marte, la nostra bambina, diventata astronauta, al suo sbarco potrebbe vedere dei templi bellissimi. Eleganti come il Partenone, ma molto più arditi per lo slancio delle colonne e la leggerezza ed arditezza degli architravi. Per non parlare delle Cariatidi, che terrebbero su tutto con un dito. Purtroppo, non è facile che Ulisse sia andato su Marte a fare templi, nè il Bernini a farvi colonnati, ma è divertente immaginarli. Deprimente invece pensarli su Giove dove, con gravità quasi tre volte quella della Terra, le impossibili colonne sarebbero basse e grasse. Come scienziato, propongo di progettare le case marziane secondo i canonici tre criteri di Vitruvio: firmitas, utilitas, venustas. La solidità (firmitas) è facile: bassa gravità e assenza di grossi terremoti. Il materiale da costruzione è disponibile in abbondanza, in un caldo color mattone. L’utilità (utilitas) è ovvia: non si può stare tanto all’aperto su Marte, in una continua pioggia di radiazioni di tutti tipi. Meglio stare in casa, la cui venustas (la bellezza, l’estetica) oltre che dallo slancio delle linee, sarebbe assicurata da una cupola astronomica per guardare passare le due piccole, velocissime lune marziane e poi quel puntino blu lontano, la Terra.

Giovanni Bignami

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08/05/2009

Viaggiare più veloci della luce

Viaggiare più veloci della luce

 

Due fisici statunitensi stanno studiando la possibilità di superare realmente questo limite, «come in star trek»

 

Un'immagine da «Star Trek»
Un'immagine da «Star Trek»

MILANO - Avete mai pensato di viaggiare a bordo dell’Enterprise alla velocità della luce? O addirittura di superarla? Il vostro sogno potrebbe diventare realtà. Mentre cresce la febbre per l’uscita al cinema dell'undicesimo film della saga di Star Trek, due scienziati americani stanno studiando una nuova possibilità per raggiungere la «propulsione a curvatura». E per il momento non avrebbero trovato alcun impedimento che vada a scontrarsi con le leggi della fisica.

PROPULSIONE A CURVATURA - Per chi non fosse un seguace della celebre saga televisiva e cinematografica, la velocità di curvatura consente ai terrestri protagonisti della storica serie tv degli anni Sessanta di creare le premesse per il primo contatto con i vulcaniani, la specie del celeberrimo Spock, già in possesso della tecnologia e che, per prassi, instaura rapporti esclusivamente con civiltà che ne se sono giunte a conoscenza. Un motore a curvatura, in termini semplici, avrebbe un effetto simile a quello di un elastico, contraendo lo spazio davanti alla navicella e dilatando quello retrostante.

LO STUDIO - Secondo quanto riportato dal sito statunitense Science Daily , due fisici americani sarebbero al lavoro per realizzare questa spinta fantascientifica nel mondo del reale. Gerald Cleaver e Richard Obousy, infatti, sono convinti che manipolando una porzione di spazio attraverso un’ingente concentrazione di energia si potrebbe arrivare alla creazione di una «bolla» in grado di spingere l’astronave a una velocità ben superiore rispetto a quella della luce. Un effetto del tutto simile a quello derivante dal cavalcare un’onda. Presupposto necessario agli studi dei due scienziati è la M-theory , un recente sviluppo della Teoria delle stringhe che aumenta le dimensioni dell’universo a undici. Sarebbe, infatti, proprio attraverso l’intervento in questa undicesima dimensione che si creerebbe l’energia necessaria a questa super propulsione, nello stesso modo in cui potrebbe essersi espanso l’universo dopo il Big Bang.

FUTURO LONTANO - La Teoria della relatività di Einstein non esclude la possibilità di superare la velocità della luce, ma asserisce che per farlo sarebbe necessaria una quantità di energia infinita. Quantità che invece Cleaver e Obousy hanno ricalcolato e che risulterebbe pari "soltanto" all’intera massa di Giove. Il viaggio interstellare alla ricerca di nuovi mondi e nuove civiltà potrebbe diventare qualcosa di più di un semplice espediente cinematografico, anche se probabilmente passerà molto tempo prima che si riesca a creare la tecnologia in grado di sfruttare questo tipo di energia.

Simone D’Ambrosio

06/05/2009

Cavie digitali per i farmaci contro Alzheimer e morbo di Parkinson

Cavie digitali per i farmaci contro Alzheimer e morbo di Parkinson

 

Iniziativa in collaborazione con ibm. Il progetto «Blue Brain» vuole ricostruire un cervello artificiale per testare le nuove terapie

 

MADRID – Il procedimento si ispira a quello dei simulatori di volo: un cervello digitale manifesta i sintomi di alcune patologie gravi, come l’Alzheimer o il Morbo di Parkinson, e i ricercatori gli «somministrano» i medicinali di nuova creazione studiandone gli effetti sul monitor. La possibilità, affascinante soprattutto per le cavie in carne e ossa, attualmente in servizio nei laboratori farmaceutici, non è poi così aleatoria, se continueranno a progredire il lavoro dell’équipe internazionale intorno a «Blue Brain», il primo e più avanzato studio per la ricostruzione artificiale della struttura cerebrale di un mammifero e delle sue reazioni. «Ci permetterà di condurre centinaia di migliaia di esperimenti senza mettere a repentaglio i malati» si entusiasma il coordinatore, lo spagnolo José Maria Peña, docente alla facoltà di informatica dell’Università Politecnica di Madrid. Intervistato dal quotidiano Abc, il cattedratico è convinto che il progetto apra la strada a una sperimentazione totalmente innovativa e dalle potenzialità quasi sconfinate: sarà possibile provare «tutti gli scenari clinici» e nuove strade per la cura di malattie neurodegenerative, tumori, schizofrenia, autismo.

UN PROGETTO PARTITO NEL 2005 - L’impresa è a buon punto, ma ancora abbastanza lontana dalla meta. Attualmente è stata ricostruita una piccola parte del cervello con risultati ritenuti «soddisfacenti» e l’intera neocorteccia cerebrale dovrebbe essere pronta entro il 2010. Il progetto «Blue Brain» risale al 2005, per iniziativa della Scuola Politecnica di Losanna e dell’Ibm La «cavia digitale», secondo i suoi creatori, si trasformerà in uno strumento informatico indispensabile alla ricerca medica e fornirà risposte anche a molti dei grandi enigmi dei neuro-scienziati sul funzionamento del cervello umano, sulle sue differenze o similitudini con quello di altri mammiferi. Si presenta, su scala mondiale, come il primo tentativo di «ingegneria inversa» (che ricava informazioni partendo da un prodotto finito e smontandone i componenti) applicata al cervello dei mammiferi.

Elisabetta Rosaspina

01/05/2009

La macchina fotografica più veloce del mondo

La macchina fotografica più veloce del mondo

 

Sarà utilizzata per scopi scientifici. E’ stato realizzato nuovo sistema in grado di catturare oltre sei milioni di immagini in un secondo

 

La nuova macchina fotografica scatta immagini ogni 163 nanosecondi (T.Sato)
La nuova macchina fotografica scatta immagini ogni 163 nanosecondi (T.Sato)

MILANO - Realizzata nei laboratori della University of California di Los Angeles, la foto-videocamera più veloce mai esistita utilizza una tecnologia denominata Steam (Serial Time Encoded Amplified Microscopy Steam), sviluppata dal professor Bahram Jalali, ed è dotata di un otturatore capace di lavorare 6 milioni di immagini al secondo, ovvero un’istantanea per ogni mezzo miliardesimo di secondo. Ma in futuro il numero di immagini immortalate al secondo potrebbe salire a 10 milioni, equivalente a una velocità duecento volte superiore rispetto a una video camera standard.

E LA LUMINOSITA’? - A questo punto ci si chiede se la velocità non penalizzerà la luminosità degli scatti, poiché la maggior rapidità si traduce inevitabilmente in una minor quantità di luce in entrata. A questo provvede la tecnologia Steam, che spara un impulso di laser infrarosso a una differente lunghezza d'onda per ogni pixel catturato. Proprio per questo motivo attualmente lo Steam funziona con immagini con pochi pixel (massimo 3000), il che significa che la strada verso la commercializzazione è ancora molto lunga.

A CHE COSA SERVE – Il futuro impiego di questa miracolosa tecnica, la cui peculiarità è di utilizzare solo un detector (diversamente dai milioni di detector impiegati dalle sue colleghe), sarà soprattutto in ambito scientifico. Basta immaginare quanto potrebbe essere preziosa una tecnica così veloce nel fotografare i meccanismi di riproduzione cellulare o per osservare i processi di comunicazione tra cellule o ancora l’attività neuronale. La Steam camera infatti si distingue proprio per l’abilità di catturare immagini continuamente. In un approfondimento pubblicato su Nature i tre sviluppatori dell’Ucla, Keisuke Goda, Kevin Tsia e Bahram Jalali, spiegano nei particolari il nuovo approccio che caratterizza la loro macchina fotografica. Con un occhio molto attento al futuro.

Emanuela Di Pasqua

Tecnologia: scienziati vicini al "mantello dell'invisibilita'"

Tecnologia: scienziati vicini al "mantello dell'invisibilita'"

 

Gli scienziati americani e inglesi sono riusciti a rendere invisibili gli oggetti alla luce vicina agli infrarossi. E' nato, quindi, il mantello dell'invisibilita', proprio come nella storia di Harry Potter. Il nuovo modello elaborato dai ricercatori non contiene filamenti metallici che inducono un'invisibilita' non perfetta. Invece dei metalli, e' stato usato silicone, un materiale che assorbe poca luce. Il mantello riesce a cancellare, quindi, la forma di cio' che vi e' nascosto sotto, ricoprendolo come fa l'acqua attorno a una roccia e da' l'impressione di una superficie piatta. Si tratta di un grande passo in avanti verso la costruzione di un mantello dell'invisibilita' che funzioni con tutti i raggi di luce visibili. La scoperta e' stata pubblicata dalla rivista scientifica "Nature Materials".

11/04/2009

A caccia dell'origine della Luna

A caccia dell'origine della Luna

 

Due sonde della Nasa sulle tracce degli asteroidi THEIA. Una coppia di questi piccoli pianeti potrebbe aver formato l'oggetto cosmico che, scontratosi con la Terra, diede origine al nostro satellite naturale

 

Una sonda Stereo della Nasa
Una sonda Stereo della Nasa

Lo chiamano “Pianeta Theia” e la coppia delle sonde Stereo della Nasa sta puntando i suoi obiettivi per cercarlo. «E’ solo un’ipotesi - precisano Edward Belbruno e Richard Gott, teorici dell’Università americana di Princeton – ma da verificare». E’ un’interessante idea, infatti, e se fosse vera, e presto lo sapremo, completerebbe l’intrigante questione del come si è formata la Luna. Ora la spiegazione più accreditata è che sia nata come conseguenza dello scontro di un corpo della taglia di Marte schiantatosi sulla superficie terrestre sollevando un’imponente nuvola di materia poi coagulatasi formando la Luna che vediamo. Le indagini sulla sua natura, infatti, dimostrerebbero il miscuglio di materia dei due corpi. Ma da dove è arrivato l’imponente bolide cosmico che ci è caduto addosso?


 

 

L'ORIGINE DELLA CORSA CONTO LA TERRA - L’ipotesi di Belbruno e Gott è che provenga da

Lo schema dei luoghi dove avviene la ricerca (punti di Lagrange)
Lo schema dei luoghi dove avviene la ricerca (punti di Lagrange)

qualcuno dei cinque punti di Lagrange nello spazio circostante la Terra, la Luna e il Sole, dove le forze di gravità creano delle zone neutre nelle quali un veicolo spaziale o un pianetino possono sostare indisturbati. Gli scienziati pensano che i piccoli corpi presenti in almeno due di questi punti (L4-L5) si siano fusi creando un pianeta più consistente analogo appunto a Marte. E poi per interferenze cosmiche avrebbe iniziato la sua corsa scontrandosi con il nostro pianeta. Ora la coppia delle sonde Stereo guarderà appunto in L4 e L5 cercando quelli che sono stati battezzati “Theiasteroid”. Se li troveranno l’ipotesi dei due studiosi sarà rafforzata. Se non sarà così dovranno inventarsi un’altra soluzione.

Giovanni Caprara

04/04/2009

Batterie ricaricabili «a virus»

Batterie ricaricabili «a virus»

 

Messe a punto al MIT DI BOSTON. Possono produrre energia sufficiente ad alimentare telefonini e lettori Mp3

 

Una delle pile (il disco al centro) a «virus» che sono servite a far funzionare un piccolo dispositivo (Mit-Donna Coveney)
Una delle pile (il disco al centro) a «virus» che sono servite a far funzionare un piccolo dispositivo (Mit-Donna Coveney)

 

 

 

 

I virus non sono più solo una minaccia per la nostra salute: sono diventati nuovi alleati nella produzione di bio-batterie. Arriva infatti dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) la notizia che i ricercatori americani sono riusciti a utilizzare un virus nella costruzione di batterie efficienti ma soprattutto ecosostenibili.

LA SCOPERTA – Il virus batteriofago M13 è stato modificato geneticamente e in sostanza trasformato in un piccolo elettrodo che, interagendo con nanotubi di carbonio, dà luogo a un materiale ad alta conduttività. Questa tecnologia permette di produrre una quantità di energia sufficiente ad alimentare telefonini, lettori Mp3 e magari – in futuro – anche automobili ibride. Secondo i ricercatori, per esempio, sarebbe possibile triplicare l’autonomia delle batterie di un iPod.

PIÙ «VERDI»– Oltre che performanti, le «batterie a virus» sarebbero più «verdi» rispetto a quelle che conosciamo e che sappiamo essere una minaccia per l’ambiente. Come spiegato da Angela Belcher – che assieme a Paula Hammond è alla guida del team di scienziati che lavorano al progetto – si parla di «tecnologia pulita», poiché prodotta da un organismo vivente e con l’utilizzo di materiali non tossici e solventi organici non pericolosi. E mentre qualcuno probabilmente si domanda se sia davvero sicuro avere a che fare con tecnologie a base di virus, i ricercatori stanno già lavorando alla seconda generazione di bio-batterie, che presto potrebbe entrare ufficialmente in produzione

Alessandra Carboni

01/04/2009

Studia la chiocciola del tuo giardino e partecipa a una ricerca sull'evoluzione

Studia la chiocciola del tuo giardino e partecipa a una ricerca sull'evoluzione

 

L’Europa intera è invitata a partecipare. Basta osservare le sue caratteristiche e inviarle via Internet a un archivio inglese

 

Una ricerca avviata dalla Open University e dallo University College di Londra punta a coinvolgere tutta la popolazione europea nel censimento delle chiocciole di terra - Cepaea nemoralis - in modo da raccogliere il maggior numero possibile di dati sulle varie trasformazioni che questi molluschi hanno subito negli ultimi decenni. Il tutto al fine di comprendere nuovi aspetti dell’evoluzione degli esseri viventi sulla Terra, perché – come ha spiegato il professor Jonathan Silvertown della Open University – la Cepaea nemoralis «è un organismo perfetto: molto comune e facilmente analizzabile».

CENSIMENTO – A tal fine gli scienziati responsabili dell’Evolution MegaLab (come è stato battezzato lo studio) chiedono ai cittadini di diventare ricercatori e tenere gli occhi aperti per rilevare l’eventuale presenza delle chiocciole nei propri giardini, nei boschi o nei parchi pubblici, quindi analizzarle seguendo le istruzioni fornite dai coordinatori dell’iniziativa e infine inviare via internet le informazioni raccolte. I dati ricevuti saranno paragonati con quelli già presenti negli archivi degli istituti inglesi, così da far emergere differenze e sviluppi avvenuti nel tempo nelle aree di riferimento.

L’IMPORTANZA DELLE DIFFERENZE – Sulle pagine web italiane di Evolution Megalab viene spiegato che le striature sui gusci delle lumache possono dirci molte cose e che sarebbe interessante capire, per esempio, se la densità di alcuni uccelli che si nutrono delle chiocciole «influisce in qualche modo sulla distribuzione di colore e bandeggio delle conchiglie». Di conseguenza – si chiedono i ricercatori – «se tale densità è cambiata negli ultimi anni, sono cambiate anche le chiocciole?». Tra le cose che lo studio mira ad approfondire vi è anche la possibilità che la distribuzione dei colori delle conchiglie sia cambiata conseguentemente al riscaldamento climatico. Il progetto è stato avviato ufficialmente il 30 marzo, durerà sei mesi e sarà uno dei più grandi studi sull’evoluzione mai condotti al mondo.

Alessandra Carboni

12/03/2009

Il volto più violento dell'universo

Il volto più violento dell'universo

 

Il satellite Fermi svela le 10 sorgenti cosmiche più potenti di raggi gamma mai rilevate, «abbiamo visto nuovi oggetti cosmici»

 

La mappa delle sorgenti di Raggi Gamma realizzata dal satellite Fermi (Nasa)
La mappa delle sorgenti di Raggi Gamma realizzata dal satellite Fermi (Nasa)

MILANO - E’ il volto più violento dell’Universo quello che mostra la nuova prima mappa celeste raccolta dal satellite Fermi della Nasa realizzato in collaborazione con altre agenzia spaziali tra cui l’Asi italiana. Il satellite mostra la «top ten list» delle sorgenti cosmiche più potenti che lanciano radiazioni gamma. Queste sono 150 milioni di volte più energetiche delle sorgenti emesse nella luce visibile. Il lavoro presentato al The Astrophysical Journal è stato compilato sotto la supervisione del Goddard Space Flight Center della Nasa .

RAGGI GAMMA - La mappa rivela le fonti gamma più lontane con il dettaglio più elevato finora mai raggiunto. Per realizzare il nuovo catalogo celeste sono stati necessari 87 giorni di osservazioni. Sulla destra c’è un arco luminoso che è quello generato dallo spostamento del Sole. La luminosità centrale invece è prodotta dalla nostra galassia. La cosa forse più interessante sono però i trenta oggetti censiti da Fermi assieme alla Top Ten List i quali non hanno una corrispondente controparte ottica; cioè se si guarda con un telescopio ottico non si vede nulla. «Questa è una buona notizia - dice Peter Michelson che coordina le ricerche - perché significa che abbiamo visto nuovi oggetti cosmici. Ma vuol dire anche che abbiamo molto lavoro da fare per decifrarli».

Giovanni Caprara

CIELI STELLATI PER SPIEGARE LE SCOPERTE DI GALILEO

CIELI STELLATI PER SPIEGARE LE SCOPERTE DI GALILEO

 

FIRENZE - Luci soffuse, pannelli e pavimenti scuri a richiamare il buio, e in alto le stelle. E' un'ambientazione volutamente notturna quella della mostra 'Galileo, immagini dell'universo, dall'antichità al telescopio', che si aprirà il 13 marzo a Palazzo Strozzi a Firenze e proseguirà fino al 30 agosto, e che è una delle tappe principali delle celebrazioni galileiane 2009 che ricordano le prime scoperte del grande scienziato pisano.

La mostra, presentata oggi da, tra gli altri, il curatore e ideatore Paolo Galluzzi, direttore dell'Istituto e Museo di storia della scienza di Firenze, da James Bradburne, direttore della Fondazione Palazzo Strozzi, dall'assessore regionale alla cultura Paolo Cocchi, dal presidente dell'Ente Cassa di risparmio di Firenze Michele Gremigni, racconta in sei sezioni la storia dell'astronomia: si parte dagli albori (Mesopotamia, Egitto, cosmo biblico), si prosegue con la Grecia classica di Platone e Aristotele, l'idea del cosmo geometrico di Tolomeo, gli studi scientifici islamici, la cristianizzazione del cosmo, le tesi di Copernico e Tycho Brahe.

Una sezione è appositamente dedicata a Galileo: ci sono i dettagli delle sue scoperte e anche uno dei suoi primi cannocchiali e numerosi disegni della luna realizzati grazie a questo strumento. In una teca anche una reliquia, un dito della mano destra 'staccato' durante una traslazione della salma. Il percorso termina con coloro che possono essere considerati eredi dello scienziato, Keplero e Newton, e quindi con l'affermazione definitiva della scienza moderna.

Nel viaggio il visitatore è accompagnato da 250 opere provenienti dai maggiori musei del mondo tra disegni, dipinti, strumenti scientifici, atlanti astrologici e reperti archeologici. Chiaramente ogni singola opera ha un riferimento astronomico, come nei dipinti di Botticelli, Rubens, Guercino e Durer, così come negli oggetti: tra i più importanti l'Atlante Farnese, il monumentale arazzo astronomico di Toledo, e il dipinto di Jan Bruegel il vecchio 'Linder Gallery interior' esposto per la prima volta. Il tutto è arricchito dalla multimedialità e sono previsti percorsi dedicati a ragazzi e famiglie.

"Si tratta - ha detto Bradburne - di una mostra che ha un peso chiave in tutte le celebrazioni italiane di Galileò. "Il cielo - ha spiegato Galluzzi- non è solo un oggetto di studio dell'astronomia ma interpreta anche le aspettative dell'umanità, dai bisogni pratici come prevedere il tempo alle paure inconsce, al destino, alle suggestioni delle stelle. Galileo è stato uno scienziato trasversale, e la sua scienza era profondamente connessa con le arti dello spirito, dalla musica all'astrologia. Questa è la chiave dell'esposizione". La mostra, sotto l'alto patronato del presidente della Repubblica, è promossa da Ente Carifi e Fondazione Palazzo Strozzi con la Regione, il ministero dei Beni culturali e il Comitato nazionale per le celebrazioni galileiane.

Batteria turbo, ricarica in dieci secondi

Batteria turbo, ricarica in dieci secondi

 

Scoperta del Mit: può trovare applicazione in telefonini, portatili, ma anche nelle auto elettriche, entro tre anni, la velocità resa possibile da un rivestimento di fosfato di litio

 

 

Rivestimento di fosfato di litio per le super batterie
Rivestimento di fosfato di litio per le super batterie

MILANO - Le batterie non saranno più le stesse, e il tempo d'attesa per ricaricarle diminuirà notevolmente: ricercatori americani hanno modificato le batterie al litio a tal punto che potrebbero rappresentare l'inizio di una vera e propria rivoluzione per l'elettronica di consumo e delle auto elettriche. Cellulari e portatili saranno ricaricati in pochissimi minuti, se non addirittura secondi. E non aspetteremo che due anni per vederle in commercio.

DAL 2011 - Dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) arriva la batteria col «turbo». Il tutto è reso possibile da un rivestimento di fosfato di litio. In questo modo si riduce il tempo di ricarica, mentre aumenta la densità di potenza con la stessa capacità di memoria. In pratica, la batteria potrà all'occorrenza fornire rapidamente più energia, scrivono gli scienziati attorno a Byoungwoo Kang e Gerbrand Ceder nello studio «Battery materials for ultrafast charging and discharging», pubblicato sul settimanale britannico Nature. Visto che i materiali utilizzati non sono nuovi, queste batterie ad alto rendimento potrebbero trovare applicazione in dispositivi quali telefonini, portatili, ma anche nelle auto elettriche, già entro due, al massimo tre anni, dicono i ricercatori del Centro Materiali dell’Istituto.

FOSFATO DI LITIO - I ricercatori del MIT sono partiti dalle batterie attualmente in uso, quelle al litio-ferro-fosfato (LiFePO4). Queste possono sì raccogliere grandi quantità di energia, il tempo di ricarica è però relativamente elevato. Ciò è dato dal fatto che gli ioni, insieme alla loro carica elettrica, attraversano il materiale a velocità relativamente bassa. Ceder e il suo gruppo hanno sviluppato una sorta di corsia preferenziale grazie al rivestimento di fosfato di litio, che consente un rapido passaggio degli ioni litio, i responsabili del trasporto di carica delle batterie al litio. Il risultato: sono stati in grado di ridurre il tempo di ricarica, da sei minuti a soli 20 secondi.

CELLULARI E AUTO - «Un cellulare potrà essere ricaricato in dieci secondi - dice entusiasta Ceder -. È chiaro che ben presto anche le auto elettriche diventeranno molto più pratiche: la ricarica delle loro batterie durerà solo cinque minuti, a differenza delle sei-otto ore attuali». E quello delle auto ibride è considerato un mercato con notevoli prospettive di espansione. Un altro punto di forza delle batterie al litio rivestite: il loro materiale viene consumato di meno quando vengono caricate e scaricate. Per questo motivo è immaginabile che - per esempio i cellulari - possano essere dotati di batterie molto più piccole, dice infine Ceder. La loro ricerca, finanziata dal governo americano, ha suscitato l’interesse di alcune aziende. Il MIT ha già rilasciato licenze a due società.

10/03/2009

Obama: «Via i limiti alla ricerca sulle cellule staminali»

Obama: «Via i limiti alla ricerca sulle cellule staminali»

 

Nuove linee guida per i finanziamenti pubblici. Il presidente Usa: «Da credente penso che sia necessario alleviare le sofferenze. No alla clonazione umana»

 

Barack Obama (Ap)
Barack Obama (Ap)

WASHINGTON - «Le scelte sulla ricerca scientifica devono essere basate sui fatti, non sull'ideologia». E ancora: «Da credente penso che sia necessario alleviare le sofferenze». Barack Obama annuncia, durante una cerimonia alla Casa Bianca, l'attesa svolta sulle cellule staminali embrionali: cancellati i divieti e i limiti imposti dall'amministrazione di George W. Bush. «L'America guiderà il mondo verso le scoperte che questo tipo di ricerca potrà un giorno offrire», ha dichiarato Obama.

LINEE GUIDA - L'ordine esecutivo dà ora 120 giorni al National Institute of Health (Nih, il cuore della ricerca scientifica americana) per mettere a punto le linee guida delle modalità con cui verranno distribuiti i finanziamenti federali. «La completa potenzialità della ricerca sulle cellule staminali - ha spiegato Obama - resta sconosciuta, e non deve essere esagerata. Ma gli scienziati ritengono che queste piccole cellule possano avere il potenziale di aiutarci a capire, e possibilmente a curare, alcune delle più devastanti condizioni mediche e malattie». Il presidente americano ha sottolineato di non poter «promettere che troveremo i trattamenti e le cure che cerchiamo», ma ha garantito che la sua amministrazione farà tutto il possibile per favorire la ricerca, agendo «in modo attivo, responsabile, e con l'urgenza necessaria per recuperare il tempo perduto». Obama ha aggiunto che il governo americano sosterrà anche le «ricerche promettenti» sulle cellule staminali adulte.

NO ALLA CLONAZIONE - Dal presidente Usa arriva però un secco «no», nel modo più assoluto, alla clonazione umana. «Posso promettervi che non intraprenderemo mai alla leggera la ricerca scientifica - ha aggiunto - perché la sosterremo solo quando sia scientificamente valida e condotta responsabilmente». Per questo «svilupperemo regole severe che rispetteremo scrupolosamente perché non tollereremo abusi. E ci accerteremo che il nostro governo non apra mai la porta all’uso della clonazione per la riproduzione umana. È pericoloso, profondamente sbagliato e non ha posto nella nostra società o in nessuna società».

Christopher Reeve, l'ex Superman morto nel 2004 (Ap)
Christopher Reeve, l'ex Superman morto nel 2004 (Ap)

DEDICA - Obama ha dedicato la decisione sulle staminali alla coppia di attori scomparsi Christopher e Dana Reeve . L'ex 'Superman', morto nel 2004, e la moglie, uccisa da un tumore due anni dopo, sono stati due strenui protagonisti della battaglia per favorire la ricerca sulle staminali. «Vorremmo che fossero con noi in questo momento», ha detto Obama. Christopher Reeve, ha affermato Obama, non ha avuto la possibilità come sperava di veder sviluppare farmaci che gli permettessero di tornare a camminare. «Ma se perseguiamo questa ricerca - ha aggiunto il presidente - forse un giorno, forse non durante la nostra vita, o nemmeno durante quella dei nostri figli, ma forse un giorno altri come lui potrebbero farcela».