26/03/2012
Mediaset non rinnova il suo dominio.com che diventa di proprietà di un americano
Mediaset non rinnova il suo dominio.com che diventa di proprietà di un americanoDIRITTO DEL WEB. L'azienda di Cologno Monzese tenta il ricorso per cattiva fede. Ma il giudice rigetta la pratica
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27/07/2010
Il solare costa meno del nucleare
Il solare costa meno del nucleareUn articolo del New York Times su uno studio americano. Il sorpasso al prezzo di 0,16 dollari a chilowattora. L'energia atomica costerà sempre di più
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| I costi di energia solare e atomica (da Ncwarn.org) |
NEW YORK - Oggi negli Stati Uniti la produzione di energia solare costa meno di quella nucleare. Lo afferma un articolo pubblicato il 26 luglio sul New York Times, che riprende uno studio di John Blackburn, docente di economia della Duke University. Se si confrontano i prezzi attuali del fotovoltaico con quelli delle future centrali previste nel Nord Carolina, il vantaggio del solare è evidente, afferma Blackburn. «Il solare fotovoltaico ha raggiunto le altre alternative a basso costo rispetto al nucleare», afferma Blackburn, nel suo articolo Solar and Nuclear Costs - The Historic Crossover, pubblicato sul sito dell’ateneo. «Il sorpasso è avvenuto da quando il solare costa meno di 16 centesimi di dollaro a kilowattora» (12,3 centesimi di euro/kWh). Senza contare che il nucleare necessita di pesanti investimenti pubblici e il trasferimento del rischio finanziario sulle spalle dei consumatori di energia e dei cittadini che pagano le tasse.
COSTI FOTOVOLTAICO IN DISCESA - Secondo lo studio di Blackburn negli ultimi otto anni il costo del fotovoltaico è sempre diminuito, mentre quello di un singolo reattore nucleare è passato da 3 miliardi di dollari nel 2002 a dieci nel 2010. In un precedente studio Blackburn aveva dimostrato che se solare e eolico lavorano in tandem possono tranquillamente far fronte alle esigenze energetiche di uno Stato come il Nord Carolina senza le interruzioni di erogazione dovute all’instabilità di queste fonti. I costi dell'energia fotovoltaica, alle luce degli attuali investimenti e dei progressi della tecnologia, si ridurrà ulteriormente nei prossimi dieci anni.
COSTI NUCLEARE IN CRESCITA - Mentre, al contrario, i nuovi problemi sorti e l'aumento dei costi dei progetti hanno già portato alla cancellazione o al ritardo nei tempi di consegna del 90% delle centrali nucleari negli Stati Uniti, spiega Mark Cooper, analista economico dell'Istituto di energia e ambiente della facoltà di legge dell'Università del Vermont. I costi di produzione di una centrale nucleare sono regolarmente aumentati e le stime sono costantemente in crescita.
Redazione online
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03/07/2010
Fiat, Marchionne: "Il sindacato Usa ci ha capiti"
Fiat, Marchionne: "Il sindacato Usa ci ha capiti"In un'intervista al Wall Street Journal l'amministratore delegato dell'azienda automobilistica ha dichiarato che l'organismo statunitense dei metalmeccanici ha compreso perfettamente la situazione
Negli States il sindacato ha capito il momento del mercato, la strategia del gruppo e la necessità di essere leader. A esserne sicuro è Sergio Marchionne, il quale non risparmia apprezzamenti allo "United Auto Worker", il sindacato dei metalmeccanici statunitensi. In un'intervista al Wall Street Journal il top manager italo-canadese ha infatti dichiarato: "I leader dello Uaw hanno capito completamente la nostra situazione. Staremo bene insieme fino a quando saremo d'accordo sulla necessità di essere l'impresa più competitiva. Per questo finché non si dimostrerà sbagliato, continueremo a lavorare con loro".
Marchionne ha anche commentato l'attuale situazione dei mercati e dell'economia mondiale con una parafrasi inconsueta: "Chiedo scusa a Karl Marx, ma la ripresa economica è l'oppio delle industrie che non funzionano" col "grande pericolo" di "ricadere ancora una volta in un errore e confondere una ripresa economica con un più solido modello di business". L'amministratore delegato ha quindi aggiunto: "Nell'industria dell'auto siamo come alcolisti: quando non abbiamo accesso alla bottiglia guariamo. Poi torniamo a esagerare con l'incompetenza manageriale, l'intransigenza sul lavoro e altre abitudini distruttive. Poi torniamo a secco di nuovo. E' una situazione orribile. La chiave è quella di continuare sulla strada della disciplina, dell'umiltà e del rigore quando tornano i tempi di boom economico. Questo è il test della nostra capacità di sopravvivere".
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20/06/2010
Donne fatali brave nella scelta del partner
Donne fatali brave nella scelta del partnerSTUDIO USA. Hanno scarse prospettive di carriera e cercano uomini che garantiscono un futuro finanziario stabile
NEW YORK - Diciamoci la verità: quando un uomo guarda la foto di qualche bellezza tutta curve, meglio se generosamente esposte, l’ultima cosa ai cui pensa è che un simile schianto possa avere anche un cervello. E, invece, questo luogo comune tanto caro ai maschietti (ma sposato in pieno pure da qualche donna, soprattutto se sul piano estetico non c’è match che tenga con la sirena in questione) non potrebbe essere più sbagliato. Perché le fatalone con un QI magari non da Premio Nobel sarebbero in realtà più brave nello scegliere il partner giusto (ovviamente, ricco sfondato) e nel farsi sposare, rispetto a quelle più intelligenti. E la spiegazione di tale successo non avrebbe nulla a che fare con l’avidità quanto, piuttosto, con l’istinto di sopravvivenza nei confronti dell'eventuale prole, così da assicurarle un futuro finanziariamente solido.
IL CASO NICOLE SMITH - Un esempio su tutte, preso non a caso come modello dagli studiosi della Michigan University per confermare la loro teoria, è Anna Nicole Smith, la modella di Playboy tragicamente scomparsa nel febbraio del 2007 a causa di un collasso da overdose di farmaci e bollata con l’assai poco lusinghiera etichetta di “bimbos”, che nello slang inglese indica le “bionde sceme”. Nel giugno del 1994, a soli 26 anni, la Smith (vero nome, Vickie Lynn Hogan) sposò l’89enne miliardario J.Howard Marshall, dopo che questi la vide in un topless bar. Un matrimonio chiaramente di interesse che, stante i 63 anni di differenza fra i consorti, divenne ben presto oggetto di commenti e battute al limite del buon gusto in tutti gli show tv degli Stati Uniti, ma che permise alla lungimirante ragazzona del Texas di intascare un cospicuo assegno quando il povero marito passò a miglior vita, un anno dopo le nozze, sebbene i figli del magnate abbiano impugnato il testamento dando vita ad una battaglia legale finita poi davanti alla Corte Suprema.
ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA - «E’ assolutamente naturale per le donne con poca educazione e scarse prospettive di carriera cercare di corteggiare uomini che possano garantire loro un futuro finanziario stabile» – ha spiegato al londinese Mail on Sunday la dottoressa Christine Stanik che ha condotto la ricerca americana – «e così è sempre stato anche nelle epoche passate, perché le donne sapevano che un compagno con queste caratteristiche rappresentava una sicurezza per la sopravvivenza dei figli. Indubbiamente, si tratta di un istinto fortissimo ed innato nella specie, che è difficile scrollarsi di dosso, a maggior ragione per quelle donne che non possono contare su una carriera propria e che, quindi, non hanno una loro indipendenza economica». Lo studio universitario avrebbe inoltre evidenziato come le donne indipendenti e con un QI di tutto rispetto siano anche quelle più propense ai legami di breve durata. E se tale comportamento, a detta ancora della dottoressa Stanik, sarebbe una conseguenza «dell’aumento di autostima e della ritrovata fiducia delle donne in loro stesse», per la terapista e sessuologa Simone Bienne, famosissima in Inghilterra per i suoi programmi su sesso e amore su GMTV, andrebbe spiegato con la vita frenetica che svolgono oggi le donne in carriera e che mal si adatta con l’idea di una relazione duratura.
Simona Marchetti
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18/06/2010
New York, incriminato l’attentatore di Times Square
New York, incriminato l’attentatore di Times SquareFaisal Shahzad, l’americano di origini pachistane sospettato di essere l’ideatore del fallito attentato del 1 maggio scorso nel centro della Grande Mela è stato formalmente incriminato. Apparirà di fronte al giudice lunedì prossimo
Faisal Shahzad, l'americano di origine pachistana sospettato di avere progettato il fallito attentato di Times Square a New York, l'1 maggio scorso, è stato formalmente incriminato ieri dalla giustizia americana, che ha anche accusato i talebani pachistani di avergli fornito il loro aiuto.
Shahzad, 30 anni, dovrà apparire lunedì prossimo a mezzogiorno davanti a un tribunale per dire se si ritiene colpevole o non colpevole di dieci capi di imputazione, tra cui "tentativo di utilizzare un'arma di distruzione di massa", "possesso di arma da fuoco", "tentativo di compiere un atto di terrorismo internazionale".
Shahzad aveva parcheggiato un'auto imbottita di esplosivo a Times Square, disinnescata dagli artificieri, dopo l'allarme lanciato da alcuni ambulanti che avevano notato una strana fuoriuscita di fumo dal mezzo. Il giovane uomo è stato arrestato due giorni dopo il suo tentativo di attentato, mentre si preparava a partire per Dubai.
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15/06/2010
Pakistan, “Ucciderò Bin Laden con l’aiuto di Dio”
Pakistan, “Ucciderò Bin Laden con l’aiuto di Dio”La polizia pakistana ha arrestato un cittadino americano che si aggirava in una foresta del Paese armato di pistola, pugnale, spada e attrezzatura per la visione notturna. E in testa un’idea fissa: uccidere l’uomo più ricercato del mondo.
Si muoveva guardingo in una foresta al nord del Pakistan equipaggiato con visore notturno. Infilate nella cintura una spada e una pistola. E nella testa la convinzione di poter catturare il “nemico pubblico numero uno”. Quando i poliziotti pakistani l’hanno arrestato non potevano credere alle loro orecchie: “Sono un americano e sono qui per ritracciare e uccidere Bin Laden”.
L’uomo, Gary Brooks Faulkner, un operaio edile 52enne originario della California era al suo settimo viaggio nel Paese asiatico. Inizialmente, racconta un funzionario della polizia pakistana, “quando ci ha detto che voleva uccidere Bin Laden, siamo scoppiati a ridere. Ma quando abbiamo ritrovato l’attrezzatura e le armi, anbbiamo capito che non scherzava affatto”.
Oltre alle armi Faulkner aveva con se nello zaino una Bibbia con diversi passi sottolineati. E quando i servizi segreti, che l’hanno interrogato nel carcere di Peshawar, gli hanno chiesto perché fosse convinto di catturare Bin Laden, la risposta è stata sconcertante: “"Dio è con me, e io sono fiducioso che riuscirò a ucciderlo".
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12/06/2010
La “talpa” di Wikileaks finisce nei guai
La “talpa” di Wikileaks finisce nei guaiUn soldato americano è accusato di aver consegnato al sito specializzato in rivelazioni scottanti il video che mostra l’uccisione di alcuni civili a Baghdad da parte di militari Usa e altri documenti top secret. Wikileaks ora si mobilita per aiutarlo
Sono passati poco più di due mesi dalla pubblicazione del controverso video (a fondo pagina), che mostra l'uccisione a Baghdad di alcuni civili iracheni, tra cui due dipendenti dell'agenzia di stampa Reuters, da parte di un elicottero militare americano. Le immagini, che risalgono al 2007 e sono state rilanciate dalla stampa di tutto il mondo, costituiscono uno dei maggiori successi di Wikileaks, sito che garantisce l'anonimato a chiunque voglia pubblicare documenti segreti e scottanti.
Tuttavia, 62 giorni dopo, il presunto autore della “soffiata” è stato scoperto. Secondo quanto riportato inizialmente da Wired e successivamente confermato dal Dipartimento della difesa statunitense, Bradley Manning, 22 anni, analista militare di stanza in Iraq, si trova in stato di arresto con l'accusa di avere rivelato all'esterno informazioni riservate. Tra queste, il famoso video iracheno e, pare, 260 mila dispacci diplomatici preparati dal Dipartimento di stato e da membri del corpo diplomatico Usa in Medio Oriente.
A denunciare il giovane soldato americano all'FBI e alle autorità militari a stelle e strisce è stato Adrian Lamo, un ex-hacker, con cui Manning si è intrattenuto via email e via chat confidando le sue imprese di “gola profonda” telematica. “Se avessi accesso alle reti di documenti riservati per 14 ore al giorno per sette giorni la settimana da più di otto mesi che cosa faresti?”, ha detto il giovane Manning a quello che considerava un interlocutore fidato e poi ha snocciolato l'elenco delle informazioni che avrebbe trasferito dai server del Pentagono a quelli di Wikileaks. Di fronte alle confessioni, Lamo, condannato in passato per essere penetrato nei computer di Microsoft e del New York Times, ha optato per la denuncia: “Non lo avrei fatto se vite umane non fossero state in pericolo”, ha detto a Wired.
Da parte sua Wikileaks, che ha raggiunto il picco della popolarità proprio con il video iracheno, non ha confermato di avere ricevuto da Manning materiali segretati, ma ha comunque deciso di sostenere il soldato: “Non sappiamo se Manning sia stato una nostra fonte”, si legge sull'account Twitter del progetto, ma “se l'esercito americano lo afferma noi lo difenderemo”. I primi passi in questa direzione sono stati un appello per cercare volontari che vogliano contribuire alla difesa del giovane e una pagina su Facebook intitolata Savebradley che ha trovato l'appoggio di più di 1200 fan. Il progetto ha inoltre avvertito le fonti di “parlare solo con Wikileaks” e non con estranei.
La natura dell'episodio, che chiama in causa la lealtà di un soldato nei confronti dell'esercito ma anche quella di un confidente rispetto alla sua fonte, ha ovviamente sollevato vari commenti in rete. Wikileaks spara a zero contro “giornalisti” come Adrian Lamo e Kevin Pulsen, il reporter di Wired che ha dato la notizia, affermando che meritano “l'inferno”.
Un esperto di sicurezza come Tom Rick, che tiene un blog sul sito della rivista Foreign Policy, si dice d'accordo con la punizione del soldato anche se invita l'esercito Usa a tenere lo stesso comportamento nei confronti dei torturatori di Abu Grahib: “hanno fatto molti più danni ai nostri valori e al nostro Paese”.
Sul filo dei distinguo corre anche l'analisi di John Daly di TechEye che non approva il comportamento di Lamo ritenendo però che Poulsen, in quanto giornalista, aveva tutto il diritto di pubblicare la storia. Per il settimanale Economist, infine, la morale della vicenda è che “nessuna tecnologia può proteggere gli informatori da se stessi”. Il riferimento è al sistema di Wikileaks che, attraverso crittografia e server sparsi in nazioni che assicurano ampie protezioni alla libertà di espressione, garantisce che nessuno possa impedire la pubblicazione dei documenti e che la fonte resti anonima. Salvo, ovviamente, che la fonte non si smascheri da sola.
Attivo dalla fine del 2006, Wikileaks è diventato famoso per una serie di importanti e talvolta controversi scoop. Tra questi, la pubblicazione, nel novembre 2009, della corrispondenza elettronica di alcuni importanti scienziati che studiano il cambiamento climatico, seguita dai 570 mila messaggi di testo inviati da cerca-persone americani il giorno degli attacchi dell'11 settembre, tra cui quelli di alcuni funzionari del Pentagono e della polizia della città di New York. Tra le sue rivelazioni più importanti ci sono anche le procedure seguite dall'esercito americano per il trattamento dei detenuti nelle prigioni di Guantanamo Bay.
Wikileaks, l'acchiappa-segreti. Il video dell'attacco americano è l'ultimo di una serie di scoop del sito nato per svelare i segreti e mettere in difficoltà i potenti. I suoi creatori sperano che la rinnovata popolarità aiuti il servizio, che ha bisogno di fondi, a sopravvivere
L'ultimo scoop ha riportato Wikileaks al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica internazionale e potrebbe aiutare il servizio, in difficoltà economica, a sopravvivere. La rivelazione, il 5 aprile scorso, del video di un'operazione dell'esercito americano a Baghdad nella quale hanno perso la vita 12 persone, tra cui due impiegati dell'agenzia di stampa Reuters, ha infatti riacceso i riflettori sul sito che, causa mancanza fondi, negli ultimi tempi ha ridotto sensibilmente le attività.
Creato nel 2007 da un gruppo di attivisti guidati dall'australiano Julian Assange, giornalista e hacker etico, Wikileaks ambisce ad essere un porto sicuro per tutti coloro che, in possesso di documenti riservati, vogliono renderli pubblici. Agli informatori garantisce anonimato e una piattaforma sicura con server distribuiti in quei Paesi (come Stati Uniti, Belgio o Svezia) che offrono migliori garanzie per la protezione della libertà di espressione.
L'importanza del documento, che getta luce su un evento accaduto il 12 luglio 2007, è servita a riportare in primo piano l'importanza giornalistica di questo servizio, in grado di sfruttare Internet per accedere a materiali che sfuggono anche all'azione investigativa di grandi testate. Come ha ricordato il Times di Londra “nessun segreto è al sicuro da Wikileaks”. Mentre il New York Times lo ha definito “una spina nel fianco delle autorità americane e estere”. Il più popolare quotidiano del mondo descrive quel mix di “giornalismo investigativo e attivismo” che costituisce il marchio di fabbrica dell'impresa riconoscendogli un ruolo innovativo nel panorama informativo contemporaneo: “rivelando un video dal forte impatto, che i media avevano invano cercato di ottenere per vie tradizionali, Wikileaks si è inserito nella discussione nazionale sul ruolo del giornalismo nell'era digitale”.
Dopo tutto, Wikileaks non si considera in concorrenza con i media organizzati ma si pone esplicitamente al loro servizio e conta sui reporter di professione per dare visibilità ai materiali pubblicati e approfondire le questioni sollevate. In questo senso, i curatori del sito possono considerare un successo anche il ritratto, di parole e immagini, che il New York Times ha dedicato Namir Noor-Eldeen, il giovane fotoreporter ucciso nell'attacco. O il servizio di Al Jazeera che ha intervistato i due bambini feriti dall'azione Usa, mostrando sui loro corpi gli effetti, tuttora ben visibili, dei colpi partiti dagli elicotteri Apache.
Altrettanto apprezzate sono state le prime analisi sulla legalità delle azioni dei militari americani, come quelle proposte da Newsweek e dal New Yorker. Il settimanale newyorchese fa notare come la visione delle immagini ispiri più di un dubbio riguardo alla legalità di alcuni aspetti dell'operazione, in particolare, riguardo alla proporzionalità della reazione, l'identificazione dei combattenti, il ruolo del comando e il trattamento dei combattenti feriti.
La speranza della squadra di Wikileaks è ora che il clamore suscitato dal video possa aiutare l'organizzazione ad incrementare le donazioni e raggiungere quei 600 mila euro necessari, da qui a fine anno, per riprendere le attività a pieno regime. Tra i materiali in procinto di essere pubblicati, fanno sapere, ci sarebbe anche un altro video che documenterebbe un bombardamento americano in Afganistan in cui sarebbero morti 97 civili. Ma per completare l'opera di decrittazione servono fondi.
I migliori scoop di Wikileaks
Il saccheggio del Kenya
Nell'agosto 2007 Wikileaks rende pubblico un rapporto redatto dalla società di consulenza internazionale Kroll che documenta l'enorme corruzione facente capo alla famiglia di Daniel Arap Moi, l'ex leader del Paese. Il testo rivela che Moi avrebbe sottratto al patrimonio pubblico nazionale l'equivalente di oltre 1 miliardo di sterline. Il documento è la base di un'inchiesta pubblicata sulla prima pagina del quotidiano inglese The Guardian.
Le procedure di Guantanamo
Nel novembre 2007 Wikileaks pubblica una copia delle Standard Operating Procedures for Camp Delta, il protocollo seguito dall'esercito americano per il trattamento dei detenuti nelle prigioni di Guantanamo Bay. Il documento rivela, tra le altre cose, come alla Croce Rossa internazionale fosse impedito l'accesso ad alcuni prigionieri.
Le email sul riscaldamento globale
Nel novembre 2009 Wikileaks è tra quei siti che rendono pubblica la corrispondenza elettronica tra alcuni importanti scienziati che studiano cambiamento climatico. Alcune frasi ambigue presenti nelle e-mail vengono lette dal fronte degli scettici come la dimostrazione che i dati sul riscaldamento globale sono stati “aggiustati”.
Gli sms dell'11 settembre
Il 25 novembre dell'anno scorso Wikileaks rende pubblici 570 mila messaggi di testo inviati da cerca-persone americani il giorno degli attacchi dell'11 settembre. Tra questi messaggi ci sono quelli di alcuni funzionari del Pentagono e della Polizia della città di New York.
Raffaele Mastrolonardo
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12/05/2010
Asta da record per la collezione di Mr Jurassic Park
Asta da record per la collezione di Mr Jurassic ParkDa Christie’s a New York. Venduta per 28,6 milioni di dollari la "Flag" di Jasper Johns appartenuta allo scrittore Michael Crichton
Chi non ha visto Jurassic Park con i suoi fantastici e terribili dinosauri volanti? Un famosissimo film -del 1993- ispirato dal romanzo che lo scrittore americano Michael Crichton scrisse nel 1990 all’età di 48 anni. Laureatosi alla Harvard Medical School nel 1969 in medicina e chirurgia, Crichton tra il ’69 e il ’70 cominciò a scrivere bellissime storie di fantascienza iniziando una carriera straordinaria, terminata con la sua prematura scomparsa a Los Angeles il 4 novembre 2008. Oggi, dopo averlo celebrato come scrittore, si scopre l’altro lato della sua vita riservata. Un amore sfrenato per l’arte che lo dipinge come una persona dallo spirito vivace e sensibilissimo. «È persino banale affermare che alcuni uomini o donne sono persone del Rinascimento. Ma per quanto possa essere banale dirlo questo è il caso di Michael Crichton» ha scritto Michael Ovitz, talent agent di Hollywood.
Il medico-scrittore iniziò giovanissimo e in solitudine ad amare e collezionare grandi artisti. A Los Angeles conobbe la gallerista Margo Leavin, e rimase letteralmente incantato dalla Pop Art. Nel 1971, la critica d’arte Barbara Rose racconta d’averlo incontrato negli studi della Gemini G.E.L. un rivoluzionario laboratorio-stamperia frequentato dai maggiori artisti ed epicentro della comunità creativa di L.A. Qui fece amicizia con Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Frank Stella, Claes Oldenburg e David Hockney. Legami che proseguirono per tutta la vita. Tanto che la sua ultima apparizione pubblica coincide con un intervento nell’aprile 2008 al MoMa di New York in occasione di una mostra di Jasper Johns.
Ieri sera alcuni capolavori della sua collezione sono andati in asta da Christie’s a New York. La forbice di stime complessive era tra i 40 e i 70 milioni di dollari. Ma la vendita ha avuto un successo clamoroso. Fuori da tutte le aspettative. Insomma la collezione di Mr Jurassic Park ha fatto Bingo. I 31 capolavori hanno attirato un folto pubblico di appassionati e collezionisti da tutto il mondo. E hanno fatto l’en-plein. Cento per cento di venduto. Per un incasso complessivo pari a 93,323,500 dollari (diritti d’asta inclusi). Il quadro più pagato è arrivato al lotto numero 7 del catalogo. Una piccola "Flag", una bandiera degli States, eseguita da Jasper Johns tra il 1960 e il 1966. Le bandiere di questo grande artista appartengono ormai alla raccolta delle grandi icone dell’arte moderna del Novecento. Un po’ come la "Guernica" di Pablo Picasso o le "Marilyn" di Andy Warhol. Questa versione, grande appena 45 per 68 centimetri, era stimata tra i 10 e i 15 milioni di dollari. In asta se la sono contesa quattro persone, di cui due ai telefoni e due in sala. Alla fine è stata aggiudicata a 25,5 milioni. Vale a dire 28,642,300 dollari, diritti d’asta compresi. Anche la piccola carta in bianco e nero di Roy Lichtenstein ("Girl in Water", del 1968) ha fatto centro. Partita da 500 mila dollari si è fermata a 1,874,500 dollari. Una versione dei “Mao” di Warhol, del 1973, stimata 700-900 mila dollari ha raggiunto 2,378,500. "Vase of Flowers", uno specchio inciso del 1988 di Jeff Koons, valutato 700 mila, è stato venduto a 2,322,500 dollari. Mentre il grande Robert Rauschenberg del 1960-61 “Studio Painting”, stimato 6-9 milioni, si è fermato all’ultima battuta di 11,058,500 dollari. Sempre ieri sera (alle ore 2 circa italiane), dopo i lotti della collezione Crichton, l’asta Christie’s proseguiva con altri 48 capolavori. Tra cui un enorme Lichtenstein del 1978, stimato 4,5-6,5 milioni, ma venduto per 10,162,500 dollari. Uno straordinario Yves Klein (del 1960) che ha raggiunto 12,4 milioni di dollari.
Un grande e raro Sam Francis del 1957, stimato 3-5 ma venduto a 6,354,500 dollari. Un "Achrome" del 1958 del nostro Piero Manzoni, che ha centrato la battuta finale di 4,338,500 dollari. Mentre una "Silver Liz" del 1963 di Warhol partita da 10 milioni è stata aggiudicata a 18,338,500 dollari. Il totale della serata ha fatto incassare a Christie’s in tre ore qualcosa come 231,9 milioni di bigliettoni verdi. Con una percentuale di venduto pari a circa il 94%. Sarà che l’arte ha sempre più il glamour del bene rifugio o per via dell’ampliarsi planetario del suo appeal, di fatto -almeno a New York- la crisi sui capolavori sembra essere sempre più alle spalle. E questa sera toccherà all’asta di Sotheby’s. Che tra l’altro presenta un iconico "Self Portrait" dell’eterno e magico re della Pop Art, Andy Warhol. Staremo a vedere che succede.
Paolo Manazza
16:26 Scritto in CINEMA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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18/04/2010
L'ambasciatore Usa ripulisce i muri di Roma
L'ambasciatore Usa ripulisce i muri di RomaThorne: «Credo che tutti dobbiamo liberare queste strade dai rifiuti» Alemanno. «Faremo più controlli»
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| L'ambasciatore Usa e il sindaco Alemanno |
ROMA — Il sindaco fa aspettare l'ambasciatore americano. Tutto è pronto da mezz'ora in piazza Trilussa: spazzole, guanti, mascherine. L'operazione anti-graffiti sta per scattare anche sullo storico Ponte Sisto, deturpato negli anni dai writers, eppure Gianni Alemanno non si vede. Da vero diplomatico, David Thorne fa finta di niente: «Vorrà dire che quando il sindaco arriverà, dovrà sottoporsi a una doppia razione di olio di gomito...», scherza. Sabato pomeriggio, Trastevere: operazione «Retake Rome», «Riprenditi Roma...». Insomma, cittadini non più spettatori ma protagonisti della pulizia fai-da-te nel proprio quartiere. In verità, tra Alemanno e Thorne, c'è amicizia stretta: «Ringrazierò sempre il sindaco per il bellissimo ricordo dedicato l'anno scorso alla tragedia dell'11 settembre, io mi ero da poco insediato», confessa l'ambasciatore Usa accompagnato dalla moglie Rose. La simpatia reciproca è evidente, in effetti, perché appena Alemanno arriva, i due si tolgono i pullover e puntano insieme verso via Benedetta dove, armati di guanti e pennelli, cominciano a cancellare la selvaggia foresta di «tag» che ricopre il muro vicino a «Checco er Carettiere», ristorante della Dolce Vita, molto caro agli americani («Vi mangiarono Robert Mitchum e Cary Grant, Gary Cooper e Sean Connery...», ricorda la titolare Stefania Porcelli).
IL GRUPPO DEI PULITORI - Del gruppo di pulitori eccezionali fanno parte anche il teologo di origine cubana Miguel Humberto Diaz, ambasciatore americano presso la Santa Sede e la signora Ertharin Cousin, ambasciatrice alla Fao, molto amica di Barack e Michelle Obama. C'è anche il cane Buster, un jack russell sordo di 16 anni, già mascotte degli «Americans in Rome for Obama» nel 2008. Si avvicina l'Earth Day, la giornata della Terra che sarà celebrato il 22 aprile (24 ore dopo il Natale di Roma...) e gli ambasciatori degli Stati Uniti sentono molto l'appuntamento ecologista: «Lo celebriamo da 40 anni perché è un avvenimento importante — spiega Thorne —. È importante che i cittadini abbiano a cuore il rispetto per l'ambiente. E Roma è la città più bella del mondo, la mia seconda casa, dove ho passato la mia gioventù e ora sono tornato. Credo che tutti noi dobbiamo averne cura, tenerla bene, liberarla dai rifiuti e dalle scritte, ognuno a partire dal suo marciapiede». L'ambasciatore, in passato, è stato presidente del Cda dell'Istituto di Arte Contemporanea di Boston, insomma non è insensibile certo alla «street art», ma sembra condividere la filosofia di «Retake Rome»: «Noi siamo pro-art e anti-tag, diciamo sì all'arte ma no al vandalismo», spiegano in coro Lori Hickey, Rebecca Spitzmiller e Nicole Franchini, tre delle circa 300 iscritte all'associazione «Donne americane a Roma» che, insieme a decine di studenti italiani e stranieri e ai volontari di «Vivere Trastevere» e della «Fondazione Garibaldi», hanno promosso l'iniziativa («Complimenti — chiosa l'ambasciatore Thorne — Garibaldi è il mio personaggio italiano preferito...»). Quelli di «Retake Rome» hanno cominciato ripulendo i busti del Pincio e adesso, insieme al delegato del sindaco per il centro storico, Dino Gasperini, continueranno a girare per i quartieri esortando i romani a scendere in strada. «Ma servono i controlli — avverte Gasperini —. In due mesi abbiamo inflitto 5 mila multe a chi sporca, è ancora poco». Chissà, per esempio, quanto resisterà il muro di via Benedetta. Stasera, a Roma, c'è il derby.
Fabrizio Caccia
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27/03/2010
Attenti a Internet, ci fa perdere la concentrazione e la memoria
Attenti a Internet, ci fa perdere la concentrazione e la memoria
Denuncia il «collettivismo tecnologico» e i rischi legati alle alterazioni del cervello. L’allarme di Nicholas Carr contro la dittatura della Rete. Il suo saggio divide l'America
| Le ambiguità di Internet nel disegno di Dave Cutler (Corbis) |
«Basta prendere Internet e le tecnologie digitali a scatola chiusa. Offrono opportunità straordinarie di accesso a nuove informazioni, ma hanno un costo sociale e culturale troppo alto: insieme alla lettura, trasformano il nostro modo di analizzare le cose, i meccanismi dell’apprendimento. Passando dalla pagina di carta allo schermo perdiamo la capacità di concentrazione, sviluppiamo un modo di ragionare più superficiale, diventiamo dei pancake people, come dice il commediografo Richard Foreman: larghi e sottili come una frittella perché, saltando continuamente da un pezzo d’informazione all’altra grazie ai link, arriviamo ovunque vogliamo, ma al tempo stesso perdiamo spessore perché non abbiamo più tempo per riflettere, contemplare. Soffermarsi a sviluppare un’analisi profonda sta diventando una cosa innaturale».
Nicholas Carr è la bestia nera dei fan della Rete «senza se e senza ma» e dell’industria delle tecnologie digitali. Due anni fa un suo saggio, pubblicato dalla rivista «The Atlantic» col provocatorio titolo «Google ci sta rendendo stupidi?», fu il primo sasso gettato nello stagno della Internet culture. Carr, uno studioso che ha lavorato nella consulenza aziendale e ha diretto a lungo la «Harvard Business Review», fu bollato dal popolo del web come un nemico della tecnologia.
«In realtà — racconta oggi dalla sua casa in Colorado dove si è ritirato a scrivere libri—fin dagli anni Ottanta sono sempre stato un consumatore febbrile delle tecnologie digitali a cominciare dal Mac Plus, il mio primo personal computer. Sono sempre stato un tecnofilo, non un tecnofobo. Ma il mio entusiasmo si è man mano attenuato con la scoperta che, oltre ai vantaggi che sono sotto gli occhi di tutti, la Rete ci porta anche svantaggi assai meno evidenti e proprio per questo più pericolosi. Anche perché gli effetti saranno profondi e permanenti ».
Jaron Lanier, il genio dell’intelligenza artificiale che in un recente libro- manifesto ha messo in guardia dal «collettivismo» di Internet che uccide la creatività individuale, in Rete è stato bollato come un traditore. Sarà più difficile trattare nello stesso modo The Shallows («Superficialità: Quello che internet sta facendo alla nostra mente») il suo nuovo libro che già fa discutere quando mancano ancora più di due mesi alla pubblicazione negli Usa. Il perché lo spiega lo stesso Carr: «Quello sull’"Atlantic" era un saggio scritto sulla base della mia esperienza personale, una riflessione su come la cultura digitale ha cambiato il mio comportamento. Negli ultimi due anni mi sono sforzato di andare oltre il personale, esaminando le evidenze scientifiche e sociali di come Internet—e anche rivoluzioni precedenti come quella dell’alfabeto — hanno cambiato la storia intellettuale dell’umanità. E di come le nuove tecnologie influenzano la struttura del nostro cervello perfino a livello cellulare».
Nel dibattito promosso dalla «Edge Foundation» su questi temi, lei ha citato il caso della «Cushing Academy », una scuola d’elite che forma le classi dirigenti del Massachusetts fin dai tempi della Guerra di Secessione, dalla cui biblioteca sono improvvisamente scomparsi tutti i libri: sostituiti da computer per fare ricerche. Che ruolo sta giocando la scuola in questa rivoluzione?
«La scuola dovrebbe insegnare a usare con saggezza le nuove tecnologie. In realtà, però, gli educatori e perfino i bibliotecari si stanno abituando all’idea che tutta l’informazione e il materiale di studio possano essere distribuiti agli studenti in forma digitale. Dal punto di vista economico ha certamente senso: costa meno. Ma limitarsi a riempire le stanze di sistemi elettronici è miope. Come ci insegna McLuhan, il mezzo conta, e parecchio. Senza libri non solo è più difficile concentrarsi, ma si è spinti a cercare di volta in volta su Internet le nozioni fin qui apprese e archiviate nella nostra memoria profonda. La perdita della memoria di lungo periodo è il rischio più grosso: è un argomento al quale ho dedicato un intero capitolo».
Il cofondatore di «Wikipedia», Larry Sanger, ammette i rischi di distrazione ma l’accusa di essere troppo pessimista, di non avere fiducia nella capacità dell’uomo di gestire con raziocinio le nuove possibilità offerte da tecnologie che rappresentano, comunque, un grande progresso per l’umanità. L’esercizio della libertà, dice Sanger, richiede responsabilità, capacità di mettere a fuoco i problemi e di risolverli. Anche nell’universo digitale
«I fautori della libertà totale di acquistare e portare armi ragionano nello stesso modo quando dicono: le armi non uccidono gli uomini, sono gli uomini che uccidono altri uomini. Non voglio fare polemiche e vorrei che Larry avesse ragione: io non sono un determinista tecnologico. Purtroppo l’esperienza ci dice che la sua è una visione un po’ naïve: quando una nuova tecnologia diventa di uso comune, tende a cambiare le nostre abitudini, il modo in cui lavoriamo, il modo in cui socializziamo ed educhiamo i nostri figli. E ciò avviene lungo percorsi che in gran parte sfuggono al nostro controllo. È successo in passato con l’alfabeto o l’introduzione della stampa. Succede, a maggior ragione, oggi con Internet. La gente tende a non esercitare le possibilità di controllo, magari perché le interruzioni, le distrazioni che trova in rete, le portano pezzi di informazione interessante, o anche solo divertente»
Oggi, poi, non c’è solo l’uomo più o meno capace di plasmare il suo futuro: pesano anche gli interessi delle grandi corporation delle tecnologie digitali. Riecco Google...
«A far fare soldi alle società della Rete è il nostro moto perpetuo da un sito all’altro, da una pagina web all’altra. Sono i nostri clic compulsivi a far crescere gli incassi pubblicitari. L’ultima cosa che può desiderare una società come Google è che diventiamo più riflessivi, che ci soffermiamo di più su una singola fonte d’informazione ».
Curioso. A sostenere la tesi della libertà assoluta della Rete, senza regole né percorsi educativi, sono soprattutto i progressisti. Con argomenti che, almeno negli Stati Uniti, a volte ricordano quelli usati dai libertari conservatori sulle armi, contro i vincoli in campo ambientale o le regole di educazione alimentare che avrebbero potuto evitare le epidemie di obesità e diabete. Nemmeno Google suscita, per ora, grandi diffidenze. Perché?
«Perché la controcultura della sinistra Usa, contrarissima ai grandi calcolatori Ibm fino ai roghi di schede perforate degli anni ’60, ha poi scoperto nel personal computer — uno strumento individuale sottratto al controllo delle corporation e dei governi— uno strumento di libertà. Ed effettivamente era così, è stato così a lungo. Ma negli ultimi anni molto è cambiato: dal crowdsourcing che significa lavoro e idee gratuite per molte società che operano in Rete, alle reti sociali come Facebook che si comportano come latifondisti dell’Ottocento: affittano gratuitamente pezzetti di terra per poi guadagnare sulla sua coltivazione. È ora di cominciare a riflettere».
Massimo Gaggi
11:33 Scritto in INTERNET | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
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