18/02/2011
Pio Albergo Trivulzio, aperta la lista: molti «nomi noti» tra gli affittuari
Pio Albergo Trivulzio, aperta la lista: molti «nomi noti» tra gli affittuariIn lista la compagna di Pisapia. Lui: «Macchina del fango contro di me». Ci sono anche il direttore generale del Milan Ariedo Braida, Carla Fracci e un Cordero di Montezemolo
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24/01/2011
Federalismo: la rivoluzione per le tasse sulla casa
Federalismo: la rivoluzione per le tasse sulla casaScompare l'Ici e arriva una nuova imposta, l'Imu, che non toccherà la prima abitazione. Novità anche per la Tarsu: l'imposta sui rifiuti sarà in base alla composizione del nucleo familiare, non solo ai metri quadrati.
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13/08/2010
Fisco, affitti in nero al mare. Interviene la Finanza
Fisco, affitti in nero al mare. Interviene la FinanzaLe Fiamme Gialle hanno avviato una fase di controllo nei principali centri di villeggiatura. Oltre un milione di euro i soldi evasi, derivanti soprattutto da locazioni stagionali
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12/08/2010
Camera, i radicali: ecco gli sprechi della politica
Camera, i radicali: ecco gli sprechi della politicaNegli ultimi tredici anni Montecitorio ha versato ad un'unica società più di mezzo miliardo per affitti e servizi. Lo sostengono i radicali, che aggiungono: "non si hanno notizie di gare, aste o consultazioni con altri concorrenti"
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09/08/2010
Cedolare secca, a Roma e Milano 400 mln da affitti in nero
Cedolare secca, a Roma e Milano 400 mln da affitti in neroLo dice un'indagine del Sole 24 Ore, che stila anche una classifica dell'evasione. Al primo posto Potenza con il 66,9% delle locazioni non dichiarate
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04/08/2010
Cedolare affitti, inquilini e proprietari ecco i consigli per risparmiare
Cedolare affitti, inquilini e proprietari ecco i consigli per risparmiareLa doppia strategia: punizioni più severe a chi evade, possibili sgravi a chi è in regola
Arriva da subito la cedolare secca sugli affitti. Si applicherà dal 2011, sarà su base volontaria, e avrà un'aliquota del 25%. Per i contratti a canone agevolato nei centri ad alta densità abitativa il prelievo sarà al 20%. È quanto prevede l'ultima bozza del decreto sul federalismo fiscale comunale che domani approva al Consiglio dei Ministri. Il nuovo tributo scatterà praticamente da subito assorbendo anche le imposte di bollo e registro, ma il proprietario potrà decidere di mantenere la vecchia modalità di tassazione Irpef.
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La classica tecnica del bastone e della carota: la vuole usare il Fisco con i proprietari di case renitenti a dichiarare gli introiti percepiti da abitazioni in affitto, con le novità legislative previste dal quarto decreto attuativo del federalismo fiscale. Sul bastone è presto detto: saranno inasprite le sanzioni per i proprietari che evadono le imposte, con penali fino a duemila euro per le somme non dichiarate e fino al 400% sulle imposte evase.
Quanto alla carota: i proprietari che affittano a canone libero dal prossimo anno potranno optare tra la tassazione attuale e una cedolare secca del 25%, che andrebbe a sostituire l’Irpef (comprese le addizionali regionale e comunale), l’imposta di registro e i bolli. Con le regole attuali l’imposizione fiscale sulle locazioni prevede l’imponibilità ai fini Irpef dell’85% del canone annuo percepito, cui si aggiunge il 2% a titolo di imposta di registro (la metà è carico dell’inquilino). Ipotizziamo un contribuente con un’aliquota marginale Irpef, comprese le addizionali, del 42%, e che affitti una casa a 700 euro al mese: oggi paga 3.330 euro di imposte oltre all’Ici; con le nuove regole il suo esborso scenderebbe a 2.100 euro, cui comunque andrebbe aggiunta l’Ici. Il risparmio sarebbe di 1200 euro all’anno. Con aliquote marginali più basse e su canoni ridotti rispetto a quelli dell’esempio il risparmio si ridurrebbe ma rimarrebbe interessante, anche se il sospetto è che molti proprietari continuerebbero a preferire ancora l’esborso zero.
La legge sulle locazioni prevede un trattamento fiscale di favore per i contratti concordati: si tratta di locazioni effettuate, nelle grandi città, a canoni calcolati sulla base di parametri individuati di comune accordo tra le associazioni dei proprietari e i sindacati inquilini. Il proprietario di casa che concede la sua abitazione seguendo questo percorso normativo ottiene con le regole attuali un ulteriore sconto del 30% sull’imponibile Irpef, che quindi viene pagata sul 59,5% (ovvero l’85% standard meno un ulteriore 30%). Con le nuove norme il proprietario che invece optasse per la cedolare secca si vedrebbe applicata un’aliquota del 20%. Per restare al nostro esempio precedente, su un affitto da 700 euro al mese l’imposizione annua complessiva calcolata è di 2.230 euro mentre con la cedolare il carico scenderà a 1680 euro, con un vantaggio di 450 euro. Nei fatti quindi si ridurrà il vantaggio fiscale dei contratti concordati, perché se con le norme attuali a parità di canone si ottenevano, per restare sempre al nostro esempio, risparmi di 1.100 euro (2.230 euro contro 3.330), con la cedolare il gap scenderà a 420 euro. Siccome i canoni concordati sono di norma molto più bassi di quelli liberi, la diminuzione dell’appeal fiscale porterà i proprietari a snobbarli.
E per gli inquilini? Un vantaggio teorico c’è: se le case a canone libero avranno un carico fiscale minore, i proprietari potrebbero ridurre leggermente le pretese mantenendo invariato il guadagno. Nella pratica forse potrà succedere che, spinti dalla minore fiscalità, qualche proprietario che tiene la casa vuota la metta sul mercato. Solo se il fenomeno avrà dimensioni massicce i canoni scenderanno.
Gino Pagliuca
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16/06/2009
Gli stabilimenti e il canone scomparso
Gli stabilimenti e il canone scomparso
Per la concessione possono bastare 4mila euro, come lo stagionale di una cabina di lusso. Ogni anno il Demanio riscuote solo un terzo degli affitti Versilia e Liguria, spiagge costose ma solo per i bagnanti
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| Stabilimenti balneari lungo la spiaggia di Riccione (Ansa) |
Il Twiga, stabilimento balneare extralusso in Versilia, affitta ogni cabina a 4 mila euro a stagione, più o meno la stessa cifra che fino al 2007 versava allo Stato come canone di concessione per un intero anno. E molto meno del prezzo di mercato di un monolocale nella stessa zona. L’albergo Marinella di Nervi, 12 stanze da oltre 100 euro a notte con suggestivo affaccio sul mare della Liguria, paga di concessione poche centinaia di euro al mese. E anche in questo caso il prezzo è decisamente di favore. Ancora, lo stabilimento le Dune di Ostia, sul litorale romano, per quasi 30 mila metri quadrati di arenile presi d’assalto dai turisti nella bella stagione, corrisponde al Demanio poco più di 30 mila euro all’anno. E l’elenco è lunghissimo: sono oltre 24 mila le concessioni demaniali marittime assegnate e censite in Italia. Ma forse sono più di 28 mila. Nessuno lo sa con certezza, perché non esiste una banca dati unica. Dovrebbe essere comunque un tesoretto. Invece rende poco allo Stato, ma in compenso fa diventare ricchi i fortunati titolari. Secondo una stima della società pubblica Patrimonio dello Stato, gli stabilimenti versano per le concessioni appena il 5% del fatturato delle proprie attività, mentre per una normale attività commerciale, secondo le associazioni di categoria, l’affitto del locale incide fino al 35-40% del giro d’affari.
Così, nonostante gli adeguamenti ai canoni introdotti con la Finanziaria del 2007, il piatto, cioè le casse pubbliche, piange. Secondo i dati dell’Agenzia del Demanio nel 2008 su 280 milioni da riscuotere, lo Stato è riuscito a incassarne appena 103 milioni. Poco più di un terzo. E gli altri dove sono finiti? Sono rimasti nelle tasche dei titolari delle concessioni. E risulta difficile riuscire a farglieli tirare fuori. Anche per il 2009 le previsioni sono nere: il Demanio teme di non riuscire a incassare nemmeno la metà di quanto dovrebbe. E proprio domani Maurizio Prato, direttore del Demanio, andrà al Senato per sollecitare interventi legislativi per mettere ordine. Le competenze infatti sono frammentate, in alcuni casi la gestione delle concessioni è delegata alle Regioni, in altri ai Comuni. A volte nei piccoli centri i funzionari gestiscono in maniera discrezionale tutto ciò che riguarda le concessioni. E manca un coordinamento centrale. Risultato: ci sono stabilimenti che non pagano la concessione e fanno finta di niente, «tanto nessuno controlla». Altri che hanno deciso di continuare a pagare il vecchio canone perché ritengono gli aumenti ingiusti e hanno deciso di farsi lo sconto da soli. Altri ancora invece hanno presentato ricorsi in varie sedi contro gli aumenti. E per adesso fanno orecchie da mercante alle richieste del Demanio. Poi ci sono anche quelli che pagano la concessione, ma molti poi la fanno fruttare più del dovuto con qualche piccola furbizia: utilizzano senza specifiche autorizzazioni arenili e spiagge anche come discoteche, centri sportivi, addirittura come beauty farm a cinque stelle, facendo decollare gli incassi. E come accertato dai controlli a campione della Guardia di Finanza, gli stabilimenti balneari sono spesso terreno fertile per lavoro nero o comunque irregolare e evasione fiscale. E se il fatturato complessivo dichiarato è stimato intorno ai 2 miliardi, secondo l’Agenzia delle entrate ci sarebbe almeno un altro miliardo di giro d’affari sommerso.
I ministri che negli anni hanno cercato di regolamentare e mettere a frutto il patrimonio balneare, e cioè prima Vincenzo Visco per il centrosinistra e poi Giulio Tremonti per il centrodestra, hanno dovuto fare i conti con la lobby dei titolari degli stabilimenti balneari, che per anni è riuscita a respingere qualsiasi tentativo di nuova regolamentazione del settore. Solo nel 2007 gli stabilimenti hanno finito per accettare, obtorto collo, gli adeguamenti dei canoni. Ma il settore resta una jungla. Ci sono Comuni, come Roma, dove le concessioni sono state rilasciate anche per una durata di 25 anni. E senza aprire i bandi a nuovi operatori: vengono passate di padre in figlio, come se fossero beni di famiglia, anziché patrimonio pubblico. Addirittura c’è un mercato: le concessioni non possono essere vendute, ma i titolari cedono direttamente le società a cui è intestata l’autorizzazione. Un modo per aggirare, legalmente, la legge. Ma in forte odore di speculazione. A Fregene, alle porte della Capitale, un imprenditore che pagava 1400 euro al mese per uno stabilimento che in un solo in week end incassa migliaia di euro ha ceduto l’attività per 2 milioni di euro. E casi analoghi sono stati segnalati in Romagna, Toscana e Abruzzo.
Inoltre, le spiagge per legge dovrebbero essere classificate per fasce qualitative e i canoni parametrati con importi più alti per i lidi migliori e più bassi per gli altri. Secondo le stime delle Capitanerie di porto, nelle fasce più basse rientrerebbero meno del 25% delle spiagge. E invece oltre il 90% è finito fra i lidi per i quali i canoni sono minimi. Poco importa poi se i clienti arrivino a pagare per un ombrellone e due sdraio anche 30 euro al giorno in questi stabilimenti che sarebbero «popolari», ma hanno prezzi da capogiro. «È una vergogna nazionale», dice Angelo Bonelli, ex capogruppo dei Verdi alla Camera che da anni raccoglie e studia il problema delle concessioni demaniali marittime. E aggiunge: «Non c’è esempio in Europa e nel mondo di una gestione colabrodo del patrimonio marittimo come in Italia che ha portato inoltre a un processo di privatizzazione delle spiagge. Di fronte a canoni per le concessioni così ridicoli anche di 300 euro al mese con fatturati milionari, vediamo da un lato lo Stato che perde centinaia e centinaia di milioni di euro, e dall’altro che il godimento delle spiagge da parte dei cittadini si trasforma in un problema sociale, per l’imposizione illegale del pagamento di un biglietto per l’ingresso». E del resto c’è anche una controprova dello spreco di denaro pubblico. A Aci Castello, in Sicilia, il Demanio ha preso direttamente in gestione lo stabilimento del Lido dei Ciclopi, confiscato alla mafia: nel 2008 l’incasso ha superato i 640 mila euro, con oltre 130 mila euro di utili. Il business, per chi lo sa sfruttare, vale.
Paolo Foschi
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| Tag: estate, costi, cabine, sdraio, ombrelloni, aumenti, stabilimenti balneari, balneazione, concessione, demanio, affitti, bagnanti | OKNOtizie |
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28/09/2008
Seicentomila italiani in cerca di una casa
Seicentomila italiani in cerca di una casa
L’80 % ha un appartamento di proprietà ma il 20 % è in difficoltà a pagare un affitto. Insostenibili i prezzi di mercato
Sono 600 mila le persone in Italia che si trovano in una condizione di fabbisogno abitativo. Il numero rappresenta le domande giacenti nelle graduatorie dei Comuni per l'accesso all'edilizia residenziale pubblica. In pratica, si tratta di persone e famiglie che hanno un reddito sufficientemente basso—il livello varia da regione a regione— per poter richiedere una casa popolare. Il dato è stato elaborato da Federcasa, l'associazione che riunisce i principali enti di gestione degli ex Iacp e che l'8 ottobre è uno dei protagonisti del convegno «Social housing, riordino urbano e valorizzazione del territorio ». Il 9 e 10 ottobre sarà l'Anci a promuovere un altro convegno, «I Comuni e l'abitare: le nuove domande sociali, gli attori e gli strumenti operativi». Nonostante il nostro sia il Paese europeo con il tasso maggiore di proprietari di un'abitazione (80%) la questione abitativa è al centro dell'interesse pubblico: per molti la casa è un problema. Il mercato degli affitti per la piccola fetta di popolazione rimanente non è alla portata di tutti. I canoni di locazione aumentano di anno in anno.
Secondo Nomisma, nel 1991—2007, a fronte di una crescita delle disponibilità familiari del 20,8%, l'incremento dei canoni di mercato nelle aree urbane è risultato del 66,7%. L'incidenza della locazione di un'abitazione di 80 mq sul reddito familiare è passata dal 20,7% dei primi anni '90 all'attuale 28,5%, con un aumento, peraltro interamente concentrato nel periodo 1998—2005, vicino ai 38 punti percentuali. Secondo il sindacato degli inquilini Sunia, nel 2008 affittare una casa costa in media il 5,2% in più rispetto al 2007. Ma il dato che colpisce è quello sulla causa principale degli sfratti. Non la finita locazione, bensì la morosità: si è passati dai 17.664 casi del 1983 che rappresentavano il 12,85% del totale ai 33.559 del 2007 che rappresentano il 77,34% del totale. «Questo accade perché la gente non riesce più a sostenere i prezzi di mercato—dice il segretario generale del Sunia, Luigi Pallotta —. Ma a differenza dell'attenzione posta al problema di chi non riesce a pagare il mutuo, non si nota che negli ultimi 5 anni sono ben 160mila le famiglie che non sono riuscite a fare fronte al pagamento in maniera regolare». L'assegnazione di una casa popolare resta un miraggio. «Attualmente si riescono a gestire soltanto le emergenze — dice Luciano Cecchi, presidente di Federcasa — e non a soddisfare le domande. Il problema è che il patrimonio è già tutto occupato. Con le conseguenti tensioni abitative che si registrano nelle maggiori città e nei Comuni di prima cintura». I quasi 800 mila alloggi di edilizia residenziale pubblica dati in locazione non bastano. I tempi d'attesa per le famiglie iscritte alle graduatorie sono indefiniti, i nuovi bandi o gli aggiornamenti risultano essere un esercizio di stile, una pura formalità.
Tanto che il Comune di Napoli, per mancanza di offerta, non aggiorna più le graduatorie dal 2000. Non a caso l'Italia è uno dei Paesi europei con la percentuale di edilizia pubblica più bassa: il 4,5% rispetto al 34,6% dei Paesi Bassi e al 17,5% della Francia. E a differenza di Paesi come Spagna e Francia, da noi non esiste un ministero per la Casa ad hoc. Bisognerebbe creare nuovi alloggi, ma il pubblico costruisce sempre meno. «Fino al 1998 si costruivano circa 25mila nuovi alloggi l'anno—dice Anna Pozzo, architetto di Federcasa— ma dal 1998 il trend è calato e attualmente si costruiscono soltanto cinquemila abitazioni all'anno». Mancano i finanziamenti. «Attualmente si costruisce con quello che si ricava dalle vendite di alloggi popolari e dagli scarsi finanziamenti degli enti pubblici», dice Pozzo. Dunque troppo poco. Secondo un'indagine del centro studi Nomisma, nel nostro Paese per coprire il fabbisogno sociale manca all'appello un milione di alloggi. E nel frattempo le situazioni di bisogno aumentano. Oltre a chi è in condizioni di povertà tali da potersi permettere di vivere soltanto in una casa popolare e nella maggior parte dei casi si tratta di anziani, esiste una fetta di popolazione che appartiene al ceto medio la quale, pur non volendo o non avendo i requisiti per andare in un alloggio di edilizia residenziali pubblica, non ha i mezzi per stare sul mercato. «Si tratta dei giovani, degli studenti e dei lavoratori precari — dice Loris Zaffra, presidente dell'Aler di Milano —. Per loro la risposta che abbiamo trovato è il social housing, cioè un alloggio a canone concordato e moderatoma non sociale». Per fare un esempio, se la media di un canone d'affitto in una casa popolare è meno di cento euro al mese, con il social housing in Lombardia si pagano tra i 280 e i 420 euro al mese a seconda della metratura. Secondo Nomisma, esprimono una domanda potenziale di case in affitto a canone moderato almeno 900 mila giovani, 150 mila studenti e 100 mila lavoratori pendolari. «A queste categorie bisogna aggiungere quella degli uomini separati—precisa Luciano Cecchi —. E soprattutto ricordarsi che adesso ci sono anche gli immigrati a esprimere un forte bisogno abitativo». Sempre secondo Nomisma, dei circa 2,7 milioni di regolari residenti registrati nel 2006, sono circa un milione quelli che vivono in abitazioni precarie o comunque in condizioni di disagio.
12:09 Scritto in famiglia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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