15/11/2010

Fiat: voci su cessioni di Magneti Marelli, Alfa Romeo e una quota della Ferrari

Fiat: voci su cessioni di Magneti Marelli, Alfa Romeo e una quota della Ferrari

La mossa prima della fusione tra fiat e chrysler. Nota di Morgan Stanley dopo colloqui con Marchionne. Dal Lingotto dicono: no comment. Bene il titolo in Borsa

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21/10/2010

Fiat: utile a 282 milioni nei primi 9 mesi

Fiat: utile a 282 milioni nei primi 9 mesi

Si ipotizzano ora per l'anno in corso ricavi superiori ai 55 miliardi di euro. La casa automobilistica torinese rivede al rialzo tutti gli obiettivi 2010: l'indebitamento scenderà sotto i 4 miliardi

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24/06/2010

Expo, Stanca dà le dimissioni e lascia il consiglio di amministrazione

Expo, Stanca dà le dimissioni e lascia il consiglio di amministrazione

L'’addio dell’amministratore delegato e onorevole del Pdl era dato per scontato. Bracco: «Forse mi si sta usando per una bassa manovra politica»

 

Lucio Stanca: addio a Expo (Salmoirago)
Lucio Stanca: addio a Expo (Salmoirago)

MILANO - Lucio Stanca non ha soltanto rassegnato le dimissioni da amministratore delegato ma, con una lettera trasmessa ai soci di Expo 2015 Spa, ha comunicato di avere abbandonato, con decorrenza immediata, lo stesso consiglio di amministrazione. Nella lettera, secondo quanto si è appreso da fonti qualificate, Lucio Stanca ha segnalato di essersi trovato nelle condizioni di non poter più svolgere il suo ruolo all'interno della società di gestione. Nelle quattro pagine della lettera, l'ex ad ha fatto riferimento alla comunicazione trasmessa nei giorni scorsi dal presidente Diana Bracco, che criticava la gestione manageriale di Stanca in ordine alle spese, ai programmi di contenimento del budget e ai ritardi nell'organizzazione del progetto. Di fatto Stanca ha lasciato il consiglio di amministrazione dopo aver appurato di non avere più la fiducia. Mezz'ora prima dell'inizio del cda l'ex amministratore delegato ha abbandonato la sede del Palazzo Reale senza rilasciare dichiarazioni.

I DISSIDI - In una lunga intervista al Corriere della Sera, Stanca aveva anticipato le sue motivazioni, attaccando in particolar modo la Bracco: «Sorprende che, dopo aver condiviso nel cda tutte le decisioni senza mai contestare o criticare nulla, abbia deciso di scrivere questa lettera inusuale, per usare un termine gentile, scegliendo toni e argomenti che sconcertano. Forse si sta usando Stanca ed Expo per una bassa manovra politica». Le dimissioni erano attese: già due giorni fa l’addio dell’amministratore delegato e onorevole del Pdl era dato per scontato. Si era pensato di costruire per lui un’uscita «morbida», affidandogli il posto di presidente che a quel punto sarebbe stato lasciato libero dalla Bracco. Ma la Bracco, a sua volta, aveva spiegato a tutti i suoi interlocutori di non essere intenzionata ad andarsene: e per essere più chiara aveva scritto il 15 giugno scorso la citata lettera, in cui aveva demolito, punto per punto, il business plan rivisto da Stanca dopo la richiesta dei soci di contenere i costi, considerati i tempi di crisi e le acque agitate in cui versa Expo.

LE MOTIVAZIONI - Sempre nell'intervista al Corriere, Lucio Stanca ha motivato il suo addio non con le polemiche ma con la nuova fase del progetto Expo. «Siamo passati - ha detto - dalla fase di programmazione, seguita finora, alla fase di realizzazione. In questa l’articolo 54 della Finanziaria cambia la governance e rende di fatto superata la figura dell’amministratore delegato, perché gli toglie poteri girandoli alla collegialità dei soci». A proposito delle polemiche sul suo doppio incarico come ad e parlamentare, Stanca ha parlato di strumentalizzazioni: «Si può essere anche in disaccordo sulle scelte o sulla gestione, ma si deve proteggere il patrimonio comune che è rappresentato da questa occasione straordinaria e unica di marketing per l’Italia».

L'IPOTESI SALA - L'ipotesi più gettonata è che, restando la Bracco alla presidenza, scompaia dalla governance la figura dell’amministratore delegato e venga inserito un direttore generale che i soci hanno già individuato in Giuseppe Sala, ex manager Pirelli, da 18 mesi direttore generale del Comune. Le trattative sono a uno stadio talmente avanzato che a Palazzo Marino si sta già affrontando il nodo del dopo-Sala: al suo posto potrebbe così arrivare uno dei suoi due vice, l’ingegner Antonio Acerbo, oggi responsabile di tutta l’area tecnica, direttore già ai tempi della giunta Albertini. Questa soluzione darebbe al sindaco Letizia Moratti la garanzia di continuità che ha chiesto, evitando scossoni ulteriori ad una macchina comunale che in questa legislatura è già stata molto provata.

Redazione online


13/05/2010

Ferrovie, ritardi e concorrenza lite a distanza Montezemolo-Moretti

Ferrovie, ritardi e concorrenza lite a distanza Montezemolo-Moretti

L'ex presidente Fiat sottolinea in pubblico il ritardo accumulato dal suo treno, le Fs replicano e attaccano, «nei giorni scorsi molti stop causati dalla Ntv sulla Roma-Firenze»

 

Luca Cordero di Montezemolo (Ap)
Luca Cordero di Montezemolo (Ap)

PADOVA - «Ieri sera mi avevano detto che forse c'era la nuvola islandese e allora abbiamo deciso di venire in treno invece che in aereo. Sono partito alle 7.30 e il treno ha avuto un'ora di ritardo. Mi dispiace». Così il presidente della fondazione Telethon Luca Cordero di Montezemolo al suo arrivo all'hotel Sheraton di Padova per la giornata «Ricerca, l'Italia che merita», ha spiegato il suo ritardo cogliendo quindi l'occasione per sottolineare che «sui treni di sicuro ci vuole concorrenza, nell'interesse dei cittadini di poter scegliere. D'altra parte, una volta si diceva che la concorenza è l'anima del commerciò e quindi con la concorrenza migliorerà il servizio, e quindi ben venga».

Mauro Moretti, ad delle Fs (Ansa)
Mauro Moretti, ad delle Fs (Ansa)

LA REPLICA DELLE FS - Le parole di Montezemolo, rilanciate dalle agenzie di stampa, hanno indotto le Fs a replicare: «Siamo assolutamente d'accordo con Luca Cordero di Montezemolo: la concorrenza fra operatori efficienti e competitivi fa bene perchè spinge tutti a migliorare sempre più. Va però detto che il ritardo registrato dal convoglio di Trenitalia sul quale viaggiava Montezemolo poco aveva a che fare con la concorrenza, perchè era stato determinato da un problema dell'infrastruttura e non del treno: qualsiasi altra impresa ferroviaria quindi, oltre a Trenitalia, ne sarebbe stata penalizzata». La risposta della società guidata da Mauro Moretti è stata affidata ad una nota in cui si le ferrovie di stato non hanno rinunciato alla polemica, sottolineando che «hanno invece molto a che fare con la concorrenza i pesanti ritardi registrati qualche giorno fa da 36 convogli Trenitalia proprio a causa di un treno della società di Montezemolo, la NTV, impegnato in un test sulla linea Roma-Firenze: continui stop e rallentamenti per malfunzionamenti vari, con pesanti ripercussioni sui convogli Trenitalia che seguivano e conseguenti disagi a migliaia di nostri clienti. Forse la dichiarazione rilasciata dal dottor Montezemolo, "con la concorrenza migliorerà il servizio"', si riferiva all'efficienza del servizio che in futuro offrirà la sua impresa ferroviaria».


13/04/2010

Telecom, frode da due miliardi

Telecom, frode da due miliardi

Indagati Buora e il responsabile dei conti Moro. I legali: illustri pareri ci danno ragione. Fisco, la Procura chiude le indagini. La difesa: nessun reato


MILANO — Per la Procura di Milano è frode fiscale, è un reato, dunque da discutere in Tribunale. Per Telecom Italia non è invece «evasione» ma «elusione» fiscale, dunque non un illecito penale, da affrontare non in Tribunale ma se mai con l’Agenzia delle entrate. In gioco, in entrambi i casi, cifre nominalmente enormi: Carlo Buora, come ex legale rappresentante di Telecom e firmatario delle dichiarazioni dei redditi e dell’Iva nel 2003-2006, e il responsabile fiscale (allora come oggi) dell’azienda telefonica, Roberto Moro, in due distinti «avvisi di chiusura indagini e deposito degli atti» si vedono infatti contestare l’ipotesi di frode fiscale per «avere indicato, allo scopo di evadere le imposte, elementi passivi fittizi che comportavano evasione dei redditi» per 1miliardo e 67milioni di euro nel 2003, e per 535 milioni di euro sia nel 2004 sia nel 2006; nonché «evasione dell’Iva» per 12 milioni di euro nel 2003 e 11 milioni nel 2005.

Carlo Buora, ex ad di Telecom
Carlo Buora, ex ad di Telecom

In uno dei due procedimenti penali sono al centro degli accertamenti alcuni riverberi, in termini di maxirisparmi fiscali, della fusione tra Seat-Pagine Gialle e Tin.it nel 2000 (ancora nell’era Colaninno); nell’altro procedimento i riflessi fiscali in ballo sono quelli prodotti dalla fusione tra Olivetti e la controllata Telecom Italia, che nel 2003 portò all’accorciamento della catena di controllo del gigante telefonico presieduto all’epoca da Marco Tronchetti Provera. Il pm Laura Pedio contesta a Buora e a Moro l’articolo 4 del decreto 74 del 2000, cioè le «dichiarazioni infedeli» di chi, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, in una delle dichiarazioni annuali indica elementi passivi fittizi, avendo superato (come in questo caso prospettato dalla verifica fiscale della Guardia di finanza nel 2007) le due soglie previste dalla legge per l’imposta evasa e per l’ammontare complessivo degli elementi passivi fittizi. La società si difende argomentando di non aver mai esposto costi passivi fittizi, ma costi eventualmente indeducibili o indetraibili, a seconda che sia corretta omeno l’alchimia fiscale interpretata da Telecom e poi contestata invece dall’Agenzia delle entrate: un confronto concluso, sul piano fiscale e non penale, con l’intesa che ha determinato l’azienda a versare circa 220 milioni di euro per chiudere con l’Agenzia delle entrate un più complessivo pacchetto di vertenze, tra le quali le due sfociate ora a Milano in una contestazione penale.

Ed è proprio l’ambito penale che Telecom, in una complessa memoria difensiva, insiste a ritenere non prospettabile dalla Procura: «Se fittizio equivale a inesistente, e l’inesistenza è la divergenza dal reale — propone l’azienda —, la fittizietà si risolve solo ed esclusivamente in una inesistenza sul piano naturalistico, in una mancata corrispondenza della dichiarazione dei redditi alla realtà economica-commerciale». Quindi non un illecito penale, ma un problema di trattamento fiscale. E a sostegno delle politiche fiscali dell’azienda, il collegio difensivo (Marta Lanfranconi, Francesco Mucciarelli e Giorgio Perroni) rimarca che Buora e Moro avrebbero fatto «legittimo affidamento» su «pareri di illustri giuristi e su precedenti della Pubblica amministrazione». Tra i primi, figura un parere di Franzo Grande Stevens, e un altro fornito anche dall’Associazione fra le società per azioni (Assonime). Tra i secondi, Telecom intende valorizzare «un caso identico» di una società che avrebbe recuperato l’Iva a fronte di varie vicissitudini contrattuali. E al pm che procede (Pedio, la stessa delle contestazioni agli stilisti Dolce e Gabbana) e che ha firmato i due avvisi di conclusione delle indagini a carico di Buora e Moro, Telecom oppone una richiesta di archiviazione del 2009 firmata, in un altro caso ma su una materia analoga, dalla sua collega Bruna Albertini e accolta dal gip Cristina Di Censo. Per un procedimento penale agli esordi, sempre in ambito Telecom un altro si avvia forse a una prima definizione: a partire da domani, infatti, entrerà nella fase finale della discussione l’udienza preliminare in corso da un anno sull’attività di dossieraggio illegale praticata dalla Security di Telecom e Pirelli sotto la direzione di Giuliano Tavaroli. Inizieranno i pm con le richieste di rinvio a giudizio o di proscioglimento degli imputati, poi toccherà alle parti civili, e quindi in maggio ai difensori degli imputati.

Luigi Ferrarella


06/02/2010

Berlusconi: «Salveremo occupazione» Montezemolo: «Mai soldi dal governo»

Berlusconi: «Salveremo occupazione» Montezemolo: «Mai soldi dal governo»

 

Marcegaglia: no incentivi, ma politica industriale. Bersani: orizzonte di confusione. Il presidente Fiat: lo Stato non ha dato soldi. Scajola: «Ma è cresciuta grazie ai governi e agli italiani»

 

Luca Cordero di Montezemolo (Ansa)
Luca Cordero di Montezemolo (Ansa)

ROMA - Il governo vuole salvaguardare i posti di lavoro alla Fiat. Silvio Berlusconi, al teatro Bagaglino di Roma per presenziare allo spettacolo Il Silvio sparito in cui lui è il protagonista - ma è rimasto solo pochi minuti - ha riposto ai giornalisti che gli chiedevano dei posti di lavoro della Fiat e se il governo farà di tutto per la loro salvaguardia: «Sì, è logico. Se ne sta occupando Scajola. Il governo fará di tutto per salvaguardare il posto di lavoro a tutti i dipendenti della Fiat».

MONTEZEMOLO - Tra Fiat e il governo «c'è un rapporto molto chiaro e molto positivo, di dialogo e di confronto, così come deve essere». Ne è convinto il presidente di Fiat, Luca Cordero di Montezemolo. «Le scelte industriali che servono a mantenere competitive un'azienda - ha detto a margine dell'inaugurazione dell'anno accademico alla Luiss - non potranno essere disgiunte dal problema di farsi carico delle famiglie e delle persone». Ma dietro a queste aperture, le frizioni non sembrano essere scomparse: Montezemolo ci tiene a ribadire che «non abbiamo ricevuto una lira dallo Stato» e il ministro Scajiola, in serata riconosce che «la Fiat ha saputo crescere in Italia e nel mondo con le sue capacità, ma anche con l'aiuto dei governi italiani e degli italiani».

L'AZIENDA RESTA ITALIANA - Il presidente ha poi garantito che Fiat «è e rimane italiana». «Non solo perché è l'unica azienda il cui nome è Fabbrica italiana auto Torino - ha aggiunto - ma anche perché da quando sono presidente e Marchionne è amministratore delegato, cioè dalla metà del 2004, abbiamo investito nel mondo 25 miliardi di euro e in Italia oltre 16. Oltre due terzi sono stati investiti in Italia e intendiamo andare avanti su questa strada». «Da quando ci siamo noi - ha aggiunto - la Fiat non ha ricevuto un euro dallo Stato. Ho visto delle cifre che dicono che gli incentivi, che sono dati non alle aziende ma ai consumatori, sono andati per il 70 per cento alle aziende straniere, solo il 30 per cento alla Fiat. Quindi credo che dobbiamo uscire da un approccio demagogico e guardare alla realtà così com'è».

CALDEROLI: «E' UNA BARZELLETTA» - Affermazioni, queste ultime, che provocano la reazione di Roberto Calderoli, esponente di primo piano della Lega (da sempre critica nei confronti del gruppo torinese) e ministro per la Semplificazione: «Se è una barzelletta la dichiarazione di Montezemolo per cui la Fiat, da quando c'è lui, non ha ricevuto un euro dallo Stato, allora la barzelletta non fa proprio ridere - afferma il ministro. - Se invece Montezemolo non scherza e parla sul serio, allora la faccenda assume contorni 'sanitari'...». Un commento, questo, a cui Montezemolo non ha però voluto replicare. «No comment» si è limitato a dire ai cronisti che lo sollecitavano, esortandoli però a fare differenza tra gli incentivi di cui beneficiano i cittadini (e solo indirettamente le case automobilistiche) e i contributi diretti.

CRITICA ANCHE LA CISL - Ma anche Raffaele Bonanni è intervenuto con toni critici sulle parole del presidente Fiat. «Non voglio entrare in polemica con Montezemolo - ha commentato il leader della Cisl - ma la Fiat ha sempre goduto di aiuti statali per impostare la sua produzione in Italia. E tutti gli italiani questo lo sanno». Bonanni ha aggiunto che la Fiat deve trovare «un equilibrio tra sostegno sociale, attenzione all'occupazione e impresa», e sulla spinosa questione di Termini Imerese ha sottolineato che «va mantenuta l'attività, vanno mantenuti tutti posti di lavoro e vanno rispettate tutte le professionalità».

«ORIZZONTE DI CONFUSIONE» - Scettico nei confronti del governo è il leader del Pd, Pierluigi Bersani, secondo cui nella vicenda della Fiat «c' è un orizzonte di confusione». «C'è il problema della Fiat - ha sottolineato Bersan parlando a Trani - ma non solo quello. Ci hanno raccontato che il peggio è alle spalle e questo ci ha disarmato. Invece di soprassalto ci siamo resi conto che la crisi ci sta mordendo». In merito alla questione degli incentivi al mercato dell'auto, il segretario del Pd ha sostenuto che «sono stati dati a singhiozzo». «Non c' è stata - ha aggiunto Bersani - la linearità del governo della quale invece l'azienda ha bisogno».

«NO INCENTIVI, MA POLITICA» - Di incentivi al settore auto e del futuro dello stabilimento Fiat di Termini Imerese ha parlato oggi anche il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, dicendo di concordare con l'ad Sergio Marchionne, secondo il quale più che incentivi serve una politica industriale. «Se si fanno stabilimenti, anche fortemente sussidiati ma che non hanno una ragione economica non c'è incentivo che tenga», ha detto Marcegaglia, che oggi ha presentato il programma di celebrazione del centenario di Confindustria. «Termini Imerese è uno stabilimento che non da oggi ha problemi di minore produzione, logistici e di scarsa efficienza. Il tema vero non è quello di obbligare un imprenditore a mantenere uno stabilimento ma di reimpiegare le persone», ha detto ancora ricordando che in queste ore «si sta ragionando proprio su questo, e c'è anche la disponibilità della Fiat a contribuire. Questo è un atteggiamento giusto. Se a Termini non si produrranno auto - ha concluso - il nostro tema sarà quello del reimpiego».

IL FUTURO DI TERMINI IMERESE
- Intanto, al tavolo tecnico in corso al ministero dello Sviluppo economico, sarebbe emerso che circa il 50% dei lavoratori dello stabilimento Fiat di Termini Imerese avrebbero diritto alla mobilità con pensione. Rappresentanti del gruppo di Torino avrebbero detto che 806 operai dei 1.658 dipendenti Fiat della fabbrica siciliana potrebbero accedere alla mobilità con pensione. Nel corso del vertice - secondo quanto rendono noto alcuni rappresentanti sindacali che partecipano alla riunione - Fiat avrebbe inoltre confermato l'intenzione di dismettere lo stabilimento, ma non le tecnologie. Il tavolo è stato aggiornato al 5 marzo. Il ministero ha nominato Invitalia advisor per esaminare le proposte alternative per il polo industriale palermitano. Intanto, la giunta regionale della Sicilia approverà lunedì un provvedimento per formalizzare una proposta su Termini che sarà poi trasmessa al governo. Le parti ora continueranno la discussione affrontando il nodo dei 36 precari di Pomigliano d’Arco, il cui contratto scaduto il 31 dicembre non è stato rinnovato dalla Fia
t.


12/12/2009

Debutta il partito di Rutelli. Bertelli contro il premier

Debutta il partito di Rutelli. Bertelli contro il premier

 

I PARTITI. L'ad di Prada alla convention Api: «Va cacciato»

 

Debutta il partito di RutelliE Bertelli si scaglia contro il premier

Francesco Rutelli con Patrizio Bertelli ad di Prada

PARMA - L’Api di France­sco Rutelli nasce senza lustrini, senza gadget, senza vip da pri­ma fila. Anzi, uno c’è. E quan­do l’imprenditore Patrizio Ber­telli prende la parola dal palco il clima tiepido si scalda di col­po. «A Bonn il nostro premier ci ha messo in una condizione scandalosa di fronte all’opinio­ne pubblica mondiale...».

I mille in platea si spellano le mani e anche Rutelli si scio­glie in un applauso. «Mio figlio — riprende il filo l’ad del grup­po Prada — mi ha chiesto se non è possibile fare l' impeach­ment al premier». E meno male che non voleva parlare di Berlu­sconi e che si era definito «un agnostico» della politica: «Dob­biamo creare le condizioni per buttare fuori questo signore dal Parlamento italiano». Criti­ca come «inammissibili» gli in­centivi alla Fiat. Attacca Bassoli­no per la «vergogna» dei rifiuti a Napoli, causata da «incapaci che ancora governano invece di essere cacciati a calci nel se­dere ». Se la prende con il Pd «che non fa opposizione» e con i parlamentari da salotto: «Ormai la politica si fa a Porta a Porta , Matrix , Ballarò , Otto e mezzo ... » .

Di Fini pensa che stia facen­do «discorsi di buon senso». Di Marrazzo che il problema non è lui, quanto «i 40 mila viados autorizzati a prostituirsi». Ami­co di Rutelli «da una vita», tan­to che l’ex sindaco era sceso dal palco per abbracciarlo, il marito di Miuccia Prada conse­gna agli atti dell’assemblea na­zionale un intervento da disce­sa in campo. Ma lui giura di no, è solo che non ne può più di co­me vanno le cose: «Non mi va di impegnarmi in un partito, non ho queste pretese». Davve­ro non sogna un seggio? «Mam­ma mia!». E l’Api? Le piace il lo­go tricolore? «Terribile».

Rutelli se ne va col sorriso: «C’è un bellissimo clima, sono molto soddisfatto. Avete visto quanta gente? E Bertelli, lo ave­te sentito?». Il sondaggista Pie­poli gli dice che l’Api ha l’1% di bacino reale e il 30% di bacino potenziale, ma lui si mostra cauto: «Aspettiamo. Siamo gen­te umile, noi. Alle Regionali ci saremo in tutta Italia, ma per le alleanze c’è tempo». L’idea è stringere intese locali con l’Udc e anche con il Pd. Aprendo i la­vori Rutelli aveva letto un mes­saggio a Napolitano: «Il più al­to punto di garanzia per tutti gli italiani». In perfetta sinto­nia col Quirinale, tiene fuori la sua nuova creatura dalla «esa­sperazione politica» e si accolla il «dovere imprescindibile» di riportare l’equilibrio delle isti­tuzioni «verso il centro e non verso le estreme».

La scenografia è volutamen­te austera. I soldi sono pochi e il messaggio — indirizzato a piccoli e medi imprenditori, professionisti, giovani partite Iva — è che non vanno spreca­ti. La moglie del leader, Barba­ra Palombelli, è in venticinque­sima fila. Colonna sonora: Me­raviglioso dei Negramaro. Pan­theon: De Gasperi e Barack Obama, Falcone e Borsellino, Coppi e Bartali, Madre Teresa e Giovanni Paolo II. Ma l’Api non sarà «il partito dei cattolici né dei moderati». E l’apertura a Fi­ni? «Perché no, dipende da lui» insiste Rutelli. Sul palco Dellai, Tabacci, Linda Lanzillotta, Cale­aro, Vernetti, Pisicchio, Calga­ro, Mosella, Giuliano da Empo­li, Ubaldi... Un partito di fuoriu­sciti? «No — smentisce Dellai —. È la politica che è fuoriusci­ta dall’Italia». E oggi, da Israe­le, un messaggio di Kadima, il partito che Rutelli sogna di re­plicare con Fini e Casini.

Monica Guerzoni


01/12/2009

Marchionne: dal 2011 non si faranno più auto in Sicilia

Marchionne: dal 2011 non si faranno più auto in Sicilia

 

L'amministratore delegato di Fiat, al termine dell'incontro con il ministro Scajola, ufficializza lo stop della produzione a Termini Imerese. "Si farà qualcos'altro che ancora non sappiamo". Allarme Istat: oltre 2 milioni di disoccupati

 

 

E' ufficiale. A partire dal 2011 in Sicilia la Fiat non produrrà più automobili. Lo ha confermato Sergio Marchionne alla fine dell'incontro con Claudio Scajola. A Termini Imerese "non si faranno piu' auto, ma qualcosa di diverso che ancora non si sa. Ora non voglio aggravare ancora la situazione - ha detto Marchionne -: siamo stati molto chiari il 16 giugno all'incontro con il governo e le parti sociali. Dal 2011 non si produrranno piu' auto in Sicilia. E' un discorso che ha una base razionale ed economica, ed oggi abbiamo condiviso questi dati con il ministro". Quella di una riconversione della produzione nello stabilimento di Termini Imerese per Marchionne è una scelta "che non puo' cambiare. Quello che invece può cambiare - aggiunge - è l'impegno per uno sviluppo diverso per quello stabilimento".

In ogni caso la produzione di auto in Italia potrebbe essere portata a 900mila vetture. "Non è un numero astronomico" ha detto l'amministratore delegato, indicando cosi' che si tratta di un obiettivo possibile. Il target di produzione, ha detto Marchionne, verrà indicato nella messa a punto del piano entro la scadenza fissata per la riunione a Palazzo Chigi con governo e parti sociali il prossimo 21 e 22 dicembre.

E oggi dall'Istat arriva il nuovo allarme sul lavoro. Sono oltre 2 milioni gli italiani che cercano un impiego. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto ad ottobre l'8% ai livelli massimi dal 2004.


28/11/2009

Sudafricani bianchi al manager italiano: «Razzista alla rovescia»

Sudafricani bianchi al manager italiano: «Razzista alla rovescia»

 

Il caso Nel mirino l’ad di Vodafone Vittorio Colao. L’azienda ha ceduto azioni solo a neri

 

I manifesti che criticano Vittorio Colao
I manifesti che criticano Vittorio Colao

MILANO — Il manifesto è più che eloquente: una fotografia in primo piano di Vittorio Colao, circondata dalla frase «Ricercato per razzismo». Così, dalla scorsa settimana l’amministratore dele­gato del gruppo Vodafone si trova al centro di un’offensiva che, per certi aspetti, sta facendo riemerge­re in Sudafrica la vecchie ferite la­sciate dall’apartheid. Il paradosso è che a lanciare la campagna «Boi­cottate Vodafone!» è John Kerlen, esponente di quel South Africa’s Cape Independence Party che è espressione di un piccolo grup­po di irriducibili afrikaaner di estrema destra. Gli è bastato dif­fondere via internet un’email con le accuse a Colao per inne­scare un dibattito che ogni giorno vede aggiungersi deci­ne di blog, di messaggi, di di­chiarazioni che viaggiano su Facebook e altri siti di social networking.

Nel mirino di Kerlen c’è la decisione di Vodacom, la società al 65% di Vodafo­ne che è il primo operatore mobi­le in Sudafrica e ha attività anche in Tanzania, Lesotho, Congo, Mo­zambico, di destinare il 3,44% di proprie azioni alla comunità di co­lore. Una sorta di sistema di quo­te che porterà la «black communi­ty » sudafricana ad aumentare la partecipazione in Vodacom dal­l’ 1,9% che aveva nel 2007 al 6,97% previsto entro la fine di quest’an­no. Una scelta inaccettabile per il Cape Independence Party. «La no­stra costituzione vieta ogni forma di discriminazione per razza, fede religiosa, abitudini sessuali - scri­ve Kerlen - . E in questo senso la decisione di Vodacom appare as­solutamente discriminatoria » .

Dal quartier generale di New­bury, vicino a Londra, Colao prefe­risce non commentare. Ma i suoi collaboratori spiegano che la so­cietà africana di Vodafone non ha fatto altro che applicare le norme previste dalla Bee (Black Econo­mic Empowerment), la legge vara­ta nel 1994, all’indomani della fi­ne del regime di apartheid, secon­do cui per poter operare in Suda­frica le aziende devono agevolare la partecipazione della comunità di colore alle attività economiche. «Niente vieta comunque ai bian­chi di acquistare le nostre azioni direttamente sul mercato», sotto­lineano in casa Vodafone. La stes­sa tesi, del resto, sembra condivi­sa dalla maggioranza dei sudafri­cani che stanno rispondendo via internet ai messaggi di Kerlen. Un esempio su tutti: «Contestare la scelta di Vodafone significa torna­re alle contrapposizioni razziali che ci siamo lasciati alle spalle tan­to tempo fa», scrive Victor MacK­lenin, che si definisce «un uomo d’affari di Cape Town».

In realtà, la nuova offensiva della destra afrikaaner appare nient’altro che il seguito di una campagna innescata l’anno scor­so contro un’altra decisione di Vo­dafone, ritenuta particolarmente grave dal Cape Party. All’inizio del 2008 Vodacom ha infatti attribui­to consistenti quote di capitale a Yebu Yetho e a Royal Bafokeng, due particolari «fondi sovrani» che rappresentano gli interessi di alcune minoranze etniche della «black community» sudafricana, e che investono i proventi di di­verse attività economiche (innan­zitutto quella mineraria) per desti­narne poi i guadagni alle rispetti­ve comunità.

Giancarlo Radice


20/06/2009

Jobs ha avuto un trapianto di fegato

Jobs ha avuto un trapianto di fegato

 

Lo rivela il wall street journal. Il fondatore e ad della Apple operato in Tennesse 2 mesi fa, ma tornerà al lavoro entro fine mese

 

Steve Jobs (Ansa)
Steve Jobs (Ansa)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NEW YORK (USA) - Steve Jobs, fondatore e amministratore delegato della Apple, è stato sottoposto ad un trapianto di fegato circa due mesi fa ma tornerà comunque al lavoro entro la fine del mese. Lo scrive il Wall Street Journal.

LA MALATTIA - Jobs, sopravvissuto ad un cancro del pancreas, si è allontanato circa sei mesi fa dal lavoro quotidiano in azienda, aggiunge il giornale economico americano citando non precisate fonti mediche. Secondo il Wsj, Steve Jobs inizialmente tornerà part-time alla guida del colosso di Cupertino affiancando il responsabile operativo Tim Cook che in questi mesi lo ha sostituito. Il quotidiano afferma che alcuni dei più alti dirigenti della Apple erano al corrente dell'intervento chirurgico cui si è sottoposto Jobs, in un ospedale del Tennessee, ed hanno avuto riunioni settimanali con il medico che lo aveva in cura per essere aggiornati sul decorso della degenza.