28/03/2012

Con i gas di scarico diesel più rischi di cancro ai polmoni

Con i gas di scarico diesel più rischi di cancro ai polmoni

Lo studio USA. Già classificati nel 1989 come possibili cancerogeni dall’Agenzia per la Ricerca sul Cancro, ora arrivano nuove prove da uno studio ventennale

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11/01/2011

«Assange rischia di finire a Guantanamo»

«Assange rischia di finire a Guantanamo»

Annunciata l'imminente pubblicazione di nuovi file riservati della diplomazia americana. I legali del fondatore di Wikileaks contro l'estradizione in Svezia: può finire negli Usa e essere condannato a morte

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15/11/2010

E gli Usa divennero il rifugio dei nazisti

E gli Usa divennero il rifugio dei nazisti

Rivelazione del New York Times: dopo la guerra molti criminali di guerra furono impiegati da Cia e Nasa

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09/06/2010

Maxi risarcimento ai nativi d'America

Maxi risarcimento ai nativi d'America

L'uomo bianco paga il debito (3,4 miliardi) coi pellerossa per i terreni espropriati 130 anni fa

 

indiano01g.jpgDopo centotrenta anni è resa giustizia agli Indiani d’America. Il Congresso degli Stati Uniti sta per approvare un provvedimento che prevede il maxirisarcimento di 3,4 miliardi di dollari per la confisca illegale di terreni avvenuta nel 1880. In quell’anno, il governo americano, sotto la presidenza di Rutherford B. Hayes, decide di iniziare una sistematica opera di smembramento delle terre, oltre 40 milioni di ettari in tutto il Paese, dove per secoli avevano vissuto le tribù della Grande Nazione.

Gli appezzamenti vennero divisi in lotti dai 30 ai 60 ettari di cui i «Nativi americani» rimasero solo proprietari nominali visto che lo Stato si riservava ogni diritto di gestione e di sfruttamento delle risorse minerarie, energetiche e naturali, ma anche delle attività imprenditoriali, dando in cambio un compenso, talvolta misero. In sostanza il governo degli Stati Uniti, non ritenendo gli indiani in grado di saper gestire le risorse dei propri territori, si è arrogato ogni diritto sulle loro terre, sottoscrivendo dei contratti di «sfruttamento» dei pozzi petroliferi in Oklahoma, ad esempio, delle attività immobiliari a Palm Springs e della costruzione di strade a Scottsdale in Arizona. Oltre 400 milioni di dollari (iniziali) all’anno vengono da allora ricavati dallo sfruttamento di quelle terre e finiscono nelle casse del Tesoro, nel conto «14X6039».


Ma mentre i forzieri del governo si riempiono sempre di più, le tasche degli indiani si svuotano. Negli ultimi cento anni infatti dagli archivi federali scompaiono i dati relativi ad almeno sedici milioni di ettari di terreno, in sostanza il governo non è più in grado di risalire ai proprietari e decide di sospendere il pagamento delle rendite. Dal 1915 a oggi vengono inoltre riscontrati una serie di illeciti nella gestione del dipartimento del Tesoro, degli Interni per gli affari degli Indiani, e del Minerals Management Service, la stessa agenzia finita nel mirino delle inchieste sul capo Bp.

Nel 1994 scatta una maxicausa legale, anche se i ministri degli Interni di Bill Clinton e di George W. Bush non vanno fino in fondo. Tanto che il giudice distrettuale Royce Lamberth che ha seguito il procedimento per oltre un decennio parla di «irresponsabilità del governo nella sua peggiore forma». Secondo le stime più recenti l’ammontare complessivo di fondi che non sono mai stati pagati agli indiani sarebbe di circa 150 miliardi di dollari, la stessa somma indicata nella causa giudiziaria oggi vicina alla conclusione.

A guidare la crociata dei «Nativi» è stata Elouise Cobell, membro della tribù dei Piedi Neri del Montana, la banchiera dalla pelle rossa fondatrice nel 1987 della prima banca nazionale che fa capo a una riserva indiana. Con un piccolo team legale guidato da uno specialista della finanza, Dennis Gingold, Elouise consente l’avvio di oltre 3600 cause giudiziarie; neppure la causa antitrust di Microsoft è stata così complessa per il governo Usa. Ma il suo percorso non è facile, il giudice Lamberth viene rimosso dal suo incarico per aver usato un linguaggio troppo duro nei confronti delle istituzioni, e il successore, James Robertson, stabilisce alcuni anni fa un risarcimento di appena 476 milioni di dollari, ben poco rispetto ai 48 miliardi richiesti dalle parti in causa. Il problema entra anche nella campagna presidenziale del 2008: l’allora candidato democratico Barack Obama, e il rivale repubblicano John McCain, promettono una rapida risoluzione.


Con la nuova amministrazione, i ministri della Giustizia, Eric Holder, e degli Interni, Ken Salazar, si muovono in questo senso e a dicembre si giunge all’accordo sui 3,4 miliardi di dollari: 1,4 miliardi saranno distribuiti agli indiani con assegni da 500 a 1500 dollari, due miliardi serviranno per l’acquisto delle terre dagli indiani stessi ai quali nel frattempo saranno restituite. Nessuno è però costretto a vendere. Ma proprio quando la Camera vota il provvedimento, il giudice Robertson annuncia le dimissioni. Sarà il successore Thomas Hogan a sovrintendere, in caso di approvazione del Senato, la maxiudienza finale, quella che dovrebbe sancire il varo della manovra di risarcimento rendendo giustizia dopo 130 anni agli Indiani d’America.

 

FRANCESCO SEMPRINI


17/04/2010

California: 200 mila dollari per avere la mappatura del Dna della famiglia

California: 200 mila dollari per avere la mappatura del Dna della famiglia

LA POLEMICA. Tanto hanno speso i coniugi West. Ma gli esperti stigmatizzano: «Decisione molto pericolosa»

 


Una famiglia californiana ha pagato quasi 200mila dollari (pari a poco meno di 150mila euro) alla società specializzata «Illumina» per avere la mappatura del proprio codice genetico, ma la decisione di John e Judy West ha scatenato un dibattito etico sulla finalità di analizzare il Dna dei minori (la coppia ha due figli, Anne e Paul, rispettivamente di 17 e 14 anni) per fini non medici, perché tali test possono anche rivelare informazioni indesiderate, come ad esempio un alto rischio di Alzheimer o una paternità erroneamente attribuita. «Sarei davvero molto cauto sulla necessità di sottoporsi ad esami del genere – ha spiegato al “Times” Frances Flinter, consulente genetista del “Guy’s and St Thomas’NHS Foundation Trust” di Londra – perché una volta che hai fatto la mappatura del codice genetico di una persona, non è che puoi chiudere quelle informazioni in una scatola e lasciarle lì».

DILEMMA ETICO - Ma il diretto interessato, ovvero il signor West, rifiuta questi scrupoli etici. «Fra qualche anno, sono convinto che sarà eticamente scorretto non aver mappato il codice genetico dei propri figli. Che tipo di genitori sarebbero coloro che non vogliono dare ai propri ragazzi i soldi per conoscere informazioni d’importanza fondamentale per la loro salute? Si potrebbe facilmente essere considerati negligenti. I miei figli sono stati così intelligenti da accogliere questa opportunità con grande entusiasmo. Non capisco perché alcune persone preferiscano non sapere: le informazioni genetiche stanno diventando sempre più utili per prevenire ed abbassare il rischio di talune malattie e per individuare i soggetti che magari rispondono meglio ad un certo tipo di farmaco, per questo ho voluto che tutti i membri della mia famiglia si sottoponesse al test. Del resto, ci sono un sacco di esami che i genitori fanno fare ai figli, come ad esempio le vaccinazioni». Un paragone che, però, il dottor Flinter rifiuta categoricamente. «Esiste un’enorme differenza fra la mappatura del Dna e una vaccinazione, perchè quest’ultima viene fatta quando il bambino è piccolo e nel suo interesse, mentre escludo che un test genetico non per finalità mediche venga eseguito nell’interesse del minore o che non si possa fare quando il ragazzo è più grande». Lo scorso anno, l’amministratore delegato di «Illumina», Jay Flatley, aveva predetto che entro la fine del decennio ogni bambino appena nato avrebbe avuto la mappatura del genoma. Nel caso specifico degli West, che già in passato avevano avuto un’istantanea del loro Dna eseguita dalla società «23andMe» e che sono così diventati la prima famiglia al mondo ad avere la mappatura del proprio codice genetico, Illumina si è avvalsa della collaborazione di un consulente etico, di un medico e di alcuni genetisti. «Fino a quando non saranno più chiari vantaggi ed eventuali rischi – è il giudizio di Alison Hall della “PHG Foundation” – sarà bene avvicinarsi con cautela a questo tipo di test, valutando caso per caso, anche se per quanto riguarda la famiglia West, mi pare che tutti fossero perfettamente consapevoli dei potenziali rischi».

Simona Marchetti


14/04/2010

Guai per Toyota, sospende la vendita negli Usa della Lexus GX 460: non è sicura

Guai per Toyota, sospende la vendita negli Usa della Lexus GX 460: non è sicura

E' l'ennesimo problema per il marchio nipponico. La rivista americana Consumer Reports ha dimostrato che il suv rischia il ribaltamento in curva alle alte velocità

 

La Lexus GX 460 (Ap)

Nuova grana per la Toyota. Dopo i maxi richiami di vetture per problemi all'accelerazione, la casa giapponese annuncia la sospensione temporanea delle vendite del modello 2010 della Lexus GX 460 dopo che la rivista americana Consumer Reports ha sollevato dubbi sulla sua sicurezza. In una mossa rara, il magazine ha definito lo sport-utility vehicle come una vettura da «non comprare» in seguito al rischio di capovolgimento che presenta in determinate circostanze.

PROBLEMI DI SICUREZZA - L'ultima volta che Consumer Reports aveva bollato una vettura come da «non comprare» risale al 2001: il modello allora in questione era la Mitsubishi Montero Limited. L'influente rivista nonprofit ha già sospeso le proprie raccomandazioni per gli otto modelli Toyota richiamati in gennaio in seguito a problemi al pedale dell'acceleratore. Da alcuni test condotti di recente dagli ingegneri del magazine è risultato che la Lexus GX 460 presenta problemi di sicurezza durante test di emergenza standard. All'avvertimento di Consumer Reports Toyota ha risposto rapidamente, con Lexus che ha invitato i propri concessionari a sospendere temporaneamente le vendite. La società prende la situazione «molto seriamente ed è determinata a identificare e correggere» il problema indicato da Consumer Reports, afferma Mark Templin, vice presidente e general manager di Lexus. «A tutti coloro che hanno acquistato una 2010 GX 460 e sono preoccupati di guidarla - aggiunge - forniremo una vettura in sostituzione fino a quando il problema non sarà risolto».

MULTE IN ARRIVO - Gli ingegneri Lexus sia negli Stati Uniti sia in Giappone - osserva il portavoce della casa giapponese Bill Kwong - sono già al lavoro per riprodurre i test effettuati da Consumer Reports e determinare le cause entro la fine della settimana. Nei primi tre mesi dell'anno Toyota ha venduto circa 4.800 Lexus Gx 460, il cui prezzo parte da 52.000 dollari. La National Highway Traffic Safety Administration ha messo in guardia i guidatori di Lexus, invitandoli - riporta ilquotidiano statunitense Wall Street Journal - «a evitare un'eccessiva velocità e manovre azzardate così da mantenere saldamente il controllo dei loro veicoli». Lo stop alle vendite arriva a pochi giorni di distanza da quando il segretario ai Trasporti americano Ray Lahood ha espresso la volontà di comminare a Toyota una maxi-multa da 16,4 milioni di dollari per non aver adempiuto agli obblighi di legge in termini di sicurezza: Lahood contesta alla Toyota di aver comunicato in ritardo alle autorità competenti i problemi all'accelerazione riscontrati su più modelli e che si sono tradotti in 8 milioni di auto richiamate a livello mondiale, di cui 6 milioni solo negli Usa. La multa allo studio rappresenta la massima sanzione consentita dalla legge e sarebbe la maggiore mai comminata a una casa automobilistica dal governo americano. La casa nipponica, secondo le autorità americane, ha nascosto per almeno quattro mesi i problemi riscontrati al pedale dell'accelerazione. (Fonte: Ansa)


02/04/2010

Nucleare, Obama alza la voce: aumentare la pressione sull'Iran

Nucleare, Obama alza la voce: aumentare la pressione sull'Iran

 

INTERVISTA ALLA CBS. «Teheran stia diventando sempre più isolata». Accelerati i negoziati per dare il via a nuove sanzioni

(Ap)
(Ap)
WASHINGTON- Nuova stretta degli Usa sull'Iran. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama intende «incrementare la pressione» su Teheran per il suo controverso programma nucleare, che, ha detto il presidente americano alla Cbs, la sta ulteriormente isolando. A tal fine stanno accelerando i negoziati per approvare una nuova tornata di sanzioni all'Onu, la quarta, contro la Repubblica islamica.

IL RISCHIO DELLA CORSA AGLI ARMAMENTI - Secondo Obama, «tutte le prove» indicano che Teheran sta cercando di ottenere una capacità nucleare per produrre armi atomiche, e questo "destabilizzerebbe" il Medio oriente e provocherebbe una corsa agli armamenti nella regione. «Intendiamo aumentare la pressione sull'Iran ed esaminare il modo migliore su come rispondere con il sostegno di una comunità internazionale sempre più unita su questo problema» ha poi detto il capo della Casa Bianca nell' intervista alla Cbs. Obama ha avuto giovedì una lunga conversazione telefonica di circa un'ora, con il presidente cinese Hu Jintao. Nella conversazione, ha fatto sapere la Casa Bianca, Obana ha sottolineato l'importanza di agire insieme «per assicurare che l'Iran rispetti i suoi obblighi internazionali». «Ho già detto in precedenza che non escludiamo alcuna opzione e continueramo a fare pressione e valutare come reagiscono», ha spiegato il presidente.

Redazione online


27/03/2010

Attenti a Internet, ci fa perdere la concentrazione e la memoria

Attenti a Internet, ci fa perdere la concentrazione e la memoria

 

Denuncia il «collettivismo tecnologico» e i rischi legati alle alterazioni del cervello. L’allarme di Nicholas Carr contro la dittatura della Rete. Il suo saggio divide l'America

 

Le ambiguità di Internet nel disegno di Dave Cutler (Corbis)
Le ambiguità di Internet nel disegno di Dave Cutler (Corbis)

«Basta prendere Internet e le tecnologie digitali a scatola chiusa. Offrono opportunità straordinarie di accesso a nuove informazioni, ma hanno un costo sociale e culturale troppo alto: insieme alla lettura, trasformano il nostro modo di analizzare le cose, i meccanismi dell’apprendimento. Passando dalla pagina di carta allo schermo perdiamo la capacità di concentrazione, sviluppiamo un modo di ragionare più superficiale, diventiamo dei pancake people, come dice il commediografo Richard Foreman: larghi e sottili come una frittella perché, saltando continuamente da un pezzo d’informazione all’altra grazie ai link, arriviamo ovunque vogliamo, ma al tempo stesso perdiamo spessore perché non abbiamo più tempo per riflettere, contemplare. Soffermarsi a sviluppare un’analisi profonda sta diventando una cosa innaturale».

Nicholas Carr è la bestia nera dei fan della Rete «senza se e senza ma» e dell’industria delle tecnologie digitali. Due anni fa un suo saggio, pubblicato dalla rivista «The Atlantic» col provocatorio titolo «Google ci sta rendendo stupidi?», fu il primo sasso gettato nello stagno della Internet culture. Carr, uno studioso che ha lavorato nella consulenza aziendale e ha diretto a lungo la «Harvard Business Review», fu bollato dal popolo del web come un nemico della tecnologia.

«In realtà — racconta oggi dalla sua casa in Colorado dove si è ritirato a scrivere libri—fin dagli anni Ottanta sono sempre stato un consumatore febbrile delle tecnologie digitali a cominciare dal Mac Plus, il mio primo personal computer. Sono sempre stato un tecnofilo, non un tecnofobo. Ma il mio entusiasmo si è man mano attenuato con la scoperta che, oltre ai vantaggi che sono sotto gli occhi di tutti, la Rete ci porta anche svantaggi assai meno evidenti e proprio per questo più pericolosi. Anche perché gli effetti saranno profondi e permanenti ».

Jaron Lanier, il genio dell’intelligenza artificiale che in un recente libro- manifesto ha messo in guardia dal «collettivismo» di Internet che uccide la creatività individuale, in Rete è stato bollato come un traditore. Sarà più difficile trattare nello stesso modo The Shallows («Superficialità: Quello che internet sta facendo alla nostra mente») il suo nuovo libro che già fa discutere quando mancano ancora più di due mesi alla pubblicazione negli Usa. Il perché lo spiega lo stesso Carr: «Quello sull’"Atlantic" era un saggio scritto sulla base della mia esperienza personale, una riflessione su come la cultura digitale ha cambiato il mio comportamento. Negli ultimi due anni mi sono sforzato di andare oltre il personale, esaminando le evidenze scientifiche e sociali di come Internet—e anche rivoluzioni precedenti come quella dell’alfabeto — hanno cambiato la storia intellettuale dell’umanità. E di come le nuove tecnologie influenzano la struttura del nostro cervello perfino a livello cellulare».

Nel dibattito promosso dalla «Edge Foundation» su questi temi, lei ha citato il caso della «Cushing Academy », una scuola d’elite che forma le classi dirigenti del Massachusetts fin dai tempi della Guerra di Secessione, dalla cui biblioteca sono improvvisamente scomparsi tutti i libri: sostituiti da computer per fare ricerche. Che ruolo sta giocando la scuola in questa rivoluzione?

«La scuola dovrebbe insegnare a usare con saggezza le nuove tecnologie. In realtà, però, gli educatori e perfino i bibliotecari si stanno abituando all’idea che tutta l’informazione e il materiale di studio possano essere distribuiti agli studenti in forma digitale. Dal punto di vista economico ha certamente senso: costa meno. Ma limitarsi a riempire le stanze di sistemi elettronici è miope. Come ci insegna McLuhan, il mezzo conta, e parecchio. Senza libri non solo è più difficile concentrarsi, ma si è spinti a cercare di volta in volta su Internet le nozioni fin qui apprese e archiviate nella nostra memoria profonda. La perdita della memoria di lungo periodo è il rischio più grosso: è un argomento al quale ho dedicato un intero capitolo».

Il cofondatore di «Wikipedia», Larry Sanger, ammette i rischi di distrazione ma l’accusa di essere troppo pessimista, di non avere fiducia nella capacità dell’uomo di gestire con raziocinio le nuove possibilità offerte da tecnologie che rappresentano, comunque, un grande progresso per l’umanità. L’esercizio della libertà, dice Sanger, richiede responsabilità, capacità di mettere a fuoco i problemi e di risolverli. Anche nell’universo digitale

«I fautori della libertà totale di acquistare e portare armi ragionano nello stesso modo quando dicono: le armi non uccidono gli uomini, sono gli uomini che uccidono altri uomini. Non voglio fare polemiche e vorrei che Larry avesse ragione: io non sono un determinista tecnologico. Purtroppo l’esperienza ci dice che la sua è una visione un po’ naïve: quando una nuova tecnologia diventa di uso comune, tende a cambiare le nostre abitudini, il modo in cui lavoriamo, il modo in cui socializziamo ed educhiamo i nostri figli. E ciò avviene lungo percorsi che in gran parte sfuggono al nostro controllo. È successo in passato con l’alfabeto o l’introduzione della stampa. Succede, a maggior ragione, oggi con Internet. La gente tende a non esercitare le possibilità di controllo, magari perché le interruzioni, le distrazioni che trova in rete, le portano pezzi di informazione interessante, o anche solo divertente»

Oggi, poi, non c’è solo l’uomo più o meno capace di plasmare il suo futuro: pesano anche gli interessi delle grandi corporation delle tecnologie digitali. Riecco Google...

«A far fare soldi alle società della Rete è il nostro moto perpetuo da un sito all’altro, da una pagina web all’altra. Sono i nostri clic compulsivi a far crescere gli incassi pubblicitari. L’ultima cosa che può desiderare una società come Google è che diventiamo più riflessivi, che ci soffermiamo di più su una singola fonte d’informazione ».

Curioso. A sostenere la tesi della libertà assoluta della Rete, senza regole né percorsi educativi, sono soprattutto i progressisti. Con argomenti che, almeno negli Stati Uniti, a volte ricordano quelli usati dai libertari conservatori sulle armi, contro i vincoli in campo ambientale o le regole di educazione alimentare che avrebbero potuto evitare le epidemie di obesità e diabete. Nemmeno Google suscita, per ora, grandi diffidenze. Perché?

«Perché la controcultura della sinistra Usa, contrarissima ai grandi calcolatori Ibm fino ai roghi di schede perforate degli anni ’60, ha poi scoperto nel personal computer — uno strumento individuale sottratto al controllo delle corporation e dei governi— uno strumento di libertà. Ed effettivamente era così, è stato così a lungo. Ma negli ultimi anni molto è cambiato: dal crowdsourcing che significa lavoro e idee gratuite per molte società che operano in Rete, alle reti sociali come Facebook che si comportano come latifondisti dell’Ottocento: affittano gratuitamente pezzetti di terra per poi guadagnare sulla sua coltivazione. È ora di cominciare a riflettere».

Massimo Gaggi


10/03/2010

Usa: gli studenti si distraggono in aula col computer . E ora le università li vietano

Usa: gli studenti si distraggono in aula col computer . E ora le università li vietano

 

E un professore dell'università dell'oklahoma decide di distruggerli a lezione. Inchiesta del Washington Post: la preparazione di chi usa un laptop in classe è del 70% rispetto alla media.

 

WASHINGTON (USA) - Il mese scorso, un professore di fisica della Università dell’Oklahoma prese un computer portatile lo immerse nell'azoto liquido e lo scagliò sul pavimento dell’aula, una scena filmata di nascosto da uno studente che è stata vista su YouTube da un milione di persone stupite o divertite. Stizza? Follia? No. Il professore volle solo ricordare ai «digitally distracted», gli studenti che si distraggono dalle lezioni per giocare al computer, fenomeno dilagante in America, che da quel momento avrebbero preso appunti solo su carta. Come i loro genitori e i loro nonni.

L'INCHIESTA - Il gestaccio del docente di fisica dell’Oklahoma spinse il Washington Post a svolgere un’inchiesta sull’impiego dei computer portatili nelle università. Sono poi stati pubblicati i risultati, che hanno meravigliato l’America. Sempre più università vietano infatti alla maggioranza degli studenti di usare i laptop in aula, proprio come i cellulari. Il motivo: invece di seguire le lezioni, si scambiano e mail, guardano gli incontri sportivi, fanno di peggio. Il Washington post cita il professore David Cole della facoltà di legge della Georgetown University: «Con il computer acceso, è come se gli studenti fossero alla tv o al cinema o a fare shopping o allo stadio».

INVERSIONE DI ROTTA - Per le università, è una radicale inversione di rotta. Furono i docenti infatti a insistere perché gli studenti si presentassero in aula con i computer e vi annotassero il meglio delle lezioni. Ma con l'introduzione dei collegamenti wireless ad internet la cosa non funziona più. La professoressa Diane Sieber dell'università del Colorado ha seguito per un trimestre i suoi 17 studenti più attaccati al computer, e ha appurato che «la loro preparazione è appena il 70% di quella media, tanto quanto gli studenti che non frequentano i corsi». Secondo David Cole, il divieto di usare il computer è fruttuoso: «Dopo le prime sei settimane, l’80 per cento dei miei studenti ha registrato progressi». La Bentley University del Massachusetts fu la prima a imporre l’impiego dei computer in aula. Era il 1985. Ma 15 anni dopo, fu la prima a dotarsi di un “cervellone” grazie a cui i docenti possono bloccare l’accesso a Internet agli studenti. Teme tuttavia di combattere una battaglia perdente a causa degli iPhone, dei BlackBerry e così via: «Non si possono controllare aule con duecento ragazzi, tutti più padroni di noi delle nuove tecnologie» ammette Philip Knutel, un altro professore. Un possibile rimedio? La scelta degli studenti più responsabili perché prendano appunti al computer durante le lezioni e li trasmettano ai compagni dopo. «Tutti devono capire che vogliamo sapere ciò che hanno in testa, non ciò che è sullo schermo» conclude Cole.

Ennio Caretto

Fonte: Corriere.it


05/03/2010

Arriva l'iPad

Arriva l'iPad

 

Sarà venduto negli Stati uniti a partire dal mese di marzo per poi arrivare verso la fine di aprile anche in Italia

 

 

 

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Dopo che ne abbiamo tanto parlato (troppo?), Apple ha fissato la data di arrivo dell'iPad nei negozi americani: il 3 aprile, con preordini dal 12 marzo. Parliamo del modello wi-fi, mentre a fine aprile arriveranno i wi-fi + 3G. Tutti i modelli, quindi, arriveranno da noi (e negli altri Pesi europei e Australia, Canada e Giappone) sempre alla fine di aprile.

Sui prezzi dell'oggetto ancora non ci si discosta
da quanto annunciato settimane fa, dunque con nessuna novità sui costi per iPad in Europa. Si parte quindi da 499 dollari per il modello 16Gb, quindi 599 per il modello da 32Gb, infine 699 per quello 64GB. I modelli Wi-Fi + 3G saranno disponibili a costi che vanno da 629 dollari (16Gb) a 829 (64Gb). La nuova applicazione iBooks -che include l’iBookstore di Apple - sarà quindi disponibile come download gratuito dall’AppStore sempre dal 3 aprile per gli Stati Uniti, mentre non è stata ancora comunicata la disponibilità per le altre nazioni.