09/12/2010
«Chiedo scusa a tutte le ragazze con cui sono andato a letto negli anni '80»
«Chiedo scusa a tutte le ragazze con cui sono andato a letto negli anni '80»Tra le sue conquiste anche persone celebri come la christensen e la zeta-jones. La confessione di Mick Hucknall al Guardian: «Tra l''85 e l''87 facevo l'amore con 3 donne al giorno, tutti i giorni»
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24/03/2010
Pablito, trent’anni dopo «Mi hanno rubato qualcosa»
Pablito, trent’anni dopo «Mi hanno rubato qualcosa»
La storia - Nel marzo 1980 lo scandalo del calcio-scommesse. «Ma almeno ho riposato e vinto il Mondiale...»
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| Paolo Rossi al processo per lo scandalo delle scommesse, nel giugno 1980 (Ansa) |
MILANO — Lionello Manfredonia è ruvido come quando randellava gli avversari in mezzo al campo. «I 10 anni, i 20 anni... Basta!». Bruno Giordano è laconico e sfuggente: «Arrivederci e grazie». Ricky Albertosi para le domande: «Mi dà fastidio parlare di queste cose». Trent’anni sono passati da quando il calcio italiano perse la verginità e i protagonisti non hanno voglia di riaprire quella porta, di raccontarsi e magari raccontare un’altra storia. Nell’Italia che rimette di continuo mano ai processi, lo scandalo del calcio-scommesse è una pagina su cui pochi vogliono aggiungere qualcosa. Eppure quelle foto sono ancora lì. Se recentemente ha fatto scandalo il Mourinho che a San Siro mostrava le manette, il 23 marzo 1980 lo scandalo fu annunciato da una macchina della polizia ferma sulla pista dell’Olimpico. Fu solo l’inizio. Poi vennero i giorni del carcere per 13 calciatori, il mandato di comparizione per altri venti, la condanna della giustizia sportiva, l’amnistia dopo la vittoria al Mondiale 1982, quello di Paolo Rossi, volto copertina, suo malgrado, di tutti e due gli eventi. «Ancora?». Il «ragazzo come noi» (così lo cantava Antonello Venditti) non dribbla l’argomento. A 53 anni, da ormai affermato opinionista televisivo, ha capito che ci sono delle scadenze fisse: le celebrazioni della tripletta al Brasile e del trionfo spagnolo, ma anche la rievocazione dei re del pallone alla sbarra.
«Il tempo passa, la vita va avanti, tutto si dimentica ma anche dopo tanto tempo, dopo trent’anni, c’è ancora qualcosa che mi brucia dentro. Rabbia? No, non è solo rabbia. Sento che mi hanno portato via qualcosa. Mi hanno scippato due anni, nel pieno della mia carriera, quelli tra i 24 e i 26 anni» Per colpa di chi? Per colpa di cosa? Rossi venne accusato di aver sottoscritto l’illecito (pareggio concordato) di Avellino-Perugia 2-2 (30 dicembre 1979). «Fu l’ingenuità di un minuto, due al massimo. Per aver parlato con un faccendiere (Cruciani, ndr) che mi aveva presentato un mio compagno di squadra (Della Martira, ndr). Dissero che avevo accettato delle cose. Ma non era vero. Lo ripeto da trent’anni. Sono stato ingenuo... forse dovevo denunciare la cosa... ma come si fa a denunciare un compagno? Solo che è stata una cosa drammatica». Cruciani, 5 anni dopo, scagionò Rossi: «Fu tirato in mezzo solo perché era un simbolo». Ma non ci fu solo la gogna mediatica. «Perché anche la mia famiglia, mio padre, mia madre, finiva per ritenere impossibile che non fossi coinvolto». La giustizia civile si accontentò delle spiegazioni. E, il 23 dicembre ’80 (solo nell’89 arrivò la legge 401 sulle partite truccate) assolse gli accusati perché «il fatto non sussiste». La giustizia sportiva no: il 25 luglio ’80 Paolo Rossi prese due anni. Come mai questa diversità? «È sempre stato così. La giustizia sportiva si basa sulla presunzione. Inutile riaprire questo discorso». Colpevole per la giustizia sportiva; innocente, però, «per tutti quelli che mi stavano intorno », racconta Pablito. «Non c’è stata una persona, una sola, della mia famiglia o dell’ambiente del calcio che non mi abbia creduto. Questa è stata la vittoria più importante. Certo però...». Cosa? Paolo Rossi ha, forse, voglia di togliersi finalmente qualche sassolino dalla scarpa? «No. Ma a me m’hanno tolto due anni, due anni splendidi della mia carriera». Non c’è proprio consolazione? «Forse sì: non tutto il male è venuto per nuocere. Mi sono riposato per due anni e sono stato poi fresco per vincere il Mondiale. Vediamola così: c’era una legge divina». Adelante Pablito, tra due anni ci si sente per i trent’ anni dal Sarrià.
Roberto Stracca
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24/07/2009
La passione per la Vespa conquista Pechino
La passione per la Vespa conquista Pechino
Ma gli scooter della Piaggio non sono ancora stati importati in Cina. In un garage alla periferia della città un meccanico appassionato restaura modelli degli anni '70 e '80
PECHINO — Per trovare il suo «garage» dobbiamo inoltrarci nelle sterminata periferia di Pechino. In un vicolo, superato un ristorante uiguro, una vecchina controlla l’ingresso. «Eccoci nel mio regno», dice orgoglioso Lu Jiankun, 32 anni, commerciante di vestiti. Il suo regno, in realtà è il regno dell’intero palazzo popolare: decine di biciclette ammassate sotto una tettoia circondata da un muro. Nell’angolo più lontano, coperte con lenzuola a riparo dalla polvere fitta che si deposita ovunque come neve durante una tormenta, i suoi «tesori»: quattro Vespe rilucenti, senza un solo graffio. «Tre funzionano, una, la più vecchia, mi serve per i pezzi di ricambio», dice orgoglioso Lu, il più famoso collezionista di scooter italiani della capitale cinese. «Adoro la vostra cultura — racconta al Corriere il giovane sedendosi sulla sua preferita, una Vespa decorata con la nostra bandiera —. La moda, lo stile, tutto mi piace dell’Italia. Il Tricolore? L’ho disegnato io».
LA PASSIONE - A Pechino, Lu è considerato un pioniere. Con altri giovani condivide la passione per gli scooter prodotti dalla Piaggio, ai quali è arrivato dopo aver posseduto anche una Fiat 126 («Come mi divertivo su quella macchinina!»). Su Douban.com, un sito cinese simile a FaceBook, il loro gruppo, «Weisiba pengyoumen», attira sempre più iscritti. «La verità è che la Vespa piace a moltissimi, qui — spiega Lu Jiankun —. Però sono pochi quelli che davvero ne possiedono una». Questo perché gli scooter di Pontedera non sono importati in Cina. Inoltre, Pechino, come altre città cinesi, ha limitato enormemente i permessi di circolazione alle due ruote per ridurre l’inquinamento atmosferico. «Su quattro Vespe, soltanto una ha la targa e non è nemmeno la sua: viene da un'altra moto — dice Lu con un sorriso complice —. Se voglio fare un giro devo fare ben attenzione a non andare verso il centro: meglio evitare di incontrare la polizia».
PASSIONE CHE ARRIVA DAL CINEMA - Gli scooter di Lu risalgono tutti agli anni ’70 e ’80. «Mi sono innamorato della Vespa guardando il film "Vacanze Romane" — è il suo racconto —. Ho deciso che ne volevo una anch’io. Ma come fare? In Cina sono rare come i quadrifogli. Così ho cominciato a spulciare gli annunci nei giornali degli appassionati di moto. Poi ho visitato più volte i rivenditori di scooter del Guangdong, nel Sud del Paese. Alla fine ho trovato la mia prima Px. Ero felicissimo. Però c’era un problema: non funzionava». Inconveniente comune a molti patiti delle due ruote: se anche trovi il modello (straniero) per il quale faresti pazzie, il più delle volte tocca lasciarlo in garage perché non va e non esistono pezzi di ricambio. Ma Lu Jiankun, cui certo non manca l’iniziativa, il problema lo ha risolto con un espediente. «Ho acquistato diverse Vespe, sempre trovandole per caso o da amatori che se ne volevano disfare perché non riuscivano a farle partire. Poi, con un po’ d'ingegno e anche fortuna, ho trovato una Vespa "Made in Taiwan" che aveva molti pezzi originali in buono stato: è ancora qui, nel "mio" garage. Ogni volta che ho bisogno, la cannibalizzo per fare andare le altre».
Anche noi abbiamo provato il brivido di fare un giretto negli hutong, i vicoli del quartiere, sulle Vespe di Lu. «La prossima volta — sorride il giovane — andiamo a fare una gita, proprio come nel film "Vacanze romane"».
18:26 Scritto in CULTURA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: cina, passione, vespa, piaggio, appassionato, scooter, meccanico, cinese, pechino, restaurazione, modelli, anni '70, anni '80 | OKNOtizie |
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