29/11/2011

Iran, irruzione nell'ambasciata britannica

Iran, irruzione nell'ambasciata britannica

Decine di studenti sono entrati nella sede diplomatica. la polizia li ha respinti. Sassi e molotov contro il compound. Liberati sei ostaggi. Il governo inglese: «Anche altri Paesi impongano sanzioni»

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10/09/2011

Cairo: assalto ad ambasciata israeliana Spari davanti all'università

Cairo: assalto ad ambasciata israeliana Spari davanti all'università

Proteste dopo la morte di 5 agenti al confine con Israele. Devastata la sede diplomatica. Tre morti, oltre mille feriti. L'ambasciatore rientra a Gerusalemme

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15/03/2011

Peppe, l'ultimo italiano rimasto a Tokyo

Peppe, l'ultimo italiano rimasto a Tokyo

Giuseppe erricchiello, 26 anni, fa il pizzaiolo nella capitale giapponese. Martedì mattina la telefonata dell'ambasciatore: «Ormai sei rimasto da solo, ti prego scappa»

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31/12/2009

Usa: rischio attentati a Bali nella notte di Capodanno

Usa: rischio attentati a Bali nella notte di Capodanno

 

TERRORISMO. Allarme dell'ambasciata americana ai cittadini statunitensi: «Pericolo di attacchi»

 

Agenti a Bali (foto d'archivio)
Agenti a Bali (foto d'archivio)

GIACARTA - L'ambasciata americana in Indonesia ha lanciato l'allarme per possibili attacchi terroristici nella notte di Capodanno a Bali, nota località turistica indonesiana. In un'e-mail inviata ai cittadini statunitensi l'ambasciata cita il governatore dell'isola, Mangku Pastika, che afferma: «Vi sono indicazioni di un attacco questa sera a Bali, ma per favore evitate il panico, mettete il vostro sistema di sicurezza in allerta».

I PRECEDENTI - L'allarme giunge sei mesi dopo il duplice attacco suicida che uccise sette persone in hotel di lusso nell'isola, il 17 luglio. In due attacchi a Bali contro turisti occidentali, avvenuti nel 2002 e 2005, morirono più di 220 persone.


04/11/2009

Scontri a Teheran, lacrimogeni contro oppositori di Ahmadinejad

Scontri a Teheran, lacrimogeni contro oppositori di Ahmadinejad

 

In piazza nel giorno del 30esimo anniversario dell'assalto all'ambasciata Usa. Diverse persone sarebbero state arrestate. Secondo un sito gli agenti hanno sparato e ci sono feriti

 

Un'immagine della manifestazione presa dalla tv (Afp-Alam/tv)
Un'immagine della manifestazione presa dalla tv (Afp-Alam/tv)

TEHERAN - Primi scontri a Teheran tra polizia e manifestanti nel giorno del 30esimo anniversario dell'assalto all'ambasciata americana, uno degli eventi più drammatici e significativi della rivoluzione islamica. Le forze di sicurezza, secondo testimoni, hanno sparato lacrimogeni per disperdere i manifestanti che, nonostante il divieto del regime, hanno deciso di scendere in piazza contro il governo di Mahmoud Ahmadinejad. Diverse persone sarebbero state arrestate. Nei giorni scorsi, Teheran aveva minacciato di rispondere con la forza a eventuali manifestazioni dell'opposizione riformista in un giorno così significativo per la Repubblica islamica.

SITO DELL'OPPOSIZIONE: «SPARI E FERITI» - La Reuters, che cita il sito web dell'opposizione iraniana Mowjcamp, sostiene che le forze di sicurezza iraniane hanno aperto il fuoco sui manifestanti nel centro di Teheran. Lo ha riferito l'agenzia di stampa . «La polizia ha sparato sui dimostranti in piazza Haft-e Tir, alcune persone sono rimaste ferite», scrive Mowjcamp. La tv satellitare al Arabiya riferisce di «fuoco contro i dimostranti» e «arrestati dei manifestanti, tra cui anche donne». Anche diversi media internazionali citando siti dell’opposizione iraniana, riportano notizie di contromanifestazioni organizzate dall’opposizione moderata. Testimoni oculari citati dall’Associated Press hanno affermato che fuori dall’Università di Teheran, 2000 studenti hanno sfidato almeno 200 agenti anti-sommossa delle forze di sicurezza iraniana.

LA RICORRENZA - Il 4 novembre del 1979, un gruppo di studenti integralisti islamici assaltò l'ambasciata Usa nel centro di Teheran, tenendo 52 cittadini americani in ostaggio per 444 giorni. Ogni anno, questa giornata viene ricordata dal regime iraniano con una serie di manifestazioni anti-americane.


04/09/2009

Le truppe americane a Kabul ancora sotto inchiesta

Le truppe americane a Kabul ancora sotto inchiesta

 

Scandalo a Kabul: orge e festini Troppi contractor tra i militari Usa


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KABUL - Il Pentagono e il dipartimento di Stato si affidano sempre di più ai contractor tanto che in Afghanistan sono più delle truppe regolari: il 57%. E' quanto rivela il New York Times malgrado l’ultimo scandalo emerso ieri sui festini organizzati all’ambasciata di Kabul. Intanto, in attesa che il comandante in capo delle truppe Usa-Nato (68mila e 38mila unità), Stanley McChrystal quantifichi la richiesta di nuove truppe, il Pentagono cambia strategia.

I SOLDATI RICHIAMATI IN AMERICA - Saranno a breve richiamati in patria migliaia di soldati cui erano affidati compiti logistici. Al loro posto saranno schierati fino a 14 mila soldati "trigger ready", combattenti pronti al fuoco in prima linea. Lo rivela il Los Angeles Times spiegando i militari di supporto richiamate in patria saranno a loro volta sostituiti da altri contractor. Il nuovo piano punta a "ottimizzare" le risorse rafforzando la capacità di combattimento Usa in Afghanistan senza formalmente aumentare - per il momento - il numero totale delle truppe in uniforme schierate. "E' ragionevole liberarci degli impiegati e sostituirli con combattenti", ha spiegato al giornale una fonte della Difesa. Il ragionamento non fa una piega anche se non aiutano le rivelazioni fatte ieri dall’Ong Project on Government Oversight (POGO), che ha pubblicato le foto dei contractor addetti alla sorveglianza dell’ambasciata americana a Kabul che si lasciano andare a orge goliardiche da studentelli.. I gorilla dell’ArmourGroup ballano attorno al fuoco urinando l’uno sull’altro versandosi vodka sulla schiena e altro ancora. La società, impiega circa 450 guardie che garantiscono la sicurezza di circa mille diplomatici americani a Kabul in cambio di 180 milioni di dollari l’anno. Il contratto è stato rinnovato a luglio.


21/04/2009

Washington: in una «casa del mistero» l'Fbi spia l'ambasciata russa

Washington: in una «casa del mistero» l'Fbi spia l'ambasciata russa

 

Un edificio vicino alla sede diplomatica sarebbe usato per sorvegliare chi entra e chi esce dalla residenza, ma il bureau spiega: e' tutto un gioco, loro sanno che noi sappiamo

 

La casa dell'Fbi con, sullo sfondo, l'ambasciata russa a Washington
La casa dell'Fbi con, sullo sfondo, l'ambasciata russa a Washington

WASHINGTON (USA) – E’ la casa dei misteri. Tre piani, più un solaio con tre ampie finestre. Fino a pochi giorni fa le tendine era tutte abbassate e c’era una luce accesa – anche di giorno – sul portico di ingresso. Un edificio anonimo che “guarda” l’ingresso principale dell’ambasciata russa a Washington. Una posizione ideale: si vede bene chi entra e chi esce. Ora, secondo alcune indiscrezioni, la casa sarebbe una postazione usata dall'Fbi per tenere d’occhio la rappresentanza diplomatica.

SEGRETO SVELATO - Già un anno fa una tv aveva “svelato” il segreto scoprendo persino una macchina fotografica dietro uno dei finestroni dell’ultimo piano. Poi con una ricerca mirata su Internet – interrogando siti a pagamento che forniscono ogni genere di informazioni – i reporter hanno scoperto che la casa apparteneva proprio all’Fbi. Ad aggiungere sale all’intrigo ha contribuito qualche esperto puntando l’attenzione sullo spiazzo erboso al lato dell’edificio: lì sotto, è la tesi, potrebbe esserci un tunnel per lo spionaggio elettronico. Lo scoop ha suscitato reazioni diverse. I patrioti hanno accusato i giornalisti di essere degli irresponsabili. Gli scettici hanno accolto con una risata le rivelazioni. Sostengono che la macchina fotografica – per giunta di vecchio tipo – è stata volutamente messa in modo che si potesse vedere. E aggiungono che i russi sanno benissimo di essere sorvegliati. Inoltre il gigantesco complesso dell’ambasciata è circondato da molti altri edifici che possono essere trasformati – se necessario – in postazioni per la sorveglianza. Dunque la casetta rientra in un “gioco” tra le spie. O semplicemente è un’abitazione normale.

Guido Olimpio


08/02/2009

Iraq: «turista» italiano fermato a Falluja

Iraq: «turista» italiano fermato a Falluja

 

 

È Luca Marchiò, 33enne comasco. Bloccato a un posto di blocco e rispedito in Italia con il primo aereo. Imbarazzo in ambasciata

 

Un impiegato dell'hotel di Bagdad con la fotocopia dei documenti di Marchiò (da New York Times)
Un impiegato dell'hotel di Bagdad con la fotocopia dei documenti di Marchiò (da New York Times)
Bashar Yacoub non poteva credere ai suoi occhi. Ma quando quel ragazzo occidentale, senza battere ciglio, gli ha ripetuto di voler «solo visitare la città», il manager della reception del Coral Palace Hotel di Bagdad ha dovuto arrendersi all’evidenza. Quello che aveva di fronte era il primo turista occidentale dall’inizio della guerra, nel 2003. Era lì senza guardie del corpo, e senza un traduttore. Ed era italiano.

L’avventura di Luca Marchiò, comasco 33enne, è però finita due giorni dopo l’incontro con mister Yacoub, quando ha tentato di visitare la (un tempo famigerata, e ancora preda di tensioni e violenze) città di Falluja. Ad accorgersi di lui è stato un militare a un checkpoint, che ha preso in consegna il giovane (credendolo, forse, un jihadista straniero) e l’ha portato in caserma. «Le autorità mi hanno spiegato che non sarei potuto rimanere in città per la notte», ha detto al New York Times. «Il loro suggerimento è stato quello di tornarmene a Bagdad». In realtà, l’ambasciata d’Italia ha riferito che il giovane sarebbe stato «messo sul primo aereo domani mattina» (sabato, ndr), ponendo fine a una situazione che ha creato, anche tra le autorità italiane, qualche imbarazzo. Nessuno, infatti, sapeva della presenza di Marchiò in Iraq: nemmeno i genitori del ragazzo. «Non ne sapevamo niente», dice a Corriere.it la madre, Marinella. «Luca non vive in casa con noi, ed è abituato a viaggiare molto, anche in zone di guerra, per il suo lavoro. E da mamma dico: purtroppo. Ora ci hanno detto che sta tornando, e che sta bene. E questo è ciò che conta».

TURISTA - Anche le autorità italiane non sapevano nulla del viaggio. Il New York Times scrive di essere stato il primo a notificare la cosa all’ambasciata. Che ha poi tentato di ricostruire l’incredibile viaggio del «turista». Partito dall’Italia, Marchiò è sbarcato in Egitto, passando poi in Turchia e, via terra, in Iraq, con un visto di dieci giorni. Passato il confine su un taxi, è arrivato a Bagdad. Ed è entrato nel Coral Palace. «Sono un turista», ha ripetuto a mister Yacoub, alla reception, e ai giornalisti del Times. «Voglio vedere le città più importanti del Paese, vedere e capire la realtà. Penso che ogni Paese del mondo debba essere visitato». Yacoub ha tentato di dissuaderlo – alla domanda se l’Iraq, e soprattutto Falluja, siano pronti per turisti che non siano pellegrini sciiti, il receptionist ha replicato con un enfatico «No» – ma senza successo. Per 40 dollari, Marchiò ha acquistato all’albergo un tour della città: la statua di Sherazade, la narratrice di Le mille e una notte, il lago artificiale vicino all’università, la piazza Abu Jaafar al-Mansur sulla riva del Tigri, il parco Zawra’a, i negozi di Karada. «“Quando è arrivata la notte si è spaventato un po’, e ha voluto tornare in hotel», ha detto Ramez Fa’eq, 23 anni, la guida a cui l’hotel l’aveva affidato.

A FALLUJA - Il giorno seguente, Marchiò è partito per Falluja su un minibus pubblico. Poche ore dopo, il signor Yacoub ha ricevuto la chiamata della polizia. «La stavo aspettando», ha detto. «E ovviamente erano molto preoccupati per lui. L’Iraq non è ancora pronto per i turisti. Certo, la sicurezza è molto migliorata. Ma in questo Paese ti puoi aspettare qualunque cosa in qualunque momento». «Gli ho spiegato che non era sicuro vagare per il Paese», ha detto Renato Di Porcia, vice capo della missione all’ambasciata italiana a Bagdad. Il sito del ministero degli Esteri definisce l’Iraq un Paese «ad altissimo rischio: sono fortemente sconsigliati i viaggi se non organizzati in un adeguato contesto di sicurezza e previamente concordati con l’ambasciata d’Italia a Bagdad o con il ministero degli Esteri a Roma». «È stata una situazione molto strana», ha commentato Di Porcia. Marchiò «è un ragazzo un po’ naif».

 


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