02/04/2012

Ecco i «giacimenti» inutilizzati di lavoro

Ecco i «giacimenti» inutilizzati di lavoro

Sono almeno mezzo milione i posti che restano scoperti per mancanza di qualificazione

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01/04/2010

«Il Pd è in piedi, ora deve accelerare»

«Il Pd è in piedi, ora deve accelerare»

 

Con una lettera ai coordinatori dei circoli del partito, il leader replica a critiche interne. Bersani: «La possibilità di cambiare il corso delle cose è legata alla capacità di offrire un'alternativa credibile»

 

Pier Luigi Bersani (Ansa)
Pier Luigi Bersani (Ansa)

ROMA - Una lettera di risposta ad un'altra lettera, quella di 49 senatori del suo partito. Nonostante la «delusione» per la perdita del Lazio e del Piemonte «per una manciata di voti», il Pd «è in piedi», e ora deve «accelerare» sulla strada della costruzione dell'alternativa al governo del centrodestra. È quanto scrive il leader del Pd Pier Luigi Bersani proprio in una lettera ai coordinatori dei circoli del Pd.

LA MISSIVA - «La possibilità di cambiare il corso delle cose - si legge nella sua lettera - è legata alla nostra capacità di offrire un'alternativa positiva e credibile, di dare un'altra possibilità agli italiani. Adesso dobbiamo accelerare. Da qui dobbiamo ripartire mettendoci al lavoro per rafforzare il nostro progetto e per dare radicamento a un Partito democratico concepito come una grande forza popolare, presente con continuità ovunque la gente vive e lavora e capace di offrire proposte che abbiano un contenuto sempre più visibile e coerente. Diversamente, i rischi non solo di disaffezione dell'elettorato ma anche di radicalizzazione e di frammentazione impotente, non potrebbero che diventare più gravi».
«Le recenti elezioni regionali - scrive Bersani - sono state per tutti noi un passaggio importante, che ci mostra tutta la complessità e la profondità dei problemi che abbiamo di fronte. Il Partito democratico è in piedi. Sentiamo forte in queste ore la delusione per avere perso la guida di alcune regioni, e il Lazio e il Piemonte per una manciata di voti. La delusione è solo in parte attenuata dal fatto che abbiamo conquistato comunque la presidenza di sette tra le tredici regioni in palio: un risultato certamente non scontato alla luce dei rapporti di forza che si sono determinati nelle elezioni più recenti, tenendo conto che le elezioni regionali del 2005 si erano svolte dentro un altro universo politico». Prosegue Bersani: «Va rimarcato che per la prima volta dopo molto tempo, nel voto di domenica e lunedì scorsi si è verificato un arretramento consistente dei consensi del Popolo delle libertà, solo in parte compensato dalla crescita della Lega; le distanze tra il campo del centrodestra e il campo del centrosinistra sono oggi sensibilmente inferiori rispetto a un anno fa, e quindi pur dentro a elementi di delusione si apre uno spazio per il nostro impegno e per il nostro lavoro. Tuttavia, dal voto emergono chiaramente alcuni problemi di fondo nel rapporto tra i cittadini italiani e la politica: c'è una disaffezione crescente, che si manifesta come distacco e radicalizzazione, verso una politica che gli elettori percepiscono come lontana dai loro problemi. Una crisi sociale ed economica pesante fa sentire ogni giorno le sue conseguenze sulla vita dei cittadini, senza che dal governo arrivino risposte adeguate alla gravità dei problemi». «Il principale responsabile di questa situazione - continua la lettera di Bersani - è il presidente del consiglio; ma è una situazione che interroga anche noi». «Dobbiamo servire il Paese - sottolinea il leader democratico - raffigurandoci come un partito fondato sul lavoro, il partito della Costituzione, il partito di una nuova unità della nazione. Il Partito democratico è il partito di una nuova centralità e dignità del lavoro dipendente, autonomo, imprenditoriale e della valorizzazione del suo ruolo nella costruzione del futuro del Paese. È il partito che non accetta che il consenso venga prima delle regole e lavora per istituzioni più moderne rifiutando la chiave populista. È il partito che dà una risposta innovativa al tema delle autonomie nel quadro di una rinnovata unità nazionale. Avvieremo insieme un grande piano di lavoro incardinato su questi obiettivi».

Redazione online


24/02/2010

Un mondo sommerso dalla spazzatura elettronica

Un mondo sommerso dalla spazzatura elettronica

 

AMBIENTE. Lo prevede un rapporto statunitense promosso che censisce l'ammontare di e-waste in 11 nazioni

 

MILANO – La chiamano e-waste, ma è solo un modo più accattivante per identificare la mole di rifiuti derivati da apparecchi tecnologici. Una montagna di spazzatura che sta crescendo a dismisura, soprattutto in alcune parti del mondo, e che è fortemente inquinante, come denuncia un rapporto delle Nazioni Unite in cui si propongono anche soluzioni alternative e si sottolineano le best practices nel mondo. Telefonini, vecchi pc abbandonati, componenti elettronici scartati: la e-spazzatura sta soffocando il pianeta e spesso questi rifiuti elettronici nascondono componenti chimici pericolosi.

I PAESI PIÙ A RISCHIO - In India l'ammontare di e-waste determinato solo dai telefonini crescerà di 18 volte e in Cina di sette volte entro il 2020. In Cina e in Sudafrica la spazzatura elettronica generata da vecchi pc è destinata a crescere del 400 per cento entro il 2020 partendo dai dati del 2007, mentre in India il tasso di crescita previsto è del 500 per cento. Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Messico sono i posti più soffocati dall’e-waste. Ogni anno si producono 40 milioni di tonnellate di rifiuti di questo tipo, di cui 3 milioni inviati dagli Usa e 2,3 milioni prodotti dalla Cina, con un’offerta galoppante di apparecchi elettronici alla quale le tecniche di smaltimento e riciclaggio non riescono a stare dietro.

MATERIALI DI VALORE – Del resto a molti Paesi per certi versi fa comodo questo ruolo di discarica elettronica del mondo, perché dagli apparecchi elettronici si possono estrarre materiali di valore, come cobalto, oro, argento e palladio. Inutile dire che l’estrazione di queste sostanze comporta un elevato costo per l’ambiente. Spesso infatti, soprattutto in Cina, vengono utilizzati inceneritori o addirittura griglie a cielo aperto, con un conseguente impatto ambientale disastroso e un grave rischio per la salute umana.

BUONI ESEMPI – Il rapporto dell’Onu sottolinea la necessità e l’urgenza di trovare regole e standard mondiali comuni e condivisi, prendendo esempio da alcune realtà locali lodevoli, come Bangalore, in India. Attualmente il prezzo di uno sviluppo tecnologico affetto da gigantismo viene pagato soprattutto dai Paesi in via di sviluppo. In attesa di un sistema di smaltimento e riciclo dei rifiuti elettronici che possa essere veramente risolutivo, senza essere troppo caro in termini di salute e di ambiente.

Emanuela Di Pasqua


04/05/2009

Maree e acque salate, la nuova energia

Maree e acque salate, la nuova energia

 

Così aumentano le alternative a gas e petrolio. Sono già 60 i progetti messi in campo in Europa

 

Mulini ad acqua
Mulini ad acqua


BRUXELLES — Allacciare le cinture. Se, come pensano molti, la ripresa dopo la crisi comincerà dalla Cina, quel giorno accadrà laggiù quel che ac­cadde in America, negli anni Cinquanta: una clas­se media appena consolidatasi, in un Paese che già è il primo produttore al mondo di auto, si met­terà al volante, sulla via della motorizzazione di massa. Il mito «on the road» ri-raccontato in man­darino, i motel e i rifornitori scintillanti lungo le autostrade che porteranno da Canton alla Mongo­­lia: forse non è fantascienza. Ma senza i rifornito­ri, niente 4 ruote: il primo effetto della ripresa eco­nomica sarà appunto un'impennata della doman­da di energia. Nella recessione attuale, è «del tut­to possibile» un calo di 1,5 milioni di barili di pe­trolio al giorno, pari al 7% del consumo totale, so­lo nei consumi energetici degli Usa; e un calo pa­rallelo della domanda: così la pensa Steven Kopi­ts, direttore della Douglas-Westwood, una socie­tà americana che analizza i mercati energetici. E lascia capire: il resto del mondo seguirà a ruota.

Ma se la Cina si metterà poi al volante, scatterà il meccanismo opposto, come ai tempi del «boom» in Occidente: quando dal 1960 al 1972, ricorda an­cora Kopits, «la domanda globale di petrolio au­mentò di 30 milioni di barili al giorno, quasi 4 vol­te l'odierna produzione dell'Arabia Saudita». Su, giù, di nuovo su: ci attende un grafico da monta­gne russe. E la Cina ha la più grande forza-lavoro al mondo, 800 milioni di persone, il doppio di Usa, Giappone e Unione Europea messi insieme: quanto produrrà, una volta lanciata «on the road»? Gli esperti tacciono. Ma una cosa, la dan­no per scontata: in una situazione così incerta, con petrolio e gas che già scarseggiano, bisogne­rà ricorrere sempre più alle energie rinnovabili. È anche per questo, che la Ue si è data per il 2020 un obiettivo molto ambizioso: almeno il 20% del­l’energia dovrà essere tratta da fonti rinnovabili. Il vento, il sole, il calore geotermico nascosto sot­to la crosta terrestre. E il mare. Gli oceani, che co­prono il 75% della terra. E che di energia trabocca­no, ma sono anche custodi gelosi ed esosi, giac­ché i loro segreti costano. Già nel 1607, nella Nuo­va Scozia canadese, un mulino azionato dalle ma­ree produceva 25-75 Kilowatt/ora. Nel 1799, ci si provò anche in Europa. Nel 1909, un porto della California fu illuminato dall'energia «rubata» alle onde. Poi, un lungo silenzio. Fino a pochi anni an­ni fa, quando partirono le prime turbine sottoma­rine, i «mulini a vento degli oceani» che con le loro eliche trasformano l'energia idraulica in mec­canica e poi — attraverso un convertitore — in energia elettrica.

Principio semplice: il volume, la densità dell'acqua, sono 800-850 volte maggiori di quelli dell'aria, e perciò — almeno in teoria — con minor «sforzo» le eliche producono di più. Grazie a queste e ad altre diavolerie, oggi, per la prima volta il mare fornisce regolarmente energia a molti Paesi. Poca, ma buona. Sfruttando le sue 5 «forze»: le maree (cioè il potenziale energetico ri­cavabile dalla differenza in altezza fra l'alta e la bassa marea); le correnti prodotte dalle maree o dai venti (energia cinetica ricavabile dal movi­mento orizzontale dell'acqua); il gradiente di sali­nità (là dove un fiume si getta in mare, le acque dolci si mescolano a quelle salate e la diversa sali­nità crea una differenza di pressione, cioè una po­tenziale fonte di energia); infine, la differenza di temperatura fra la superficie dell'oceano e le sue acque profonde, da cui scaturisce energia termi­ca. La parola «differenza» ricorre ovunque perché il mare è per sua natura mutevole, incostante, ge­neratore di contrasti fisico-chimici: e perciò ap­punto, sorgente di energia. Per esempio: da solo, il gradiente di salinità avrebbe nel mondo un po­tenziale sfruttabile da 2000 Terawatt/ora per an­no (un Terawatt/ora equivale a un miliardo di kilowatt all'ora, ndr).

Nei calcoli dell'Iea, l'Agenzia inter­nazionale dell'Energia, l'uomo di oggi consuma in elettricità circa 15.400 Terawatt/ora per anno, e il 13% potrebbe essere «coperto» proprio dalle onde. La realtà è ov­viamente più modesta: i mari eu­ropei, nel 2006, hanno prodotto «appena» 550 Gigawatt/ora di elettricità (un Gigawatt equivale a un milione di kilowatt). Ma è mol­to, se comparato al niente di po­chi anni fa. Spiega Nathalie Rous­seau dell'«Agenzia Ocean Ener­gy», che a Bruxelles affianca la Ue in questi studi: «Secondo certe sti­me le correnti possono produrre nel mondo oltre 800 Terawatt/ora per anno; e il gradiente termico, 10 mila; e le maree, oltre 300... Insomma, un teso­ro da esplorare. E fra i Paesi con un potenziale molto alto di energia marina, c'è anche la vostra Italia con lo Stretto di Scilla». Se si considerano i progressi delle energie rinnovabili nei Paesi Ue, alla voce «oceano» appare per decenni uno zero, mentre la voce «vento» cresce del 19,9% all'anno. Ma nella proiezione 2010-2020, le voci si inverto­no: «vento», 8,5%, «oceano» 17,5%.

In America, si progetta di ancorare dei «muli­ni » in mare davanti alle coste della Florida, o vici­no al ponte Golden Gate di San Francisco. E sono stati stanziati 3 milioni di dollari per calare verso la foce dell'East River di New York, in 10 anni, 300 turbine che riscalderanno migliaia di case, sfruttando le correnti del fiume e del mare. Nella Ue, invece, si contano 60 progetti attivi o pianifi­cati: boe gigantesche, dighe galleggianti, rotori computerizzati, c'è un po’ di tutto. E tutto nell'ac­qua. Francia e Inghilterra, che hanno maree di 10 metri, sono in testa. Ma c'è anche il portoghese «Pelamis», che fornirà energia a duemila fami­glie: un serpentone composto da cilindri, che bal­lando sulle onde attivano dei generatori. O il cen­tro sperimentale «Billia Croo», in Scozia, dove si studiano cavalloni alti 12 metri e correnti da 4 me­tri al secondo. C'è la «Fattoria delle Onde» in Cor­novaglia. E «SeaGen», in Irlanda del Nord, siste­ma di turbine che riscalda mille case. E il «Drago­ne delle onde», in Danimarca. Ancora in Danimar­ca, si sperimenta una centrale galleggiante chia­mata «Poseidon». Come il dio greco del mare: cui venivano attribuite 42 amanti, proprio per la sua energia inesausta. Anzi, rinnovabile.

Luigi Offeddu