10/07/2010

La Casa Bianca vuole una rete meno anonima

La Casa Bianca vuole una rete meno anonima

Una proposta del governo Usa punta a regolare meglio l’identità e ridurre i rischi legati all’anonimato in rete. Perplessi gli attivisti per la privacy online che criticano l’approccio “da patente di guida obbligatoria per Internet”

 

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“Su Internet nessuno sa che sei un cane” diceva una leggendaria vignetta del settimanale New Yorker. Era il 1993 e già agli albori della rete l’anonimato era individuato come una delle caratteristiche principali dell’universo online. Diciassette anni più tardi, il privilegio della segretezza virtuale è sempre più a rischio. Lo erodono servizi come Facebook, che ci invitano a rivelare il più possibile su di noi, ma anche governi insofferenti rispetto alla possibilità di agire online sotto un costante velo di segretezza. Ultimo esecutivo in ordine di tempo ad agire su questo fronte è quello americano, che il 25 giugno scorso ha presentato una strategia per rendere la rete più sicura che ruota proprio intorno ad un maggiore controllo delle identità degli utenti.

Intitolata
“National Strategy for Trusted Identities in Cyberspace”, la bozza di documento getta le basi per un “ecosistema” che, secondo la Casa Bianca, dovrebbe ridurre alcuni dei problemi che inquinano la fiducia degli utenti nella rete, come le frodi online e i furti di identità. Al centro dello schema disegnato da Howard Schmidt, numero uno della cyber sicurezza a stelle e strisce, stanno i concetti di privacy, partecipazione volontaria e interoperabilità. Nello scenario ipotizzato nelle 39 pagine della proposta  gli utenti potranno scegliere di ricevere vari tipi di credenziali da parte di alcuni fornitori di identità sicure.

Dalla carta di identità digitale ai certificati inviati direttamente sul telefonino, questi lasciapassare - che potranno essere rilasciati tanto da enti pubblici quanto da aziende private - consentiranno al cittadino di accedere al proprio conto online, ai dati sanitari, o semplicemente alla posta elettronica. Il vantaggio per l’utente è che non dovrà più essere costretto a ricordare, come oggi, differenti nomi utente e password e che una sola certificazione (magari fornita da un popolare fornitore di servizi web) varrà per i vari servizi utilizzati. Quanto che si prefigura è un sistema “federato”, in pratica, un’estensione alla rete nel suo complesso di quello che accade già oggi all’interno delle galassie web di Microsoft, Google o Yahoo! dove l’accesso alla posta elettronica garantisce, per esempio, anche quello alla messaggeria istantanea.


Nonostante le ampie rassicurazioni sul carattere volontario dell’adesione all’ecosistema, la proposta ha sollevato perplessità tra i difensori della riservatezza personale che non vedono di buon occhio un intervento governativo su questi temi. Lauren Weinstein, attivista,
l’ha definita “da brividi” e ispirata da una mentalità “da patente di guida obbligatoria per Internet”. Sul fronte opposto, l’approccio della Casa Bianca è stato criticato come troppo morbido. Stewart Baker, che in passato ha lavorato per la National security agency, ha detto al New York Times, che gli standard adottati dall’amministrazione preludono ad un sistema “macchinoso, meno efficace e non buono per la sicurezza”.

Intanto, anche gli utenti della rete possono esprimere il proprio parere sulla proposta che fino al 19 luglio
sarà aperta ai commenti. Per ora le osservazioni che raccolgono maggiore consenso suggeriscono un approccio “leggero” al problema: chiedono la massima decentralizzazione delle iniziative di controllo e gestione dell’identità e invitano a promuovere migliori abitudini ed educazione in materia di privacy.

Raffaele Mastrolonardo


22/01/2010

La nuova sfida dei pirati svedesi: navigare senza essere tracciati

La nuova sfida dei pirati svedesi: navigare senza essere tracciati

 

IL LANCIO. Esce dalla fase di test Ipredator, il servizio lanciato dai creatori di The Pirate Bay per garantire l'anonimato

 

Dopo 5 mesi di prova apre al pubblico Ipredator , l'ultima trovata dei creatori di The Pirate Bay, il popolare sito svedese condannato in primo grado dalla giustizia del suo Paese con l'accusa di favorire la condivisione di file illegali. Ma a differenza della “baia dei pirati”, il nuovo servizio non offre link a video, canzoni o file di altro tipo; si limita invece a garantire qualcosa che potrebbe rendere lo scambio di questi materiali su Internet molto più facile: l'anonimato dell'utente. Ai navigatori basterà pagare 5 euro al mese per esplorare la rete al riparo da occhi indiscreti.

RISPOSTA ALLA DIRETTIVA – Lo scopo dichiarato di Ipredator è quello di contrastare le recenti leggi svedesi che rendono più difficile per gli utenti scaricare file online. Lanciato in una versione di prova nel luglio scorso, il servizio è infatti un'esplicita risposta all'entrata in vigore in Svezia della direttiva europea sulla proprietà intellettuale del 2004, IPRED (Intellectual Property Rights Enforcement Directive). Promulgata in primavera, la legge svedese che recepisce la direttiva permette ai detentori dei diritti d'autore di rivolgersi ai fornitori di accesso alla rete per ottenere dettagli sugli utenti sospettati di attività che violano la normativa sul copyright.

LO SCUDO E LA SPADA – L'impiego di questo servizio, complice la popolarità dei “pirati” scandinavi, potrebbe estendersi in tutti quegli stati che progettano di introdurre misure più dure per punire il download illegale di materiale digitale. Sono parecchi infatti i Paesi che, dietro pressione delle etichette musicali e cinematografiche, hanno varato o stanno studiando leggi che inaspriscono le pene e aumentano i controlli sull'attività online dei propri cittadini. Il caso più noto è quello della Francia che ha da poco varato la legge «Création et Internet», meglio conosciuta come Legge Hadopi. Il provvedimento prevede che gli utenti che per tre volte siano stati scoperti a scaricare materiali coperti da copyright debbano comparire davanti a un giudice che potrà decidere se applicare una multa o imporre la disconnessione dell'utente titolare dell'abbonamento a Internet.

SOLUZIONI RISERVATE – Di fronte a queste norme giudicate intrusive, gli utenti, almeno quelli più evoluti dal punto di vista tecnologico, non stanno a guardare e l'anonimato è una delle strade più battute. In Svezia, che con il 32,5 % vanta una penetrazione della banda larga tra le più alte d'Europa, il ricorso ai servizi di anonimizzazione, è in aumento. Secondo una recente ricerca sarebbero 130 mila i ragazzi tra i 15 e i 25 anni che ricorrono a simili soluzioni (il 10 % del totale dei giovani). Il rischio, sottolineato da attenti osservatori della rete come Stefano Quintarelli, è dunque che norme come quelle svedesi o francesi possano favorire comportamenti ancora più illeciti di quelli che vogliono combattere. «Con leggi come queste – spiega al Corriere della sera.it - c'è la possibilità che l'occultamento dell'identità in rete diventi una pratica molto diffusa con tutti i problemi che questo comporta. Perché dietro il riparo di sistemi di anonimizzazione si possono svolgere attività socialmente molto più pericolose che scaricare musica o film, come per altro già denunciato dalle forze di sicurezza inglesi».

RETI PRIVATE – Sotto l'aspetto tecnico, almeno per ora, Ipredator non aggiunge niente di nuovo a quello che già esiste. Di fatto è ciò che in gergo si definisce una Virtual private network che garantisce la riservatezza di chi naviga intervenendo sull'indirizzo IP dell'utente, il numero che il fornitore associa ad una connessione, e dunque permette di tracciare le attività effettuate da un determinato dispositivo. Ipredator sostituisce questo indirizzo IP, slegando così l'azione del navigatore dal service provider di riferimento. Inoltre i creatori del servizio garantiscono che il sistema non archivia alcun dato relativo al traffico dell'utente.

Raffaele Mastrolonardo


03/07/2009

Lui naviga, lei vomita: lo spot Microsoft per Explorer 8 è il più brutto di sempre

Lui naviga, lei vomita: lo spot Microsoft per Explorer 8 è il più brutto di sempre

 

Il video ha avuto la sua nomination sul molti blog tecnologici. La donna vede i siti visitati dal marito e ha rigurgiti a ripetizione. Obiettivo, promuovere l'opzione «InPrivate»

 

 

MILANO - Ironico? Per la divisione marketing di Microsoft l'intento era proprio questo. Sul web invece piovono critiche ferocissime nei confronti del nuovo spot per Internet Explorer 8, il browser della società di Redmond. Nel breve filmato promozionale una donna vomita più volte, dopo aver beccato il marito navigare su delle pagine a quanto sembra imbarazzanti. Microsoft si distanzia ora dalla controversa clip, ma il danno è fatto. E non è la prima volta.

LUI NAVIGA, LEI VOMITA - La trama: una coppia di americani sta facendo colazione. Lei gira un cucchiaino nel suo latte coi cereali, lui ha gli occhi sul portatile acceso. I due si sorridono amabilmente mentre lui preme un pulsante e si alza. Lei, incuriosita e assai incauta chiede al compagno di prestarle il portatile per un minuto. Vede le pagine visitate un attimo prima dal marito. I suoi occhi si spalancano, qualcosa la turba, ha la nausea, vomita. A ripetizione. Humor? Il marito, addirittura, scivola e cade sul rigurgito. E qui che compare sullo schermo il narratore che spiega cosa sta accadendo. Narratore che per l'occasione è impersonato da Dean Cain, ex Superman. «Con Internet Explorer 8 non sarebbe accaduto», racconta.

«VOLEVA ESSERE IRONICO» - Lo spot ha lo scopo di promuovere la cosiddetta modalità «InPrivate», presente sul nuovo browser e che garantisce l'anonimato mentre si naviga su siti «fuori dalle righe». Microsoft ha intitolato la videoclip «O.M.G.I.G.P.», abbreviazione inglese che sta per «O mio Dio, devo vomitare». La clip pubblicitaria è la ultima della quattro prodotte da Microsoft per la campagna di Internet Explorer 8. Ma i filmati pubblicati sul web, dopo le tante proteste degli internauti, sono state tolte. «Volevamo fosse ironico - ha commentato un portavoce Microsoft a Cnet -. Il feedback era prevalentemente positivo ma alcuni dei nostri clienti lo hanno trovato troppo spinto, quindi lo abbiamo tolto». Ciononostante il video ha avuto la sua nomination sul molti blog tecnologici: quale peggior pubblicità di tutti i tempi. Un'esperienza di certo non nuova per la società di Redmond. Già in passato la campagna da 300 milioni di dollari per rinfrescare l'immagine del sistema operativo Windows Vista è stata oggetto di derisione.

 

 

Elmar Burchia


17/06/2009

Blogger: nessun diritto all'anonimato

Blogger: nessun diritto all'anonimato

 

INTERNET E PRIVACY. IL CASO «NIGHTJACK». Lo ha stabilito un giudice inglese: chi fa informazione non può pretendere di mantenere segreta la propria identità

 

Il blog fi «NighJack», al centro della vicenda
Il blog fi «NighJack», al centro della vicenda

Il diritto all'anonimato in rete subisce un duro colpo nel Regno Unito. Con quella che potrebbe essere una storica sentenza per tutto il web, la Corte Suprema britannica ha rifiutato di proteggere l'identità di un ufficiale di polizia, attivo online come blogger in modo anonimo.

IL CASO – Come spiega il Times Online, il poliziotto 45enne Richard Horton era infatti autore del blog NightJack (ora sospeso), incentrato essenzialmente sulle indagini svolte dalla polizia, di cui Horton rivelava aneddoti e particolari che solo un insider conosce, talvolta anche criticandone aspramente l’attività. Talmente famoso nel Regno Unito (arrivava a collezionare oltre mezzo milione di visite a settimana), da essersi guadagnato, lo scorso aprile, l’Orwell Prize per la scrittura politica. Quando un giornalista del Times ha scoperto la vera identità dell’autore, il blogger ha immediatamente diffidato il giornale dal renderla nota, sottolineando come per lui fosse importante mantenere l’anonimato al fine di non incorrere in sanzioni disciplinari sul lavoro.

IL RIFIUTO – Ma per il giudice che ha seguito il caso “non c'è nessun valido motivo per restare anonimi”, poiché il postare messaggi su un blog è da considerarsi un’attività tutt’altro che privata. E comunque sia – ha spiegato ancora il giudice – la necessità di rivelare le generalità del blogger risponde in questo caso anche al diritto dei cittadini di conoscere l’identità di chi ha scelto di criticare pubblicamente l’attività della polizia. Quindi, in base a quanto stabilito dalla Corte, il semplice fatto che Horton avesse espresso il desiderio di restare nell’anonimità non rappresentava un obbligo per il quotidiano inglese a rispettarne la volontà. Perché in questo caso l’interesse pubblico ha la precedenza. Purtroppo al momento che ne è stata data notizia sl quotidiano l'autore ha cancellato il blog, che non è pù visibile.

Alessandra Carboni