15/07/2011

Juve, follia ultrà in ritiro: un accoltellato.

Juve, follia ultrà in ritiro: un accoltellato.

A Bardonecchia sono entrati in contatto due gruppi di ultrà bianconeri, una trentina di persone in tutto. Tra brevi scontri e lancio di fumogeni, anche un ferito subito trasportato in ospedale: non è in gravi condizioni.

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26/02/2011

Fiammiferi, l'archivio Saffa salvato da un ex operaio

Fiammiferi, l'archivio Saffa salvato da un ex operaio

FILLUMENIA. Ermanno Tunesi ha strappato dal macero antiche scatole, cerini tagliati a mano, bozzetti per le illustrazioni

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03/01/2011

“Fare gli italiani”. Una storia lunga 150 anni

“Fare gli italiani”. Una storia lunga 150 anni

Arte, innovazione, moda, tradizioni. In occasione dell'anniversario dell'Unità d'Italia, Torino racconta il passato e il futuro del Paese attraverso un fitto calendario di eventi. 250 giorni di mostre e dibattiti per riscoprire la nostra terra

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26/08/2010

Studio shock su Hitler: aveva origini ebraiche e la prova è nel suo Dna

Studio shock su Hitler: aveva origini ebraiche e la prova è nel suo Dna

Uno studio genetico condotto sui parenti del Führer dimostra in modo scientifico che il dittatore non era affatto ariano. Ben 39 discendenti del fondatore del Reich sono stati sottoposti a esami

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06/06/2010

A caccia del tesoro di Napoleone Uno storico: "So dove l'ha sepolto"

A caccia del tesoro di Napoleone Uno storico: "So dove l'ha sepolto"

Via agli scavi nelle campagne di Mosca. Ottanta tonnellate d´oro furono saccheggiate dai francesi nel freddo autunno del 1812

 


MOSCA - Il tesoro di Napoleone, ottanta tonnellate d'oro saccheggiate dall'esercito francese nell'autunno del 1812, sarebbe ancora intatto, sepolto sotto un cumulo di terra a poche centinaia di chilometri da Mosca. Che sia vero o meno, la caccia è già cominciata e giornali e tv si stanno preparando per seguire le prime operazioni di scavo la mattina del 12 giugno. Le guiderà lo storico Aleksandr Serjoghin che è convinto di aver finalmente localizzato, con un metodo che definisce "alla codice da Vinci", un patrimonio da restituire al governo russo. Segretissime, per ovvii motivi, le coordinate dell'area di scavo. Il più fidato collaboratore di Serjoghin, Vladimir Poryvajev, precisa solamente che "si trova in un triangolo tra le città di Smolensk, Elnja e Kaluga. A circa trecento chilometri dalla capitale".

Il dibattito sull'esistenza del tesoro di Napoleone è cominciato più o meno subito dopo la disfatta dell'esercito francese. Di sicuro, nella sua avanzata estiva del 1812, il gigantesco esercito napoleonico, composto da 800mila uomini, aveva saccheggiato tutto il saccheggiabile nelle città e nei villaggi conquistati. Secondo la ricostruzione degli storici russi, i soldati francesi avevano accumulato nei loro zaini un piccolo tesoro privato tra gioielli e monete di almeno dieci chili a testa. Ma il saccheggio vero e proprio avvenne dopo il 14 settembre quando, pur fiaccato dalle sanguinose battaglie di Smolensk e di Borodino, l'esercito francese entrò a Mosca. Come è noto i russi avevano incendiato edifici, magazzini, scorte di viveri nella cosiddetta "operazione terra bruciata". Rendendosi conto dell'inutilità di occupare una città deserta, senza cibo e rifornimenti Napoleone ordinò la ritirata. Ma prima, forse per rabbia, forse per vocazione, fece compiere uno dei più minuziosi saccheggi che la storia ricordi. Sui famosi 200 carri furono caricati gioielli, candelabri, cornici e dipinti preziosi, perfino il grande crocifisso d'oro del campanile "Ivan il terribile" nel cuore del Cremlino.


Della ritirata nell'inverno russo si sa tutto. I soldati percorsero la Staraja Smolenskaja, verso Smolensk, soffrendo la fame, il gelo e gli attacchi della cavalleria cosacca. Ed è lungo la Staraja Smolenskaja che per anni si è cercata traccia dei duecento carri di bottino mai arrivati in Francia. In epoca sovietica furono trovati una decina di zaini pieni di refurtiva, ma niente di più. Adesso Serjoghin avrebbe scoperto che durante la fuga un piccolo contingente di militari francesi si sarebbe allontanato dagli altri per nascondere il tesoro in un luogo sicuro. Nell'area top secret individuata sono state trovate cinture, bottoni e munizioni di soldati napoleonici. Inoltre gli abitanti della zona avrebbero affermato di aver sentito la leggenda popolare di un centinaio di francesi apparsi dal nulla che avrebbero scavato per una notte intera nelle campagne per poi dileguarsi. Serioghjn è convinto di avere una mappa precisa di quel luogo. Il tutto grazie a un matematico russo emigrato in Francia, Roman Aleksandrovic, che ha scovato in un archivio il ritratto di un funzionario napoleonico celebre per aver sempre curato la custodia dei valori.


Il quadro presenta due singolarità: il cappello a tricorno insolitamente posato per terra e un cielo stellato dipinto persino con più cura dei dettagli del resto del quadro. Secondo Aleksandrovic, cappello e posizione delle stelle nasconderebbero il segreto. Il team russo è sicuro del successo ed è già in vena di dediche e di scelte simboliche. "Cominceremo il 12 giugno - spiega Serjoghin - proprio perché è il 198esimo anniversario dell'invasione francese". Errore grossolano per uno storico. Il 12 giugno è la data del calendario giuliano allora in vigore. In realtà la data corretta sarebbe il 23 giugno. Ma è probabile che, una volta diffusa la notizia, si voglia fare in fretta. Ottanta tonnellate d'oro potrebbero scatenare troppe tentazioni.

NICOLA LOMBARDOZZI

02/09/2009

«Occupiamo subito Roma. Quella marmaglia ci tradirà»

«Occupiamo subito Roma. Quella marmaglia ci tradirà»

 

I VERBALI SEGRETI DI HITLER. Escono per la prima volta in italiano. 25 luglio 1943, ore 21.30: gli ordini del Führer dopo la caduta di Mussolini

 

 

 Adolf Hitler davanti a una carta geografica nel suo quartier generale di Rastenburg con i generali Wilhelm Keitel (al centro) e Alfred Jodl (a destra)
Adolf Hitler davanti a una carta geografica nel suo quartier generale di Rastenburg con i generali Wilhelm Keitel (al centro) e Alfred Jodl (a destra)

Il Führer — È già stato informato sugli svi­luppi in Italia?

Keitel — Ho sentito solo le ultime parole.

Il Führer — Il Duce si è dimesso. Non è anco­ra confermato: Badoglio ha assunto il governo, il Duce si è dimesso.

Keitel — Di sua iniziativa, mio Führer?

Il Führer — Probabilmente per desiderio del re, su pressione della corte.

Jodl — Badoglio ha assunto il governo.

Il Führer — Badoglio ha assunto il governo, quindi il nostro più acerrimo nemico. Dobbiamo chiarirci subito le idee, trovare un qualche meto­do per riportare sulla terraferma la gente qui (in­dica sulla cartina le truppe tedesche impegnate in Sicilia contro gli alleati, ndr ).

Jodl — La domanda decisiva è: combatteran­no o no?

Il Führer — Dichiarano che combatteranno, ma questo è tradimento! Dobbiamo essere chiari con noi stessi: è tradimento bello e buono! Sto attendendo le notizie su quello che il Duce dirà. Vorrei che il Duce venisse subito qui in Germa­nia.

Jodl — Se queste cose sono incerte, c’è solo un modo di procedere.

Il Führer — Stavo già pensando — la mia idea sarebbe che la 3ª divisione corazzata grana­tieri occupasse subito Roma e scardinasse imme­diatamente tutto il governo.

Jodl — Il combattimento viene sospeso, per questo caso, in modo che qui nella zona di Roma concentriamo quanto più possibile queste forze che portiamo fuori qui e quelle che sono già là, mentre il resto confluisce qui. — La cosa diventa difficile qui (si riferisce sempre alla Sicilia, ndr ).
Il Führer — Qui c’è solo una cosa: che tentia­mo di portare la gente su navi tedesche lascian­do indietro il materiale — materiale qui o là, non fa differenza, gli uomini sono più importan­ti — Presto avrò notizie da Mackensen (amba­sciatore tedesco a Roma, ndr ). Poi predisporre­mo subito il resto. Ma questo deve essere subito via!

Jodl — Sissignore.

Il Führer — La cosa decisiva intanto è che as­sicuriamo subito i passi sulle Alpi, che siamo pronti a prendere subito contatto con la IV arma­ta italiana e che prendiamo subito in mano i vali­chi francesi. Questa è assolutamente la cosa più importante. Per fare questo dobbiamo mandare giù subito delle unità, eventualmente anche la 24ª divisione corazzata.

Keitel — In tutto quello che potrebbe accade­re la cosa peggiore sarebbe non avere i valichi.

Il Führer — Dunque in linea di massima: una divisione corazzata, ed è la 24ª, è pronta. La cosa più importante è mandare giù subito in quella zona la 24ª divisione corazzata e che la divisione granatieri «Feldherrnhalle», che deve essere pronta, occupi almeno i valichi. Perché qui abbia­mo solo una divisione che è vicino a Roma. — La 3ª divisione corazzata granatieri è tutta là, vicino a Roma?

Jodl — È là, ma non completamente mobile, solo parzialmente.

Il Führer — Poi, grazie al cielo, abbiamo anco­ra qui la divisione cacciatori paracadutisti. Per­ciò la gente qui (Sicilia) deve essere salvata ad ogni costo. Qui, questo non serve a nulla: devo­no passare di qua, soprattutto i paracadutisti ed anche gli uomini della «Göring» (la divisione scelta intitolata al capo dell’aeronautica, Her­mann Göring, ndr ). Il loro materiale non ha alcu­na importanza, che lo facciano saltare o che lo distruggano. Ma la gente deve passare di qua. Ora sono 70 mila uomini. Se c’è la possibilità di volare, saranno di qua molto in fretta. Devono tenere una cortina qui così prendono indietro tutto. Solo armi leggere, tutto il resto rimane, di più non serve. Contro gli italiani ce la caveremo anche con le armi leggere. Tenere questo qui non ha alcun senso.

Jodl — Dobbiamo attendere notizie veramen­te precise e vedere quello che sta accadendo.

Il Führer — Ovviamente, solo che noi, da par­te nostra, dobbiamo cominciare subito a fare del­le riflessioni. Su una cosa non possono esserci dubbi: con tutti i loro intrighi, naturalmente di­chiareranno di rimanere dalla nostra parte; que­sto è chiarissimo. Ma questo è un tradimento; non rimarranno dalla nostra parte.

Keitel — Qualcuno ha già parlato con questo Badoglio?

Il Führer — Per il momento intanto abbiamo ricevuto questo rapporto: ieri il Duce era al Gran Consiglio. Nel Gran Consiglio c’erano Grandi, che ho sempre definito un «porco», Bottai, ma soprattutto Ciano. Hanno parlato contro la Ger­mania in questo Gran Consiglio e avrebbero det­to: «Non ha più alcun senso proseguire la guer­ra, in qualche modo si deve tentare di tirar fuori l’Italia». Alcuni erano contrari. Farinacci ecc. si sono certo espressi contro, ma non con l’incisivi­tà di quelli che si sono espressi a favore di que­sto movimento. Ora, già questa sera il Duce ha fatto sapere a Mackensen che è deciso ad accet­tare questa battaglia e che non capitolerà. Poi improvvisamente ho ricevuto la notizia che Ba­doglio vorrebbe parlare a Mackensen. Macken­sen ha detto di non aver nulla da discutere con lui. Egli allora è diventato ancora più insistente ed infine Badoglio ha mandato un uomo — Ha detto che il re lo aveva appena incaricato di for­mare un governo dopo che Mussolini da parte sua si era dimesso. Che significa «dimesso»?

Keitel — Tutto l’atteggiamento della Casa rea­le! Il Duce comunque al momento non ha in ma­no alcun mezzo di potere, nulla, non ha truppe.

Il Führer — Nulla! Gliel’ho sempre detto: non ha nulla! Non è vero che non ha nulla. Glie­lo hanno anche impedito perché non avesse un qualche mezzo di potere. Ora il ministro ha ordi­nato che Mackensen per prima cosa si rechi al­l’Ufficio Esteri. Probabilmente là gli verrà notifi­cato questo. Suppongo che corrisponda. Secon­do, il ministro ha chiesto se sono d’accordo che egli vada subito dal Duce. Ed io ho detto che va­da subito dal Duce e, se possibile, induca il Duce a venire subito in Germania. Penso proprio che voglia parlare con me. Se il Duce viene qui, è già una buona cosa; se non viene, allora non so. Se il Duce viene in Germania e parla con me, di per sé è già una buona cosa. Se non viene qui o non può partire o rinuncia perché si sente di nuovo male, cosa che non meraviglierebbe con quel branco di traditori, allora non si sa. Coso (proba­bilmente si riferisce a Badoglio, ndr ) del resto ha subito dichiarato che la guerra continua, in questo non cambia nulla. Quella gente deve fare così perché è un tradimento. Ma anche noi, da parte nostra, continueremo a giocare il loro stes­so gioco, prepareremo tutto per impadronirci fulmineamente di tutta questa gentaglia, per far piazza pulita di tutta quella marmaglia. Domani manderò giù un uomo che dia ordine al coman­dante della 3ª divisione corazzata granatieri di entrare seduta stante a Roma con un gruppo speciale, di arrestare subito tutto il governo, il re, tutta la banda, soprattutto di arrestare subito il principe ereditario e di impadronirsi di questa canaglia, soprattutto di Badoglio e di tutta quel­la gentaglia.

10/04/2009

Le Piaghe d'Egitto? Eruzioni e tsunami

Le Piaghe d'Egitto? Eruzioni e tsunami

 

«Le tenebre dovute alla cenere. E le acque si arrossarono a causa di alcune erbe». Una geologa americana cerca di spiegare scientificamente gli episodi narrati nell'Esodo

 

GERUSALEMME – «Tutte le acque che erano nel Nilo si mutarono in sangue». «Le rane uscirono e coprirono l’Egitto». «Infierirono le zanzare sugli uomini e sulle bestie». «Una massa imponente di mosconi entrò nella casa del Faraone». «Morì tutto il bestiame». «Grandinata così violenta non vi era mai stata». «Le cavallette assalirono tutto il Paese». «Vennero dense tenebre per tre giorni»… Più incalzante d'una cronaca, più preciso d’un inviato sulle catastrofi. Il Libro dell’Esodo è l’unica testimonianza delle Piaghe d’Egitto, di quella serie d'incredibili disastri naturali che alla fine convinsero il signore delle Piramidi a mollare Mosè, libero col suo popolo e col suo Signore. L’unica, perché nessun geroglifico ne fa menzione. L’unica, perché nessuno scienziato ha mai trovato prove di quei cataclismi. Ora s’avventura il libro d'una geologa americana – titolo: "The Parting of the Sea", la separazione del mare, Princeton University Press -, con una teoria che rimbalza in Israele e fa rumore, specie in questi giorni in cui si celebra la Pasqua ebraica: ciò che più di 3.600 anni fa sconvolse l’Egitto, compreso il Passaggio attraverso il Mar Rosso, fu «una serie di fenomeni climatici tipica delle eruzioni vulcaniche».

ESPLOSIONI - Tutto iniziò da due gigantesche esplosioni nel Mar Egeo, sostiene la professoressa Barbara J. Sivertsen, docente all'università di Chicago. La prima dal vulcano dell'isola greca di Santorini, che per la data (1.628 aC) coincide col primo esodo biblico. Le tenebre e la grandine calate sugli Egizi, altro non furono che la conseguenza naturale di «cenere e polveri acide»; la morìa del bestiame e gli sciami d’insetti, tipici effetti degli sconvolgimenti climatici provocati dall’eruzione; le acque arrossate, «dovute a un aumento delle erbacce rosse che si moltiplicano regolarmente, come risultato delle ceneri vulcaniche». E le rane che saltarono fuori dagli stagni? «Pure voi – scrive l’ironica geologa -, se foste una rana, scappereste subito da acque ridotte in quelle condizioni». La sola piaga che la professoressa Siversten non collega direttamente all’eruzione, è la morte dei primogeniti egiziani: «E’ probabile che molti prodotti della terra fossero avvelenati. Ed era cibo che agli Ebrei non era consentito toccare».

TUSNAMI - La seconda eruzione, databile nel 1.450 aC, colpì invece l’isola di Yali. Qui la teoria, un po’ più confusa, afferma che le spaventose onde sismiche provocarono una serie di tsunami che raggiunsero addirittura il Mar Rosso: così si spiegherebbero le onde improvvise che sommersero l'esercito del Faraone, mandato all’inseguimento del popolo in cammino. «Trattare in modo scientifico l’Esodo sta diventando una disciplina», dice il professor Benny Shanon, che all’Università ebraica di Gerusalemme insegna psicologia cognitiva e l’anno scorso fece scalpore con una sua teoria sulle Tavole della legge: «La Bibbia racconta che gli Ebrei sentirono una voce dal cielo, videro luci e montagne fumanti, mentre Mosè riceveva i Dieci comandamenti. La mia idea, in realtà, è che si sia trattato di un'esperienza di droga collettiva. Nel Negev e nel Sinai ci sono piante, famiglia delle acacie, che i beduini usano ancora oggi. Hanno le stesse proprietà allucinogene dell'ayahuasca, diluita in pozioni anche dagli indios dell’Amazzonia, e provocano proprio quegli effetti: bagliori, suoni assordanti, visioni oniriche…». Quando Shanon pubblicò la sua teoria, l'indignazione degli ultraortodossi esplose come un vulcano. La geologa Siversten lo sa e prende le distanze, prudente: «Sono d’accordo che non si potrà mai sapere con assoluta certezza che cosa accadde, a quei tempi. Ma io mi baso su fatti accaduti, come le eruzioni. E sono convinta che le mie ipotesi spieghino molto meglio di altre».

Francesco Battistini

11/03/2009

Scoperto il messaggio segreto nell'orologio di Lincoln

Scoperto il messaggio segreto nell'orologio di Lincoln

 

L'annuncio del museo nazionale della storia americana. Il suo orologiaio incise una frase che segnava l'inizio della Guerra civile americana

 

Abramo Lincoln
Abramo Lincoln

WASHINGTON - Data: 13 aprile 1861. Messaggio: "Fort Sumter attaccata dai ribelli. Grazie a Dio abbiamo un governo". Parole incise dall'orologiaio Jonathan Dillon all'interno dell'orologio d'oro di Abramo Lincoln. Poche frasi che segnano l'inizio della guerra civile americana. Il presidente, in verità, non ne seppe mai nulla, tanto che il "mistero" sul messaggio dell'orologio è rimasto vivo fino ai giorni nostri.

LA SCOPERTA - Mistero finalmente svelato: il messaggio esiste davvero ed è stato scoperto al Museo nazionale della storia americana. La decisione di aprire l'orologio per vedere se la frase ci fosse veramente è stata presa dopo la segnalazione del pronipote dell'orologiaio, Doug Stiles, di Waukegan, Illinois.

IL PRIMO COLPO - La Guerra civile americana iniziò quando i soldati confederati aprirono il fuoco su Fort Sumter a Charleston, in Carolina del Sud, il 12 aprile 1861. Quarantacinque anni dopo, Dillon l'orologiaio rivelò al New York Times che stava proprio riparando l'orologio di Lincoln quando sentì che il primo colpo della guerra era stata sparato. Dillon disse di aver scritto sul quadrante dell'orologio e di aver usato uno strumento appuntito per ricordare la giornata storica, aggiungendo che per quello che ne sapeva, nessuno aveva mai visto l'iscrizione. «Lincoln non ha mai visto il messaggio», ha spiegato in una nota Brent Glass, direttore del museo.

 

L'incisione sull'orologio di Lincoln è datata 13 aprile 1861 e si legge in parte: "Fort Sumpter attaccata dai ribelli" e "grazie a Dio abbiamo un governo" (Smithsonian National Museum of American History)



04/02/2009

«Morto il super-ricercato nazista»

«Morto il super-ricercato nazista»

 

Il «medico della morte» Aribert Heim. Una tv tedesca svela il mistero: «Stroncato dal cancro nel '92, viveva sotto falso nome in Egitto»

 

Aribert Heim
Aribert Heim
La lista dei nazisti ricercati si apriva con il suo nome: Aribert Heim, il «dottor morte», responsabile di atroci esperimenti nei campi di sterminio. Lo cercavano dal Sud America al Vietnam e invece si era nascosto in Egitto, dove sarebbe deceduto per un tumore nel 1992. A scoprire la verità un’inchiesta congiunta della tv tedesca Zdf e del New York Times. Convertitosi all’Islam, Heim si faceva chiamare Tarek Hussein Farid ma per molti era semplicemente lo «zio Tarek». Aveva la passione per le foto, ma evitava di farsi riprendere. Per tenersi in forma percorreva quasi 20 chilometri al giorno e ogni tanto giocava a tennis. Amava trascorrere ore al famoso caffè Groppi del Cairo, dove ordinava spesso la cioccolata e offriva dolciumi ai figli degli amici. Un profilo che non sembra quello di un criminale di guerra feroce.

UN ALTRO MENGELE - Durante il nazismo, Heim usava i prigionieri come cavie. Eseguiva operazioni senza anestesia, iniettava veleni e benzina, conduceva test terribili sui malcapitati. Una crudeltà pari a quella dell’altro «dottore», Josef Mengele. Per anni gli hanno dato la caccia arrivando ad offrire una taglia di oltre un milione di dollari, lanciando appelli e sollecitando la collaborazione internazionale. Dopo aver vissuto a Baden-Baden, Heim fugge prima in Francia, poi in Marocco e quindi si stabilisce al Cairo nell’hotel Kasr Al Madina della famiglia Doma. Durante il lungo soggiorno prepara dossier, conduce ricerche sugli ebrei, scrive lunghe lettere che spedisce, con il nome di Youssef Ibrahim, al segretario dell'Onu Waldheim, al consigliere per la sicurezza nazionale americana Brzezinski, al maresciallo Tito. I suoi amici egiziani sostengono di non aver mai conosciuto la sua reale identità, anche se sospettavano che avesse qualcosa da nascondere. Solo la famiglia, rimasta in Germania, sapeva del segreto. Heim ha lasciato ai Doma una valigia zeppa di carte, ricevute, disegni, bozze delle lettere, certificati medici. Su un documento intestato a Tarek Farid c’era la sua vera data di nascita: 28 giugno 1914, Radkersburg, Austria. Quella sul certificato di morte risale, invece, al 10 agosto 1992. Sembra che avesse scritto nel suo testamento che desiderava lasciare «il corpo alla Scienza», in modo che potessero condurre degli esperimenti. Quasi un proseguimento di quanto aveva fatto nei lager. Invece, le autorità egiziane decidono di seppellirlo in una fossa senza alcuna iscrizione. Un particolare che non permette di chiudere del tutto il mistero.

 

16/01/2009

Lo storico «Gambrinus» perde il gazebo

Lo storico «Gambrinus» perde il gazebo

 

La Soprintendenza non ha dato parere positivo. Sotto quelle tende prendevano il caffè i Presidenti

 

Giorgio Napolitano sotto la tenda del Gambrinus

Giorgio Napolitano sotto la tenda del Gambrinus

 

NAPOLI - Addio, per ora, ai gazebo. Prima era toccato ai ristoranti del lungomare, ora tocca allo storico caffè Gambrinus, sosta obbligata per i presidenti della Repubblica e dai leader politici, rinunciare allo spazio esterno con sedie e tavolini.

PERMESSO - Il sequestro è stato eseguito, stamane, venerdì, dai vigili urbani in piazza Trieste e Trento, sede del noto caffè napoletano, per assenza del parere positivo della Soprintendenza e del permesso di costruzione.

A DUE PASSI DAL PLEBISCITO - Aperto nel 1860, il Gambrinus - allora Gran Caffè - era centro politico, urbano e morale della città. Qui D'Annunzio scrisse i versi di «A vucchella»; qui sedevano il giornalismo, la legge, l'arte, la politica di Napoli, tutti riuniti in un cenacolo ideale che un prefetto fascista trasformò in banca nella parte più bella.

Ma nel 2001, il Gambrinus ha riconquistato quelle sale affacciate su piazza del Plebiscito, con la loro splendida galleria di affreschi e dipinti dell'Ottocento napoletano.

PRESIDENTI AL BAR - Tra i suoi clienti d’eccezione, il Gambrinus, conta diversi presidenti della Repubblica. Il primo gennaio 2002, l’allora Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, spese proprio al Gambrinus i suoi primi euro: 154 centesimi per due caffè. Una presenza, la sua, che si è ripetuta anche negli anni successivi. Nel luglio del 1991 Francesco Cossiga, invece, consumò, un aperitivo; mentre, sia nel dicembre del 1993 che nel gennaio 1998, Oscar Luigi Scalfaro si concesse un caffè ed una sfogliatella, tipico dolce napoletano. L’ultima visita illustre, è stata quella del presidente Giorgio Napolitano, in occasione della sua consueta visita di Capodanno.

L'ex Presidente della Repubblica Ciampi con la moglie all'uscita dal GambrinusRomano Prodi con il prefetto PansaIl Presidente della Repubblica Giorgio NapolitanoLA STORIA - Il Gran Caffè diventa «Gambrinus» nel 1890, quando il proprietario del Caffè d'Europa, all'angolo di via Chiaia, commerciante amico di letterati e attori, affittò quei locali e li affidò alla perizia dell'architetto Antonio Curri. Nelle sale comparvero pastelli di Volpe, Irolli, Caprile, Casciaro, Pratella, Postiglione; paesaggi ed altre opere di Migliaro, Scoppetta, Campriani, Diodati, Esposito, D'Agostino, Chiarolanza, Capone, Ragione, Palumbo. Tra i marmi di Jenny e Fiore, gli stucchi di Bocchetta, i bassorilievi del Cepparulo e le tappezzerie del Porcelli, e grazie per la prima volta all'impiego dell'energia elettrica l'insegna brillò nella notte dell'inaugurazione, il 3 novembre del 1890. Si leggeva: «Birreria Caffè Gambrinus».
La belle époque napoletana aveva il suo scenario: ai tavolini all'esterno e all'interno, vi si trovavano abitualmente a scrivere e chiacchierare Salvatore Di Giacomo, Eduardo Scarfoglio, Ferdinando Russo, Roberto Bracco, Achille Torelli, Enrico De Nicola, Giovanni Porzio, Libero Bovio, Ernesto Murolo, Saverio Procida, ma anche intellettuali di passaggio come Gabriele D'Annunzio. Di lui parlavano le amiche Matilde Serao ed Eleonora Duse scambiando poi sorrisi coi pittori Morelli, Altamura, Casciaro, Caprile, Dalbono e Postiglione. Chiuso dal regime fascista negli anni Trenta riaprì per la gioia dei napoletani negli anni Cinquanta.

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