04/04/2012

Milano-Roma a nove euro? Biglietti introvabili, Altroconsumo segnala Trenitalia all'Antitrust

Milano-Roma a nove euro? Biglietti introvabili, Altroconsumo segnala Trenitalia all'Antitrust

POLEMICA SULLE PROMOZIONI. I consumatori: è «pubblicità ingannevole». La replica: l'offerta non è aleatoria, tutto dipende dai giorni

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14/09/2011

Rai: diritti degli abbonati violati

Rai: diritti degli abbonati violati

Gli abbonati Rai hanno subìto la cancellazione del proprio diritto, costituzionalmente garantito, a un'informazione libera, plurale e obiettiva. Abbiamo proposto una class action davanti al Tribunale di Roma per consentire agli abbonati che vi aderiranno di essere risarciti.

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13/02/2011

Banda larga, ecco come controllare se Internet funziona bene

Banda larga, ecco come controllare se Internet funziona bene

L'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha messo a disposizione degli utenti un software per verificare che i valori della propria navigazione corrispondano a quelli promessi dai provider e, nel caso, recedere dal contratto. Scetticismo dei blogger

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13/12/2010

Carissimo treno, ecco la petizione online contro gli aumenti

Carissimo treno, ecco la petizione online contro gli aumenti

A lanciare l’iniziativa è Altroconsumo dopo aver registrato il malcontento di oltre 1.400 viaggiatori su 25 tratte ferroviarie. Tra le richieste, quella di legare gli incrementi tariffari al concreto miglioramento della qualità del servizio

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29/09/2010

Assicurazioni auto: aumenti record

Assicurazioni auto: aumenti record

Un'indagine di Altroconsumo evidenzia aumenti a due cifre delle polizze in tutta Italia. Per i neo patentati si va da un +16% a Milano fino al +26% di Napoli. Stangate anche per i guidatori più esperti

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01/07/2010

Come risparmiare sulla bolletta in quattro milioni e mezzo di case

Come risparmiare sulla bolletta in quattro milioni e mezzo di case

IL DOSSIER. Parte la tariffa bioraria dell'elettricità. I più avvantaggiati? I single

 

MILANO - Accendere la lavatrice o la lavastoviglie di sera, di notte e nei fine settimana sarà più conveniente. Un poco più conveniente, va subito detto. Perché in questi orari (e giorni) il costo dell'energia elettrica sarà più vantaggioso. Debutta infatti la cosiddetta «tariffa bioraria per tutti». O almeno: da oggi, per cominciare, per quattro milioni e mezzo di famiglie, che ad agosto saliranno a undici e a fine anno venti. Praticamente quasi tutte quelle che ancora non hanno optato per un'offerta sul libero mercato (nove su dieci), che continuano a consumare in base alle tariffe regolate dall'Autorità per l'energia e che ora automaticamente si vedranno addebitare costi di consumo diversi a seconda del momento in cui il loro contatore inizierà a girare. Due tariffe, appunto. Una più vantaggiosa — indicata in bolletta come F23 — se si consuma dalle 19 alle 8 ma anche il sabato e nei giorni festivi. E una più alta — definita F1 — se si usa energia elettrica dalle 8 alle 19 dei giorni feriali quando la richiesta è più elevata.

Il «debutto»
- ECL'introduzione della «bioraria» sarà graduale. Innanzitutto quanto a differenza tra le due tariffe: per i primi 18 mesi, e cioè fino alla fine del 2011, sarà limitata al 10%, dal 2012 sarà invece più marcata. Ma poi, come s'è detto, anche quanto a numero di famiglie interessate. Da oggi la «bioraria» viene applicata a famiglie che, spiega Marco Bulfon, responsabile Prezzi e Tariffe di Altroconsumo: «Utilizzano la tariffa del cosiddetto servizio di maggior tutela (indicato in bolletta con le sigle D2 e D3 monoraria); che nelle ultime tre bollette si sono ritrovati i consumi ripartiti nelle due fasce di riferimento; che sempre attraverso le ultime tre bollette sono stati informati del cambiamento a partire dal 1° luglio». Si tratta in ogni caso di famiglie già dotate del contatore elettronico già riprogrammato per leggere a distanza i consumi in base a fasce orari.

Cosa fare per risparmiare
- L'autorità per l'energia ha fornito le indicazioni per risparmiare grazie alla fascia bioraria transitoria: «Bisognerà concentrare almeno i due terzi dei consumi (il 67%) nelle ore più vantaggiose». Aggiunge Bulfon: «Per chi già effettua più dei due terzi dei propri consumi nella fascia serale, potrebbe essere conveniente sottoscrivere già la cosiddetta bioraria a richiesta in cui la differenza di prezzo tra la fascia diurna e quella serale è più ampia». Per risparmiare bisogna utilizzare innanzitutto gli elettrodomestici che consumano di più negli orari in cui si spende meno. Vale a dire: lavastoviglie, lavatrici, forni elettrici. Ciascuno di questi «mangia» in media 2 kWh. Attenzione però al sovraccarico: il contatore elettronico è più preciso e superati i 3,3 kW (la potenza media) salta. E visto che aumentare la potenza costa, l'Autorità sta valutando la possibilità di garantire i 4 kW senza ulteriori costi per l'utente. La classe energetica di ogni elettrodomestico, va da sè, fa la differenza.

Avvantaggiati e svantaggiati

Ma la differenza maggiore in fatto di risparmi la farà il profilo della famiglia-consumatrice. Il single che lavora tutto il giorno accende lavastoviglie, lavatrice e ferro da stiro solo la sera o nel fine settimana non avrà difficoltà ad allinearsi alla «bioraria». Passaggio naturale anche per le famiglie che seguono lo stesso stile di vita. Dovranno aggiustare un po' il tiro le famiglie che concentrano più di un terzo dei consumi elettrici tra le 8 e le 19. Svantaggiati invece i pensionati, le casalinghe e tutti quelli che lavorano in casa. Perché se è vero che un kWh nella fascia bassa costa un centesimo in meno, in quella alta ne costa uno in più.

Famiglie a confronto
- Ma quanto effettivamente farà risparmiare la «bioraria»? L'associazione dei consumatori Altroconsumo ha preso in considerazione due tipologie di famiglie e ha provato a calcolare l'effettivo risparmio. Prendiamo una famiglia di cinque persone: figli in età scolare, consumo annuo di 4270 kWh. Se ha un comportamento virtuoso (24% dei consumi in fascia di punta, 76 in fascia agevolata) spende con la monoraria 859,87 euro l'anno, con la bioraria transitoria 856,06 e con la bioraria a richiesta 849,62. Il risparmio? Tre euro e 81 centesimi con la transitoria (-0,4%) e 10,25 con la bioraria a richiesta (-1,2%). Una famiglia di tre persone, invece, di cui una sempre a casa, con un consumo annuo di 3012 kWh e un comportamento virtuoso che concentra il 70% dei consumi nella fascia vantaggiosa spende in un anno rispettivamente 510,09 euro (monoraria), 509,12 (bioraria transitoria) e 507,48 (a richiesta). Con un risparmio dato dalle biorarie di 0,97 euro e 2,61 euro. Pochissimo, soprattutto se confrontato con quelli garantiti ad esempio dalla tariffa Luce sconto sicuro di Edison, quella al momento più vantaggiosa sul libero mercato segnalata dai consumatori ma anche dall'Autorità dell'Energia attraverso il suo «Pesa consumi»: oltre 70 euro di risparmio per la famiglia da 5 persone e 40 per quella da 3. Da Altroconsumo avvertono: «I risparmi contenuti sono l'effetto della scelta di procedere per passi graduali e permettere alle famiglie di abituarsi alla doppia tariffa. Col 2012 la differenza tra giorno e notte sarà maggiore». Certo: «Quello che salta all'occhio è che il libero mercato offre sempre meglio. E se non si impone è perché oggi per il consumatore è impossibile calcolare la tariffa che fa per lui». Per provarci: il «Pesa consumi» (www.autorita.energia.it) o il calcolatore interattivo di Altroconsumo (ALTROCONSUMO ).

 

Alessandra Mangiarotti


13/05/2009

La Siae e il costo della creatività

La Siae e il costo della creatività

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Oggi la tecnologia mette favolosi strumenti al servizio di chi sia dotato di un po’ di creatività, consentendogli di produrre opere di buona qualità in totale autonomia e di distribuirle grazie agli strumenti disponbili gratuitamente online. L’approccio della legislazione e del sistema di protezione dei diritti d’autore sembra lontano anni luce dalle effettive esigenze di gran parte degli autori, che sempre di più autoproducono file multimediali e li diffondono in libertà. I sistemi digitali consentono di mettere a punto meccanismi di monitoraggio utili per remunerare al centesimo l’autore. La Siae costa uno sproposito rispetto alle attività di intermediazione effettivamente necessarie e il suo monopolio anche sui contenuti distribuiti in rete è anacronistico e contrasta con la progressiva liberalizzazione dei mercati. È ora di riconoscere e rispettare i diritti digitali dei consumatori, rendendo appetibili offerte legali di contenuti sul web con prezzi accettabili. Nell'era digitale la contrapposizione netta fra gli interessi di autori e consumatori è ormai obsoleta.

Quanto costa la Siae

Un autore che si iscrive alla Siae deve pagare 220 euro e rinnovare l'adesione ogni anno con 91,50 euro. Si ha così diritto al controllo dell'utilizzo dell'opera, riscuotendone i diritti. Ma pensare di essere remunerati per la propria creatività in questo modo è un'illusione: secondo Giorgio Assumma, presidente Siae, oltre la metà degli iscritti tra gli autori musicali sono in perdita, cioè guadagnano meno, in diritti, di quanto spendano per l'iscrizione. E all'estero fanno meglio. Per un autore musicale, iscriversi a una società straniera è meno costoso, e si paga solo una volta: confrontare con PRS, in Gran Bretagna (costo: 10 sterline), Sacem in Francia (119 euro), Sgae in Spagna (15 euro).

Il ruolo della Siae
In Italia la gestione dei diritti d'autore ha per protagonista un unico soggetto: la Siae, Società italiana autori ed editori. Fondata alla fine dell'Ottocento, questa associazione, che è un ente pubblico, è l'unica preposta a fare da intermediario tra l'autore di un'opera e chi vuole utilizzarla.

Per un autore l'iscrizione non è obbligatoria ma "consente di avere a disposizione un'organizzazione capillare, in Italia e nel mondo, che provvede a seguire le utilizzazioni delle opere ovunque e comunque avvengano", come si legge sul sito Siae. Insomma, potreste controllare voi stessi quando vengono usati i vostri brani, riscuotere i diritti e verificare che non vi siano abusi, ma sarebbe un lavoraccio.

Un'occhiata al bilancio
Sono 743 i milioni di euro incassati nell'ultimo anno dalla Siae. Di questi, 109 milioni sono stati trattenuti dall'ente come compenso per le sue attività. Che non si esauriscono con la tutela dei diritto d'autore in Italia, funzione che l'ente esercita in pratica in monopolio nel nostro Paese.

Per la vendita di biglietti e servizi di vidimazione, la Siae incassa quasi 16 milioni di euro. Di essi ben 12 milioni derivano dai bollini apposti sui libri (su richiesta dell'autore o dell'editore) e sui prodotti multimediali. Questi ultimi sono stati sospesi da una sentenza della Corte di giustizia di Strasburgo e ora reintrodotti in Italia grazie al decreto di inizio aprile della Presidenza del Consiglio dei ministri, contro la quale Altroconsumo ha presentato un esposto al Tar del Lazio.

Dall'analisi del bilancio 2007 della Società, i diritti distribuiti agli autori ammontano complessivamente a 193 milioni di euro. Una delle voci di spicco è costituita da costi strutturali: 13 milioni per i mandatari, 2 milioni per gli accertatori esterni, 2 milioni per gli organi sociali, 90 milioni per il personale, 5 milioni contribuzione ai fondi pensione, voci che insieme costituiscono il 76% dei costi della Società.



Autori in monopolio

L’autore può vantare due tipi di diritti sulle proprie opere: quello morale, che riguarda il riconoscimento della paternità dell’opera, e quello economico sugli utilizzi che ne vengono fatti. Questi si dividono in un diritto contrattuale, che deriva dal rapporto diretto tra autore ed editore, e un diritto di utilizzo: riproduzione, distribuzione, comunicazione dell’opera.
In Italia la gestione dei diritti d’autore ha per protagonista un unico soggetto: la Siae, Società italiana autori ed editori. Fondata alla fine dell’Ottocento, questa associazione, che è un ente pubblico, è l’unica preposta a fare da intermediario tra l’autore di un’opera e chi vuole utilizzarla.
Per un autore l’iscrizione non è obbligatoria ma “consente di avere a disposizione un’organizzazione capillare, in Italia e nel mondo, che provvede a seguire le utilizzazioni delle opere ovunque e comunque avvengano", come si legge sul sito Siae. Insomma, potreste controllare voi stessi quando vengono usati i vostri brani, riscuotere i diritti e verificare che non vi siano abusi, ma sarebbe un lavoraccio.


Il giro dei soldi

Vale la pena investire 220 euro alla prima iscrizione e altri 91,50 ogni anno successivo per lo scrupoloso monitoraggio delle opere? Non proprio. Qualunque locale che faccia musica dal vivo, pianobar o che diffonda musica da ballo, come le discoteche, deve stilare il “programma musicale” con la lista di tutti i brani eseguiti con titolo e autore. I programmi vanno poi consegnati o spediti alla Siae unitamente al compenso che è stabilito secondo criteri di capienza del locale o, nel caso delle discoteche, in percentuale sull’intero incasso della serata (10%). Pensereste che la Siae raccolga tutte queste liste e le usi per scoprire quante volte è stata eseguita una canzone di Ligabue e quante volte una del giovane autore Mario Rossi per poter distribuire a ciascuno l’esatta quota di diritti. In realtà i diritti riscossi per i cosiddetti “balli e concertini” sono basati in massima parte sulle verifiche campionarie: almeno 500 visite anonime ogni semestre nei locali del Paese, annotano di persona i brani che stanno suonando o diffondendo. È su questi verbali che si basa il 75% della ripartizione dei diritti per i concertini e il 50% per le discoteche. La percentuale rimanente dei diritti si basa su un campione pari a 1/5 dei programmi musicali pervenuti. Bastano 1.000 ispezioni all’anno per tutta l’Italia a determinare oltre il 50% dei diritti da distribuire? Come potrà Mario Rossi, autore in erba, vedersi riconosciuti i diritti per tutte le pubbliche esecuzioni nei locali della sua cittadina se i programmi compilati sono tenuti in così poco conto? Più che a un sistema proporzionale di distribuzione questa assomiglia per lui a una lotteria.


Pezzi grossi e giovani promesse

Il sistema di ripartizione cambia per i concerti veri e propri e per i passaggi radio, per la vendita di cd e dvd e per il gli utilizzi telematici. In tutti questi casi i diritti sono effettivamente determinati sulla base dei programmi musicali compilati dalle emittenti, sulle vendite, sul numero esatto dei download e degli streaming. Ma si tratta sempre di autori che hanno inciso dischi. Il sistema quindi funziona per chi ha un contratto con una casa discografica e ha scritto almeno qualche brano di grande successo. “Quello che è capitato a noi con i pezzi fatti all’epoca non ti capita spesso nella vita. È una cosa abbastanza incredibile, è andata bene”. A parlare è Johnson Righeira, membro del duo che negli anni Ottanta ha fatto ballare mezza Italia con una serie di pezzi fortunati ("Vamos a la playa", "No tengo dinero", "L’estate sta finendo") e che dopo oltre 25 anni percepisce ancora quella che definisce una “pensione” dai diritti d’autore per le utilizzazioni di quei brani. “Certo ricevere ancora soldi per cose fatte tanto tempo fa, forse impigrisce un po’, ma vale anche il principio che se continui a produrre canzoni i guadagni comunque aumentano”. E non dimentichiamo che le opere continuano a fruttare diritti fino a 70 anni dopo la morte dell'autore. La Siae è utile? “Non puoi fare i soldi senza: se il tuo pezzo fa successo come fai tu a controllare chi lo suona?”.


Rossi va in rosso

Ma l’autore che non ha ancora inciso un pezzo di successo difficilmente riuscirà a fare soldi grazie alla Siae: lo dimostra il fatto che circa il 60% degli autori musicali iscritti (cioè più di 44.000), per ammissione della Società stessa, è in perdita: spende ogni anno per l’iscrizione più di quanto guadagni in diritti. E una volta divenuto socio Siae, Mario Rossi non può più curare direttamente i propri diritti, perché la Società è l’unica delegata a farlo. Che non si azzardi quindi a mettere a disposizione per l’ascolto su Internet i suoi brani, come fanno tutti gli autori in cerca di fama: per non essere “fuorilegge” deve chiedere un permesso a Siae e pagare da 60 a 360 euro l’anno, perciò correte a ripulire i vostri profili su MySpace...


La copia si paga

Un consumatore paga i diritti d'autore su ogni opera che acquista. Il bello è che li paga anche quando non compra opere ma supporti vuoti. Si tratta dei cosiddetti “diritti per copia privata”, un sovrapprezzo che grava su tutti i supporti registrabili (dal cd vergine al videoregistratore, dal dvd registrabile al masterizzatore del computer). Ogni volta che compriamo un cd vergine, magari con l’innocente intenzione di riversarvi le foto delle vacanze, paghiamo su di esso un “equo compenso” che ci dà il diritto di fare su quel cd una copia privata di un’opera su cui esistono dei diritti d’autore. Questo incide sul prezzo di cd e dvd per almeno il 50% e di circa il 3% sugli apparecchi (e il consumatore non se ne accorge). Assistiamo quotidianamente alla moltiplicazione dei supporti registrabili; oggi la definizione calzerebbe a pennello, per esempio, alla maggior parte dei telefonini, e infatti i tentacoli del diritto per copia privata si stanno allungando anche su questi apparecchi: c'è la volontà di estendere l'equo compenso anche sui cellulari.
Nel 2007 questi diritti sono costati ai consumatori quasi 71 milioni di euro, redistribuiti dalla Siae ai propri soci, mentre oltre 3,6 milioni li ha incassati la Società per il proprio ruolo di gestore monopolista. Quanti ne avrà intascati il nostro giovane autore? Siae dichiara che per la musica la ripartizione avviene in base a "parametri proporzionali, che si riferiscono sia agli incassi per la vendita di supporti audio, emissioni radio e utilizzazioni su internet e telefonia, sia agli incassi generali". Anche di questa fetta a Mario Rossi non restano neppure le briciole.


Bollini d’oro

Li troviamo su tutti i cd e i dvd in vendita nei negozi: hanno il logo della Siae e riportano titolo e autore dell’opera. Sono i bollini che dovrebbero essere un baluardo contro la pirateria. Se il sistema è davvero così efficace chissà perché in Europa ce l’abbiamo solo in tre: noi, la Romania e il Portogallo. “I bollini costano 0,0365 oppure 0,0187 euro ciascuno, a seconda che il prodotto sia venduto da solo o in abbinamento editoriale (allegato a riviste)”, spiega Guido Scorza, avvocato esperto di diritto digitale. “Gli importi sono stabiliti per decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri nel 2001”.
L’obbligatorietà del bollino era stata sospesa perché la Corte di giustizia del’Unione europea ha sollevato un’obiezione sulla sua legittimità. “La Corte dice che il Governo italiano avrebbe dovuto comunicare alla Commissione il progetto del decreto, che può avere un effetto restrittivo della concorrenza”, spiega Scorza. Se un editore musicale tedesco vuole esportare i suoi cd in Italia deve pagare un balzello in più. “E sopportare le lungaggini imposte dal sistema, che rallenta la produzione. Perfino la Fimi, Federazione che rappresenta i discografici italiani, sostiene che il bollino rallenta le vendite e non serve contro la pirateria”, prosegue Scorza.
Un nuovo regolamento, pubblicato di recente in Gazzetta ufficiale, non solo conferma l’obbligatorietà del bollino, ma lo estende anche ad altri supporti come chiavi Usb, microchip e cd distribuiti insieme ai cellulari. In barba alla decisione della Corte di giustizia.


Le alternative

A un giovane autore non conviene iscriversi alla Siae per inseguire i diritti. Meglio produrre in proprio e lasciare la libertà di utilizzo dei brani. Per dimostrarne la paternità esistono varie alternative a costi assai ridotti.

  • Depositare la propria opera presso un notaio.
  • Criptare e spedire l'opera via email (anche a se stessi) con firma digitale.
  • Spedirla a se stessi con raccomandata a/r: fa fede il timbro postale.
  • Usare Copyzero (www.costozero.org/wai/copyzero.html) o il servizio gratuito Copyzero online, che tutela le opere dell'ingegno attraverso la firma digitale qualificata e la marca temporale.
  • È poi possibile iscriversi a una società straniera: Sacem in Francia (119 euro), Sgae in Spagna (15 euro), PRS in Gran Bretagna (10 sterline). Per i diritti maturati in Italia le società si appoggiano alla Siae, ma l'iscrizione costa meno e si paga una volta soltanto.

26/03/2009

Allarme caschi difettosi Altroconsumo: omologati ma pericolosi

Allarme caschi difettosi Altroconsumo: omologati ma pericolosi

 

VA AVANTI L'OPERAZIONE «NON CI CASCO». Quattro modelli non hanno superato i test. E la Gdf continua il sequestro di altri prodotti a rischio

 

Alcuni dei caschi difettosi sequestrati dalla Gdf (Ansa)

ROMA - Attenzione al casco che avete in testa. L'associazione Altroconsumo ha segnalato al ministero dei Trasporti e a quello dello Sviluppo economico quattro caschi integrali in vendita in Italia che non hanno superato i test previsti per l'omologazione, nonostante avessero la certificazione che sostiene il contrario. Altroconsumo ne ha chiesto il ritiro dal mercato.

I MODELLI - Si chiamano Bieffe Syntek (codice di omologazione E3-052426, omologato in Italia), Mds Edge (E11-050057, omologato nel Regno Unito), Suomy Trek (E3-0558441, omologato in Italia), Vemar Vsrev (E1-05300039, omologato in Germania): sono i quattro caschi integrali a rischio che non hanno superato i test in un'indagine di Altroconsumo che ha effettuato prove di impatto, di resistenza dei materiali e della visiera, di tenuta del cinturino su 18 modelli presenti sul mercato italiano. Perciò l'associazione chiede al ministero di intervenire per una campagna di richiamo dei quattro modelli già venduti e per sospenderne la vendita sul mercato.

L'OPERAZIONE DELLA GDF - Già nei giorni scorsi, le Fiamme gialle del comando provinciale di Genova avevano lanciato l'allarme caschi insicuri nell'ambito dell'operazione «Non ci casco» e hanno scoperto nuovi numeri di omologazione che non rispondono ai requisiti di legge. I caschi con i numeri di omologazione E24050006, E24050007 e E13050134 non hanno superato le prove di conformità. Perciò la Gdf ha avviato una nuova fase di sequestri in tutta Italia, esortando i motociclisti a non utilizzare i caschi pericolosi e a consegnarli ai vari reparti della Guardi di Finanza.


22/01/2009

Class action: firma anche tu il nostro appello al Governo. Iscriviti al gruppo su Facebook

Class action: firma anche tu il nostro appello al Governo. Iscriviti al gruppo su Facebook
 
Alla fine del 2008, con il decreto "milleproroghe", il Governo ha fatto slittare l'entrata in vigore della normativa sulle class action in Italia. Altroconsumo lancia un appello online perché l'azione collettiva risarcitoria entri in vigore entro il 1° luglio 2009. Abbiamo scritto al Governo, ai Presidenti di Camera e Senato e della Commissione Giustizia presso la Camera dei deputati chiedendo chiarezza sulle intenzioni di produrre anche per il nostro Paese un testo di legge in questo senso.
Ad oggi il percorso legislativo che si sta seguendo è tortuoso e frantumato in tre rivoli: c'è un disegno di legge pendente alla Camera, il decreto "milleproroghe" in corso di conversione e un emendamento del Governo presentato al Senato su un altro disegno di legge.
Perché è importante l'introduzione delle class action? Perché un consumatore danneggiato dal comportamento illecito di un'azienda subisce un danno che, individualmente, può essere poco rilevante dal punto di vista economico. E quindi può subentrare un atteggiamento remissivo da parte del singolo. La portata economica del danno diventa invece di un certo peso se si considera l'impatto che il comportamento illecito produce sulla collettività dei consumatori. Le azioni collettive risarcitorie, la class action, non sono una minaccia per le imprese, ma uno strumento efficace di controllo diffuso del rispetto delle regole e della responsabilità sociale dell'impresa. Uno strumento che già esiste in Bulgaria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lituania, Olanda, Norvegia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Regno Unito.
Riteniamo che un'azione collettiva debba poter essere allargata al più ampio numero di soggetti: la class action dovrà essere applicabile a tutti i consumatori vittime di illeciti diffusi. Diventa importante che tutti i cittadini facciano sentire la loro voce, per questo vi invitiamo a sottoscrivere il nostro appello al quale aderisce anche il Centro Tutela Consumatori Utenti

Se anche tu, come noi, sei indignato dal rinvio deciso a fine 2008, iscriviti a questo gruppo su Facebook Class action: ulteriore rinvio, beffa per i cittadini - indigniamoci!", dove ti aggiorneremo sulle nostre prossime iniziative in merito alla legge sulle class action.
 
 TESTO DELL'APPELLO
 

Appello per l'entrata in vigore in Italia dell'azione collettiva risarcitoria (Class Action)

Il 2009 avrebbe potuto iniziare con il festeggiamento da parte dei cittadini italiani di un'importante conquista per la tutela dei loro diritti: l'entrata in vigore anche nel nostro Ordinamento dell'istituto della class action.

Come è noto, purtroppo così non è stato. Il governo è intervenuto, infatti, in extremis, e ancora per decreto, con un rinvio di ulteriori sei mesi, dopo il primo rinvio deciso a giugno scorso e la promessa, non mantenuta, che il testo sarebbe stato migliorato e definitivamente approvato entro fine 2008.

Per ALTROCONSUMO, associazione indipendente di consumatori , si è trattato di una straordinaria occasione perduta per rendere finalmente effettiva la tutela per tutte quelle situazioni nelle quali i consumatori, avendo subito ingiuste vessazioni avrebbero potuto difendere collettivamente i loro diritti, considerato anche che, allo stato, non vi sono strumenti veramente efficaci ed accessibili sul piano dell'azione individuale.

1) Una normativa sulle class action che sia facilmente azionabile, accessibile, equa, percorribile in tempi rapidi e certi è utile per i consumatori, ma anche per la modernizzazione del nostro sistema economico e per le imprese che intendono misurarsi correttamente sul mercato

La gravità della mancata entrata in vigore della normativa sulle class action risulta in tutta la sua evidenza se solo si prova a pensare a quante e quali volte - solo nel corso dell'ultimo anno - si sono verificati comportamenti illeciti plurioffensivi posti in essere da parte di aziende nell'ambito di rapporti contrattuali, extracontrattuali, derivanti da abusi di posizione dominante e/o da intese anticoncorrenziali o da pratiche commerciali scorrette come gli addebiti in bolletta per servizi telefonici non richiesti, gli abusi di banche e assicurazioni, i sempre più frequenti disservizi nel trasporto aereo e ferroviario, la pubblicità ingannevole, che hanno leso in maniera seriale i diritti di tanti cittadini, consumatori e utenti i quali non si sono attivati con cause individuali in quanto non lo hanno giudicato conveniente visto l'importo prevalentemente poco elevato della questione e l'inefficienza della giustizia civile.

Occorre inoltre rilevare che se i danni di ogni singolo consumatore sono spesso modesti, ove computati individualmente, essi hanno invece una portata economica rilevante se considerati nel loro insieme, per l'impatto economico che il comportamento illecito di un'impresa può produrre sulla collettività dei consumatori e sul mercato. In tal senso l'atteggiamento remissivo del singolo danneggiato ricade, più in generale, sull'efficienza stessa del mercato. Siamo, infatti, convinti che le azioni collettive contro i comportamenti scorretti nel sistema economico non costituiscano una "minaccia" per le imprese, ma che, al contrario, oltre ad essere un valido strumento per la tutela dei consumatori, possano rivelarsi un'utile leva di private enforcement per una più efficace regolazione del mercato. La class action, insomma, non è contraria agli interessi delle aziende, ma è anzi confacente allo sviluppo di un mercato più sano ed efficiente, in questo senso dovrebbe essere vista favorevolmente da parte delle imprese più virtuose, corrette e competitive.

L'istituto della class action, infatti, colmando il divario tra il riconoscimento statico dei diritti individuali e la possibilità di loro effettiva tutela in via giudiziale, costituisce anche un incentivo al maggior rispetto delle regole e un mezzo per prevenire, o almeno contenere, il compimento di illeciti per effetto dell'onere finanziario che esse possono comportare a carico del responsabile. Sotto questo profilo la class action appare pienamente funzionale all'esigenza di una vigilanza e controllo diffuso e della responsabilità sociale d'impresa.

L'introduzione delle azioni collettive risarcitorie nel nostro Ordinamento, inoltre, porrebbe l'Italia al passo con quei Paesi membri dell'Unione europea, quali ad esempio Portogallo, Francia, Spagna, Olanda, Inghilterra, dove tale strumento è già in vigore da tempo con ottimi risultati per i consumatori e il mercato .

2) Un iter legislativo confuso e fuorviante - il tempo è scaduto, che il governo dica francamente in Parlamento e al Paese, al di là delle cortine fumogene, quale è la sua visione in materia di azioni collettive e si comporti di conseguenza

Sebbene non abbia ancora conosciuto la luce, la storia della class action made in Italy è già lunga e controversa. Dopo un primo tentativo con una proposta di legge nella XIV Legislatura, approvato pressoché all'unanimità alla Camera ma poi arenatosi al Senato, dove non è stato mai avviato l'esame da parte delle commissioni competenti, è nella scorsa Legislatura che, a seguito di varie e articolate discussioni su altre proposte di legge, è arrivata l'approvazione nel dicembre 2007 a mezzo della legge finanziaria che ha introdotto il nuovo art. 140-bis, rubricato "Azione collettiva risarcitoria" nel Codice del Consumo.

 

Secondo tale norma la class action sarebbe dovuta diventare applicabile a partire dal 30 giugno 2008 sennonché soli cinque giorni prima, quando già i vari soggetti legittimati - ivi compresa Altroconsumo - si erano attivati anche presso i consumatori per il tempestivo avvio delle prime azioni collettive, il governo decideva di intervenire con un decreto facendo slittare l'appuntamento al gennaio 2009 "al fine di individuare e coordinare specifici strumenti di tutela risarcitoria collettiva, anche in forma specifica nei confronti delle pubbliche amministrazioni".

Peccato che, malgrado si fosse ravvisata la sussistenza dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza atti ad intervenire per decreto, e nonostante il governo attualmente in carica disponga di una ampissima maggioranza parlamentare i sessanta giorni successivi all'approvazione del provvedimento non venivano utilizzati per inserire in sede di conversione gli emendamenti intesi a "migliorare" il testo della normativa vigente e allargare il campo dell'azione collettiva risarcitoria anche alla Pubblica Amministrazione. Né si utilizzavano i quattro mesi successivi per approvare in Parlamento una norma che modificasse in tempo utile per la nuova scadenza di dicembre 2008 il testo vigente, tantomeno in questo periodo il governo e/o le commissioni parlamentari competenti si degnavano di consultare le associazioni dei consumatori e/o di acquisire il parere del Consiglio Nazionale Consumatori e Utenti che veniva così evidentemente svuotato di una sua prerogativa in una materia di sua specifica competenza.

Giungeva così in dicembre, attraverso l'art. 19 del c.d. decreto milleproroghe, l'ulteriore rinvio, ancora per decreto, ancora con un provvedimento che si limitava a far slittare di altri sei mesi l'entrata in vigore della normativa sulle class action nulla dicendo circa le modifiche da introdurre. Di lì a poco, il 23 dicembre, il governo presentava sì finalmente i propri emendamenti ma tali modifiche al testo di legge vigente, nel merito e sugli aspetti negativi dei quali diremo in conclusione, non venivano presentati in sede di conversione del decreto legge milleproroghe bensì quale emendamento al disegno di legge n. 1195 pendente in Senato.

La questione, si badi bene, non è di poco momento, infatti, un governo cosciente di avere già lasciato scadere una proroga introdotta per decreto all'entrata in vigore di un importante provvedimento legislativo, e che si veda così costretto ad introdurre una successiva proroga, qualora abbia finalmente preso una posizione sulle modifiche da apportare al testo di legge dovrebbe affrettarsi a introdurre gli emendamenti in sede di conversione del decreto di proroga. Così non è stato e questo ci conduce purtroppo a ritenere che probabilmente, nelle intenzioni dell'esecutivo, questa ulteriore proroga all'entrata in vigore delle class action è solo la seconda di una lunga serie e che si stia utilizzando una altrimenti assurda tecnica legislativa nel preciso obiettivo di dare luogo ad un rinvio sine die evitando di affrontare l'opinione pubblica su quella che è la propria visione in materia di azioni collettive, ovvero che non ci debbono essere.

3) L'emendamento presentato dal governo al Senato introduce quasi esclusivamente elementi peggiorativi rispetto al testo vigente e volti a ridurre l'efficacia e l'ambito di applicabilità della class action

Potremmo fermarci qui, ma vogliamo nutrire ancora qualche flebile speranza che vi possa essere un ravvedimento da parte del governo e, quindi, non ci esimiamo dal commentare nel merito, seppure in sintesi, l'ultimo emendamento, frutto della pressione lobbistica dell'industria operata nelle segrete stanze e non in consultazione pubblica nelle più consone sedi istituzionali, presentato dall'esecutivo il 23 dicembre 2008 in Senato al disegno di legge n. 1195 che modifica l'art. 140 bis del Codice del Consumo, ora rubricato "Azione di classe".

  • L'unico aspetto positivo che ravvisiamo è l'introduzione, al comma 12, dell'esecutività della sentenza di condanna, considerato che nel testo vigente si parla, invece, solo di accertamento di un diritto.
  • L'eventuale deposito cautelativo della somma dovuta da parte dell'impresa dopo la sentenza di primo grado, di cui al comma 13, è, in realtà, una misura a favore dell'impresa condannata, non certo dei consumatori, di regola il debitore dovrebbe, infatti, pagare il dovuto, anche in pendenza di appello, essendo la sentenza di primo grado provvisoriamente esecutiva per legge, principio che deve essere rispettato anche per quanto concerne le class action.
  • Non siamo contrari neanche all'allargamento della legittimazione attiva, di cui all'art.1. Sia chiaro, non abbiamo mai chiesto la legittimazione esclusiva in capo alle associazioni di consumatori iscritte all'Elenco nazionale ai sensi dell'art. 137 del Codice del Consumo, in quanto siamo sempre stati fermamente convinti che la class action debba consentire un più efficace accesso alla giustizia per il cittadino-consumatore in caso di illeciti plurioffensivi, non certo creare una cerchia ristretta di soggetti legittimati ad agire che, oltre a rischiare di rivelarsi un collo di bottiglia per le molteplici possibili azioni avrebbe una sgradevole accezione protezionistica che spesso contestiamo a ragione in alcuni settori di mercato per quanto concerne le imprese.

Vi sono poi due modifiche notevolmente peggiorative rispetto al testo vigente:

  • E' improprio e fuorviante parlare di "retroattività" (o meno) della legge. Su questo punto il comma 2 dell'art. 30bis che stabilisce che la class action si applica "anche retroattivamente, agli illeciti compiuti successivamente al 1° luglio 2008" appare di rara grossolanità. Tutte le leggi processuali si applicano alle azioni esercitabili successivamente alla loro entrata in vigore secondo il principio generale "tempus regit actum". Una deroga a tale principio comporterebbe che domande identiche, introdotte nello stesso momento e originate dallo stesso fatto risulterebbero soggette a due diverse procedure (azione collettiva o individuale) a seconda di quando è avvenuto l'illecito, il che, a nostro avviso, pone seri problemi di costituzionalità, rispetto ai principi di cui all'art.3 e 24 Cost. Conseguentemente chiediamo non tanto che l'azione collettiva risarcitoria sia "retroattiva" (senza limitazioni di tempo, come invece previsto dall'emendamento) ma, molto più semplicemente, che essa sia applicabile, a partire dalla sua data di entrata in vigore, a tutti i soggetti legittimati che hanno validi diritti da azionare, ovvero che essa possa operare per tutti i consumatori vittime di illeciti plurioffensivi, senza discriminazioni di ordine "cronologico", cioè derivanti dal momento in cui essi hanno subito il torto.
  • La pubblicazione a spese del soccombente dell'eventuale ordinanza di inammissibilità dell'azione collettiva (come previsto dal paragrafo 8 del comma 1 dell'emendamento del Governo) è una disposizione assurda, punitiva e assolutamente da eliminare. Da parte nostra non abbiamo mai chiesto l'introduzione dei danni punitivi in favore dei consumatori e a danno delle imprese, che pur esistono nell'esperienza statunitense, in quanto non concepiamo la class action come strumento punitivo delle imprese e vogliamo che sia introdotto in Italia un istituto giuridico equilibrato e non strumentalizzabile. Ciò detto, appare a dir poco peculiare l'introduzione, ai sensi del paragrafo 8, di una sorta di danno punitivo a contrario. In caso di ordinanza di ammissibilità dell'azione collettiva, bisognerebbe, invece, prevedere che i costi di informazione ai consumatori siano messi a carico dell'impresa e non del soggetto promotore dell'azione collettiva.

Infine, siamo consci che nell'altra ala del Parlamento, presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, è stata presentata ed è in discussione una proposta di testo unificato in materia di azione risarcitoria collettiva redatta essenzialmente sulla base della proposta di legge n. 410 e tenendo conto di taluni aspetti della proposta di legge n. 1824, si tratta di un testo forse più articolato di quello proposto dal governo in Senato, ma non intendiamo in ogni caso qui prenderlo in esame. Piuttosto, quale parte sociale interessata e per poter presentare ulteriori e più dettagliate osservazioni rivendichiamo la necessità di sapere al più presto dal governo quali siano le sue reali intenzioni, se intende cioè procedere con l'emendamento introdotto al Senato ovvero con il disegno di legge pendente alla Camera. A leggere le relazioni dei lavori della Commissione Giustizia della Camera sembra che anche gli stessi deputati di maggioranza e opposizione abbiano questa stessa necessità di chiarezza e si sentono un po' in balia di questo iter legislativo a dir poco peculiare e della cortina fumogena messa in atto dal governo sulla class action.

Tutto ciò premesso e considerato, Altroconsumo e gli aderenti al presente appello chiedono al governo di fare in modo che l'ennesimo rinvio circa l'entrata in vigore della normativa sulle class action sia effettivamente l'ultimo e che, quindi, una volta introdotti i miglioramenti sopra esposti, anche in Italia sia possibile utilizzare un'azione di classe facilmente azionabile, accessibile, equa, percorribile in tempi rapidi e certi, a partire dal 1° luglio 2009 o prima.

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12/11/2008

No all'aumento del canone Telecom. Firma anche tu la nostra petizione. Lettera a Governo e Authority

No all'aumento del canone Telecom. Firma anche tu la nostra petizione. Lettera a Governo e Authority

Aumento del canone Telecom, senza in cambio alcun impegno concreto a migliorare l'efficienza della rete. Taglio sulle tariffe di terminazione della telefonia mobile (quella parte di costi che l'operatore di chi chiama paga all'operatore di chi riceve la telefonata e che poi ricadono sulle tariffe finali) inferiore alle richieste del Commissario europeo per le Comunicazioni, Viviane Reding. Con notevoli ricadute sulle tasche dei consumatori: oltre 300 milioni annui in più per Telecom Italia grazie al ritocco del canone; circa 3 miliardi di euro per le tariffe di terminazione. È la stima della differenza - che pagheranno gli utenti - tra le tariffe proposte agli operatori dall'Agcom italiana e il taglio, più netto, in discussione a livello europeo.

Decisioni che relegano l'Italia all'angolo del panorama delle telecomunicazioni, senza nessuna garanzia verso una riqualificazione tecnologica e una maggiore apertura alla concorrenza nel settore.

Altroconsumo e altre associazioni del Consiglio nazionale consumatori e utenti (Assoutenti, Casa del Consumatore, Centro Tutela Consumatori Utenti, Cittadinanzattiva, Codici, Confconsumatori, Movimento Consumatori) hanno promosso una petizione online e hanno inviato una lettera formale all'Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) e al Governo per chiedere:

  • di rigettare le richieste di aumento del canone presentate da Telecom Italia (circa 2 euro in più a carico dell'utente);
  • di ridurre le tariffe di terminazione mobile (quella parte di costi che l'operatore di chi chiama paga all'operatore di chi riceve la telefonata e che poi ricadono sulle tariffe finali), con un taglio ben più netto di quello indicato dall'Autorità. Come del resto auspicato, e ribadito in un'intervista rilasciata ad Altroconsumo, anche dalla Commissaria europea alle telecomunicazioni Viviane Reding;
  • di rigettare gli impegni presentati da Telecom Italia e dare vita a una separazione societaria della rete, quale stimolo alle Reti di nuova generazione.
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