27/03/2012

Se per Paestum serve una colletta mondiale

Se per Paestum serve una colletta mondiale

Beni culturali Nel 2011 solo 20 mila turisti, la stazione ferroviaria chiusa. Il sito tra i detriti e lo spreco di un sentiero con il teck. La mostra da 400 mila euro chiusa il giorno del debutto. Distrutto il sottopassaggio costato 2 milioni

Continua...


22/10/2011

Pompei, ancora un crollo

Pompei, ancora un crollo

I carabinieri hanno sequestrato l'area nei pressi di porta di nola. Cede un muro romano realizzato con la tecnica dell'«Opus incertum»

Continua...


12/11/2010

Pompei, cedono altri due muri negli scavi Il direttore: recupero già in corso

Pompei, cedono altri due muri negli scavi Il direttore: recupero già in corso

Bondi va al Senato e ribadisce: non mi dimetto. Fli voterà la sfiducia o si asterrà. Bersani: surreali le sue parole

Continua...


08/11/2010

Dal Pd mozione di sfiducia contro Bondi

Dal Pd mozione di sfiducia contro Bondi

Riflettori sui finiani che hanno già chiesto al coordinatore Pdl di «togliere il disturbo. Sarà presentata mercoledì dopo l'intervento del ministro alla Camera. Potrebbe essere il casus belli della crisi

Continua...


06/11/2010

Pompei cade a pezzi, crolla la Domus dei Gladiatori

Pompei cade a pezzi, crolla la Domus dei Gladiatori

Il palazzo si trova sulla via più percorsa dai turisti del sito archeologico. Da mesi manca il sovrintendente. Il sindaco: "Attendeva da mesi di essere ristrutturata, crollo annunciato". Bondi: "No a polemiche strumentali".

Continua...


22/07/2010

L'antenato preistorico del vibratore

L'antenato preistorico del vibratore

RISALE A 6-4MILA ANNI FA. L'utensile ritrovato in un sito mesolitico del nord Europa. Secondo alcuni esperti è un simbolo di fertilità femminile

 

Il presunto fallo preistorico (da Scienceblogs.com)
Il presunto fallo preistorico (da Scienceblogs.com)

È un corno di pietra l’oggetto ritrovato dagli archeologi svedesi nel sito mesolitico di Motala, ricco di reperti risalenti a un periodo tra 6.000 e 4.000 anni fa. Ma non occorre essere particolarmente maliziosi per notare la forma esplicitamente fallica dell’oggetto, tanto da far ipotizzare che si trattasse di una sorta di progenitore del moderno vibratore. Del resto non sarebbe la prima volta che gli archeologi rintracciano tra i reperti antichi utensili evocativi del membro maschile. Il più antico risale a ben 28 mila anni fa, era di pietra, fu trovato in Germania nel 2005 (nella caverna di Hohle Fels) e le sue misure erano di 20 centimetri di lunghezza per un diametro di 3 centimetri. Ma la preistoria è ricca di testimonianze che lasciano immaginare l’esistenza dei giocattoli sessuali già in tempi antichissimi, anche se in molti casi la levigatezza di questi utensili suggerisce un loro uso alternativo (per esempio per scheggiare le selci).

LE MISURE - Dieci centimetri e mezzo di lunghezza per un diametro di circa due centimetri: queste le misure del "dildo" trovato a Motala. Secondo l’archeologo Gsran Gruber del National Heritage Board la somiglianza dell’oggetto, ritrovato negli strati di argilla nei sedimenti del fondo del fiume e composto da materiale organico, è inequivocabile, ma è assolutamente possibile che venisse utilizzato anche (o forse unicamente) come scalpello, senza alcun fine sessuale. Infine nel blog di Gsran Gruber un lettore sostiene che l’utensile assomiglia a uno strumento utilizzato da sua madre per macinare il peperoncino.

SIMBOLISMO - Non va esclusa nemmeno la possibilità che si trattasse di un oggetto simbolico, rappresentativo della fertilità femminile. Del resto questo tipo di oggetti erano abbastanza comuni nell’antichità, diversamente dai simboli di fertilità maschile, ben più rari. La zona dove è stato ritrovato il reperto è particolarmente ricca e il suo stato di conservazione è notevole. In tempi recenti sono stati rintracciati nello stesso sito altri reperti di grande interesse.

Emanuela Di Pasqua


12/05/2010

Mappa di città Maya a tempo di record

Mappa di città Maya a tempo di record

Due archeologi con un'innovativa tecnologia laser sono riusciti in 4 giorni in un'impresa fallita per 25 anni

 

 

11maya_graphic-popup.jpg

CLICCA SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA

 

MILANO - Una coppia di archeologi statunitensi ha utilizzato una tecnologia basata sull'uso del laser, detta Lidar, che, montata su un aereo bimotore, ha consentito in pochi giorni di ovviare a un problema che durava da venticinque anni. L'intento dei due, entrambi professori di antropologia della University of Central Florida, era quello di tracciare una mappa della città di epoca Maya di Caracol in Belize e ciò che maggiormente li ostacolava era la foresta, che in parte circonda e in parte ricopre i resti dell'antica città, rendendo molto complicato individuare con certezza rovine e confini.

DAL CIELO - La pratica di effettuare rilevamenti da un aereo non è certamente nuova. Persino Charles Lindberg, autore della prima traversata dell'Atlantico, la utilizzò per scattare fotografie aeree delle rovine di Pueblo, nell'America sud-occidentale, e la Nasa e altri enti usano metodi di rilevamento radar o satellitare anche a fini archeologici. Ma tra il fitto fogliame della foresta del Belize nessun occhio aereo era ancora riuscito a penetrare così a fondo.

LIDAR - L'acronimo sta per light detection and ranging (rilevamento e classificazione della luce) e una sua evoluzione è l'Airborne Laser Terrain Mapper, la tecnologia usata dai Chase per ridisegnare la morfologia di Caracol. Al termine della secca primavera del Belize, quando il fogliame degli alberi è al minimo, da un aereo che compie 62 voli in direzione nord-sud e 60 in quella est-ovest, parte un flusso continuo di impulsi radar diretti al suolo. Questi inviano un segnale di ritorno che viene registrato e triangolato da ricevitori Gps, che a loro volta mandano i propri dati a computer in grado di produrre vere e proprie fotografie del suolo.

CARACOL - Sono bastate poco più di dieci ore di misurazioni attraverso il laser per mostrare dettagli topografici molto chiari della città Maya. Questa, secondo la coppia di archeologi, si estendeva su una superficie di poco più di 100 chilometri quadrati e nel periodo di massimo splendore, tra il 550 e il 900 d.C., raggiungeva i 115 mila abitanti. Aveva un centro deputato alle cerimonie, con ampie plazas, che si estendeva a zone industriali e quartieri poveri e continuava fino alla zona sub-urbana ricca di case, mercati e terrazzamenti agricoli. Entusiasta il parere della dottoressa Diane Chase : «Siamo stupefatti. Credo che l'uso del Lidar rivoluzionerà l'archeologia Maya allo stesso modo in cui lo hanno fatto la datazione al carbonio negli anni '50 e l'interpretazione dei geroglifici Maya negli anni '80 e '90».

Emanuela Di Pasqua


08/05/2010

Il computer e le analisi del dna riscrivono la vita di Tutankhamon

Il computer e le analisi del dna riscrivono la vita di Tutankhamon

Le nuove rivelazioni emerse dalle indagini condotte dal noto egittologo Zahi Hawass. La ricerca in un documentario in onda su Discovery Channel in due puntate, sabato 8 e sabato 15 maggio

 

 

MILANO - Il mitico re Tut, il faraone Tutankhamon, non è figlio della bellissima Nefertiti, bensì della assai meno leggendaria Mummia KV35YL. Inoltre, ha avuto due figlie, nate morte dalla sorellastra Ankhesenamon, i cui feti sono stati trovati in una tomba nella Valle dei Re. E ancora: il faraone morì di una forma di malaria associata alla Malattia di Kohler, una patologia rara che distrugge il tessuto osseo, in particolare quello del piede. Sono queste alcune delle più recenti rivelazioni sulla vita e la morte di Tutankhamon, emerse dalle indagini condotte dal noto egittologo Zahi Hawass. Indagini che hanno lasciato il terreno dell’archeologia classica per abbracciare le moderne tecniche di indagini forensi, le stesse che vengono utilizzate dalle polizie scientifiche di tutto il mondo e rese celebri da serie tv tipo Csi, che prevedono l’utilizzo di computer e analisi genetiche. E proprio dai campioni del dna del faraone sono giunte molte delle risposte che la storia attendeva da secoli. Questa lunga e intesa fase di ricerca è ora un documentario che va in onda per la prima volta in Italia su Discovery Channel (canali 401 e 420 di Sky) in due puntate, sabato 8 e sabato 15 maggio.

IL DOCU-FILM - Un documentario che porta la firma di Brando Quilici (INTERVISTA VIRTUANS), regista documentarista italiano, figlio del grande Folco Quilici, che ha trascorso lungo tempo al fianco di Hawass documentando minuziosamente ogni momento saliente, dall’apertura del sarcofago ai prelievi dei campioni organici per le analisi genetiche. «Tutankhamon, la verità svelata», così si intitola il docu-film, è dunque una testimonianza in presa diretta di una ricerca su un personaggio che ancora oggi appassiona il mondo. Il viaggio del dr Hawass è stato ripreso passo dopo passo, dai polverosi e imprevedibili scavi sul campo all’incontaminato laboratorio del dna. La ricerca ha visto la partecipazione di un team internazionale di esperti del settore ed è stata pubblicata in dettaglio su Jama (The Journal of the American Medical Association). Non è la prima volta che Brando Quilici lavora al fianco di Zahi Hawass. Già nella precedente produzione il documentarista italiano e lo studioso egiziano avevano collaborato nel progetto che ha portato a identificare la cosiddetta «regina perduta», Hatshesput, la più grande regina dell’antico Egitto. Nella prima parte del nuovo documentario, viene seguita la fase dell’estrazione del Dna, mai effettuata prima d’ora, sulla mummia di Tutankhamon, con la messa in moto di tutti gli studi trasversali per determinare la famiglia del «re bambino». La seconda parte è invece incentrata sulle ricerche che hanno portato a scoprire le cause della morte del faraone e su come le nuove informazioni sono in grado di dare una nuova visione sul suo regno e sulle sue gesta da leader politico, religioso e militare. Insomma, un deciso balzo in avanti da quando nel 1922 la tomba di re Tut venne scoperta nel 1922 da Howard Carter e nessuno si sarebbe mai immaginato che la scienza e l’archeologia avrebbero potuto insieme dare le risposte alle domande della storia.

Fonte> Corriere della sera


24/01/2010

Scoperta la sorgente dell'acquedotto di Traiano

Scoperta la sorgente dell'acquedotto di Traiano

 

A FOSSO DELLA FIORA (BRACCIANO). Due documentaristi inglesi, Michael e Ted O'Neill si sono imbattuti nei resti di un ninfeo dalle volte colorate blu

 

 

Immagine tratta dal documentario 'Roman Aqueduct Hunting in the Twenty first Century' prodotto e distribuito da MEON-TV (Ansa)
Immagine tratta dal documentario "Roman Aqueduct Hunting in the Twenty first Century" prodotto e distribuito da MEON-TV (Ansa)

ROMA - Rimasto sconosciuto fino ai nostri giorni, è stato incredibilmente ritrovato nella provincia di Roma, in una zona sul Fosso della Fiora al confine tra il comune di Manziana e di Bracciano, il Caput Aquae dell'acquedotto di Traiano, ovvero la prima sorgente del percorso attorno al lago di Bracciano dell'acquedotto inaugurato nel 109 d.C. per servire la zona urbana di Trastevere.

NINFEO CON VOLTE BLU - A fare la scoperta, due documentaristi inglesi, Michael e Ted O'Neill, impegnati in una ricerca sugli acquedotti romani, che si sono imbattuti nei resti di un ninfeo con straordinarie volte colorate in blu egizio. E l'importanza del ritrovamento è confermata dall'archeologo Lorenzo Quilici, professore di topografia antica all'università di Bologna, che definisce il ninfeo «stupefacente». Coperto da una grotta artificiale che accoglieva una cappella della Madonna, risistemata agli inizi del Settecento dai principi Odescalchi - anticipa Quilici che il 28 gennaio illustrerà la scoperta insieme con Michael e Ted O'Neill in una conferenza stampa a Roma - è venuto fuori un monumento «che si è rivelato un ninfeo, costruito all'origine delle prime sorgenti dell'acquedotto», un monumento straordinario, dice il professore, «che possiamo paragonare al Canopo di Villa Adriana o al Ninfeo di Egeria nel Triopo di Erode Attico sull'Appia Antica.

CANALI PERCORRIBILI - Si tratta, racconta Quilici, «di una cappella centrale dedicata al dio della sorgente o alle ninfe, che si approfondisce ai lati in due bacini coperti da straordinarie volte ancora colorate in blu egizio che, alla base, con un ardito sistema di blocchi messi a filtro, accoglievano l'acqua in due laghetti, dai quali partiva il canale dell'acquedotto». Le strutture, alte fino a 8-9 metri, sono realizzate, spiega il professore, »in opera laterizia e in opera reticolata assai raffinata e gli ambienti, con le volte a botte e a crociera, i pozzi, i cunicoli di captazione che vi si convergono, il canale che principia l'acquedotto sotterraneo sono oggi tutti percorribili perchè privati dell'acqua».

LE RADICI DELL'ALBERO DI FICO - Entrarvi al momento è un'avventura, raccontano Michael e Ted O'Neill, padre e figlio, documentaristi per la MEON HDTV Productions, perchè il luogo, che si trova all'interno di una piccola proprietà dove si allevano maiali, è incolto e soprattutto coperto da un gigantesco albero di fico che con le sue radici scende fino al più profondo del ninfeo, minandone tra l'altro la struttura. Fatica ricompensata però, secondo Quilici, «dall'emozione di accedere a un monumento rimasto segreto per secoli e straordinario nella sua architettura».

LE MONETE CON IL DIO FLUVIALE - L'acquedotto di Traiano è stato il penultimo in ordine di tempo degli undici grandi acquedotti che rifornivano Roma antica. Inaugurato nel 109 d.C, è rimasto praticamente sempre in funzione. All'inizio del Seicento Paolo V lo fece restaurare. L'acquedotto papale prendeva però l'acqua dal lago di Bracciano, come fa ancora all'incirca il condotto attuale, mentre l'acquedotto romano captava lungo il suo percorso le acque delle sorgenti che alimentavano il bacino. Per celebrare la sua opera, Traiano fece coniare anche delle monete sulle quali è raffigurata l'immagine semisdraiata di un dio fluviale sotto un grande arco affiancato da colonne. Per secoli si è creduto che l'immagine rimandasse alla mostra d'acqua che l'imperatore avrebbe costruito sul Gianicolo, anticipando di 1500 anni il fontanone di Paolo V. Ma forse - è l'ipotesi suggestiva degli O'Neill - quello raffigurato sulla moneta è proprio il ninfeo grotta di Bracciano, che ora, è la speranza di Ted e Michael che per questo si sono rivolti alla soprintendenza, dovrebbe essere studiato e restaurato. (Fonte Ansa)


25/07/2009

I tesori di Paestum sotto il mais. L’offesa infinita alla Magna Grecia

I tesori di Paestum sotto il mais. L’offesa infinita alla Magna Grecia

 

Gli scavi sono fermi, la strada è costruita lungo le mura dell’antica Poseidonia. Invisibili per i visitatori antichi uffici, botteghe e abitazioni


I templi a Paestum (Corbis)
I templi a Paestum (Corbis)

Ho sempre avuto la sen­sazione che i grandi complessi archeologi­ci del nostro Mediter­raneo — da Segesta a Elea, da Oblontis a Tharros — quando sorgono nei pressi della costa, venga­no quasi vivificati dalla luce e dall’aria marina che li fa miracolosamente rivi­vere nonostante i millenni trascorsi. È per questo che da alcuni anni, cerco sempre di passare qualche settimana a Paestum, non solo per approfittare della sterminata spiaggia ma per rias­saporare la meravigliosa atmosfera dei tre templi greci del VI secolo a.C. (Nettuno, Cerere e la Basilica) sempre con la speranza che quella metà del­l’antica Poseidonia venga finalmente riportata alla luce.

La strada nella zona archeologica (Corbis)
La strada nella zona archeologica (Corbis)

Ed è qui, infatti, che mi sembra do­veroso fare qualche osservazione più archeologica che turistica senza nes­suna pretesa storico-scientifica. So­no davvero molti anni ormai, che mi chiedo — e chiedo agli specialisti e alle autorità locali — come mai la so­lenne città di Poseidonia sia ancora per più della metà sottoterra, anzi sot­to il granturco che la ricopre. Come mai non possiamo ammirare gli altri settori dell’antica città greca anche nel suo quartiere degli affari, delle botteghe e delle abitazioni? E come mai dell’anfiteatro solo un terzo appa­re visibile al di là della strada asfalta­ta, che ancora interrompe a mezzo la città? Perché tutto il resto sta esso pu­re sotto le «proprietà private» che, ovviamente, potrebbero — anzi do­vrebbero — essere requisite o co­munque liberate da ogni interferen­za data la ineffabile importanza di questo «sito archeologico»; certo il più solenne di tutta la Magna Grecia? Credo che nessuna scusante tecnica o politica possa giustificare questo stato di cose.

Ma c’è un altro episodio cui non posso fare a meno di accennare ed è la recente operazione mirante a crea­re lungo il fossato erboso che costeg­gia la base di tutte le mura, una sorta di viottolo in cemento e travertino. Si tratta di un’operazione che consiste nell’aver sollevato di quota il terreno esistente e, attraverso cordoli di tra­vertino, aver creato un percorso pedo­nale che s’ imposta a pochi metri dal­le antiche mura e il cui impatto cro­matico e tecnologico ferisce crudel­mente la misteriosa solennità della fortificazione grecoromana. Viene in questo modo squilibrata la percezio­ne che si aveva delle mura stesse, e viene alterato il rapporto fra la strada e la cinta muraria. Il che ovviamente finisce per sconciare crudelmente la «poesia» del luogo dove le antiche pietre e l’erba convivevano pacifica­mente e dove un’ampia strada asfalta­ta, già preesistente, era più che ido­nea a chi volesse percorrere l’intero perimetro murario.

Le mie, com’è ovvio, sono solo ele­mentari annotazioni di un incolto tu­rista o (se si preferisce) di un appas­sionato archeologo dilettante, ma spe­ro possano avere una minima eco al­meno perché riprendano i lavori di «sgombero» di tutta l’area dell’antica Paestum e perché si proceda con la massima delicatezza nel recupero del­le mura senza offenderle con manu­fatti escogitati da improvvide iniziati­ve delle autorità locali e delle diverse Sovrintendenze, che hanno, peraltro, provveduto a ricostruire parte delle mura con le pietre originali giacenti ai loro piedi. Una manovra che ripri­stina maggiormente il fascino dell’an­tica cerchia muraria. Ma, se la rico­struzione di qualche settore delle mu­ra è un fatto positivo, non si dimenti­chino le altre storture che purtroppo ancora incombono su questa zona: non solo per quanto concerne l’abusi­vismo edile — già segnalato sulle co­lonne del 'Corriere' — ma per quan­to si riferisce ad altri fondamentali in­sediamenti archeologici, sempre di questa area campana che non godo­no del dovuto rilievo. Mi riferisco al­l’area di Hera argiva — sito già scoper­to e studiato da Zanotti Bianco e Mon­tuori — che giace ai bordi del fiume Sele a pochi chilometri dai templi, quasi dimenticato. E più ancora ad al­tri due epicentri favolosi: il nucleo ur­bano di Velia (Elea) in minima parte «scavato», sul quale è da registrare il grande impegno nel restauro di Raffa­ele D’Andria. Questo acuto studioso oltre a ciò, sta recuperando la delizio­sa città sepolta (sotto un abitato di ca­solari anonimi) di Buccino, l’Antica Volcei; dove ogni casa presenta negli scantinati o sotto le fondamenta mira­bili mosaici di epoca romana.

A questo punto vien fatto di riflette­re, anche in chiave economico-turisti­ca (di cui certo non sono deposita­rio), su come sarebbe opportuno, da un punto di vista storico scientifico, ma anche turistico, attivare maggior­mente la presenza di visitatori in que­sta zona così poco «reclamizzata». Or­ganizzando degli itinerari archeologi­ci ad alto livello, guidati da speciali­sti, che permettessero di rendersi conto (anche ai visitatori stranieri og­gi purtroppo molto scarsi) non solo dell’imponente presenza dei tre tem­pli di Paestum, ma di quella dei siti archeologici citati: Velia, Buccino, Hera argiva, tutti ancora troppo «di­menticati» negli itinerari culturali del nostro Paese.

GILLO DORFLES