20/03/2012

Primario non lavora e prende lo stipendio: «La Regione ha chiuso mio reparto un anno fa»

Primario non lavora e prende lo stipendio: «La Regione ha chiuso mio reparto un anno fa»

Il caso di Domenico Scopelliti. Lo stop alla struttura di Villa Betania blocca il professionista a capo di Chirurgia maxillo facciale, che si autodenuncia: «Obbligato a timbrare il cartellino. Mi sento umiliato»

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03/11/2011

Cane sepolto vivo, salvato dopo 2 giorni

Cane sepolto vivo, salvato dopo 2 giorni

A DESENZANO. Jerry adesso sta bene. Il «padrone» è stato denunciato

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04/01/2011

Perde tutto al gioco per un farmaco: a Viareggio alla sbarra l'Asl Versilia

Perde tutto al gioco per un farmaco: a Viareggio alla sbarra l'Asl Versilia

Ma l'azienda sanitaria si difende scaricando la colpa sulla casa farmaceutica. Paolo Chisci, a causa di una medicina, dilapidò 300mila euro. Gli effetti non erano segnalati tra le avvertenze

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14/05/2010

Dramma a Napoli, morta infermiera si svenò per avere lo stipendio dall'Asl

Dramma a Napoli, morta infermiera si svenò per avere lo stipendio dall'Asl

Lascia due bambini di 10 e 4 anni. Si era svenata per protestare contro il blocco degli stipendi: morta infermiera. Era al lavoro all'ospedale San Paolo, si era tolta 150 milligrammi di sangue al giorno | Video Julie Italia

 

Mariarca Terracciano (ph. Julie Italia)

Mariarca Terracciano (ph. Julie Italia)

NAPOLI - Una protesta estrema. Finita nel modo più tragico e doloroso. Mariarca Terracciano, l’infermiera di 45 anni, dell’ospedale «San Paolo», che nelle scorse settimane aveva protestato contro il mancato pagamento degli stipendi nella Asl Napoli 1 togliendosi 150 milligrammi di sangue al giorno, è morta ieri mattina.

L'AGONIA - La donna aveva sospeso la sua singolare protesta - durata tre giorni - il 3 maggio. Ma lunedì scorso - come riferisce il quotidiano «Il Mattino» - è stata colta da un improvviso malore mentre si trovava al lavoro nel reparto di maternità dell’ospedale partenopeo. Dopo tre giorni di agonia per la donna non c’è stato nulla da fare ed il marito ha deciso di donare gli organi. Mariarca lascia due bambini di 10 e 4 anni.

IN TV - La sua singolare forma di protesta era finita anche sulle televisioni private, ripresa dall'emittente napoletana «Julie Italia» e poi postata su Youtube.

LE ULTIME PAROLE - «Lo stipendio è un diritto, ho lavorato e pretendo i miei soldi». Così Mariarca spiegava alle telecamere la sua decisione di farsi prelevare ogni giorno 150 millilitri di sangue fin quando non fossero stati pagati gli stipendi al personale della Asl Napoli 1. Quella intervista fece subito il giro del web. «Sto facendo anche lo sciopero della fame. Può sembrare un atto folle - diceva la donna, sposata e madre di due figli - ma voglio dimostrare che stanno giocando sulla pelle e sul sangue di tutti. Vedere il sangue, che è vita, rende evidenti le difficoltà nostra e degli altri ammalati».

IL «ROSSO» SANITARIO - L’Asl Napoli 1, la più grande d’Italia, ha pagato con ritardo gli stipendi di aprile ai suoi 10mila dipendenti perchè non c’erano più fondi a disposizione. Una vertenza che è stata sbloccata qualche giorno dopo, in seguito a numerose proteste. La donna, che aveva avviato anche lo sciopero della fame, era preoccupata per il mancato arrivo degli stipendi perchè c’erano scadenze da fronteggiare, come il pagamento di rate di mutuo.

Fonte: Corriere della sera


13/10/2009

Tangenti sanitarie, il pm chiede il giudizio per il ministro Fitto e l'editore Angelucci

Tangenti sanitarie, il pm chiede il giudizio per il ministro Fitto e l'editore Angelucci

 

Le richieste al gup. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 1999 e il 2005, quando Fitto era presidente della Regione

 

 

Fitto nel suo ufficio di presidente della Regione Puglia

 

 

BARI - Si è conclusa con la richiesta di rinvio a giudizio per 78 dei 90 indagati la discussione dell’udienza preliminare a carico, tra gli altri, del ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto (Pdl), e dell’editore e imprenditore romano Giampaolo Angelucci. La richiesta è stata fatta dalla pubblica accusa al termine dell’udienza del procedimento «La Fiorita», che si celebra dinanzi al gup Rosa Calia di Pinto. All’udienza, che si concluderà il 30 novembre prossimo, è costituita parte civile la Regione Puglia.

I fatti contestati fanno riferimento al periodo compreso tra il 1999 e il 2005, quando Fitto era presidente della Regione Puglia, e si prescriveranno tutti entro il 2012. A Fitto, all’epoca dei fatti presidente della Regione Puglia, si contestano i reati di associazione per delinquere, peculato, concussione, corruzione, falso, abuso d’ufficio e illecito finanziamento ai partiti.

Il reato di corruzione contestato a Fitto ed Angelucci riguarda una presunta tangente di 500.000 euro pagata - secondo i pm - da Angelucci al movimento politico creato da Fitto per le regionali dell’aprile 2005, «La Puglia prima di tutto». Il danaro fu elargito - sostiene la procura - per ottenere dalla giunta regionale pugliese, nel 2004, l’aggiudicazione dell’appalto settennale da 198 milioni di euro per la gestione di undici Residenze sanitarie assistite (Rsa). Per questi fatti Angelucci, il 20 giugno 2006, fu posto agli arresti domiciliari per alcuni giorni; per Fitto, essendo frattanto divenuto parlamentare di Forza Italia, la magistratura barese chiese alla Camera l’autorizzazione a procedere all’arresto, richiesta che fu negata dall’aula di Montecitorio.

Secondo la difesa di Fitto, i reati contestati sono insussistenti, anche perchè il finanziamento elettorale ricevuto fu regolarmente registrato. «Gli atti documentano l’assoluta infondatezza delle accuse, come la difesa dimostrerà dinanzi allo stesso gup», afferma il difensore del ministro, Francesco Paolo Sisto. «Da circa 4 anni sulle vicende giudiziarie dell’onorevole Raffaele Fitto continuano ciclicamente ad essere date delle "non notizie". Ogni passaggio meramente formale - lamenta Sisto - costituisce pretesto per intonare una cantilena che ricorda l’impianto accusatorio nei minimi dettagli». «Ecco quindi che la discussione di oggi, normale passaggio dell’udienza preliminare che si concluderà solo il 30 novembre prossimo, diviene, come in precedenza, occasione - secondo il legale - per ribadire che la Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio di Fitto. Se siamo in udienza preliminare è ovvio che in precedenza c’è stata una richiesta di rinvio a giudizio: ciò nonostante gli atti documentano l’assoluta infondatezza delle accuse, come la difesa dimostrerà dinanzi allo stesso gup». «Rimane quindi ferma la fiducia - conclude Sisto - nella serena valutazione del giudice, sia pure nell’amarezza suscitata da questa ingiusta e sterile cantilena».

Prima della discussione il gup ha ammesso sette imputati al giudizio con rito abbreviato e per altri cinque, tra cui l’imprenditore campano Alfredo Romeo (accusato di turbativa d’asta e di concorso in rivelazione del segreto d’ufficio), ha disposto l’invio degli atti alla procura di Roma per competenza territoriale. Ha inoltre respinto tutte le eccezioni del difensore di Fitto, l'onorevole Francesco Paolo Sisto (Pdl), relative alla inutilizzabilità delle intercettazioni e di alcuni atti d’indagine.

L'inchiesta fu un ciclone che si abbattè su direttori generali di Ausl pugliesi, funzionari pubblici e vertici del gruppo della cooperativa barese «La Fiorita» per l’assegnazione di gare d’appalto per i servizi di pulizia, guardiania, ausiliariato e smaltimento di rifiuti speciali in alcune Ausl. e portò nell’aprile del 2005 all’arresto di 14 persone.

Ad aprile scorso nella Procura di Bari arrivarono quattro ispettori inviati dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per accertare eventuali comportamenti irregolari nella conduzione delle due inchieste, a carico delle società «La Fiorita» e «Cedis», che vedono coinvolto il ministro Fitto. Contro l’ispezione ministeriale si scagliarono nove senatori del Pd, che in una interrogazione parlamentare firmata anche dai magistrati in aspettativa, Gianrico Carofiglio e Alberto Maritati, denunciarono «una interferenza nell’attività giurisdizionale, interferenza munita di un’oggettiva forza di intimidazione nei confronti dei pubblici ministeri, e soprattutto dei giudici che si occupano delle vicende che vedono come imputato il ministro Raffaele Fitto». Parole che suscitarono la dura replica dell’ex governatore pugliese che parlò di «casta togata che siede pro tempore sui banchi del Senato».


18/09/2009

Fermato l'imprenditore Tarantini

Fermato l'imprenditore Tarantini

 

Il procuratore: «Spaccio di stupefacenti e pericolo di fuga». È al centro delle inchieste sulla sanità in Puglia e su un giro di escort che sarebbero state alle feste del premier

 

Tarantini (Ap)
Tarantini (Ap)

BARI - La Guardia di Finanza ha sottoposto a fermo l'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini, al centro delle inchieste sulla sanità in Puglia e su un giro di escort che sarebbero state portate anche nelle residenze del premier, Silvio Berlusconi. Il procuratore della Repubblica, Antonio Laudati, ha spiegato che Tarantini è stato fermato per spaccio di stupefacenti e perché, secondo informazioni investigative, «c'era un pericolo di fuga e un forte inquinamento delle prove».

LA CONFERMA - La notizia del fermo è stata confermata da uno degli avvocati difensori di Tarantini, Nico D'Ascola. Il provvedimento cautelare è del pubblico ministero Giuseppe Scelsi, controfirmato da Laudati.


04/09/2009

Bari, indagini su fondi illeciti a politici del centrosinistra

Bari, indagini su fondi illeciti a politici del centrosinistra

 

In corso verifiche su presunti finanziamenti illeciti a esponenti locali e nazionali. Dopo le intercettazioni, partiti gli accertamenti contabili

 

 

Desiree Digeronimo.jpg

Bari - La Procura antimafia di Bari ha in corso accertamenti per verificare se vi siano stati finanziamenti illeciti da parte di imprenditori locali non solo verso politici del centrosinistra pugliese ma anche nei confronti di esponenti di partiti politici del centrosinistra nazionale. Gli accertamenti vengono compiuti nell'ambito dell'inchiesta del pm inquirente della Dda Desireé Digeronimo sulla gestione politica e amministrativa dell'assessorato regionale alla Sanità e su una parte dell'attività, nel settore sanitario, svolta della giunta regionale pugliese guidata da Nichi Vendola.

A quanto si è saputo, le verifiche sui presunti finanziamenti illeciti ai politici non sarebbero frutto di un'indagine conoscitiva ma sarebbero verifiche contabili avviate dopo l'ascolto di intercettazioni telefoniche ed ambientali compiute nei confronti di imprenditori e dell'allora assessore pugliese alla Sanità e ora senatore del Pd Alberto Tedesco, dimessosi il 6 febbraio scorso dopo aver appreso di essere indagato. Dalle intercettazioni emergerebbero infatti i nomi di politici regionali e nazionali del centrosinistra.

L'indagine, nell'ambito della quale sono in corso gli accertamenti sui presunti illeciti finanziamenti, è a carico di una quindicina di persone e riguarda una presunta associazione per delinquere capeggiata - secondo l'accusa - da Tedesco, finalizzata alla corruzione, concussione, abuso di ufficio, voto di scambio, illecito finanziamento ai partiti e truffa. Per alcuni reati, e nei confronti di alcune persone, si ipotizza l'aggravante di aver favorito una associazione mafiosa. Proprio per verificare la presunta esistenza di illeciti finanziamenti ai partiti, alla fine del luglio scorso il pm acquisì i bilanci e la documentazione bancaria dalle sedi baresi di cinque partiti: Pd, Prc, Sinistra e Libertà, Socialisti Autonomisti, e Lista Emiliano.

Intanto si è appreso che martedì 8 settembre la commissione parlamentare sulla Sanità ascolterà il procuratore della Repubblica di Bari, Emilio Marzano, e alcuni dei sostituti che indagano sulle vicende sanitarie regionali. L’incontro avverrà presso la prefettura di Bari in mattinata. Questa mattina, invece, il sostituto procuratore della Dda, Desiree Digeronimo (nella foto), sta continuando gli interrogatori e tra questi ci sarebbe anche quello di un medico chirurgo della provincia di Bari.


26/07/2009

Salute, conti a posto solo per 5 Regioni E al Nord Veneto e Liguria sono in rosso

Salute, conti a posto solo per 5 Regioni E al Nord Veneto e Liguria sono in rosso

 

Anche la Calabria a rischio commissario. Il disavanzo totale è di 3,9 miliardi: 3,2 al Centro Sud


ROMA — Dopo Lazio, Abruzzo, Campania e Molise, la prossima Regione a subire il commissariamento della Sanità potrebbe essere la Calabria. È quanto si ricava dal dossier informale che i tecnici del ministero del Welfare hanno elaborato per fare il punto sui sistemi sanitari regionali, sia dal punto di vista degli equilibri di bilancio sia da quello dell'efficienza delle prestazioni. Il quadro, come è già stato anticipato l'altro ieri dal governo a commento della decisione di commissariare Campania e Molise, è «devastante», in particolare per i deficit accumulati dalle Regioni del Centro-Sud, che sembrano destinati ad aggravarsi nel 2010.

Problemi anche al Nord

La spesa sanitaria, scrivono gli esperti che lavorano nel ministero guidato da Maurizio Sacconi, impegna quasi l'80% del bilancio delle Regioni e quindi la salute finanziaria delle stesse dipende dalla capacità di contenere il deficit in questo settore. Nel 2008 ben 14 Regioni (più la provincia di Trento) hanno chiuso i conti sanitari con un disavanzo strutturale. Solo 5 Regioni (più la provincia di Bolzano) in attivo: Lombardia (9,7 milioni), Friuli (6,6), Toscana (7,4), Umbria (20,1) e Marche (21,7). La classifica delle Regioni in rosso è guidata dal Lazio con 1,6 miliardi. Nelle prime posizioni troviamo poi: Campania (-554 milioni), Piemonte (-363), Sicilia (-350), Puglia (-211), Veneto (-201), Calabria (-159), Liguria (-111), Sardegna (-109), Abruzzo (-99), Molise (-80) ed Emilia Romagna (-37). Complessivamente, il disavanzo strutturale nazionale ammonta a 3,9 miliardi, dei quali 3,2 si concentrano nel Centro-Sud. Ma la cosa più preoccupante, aggiungono i tecnici, è che la spesa sale «negli ultimi anni a ritmi del 4-6%», molto più dell'inflazione. Considerando che il Fondo sanitario nazionale, che nel 2009 è stato di 102,6 miliardi, salirà nel 2010 di appena 1,3 miliardi, la situazione potrebbe appunto diventare «devastante».

Il caso Calabria

Negli ultimi dieci mesi si sono svolte numerose riunioni ai tavoli tecnici tra governo e Regioni sotto osservazione. Alla fine il giudizio è stato del tutto negativo per Molise e Campania, commissariate l'altro ieri dal consiglio dei ministri, e per la Calabria, che potrebbe presto subire la stessa sorte. Questo significa che i piani di intervento decisi dalle istituzioni regionali non sono stati ritenuti dal governo idonei a risanare i conti. In particolare, per la Calabria «risultano non coperti per il 2007 e il 2008 ben 45,89 milioni di euro». I disavanzi, si sottolinea nel rapporto, «non possono essere coperti con ulteriori manovre fiscali» di inasprimento di Irap e Irpef. Le manovre di rientro non paiono inoltre credibili, si aggiunge, a causa della «inaffidabilità dei sistemi contabili regionali e quindi dei sistemi informativi». Mancherebbe insomma un bilancio sanitario attendibile.

Due anni per i pagamenti

Sugli squilibri contabili delle Regioni sotto osservazione pesa anche il livello di indebitamento nei confronti delle aziende fornitrici delle Asl. Si tratterebbe, solo verso i fornitori di tecnologie, di 5 miliardi di euro. Il debito si accumula anche a causa dei forti ritardi con i quali le aziende vengono pagate. A livello nazionale la media è di 287 giorni, cioè nove mesi e mezzo. Ma in Molise la media è di quasi due anni (668 giorni) e così anche in Calabria (661) mentre in Campania per incassare una fattura le imprese aspettano mediamente 611 giorni. Appena un po' meno nel Lazio (478 giorni) e in Puglia (403).

Ospedali scadenti

La Calabria e la Campania, scrivono i tecnici, «hanno i case mix (indice che misura la complessità dei casi trattati) più bassi d'Italia, a riprova della scadente qualificazione tecnologica professionale (salvo lodevoli eccezioni, che ci sono) delle strutture ospedaliere». La complessità dei casi trattati nel Centro-Sud è «mediamente del 15-20% inferiore alla Lombardia e del 10% alla media nazionale». Fanno parzialmente eccezione i dati del Lazio, grazie alle strutture ospedaliere e ai policlinici universitari della capitale, e del Molise, grazie ad alcuni ospedali privati. Nelle regioni del Centro-Sud la degenza media pre-operatoria, «che evidenzia la tempestività ed efficacia della diagnosi e degli accertamenti è mediamente superiore del 20-30% al dato nazionale pari a due giorni». Inoltre, sempre in confronto ai dati del Nord, si vede «con chiarezza» nel resto del Paese «il sovradimensionamento della rete ospedaliera e i conseguenti ricoveri anche per pazienti che potrebbero essere tratti con minori costi in strutture extraospedaliere o domiciliari». Carenti, invece, le strutture di riabilitazione e quelle per i lungodegenti.

Pochi day hospital e letti per anziani

Nel Centro-Sud le prestazioni in regime ambulatoriale o di day surgery (chirurgia giornaliera) sono di un terzo inferiori a quelle effettuate nel Nord in rapporto al totale dei ricoveri. L'altra faccia di questa «iperdotazione ospedaliera generalista», dicono gli esperti, è la «gravissima carenza» di posti letto specifici per gli anziani e di strutture per l'assistenza domiciliare, che consentirebbero di curare i pazienti con minori costi. Scontato che, in conseguenza di un sistema meno efficiente, nel Mezzogiorno (con l'eccezione di Abruzzo e Molise) si registri un «indice di fuga elevato» per farsi curare a Roma o al Nord.

Enrico Marro


03/07/2009

Prato, centodue indagati in ospedale

Prato, centodue indagati in ospedale

 

L’inchiesta era partita da un esposto anonimo che segnalava l’abitudine, diffusa, di timbrare i cartellini di ingresso di colleghi assenti o in ritardo

 

 

Una scena del film

Una scena del film

 

PRATO - Come nel film «Fantozzi subisce ancora», dove il più famoso ragioniere d'Italia era costretto a far muovere dei manichini che dovevano sembrare impiegati al lavoro. All'ospedale Misericordia e Dolce di Prato non c'era Fantozzi ma qualcuno che decideva di non andare a lavoro e qualcuno che timbrava i cartellini per gli assenti. L'inchiesta sull'assenteismo finisce con centodue indagati, tra medici, infermieri e dipendenti vari che facevano finta di essere in servizio e invece non c'erano affatto, tutto grazie a false vidimazioni del cartellino.

L'INCHIESTA - Erano solo due gli apparecchi marcatempo controllati dalle videocamere sugli otto presenti all’ingresso del lato nuovo dell’ospedale «Misericordia e Dolce» di Prato. Le avevano fatte installare i carabinieri, coordinati dal pm Roberta Pieri, nell’ambito dell’inchiesta su presunti illeciti compiuti da alcuni dipendenti nella vidimazione dei badge per l’orario di lavoro. Due videocamere sole, attive dal 29 maggio al 23 agosto 2008, che hanno permesso di scoprire ben 102 dipendenti dell’Asl che effettuavano vidimazioni irregolari.

CINQUE DIPENDENTI IN MANETTE - Sono alcuni dei dati forniti oggi dal procuratore della Repubblica di Prato, Piero Toni che insieme al sostituto Pieri, ha presentato i risultati dell’indagine che lo scorso 23 giugno aveva portato all’arresto di 5 dipendenti (un medico, un infermiere, due uscieri e un addetto alla sicurezza), mentre altri 22 dipendenti erano stati raggiunti da un avviso di garanzia. Truffa ai danni della Asl 4 di Prato l’accusa per tutti. Il gip ha confermato gli arresti domiciliari per 3 dei 5 dipendenti, mentre ha deciso la sospensione dal pubblico servizio per gli altri due. La stessa richiesta di sospensione è stata accettata anche per altri 6 indagati. L’inchiesta era partita da un esposto anonimo che segnalava l’abitudine, diffusa, di timbrare i cartellini di ingresso di colleghi assenti o in ritardo. Per gli altri 75 controllati, è stato spiegato, sono state riscontrate irregolarità dello stesso genere ma in misura inferiore (da 1 a tre) e a loro è stato comunicato l’avviso di conclusione delle indagini.

IL DIRETTORE DELLA ASL - «Occorre prendere spunto da questa situazione per assumere tutte quelle iniziative volte ad impedire e scoraggiare il ripetersi di ulteriori episodi di malcostume e a ricreare un clima in cui tutti siano motivati a svolgere con onestà e passione il loro lavoro.Sono amareggiato e sdegnato da questa vicenda». Lo afferma il direttore generale dell’Asl 4 di Prato, Bruno Cravedi, dopo le misure cautelari assunte dall’autorità giudiziaria nei confronti di alcuni lavoratori indagati per omessa o irregolare timbratura del cartellino personale che registra l’entrata e l’uscita dal servizio. Dopo le indagini, informa una nota, l’Asl ha adottato una serie di iniziative che riguardano l’avvio dei provvedimenti disciplinari e la sospensione dal servizio di dieci operatori. La sospensione ha avuto decorrenza immediata, in attesa anche degli accertamenti che saranno svolti dalla Commissione di indagine appositamente costituita per l’accertamento dei fatti e la proposta di sanzioni disciplinari. L’Azienda si riserva inoltre la facoltà di costituirsi parte civile per ottenere il risarcimento dei danni. Tra le iniziative adottate, prosegue la nota, si segnalano il potenziamento e l’estensione della procedura informatica sulle presenze in servizio, con possibilità di visualizzazione, in tempo reale, della situazione in ogni struttura. Si procederà alla razionalizzazione delle postazioni marcatempo, attualmente collocate in sette punti diversi dell’ospedale, per ridurle a tre. Cravedi ha poi riunito gli organi di direzione aziendale e ha inviato una lettera a tutti i dirigenti ed ai quadri intermedi per richiamarli alle loro competenze e responsabilità in ordine alla gestione del personale assegnato. Sono stati inoltre convocati specifici incontri con le organizzazioni sindacali del comparto e della dirigenza.


10/06/2009

Sospetta meningite, muore bimbo

Sospetta meningite, muore bimbo

 

All'Ospedale san Carlo Borromeo. Il piccolo, tre anni, di Settimo Milanese, deceduto poche ore dopo il ricovero. Non frequentava l'asilo da 15 giorni

 

MILANO - Un bambino di tre anni di Settimo Milanese, nell’hinterland del capoluogo lombardo, è morto martedì pomeriggio all’ospedale San Carlo Borromeo per sospetta meningite. In base a quanto riferito dalla struttura sanitaria, gli esami al momento non confermano in maniera univoca la diagnosi che resta, nelle parole dei medici, «sospetta sepsi meningococcica». Indicazioni più precise verranno dall’autopsia, prevista per giovedì mattina. Il bambino era stato ricoverato in codice rosso martedì intorno alle 10 e subito la sua situazione era apparsa molto grave. Trasportato in rianimazione 40 minuti dopo il ricovero, il piccolo è deceduto intorno alle 17. In base a quanto riferito dai familiari, il bambino non frequentava l’asilo da 15 giorni.

NESSUN PROBLEMA PER L'ASILO - Dalla Asl di Magenta, competente per il territorio di Settimo, arrivano rassicurazioni per i genitori degli altri bimbi dell'asilo. «Abbiamo avviato un inchiesta sanitaria - hanno spiegato dal dipartimento Prevenzione - come previsto in questi casi e abbiamo verificato con il sindaco e i responsabili del Comune che il bambino non ha frequentato nessuna comunità scolastica nelle ultime due settimane». Il periodo di incubazione della meningite, infatti, è al massimo di 10 giorni, periodo durante il quale il contatto con una persona infetta potrebbe risultare pericoloso. Nessun allarme per gli altri bambini dunque, la profilassi antibiotica - condotta in parte dall’ospedale San Carlo e in parte dalla Asl di Magenta - ha riguardato solo il personale ospedaliero e i parenti che negli ultimi 10 giorni sono venuti a contatto con il piccolo.