18/06/2010

Giove e l'impatto misterioso. Sulla Terra sarebbe stata una catastrofe

Giove e l'impatto misterioso. Sulla Terra sarebbe stata una catastrofe

Il telescopio spaziale Hubble comincia a fornire qualche ragionevole risposta. Una cometa o un asteroide della dimensione di alcuni chilometri è caduto nell’atmosfera

 

 

 

Il punto dell'impatto
Il punto dell'impatto

Il mistero del corpo caduto su Giove si infittisce nonostante il telescopio spaziale Hubble della Nasa cominci a fornire qualche ragionevole risposta. La storia inizia per caso il 3 giugno scorso quando l’astrofilo australiano Anthony Wesley scrutando il più grande pianeta del sistema solare vede per caso un bagliore, riprendendolo. Nello stesso momento nelle Filippine un altro astrofilo, Chris Go, registra la stessa cosa. L’immagine fa il giro degli osservatori amatoriali e professionali per cercare di dare una risposta alla causa del fenomeno. I bagliori osservati si rivelano intanto due esaminando i video, complicando ancora di più le cose.

HUBBLE - Il 7 giugno la Nasa puntava su Giove persino il suo più potente occhio orbitale, l’Hubble, per investigare eventuali cambiamenti nella zona della caduta. E in effetti analizzando il luogo con varie lunghezza d’onda (visibile, infrarosso e ultravioletto) si vede traccia dell’accaduto. Così si cominciano a tirare le file dell’intrigante vicenda che per fortuna ha riguardato Giove e non la Terra. La spiegazione è questa. Il corpo di una cometa o di un asteroide della dimensione di alcuni chilometri è caduto nell’atmosfera di Giove esplodendo nell’impatto con gli strati più elevati. Il primo bagliore è derivato dalla scia generata nell’attraversamento come accade con l’impatto delle meteoriti nell’atmosfera terrestre nella notte agostana di San Lorenzo, il secondo lampo è generato dall’esplosione stessa.

ESPLOSIONE - Il corpo deve essersi prima sbriciolato e il frammento maggiore dovrebbe aver avuto la dimensione di un paio di chilometri. Le riprese di Hubble che hanno fotografato le tracce aiutano la possibile ricostruzione dei fatti. Tutti hanno ricordato la grande caduta dei frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9 nel 1994, ma anche l’anno scorso Giove era stato lo scenario di un evento analogo. Ma sul gigante del sistema solare – dicono gli astronomi – le cadute di corpi celesti sono sicuramente più frequenti di quanto si immagini e di quanto si registri sempre casualmente. Questo perché essendo un grande pianeta la sua forza di gravità attira i piccoli corpi in transito. Ma anche l’occhio del satellite Soho dell’Esa europea registra in continuazione comete che precipitano sul Sole. Insomma il tutto dimostra come il rischio asteroidi o comete non sia così remoto come si continua a credere. Se il corpo caduto su Giove fosse precipitato sulla Terra sarebbe stata una catastrofe. E la colpa allora sarebbe stata degli astronomi? Privi degli strumenti adeguati anche loro sono impotenti. Non ci resta che aspettare.

 

Giovanni Caprara


08/07/2009

Calce in mare per affrontare il biossido di carbonio

Calce in mare per affrontare il biossido di carbonio

 

CAMBIAMENTO CLIMATICO. Il composto sarebbe in grado di convertire la CO2 in ioni di bicarbonato, senza aumentare l’acidità delle acque

 

(Archivio Corriere)

Riversare ingenti quantitativi di calce negli oceani potrebbe fermare il processo di accumulazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Questo il nucleo centrale del progetto «Cquestrate», presentato da Tim Kruger nel corso di una conferenza sui cambiamenti climatici, organizzata dal quotidiano britannico Guardian. L’innovativa tecnica potrebbe aiutare a risolvere uno dei più pericolosi effetti collaterali delle emissioni umane di CO2, ovvero l’aumento dell’acidità delle acque oceaniche.

MARE - Gli oceani sono un punto chiave del ciclo naturale del biossido di carbonio. Circa la metà delle emissioni di anidride carbonica rilasciate nell’aria dall’uomo vengono, infatti, assorbite dalle acque marine. Ciò aiuta a rallentare il surriscaldamento del pianeta, ma aumenta il tasso di acidità del mare, creando una minaccia potenzialmente disastrosa per il suo ecosistema. Il progetto di Kruger punta ad aumentare la capacità degli oceani di assorbire CO2, ma in una maniera rivoluzionaria che, invece di aumentarne l’acidità, aiuti a diminuirla. Obiettivo che si può raggiungere, appunto, convertendo la pietre calcaree in calce, attraverso un processo simile a quello sfruttato dalle industrie cementifere, e riversando in mare il prodotto così ottenuto.

IL PROGETTO - La calce reagisce con il biossido di carbonio dissolto negli oceani, convertendolo in ioni di bicarbonato. Così facendo, l’acidità dell’acqua diminuisce e consente agli oceani di assorbire una maggiore quantità di CO2, contribuendo ulteriormente a ridurre il surriscaldamento climatico. Secondo Kruger «è essenziale che le nostre emissioni di anidride carbonica diminuiscano, ma potrebbe non essere una soluzione sufficiente. Bisogna predisporre un piano B per ridurre efficacemente la quantità di biossido di carbonio nell’atmosfera. E ciò va fatto ora, non solo da parte degli scienziati, ma anche dei governi e delle istituzioni».

DIFFICOLTÀ - Tuttavia, immettere grandi quantità di calce in mare è attualmente illegale. Inoltre, è lo stesso Kruger ad ammettere che gli ostacoli da superare non sono pochi. La quantità di calce da riversare ogni anno negli oceani per far fronte alla totalità delle emissioni mondiali è davvero ingente e dovrebbe aggirarsi intorno ai 10 km3. Senza dimenticare che un tale progetto avrebbe senso soltanto se l’anidride carbonica risultante dalla produzione di calce venisse catturata e smaltita alla fonte.

MANCHESTER REPORT - «Cquestrate» appartiene al gruppo dei cosiddetti progetti di geo-ingegneria che si propongono di intervenire nel sistema terrestre per contrastare i cambiamenti climatici. Quella di Kruger è una della venti innovative proposte illustrate durante la Conferenza di Manchester, una due giorni organizzata dal Guardian e dedicata alle idee più suggestive ed efficaci per salvare il pianeta, che verranno selezionate entro la prossima settimana da un gruppo di esperti incaricato di evidenziare le dieci idee più promettenti.

Simone D’Ambrosio


10/01/2009

Zolfo per raffreddare la Terra

Zolfo per raffreddare la Terra

Progetto per ridurre il riscaldamento climatico. «Iniezioni» nell’atmosfera con palloni stratosferici. La proposta del Nobel Crutzen. Gli scienziati: idea folle

 

Cristalli di zolfo
Cristalli di zolfo
Zolfo nell’atmosfera per abbassare la temperatura della Terra. È l’ultima ipotesi sul fronte del clima avanzata recentemente al congresso di San Francisco dell’Unione geofisica americana. Ma l’idea ha scatenato la polemica sui costi e sulle possibili conseguenze negative sull’ambiente, come l’intensificazione di piogge acide e la riduzione dello strato di ozono nell’atmosfera. Tutti d’accordo: al «global warming» bisogna mettere un freno, ma come? Su questo punto il mondo scientifico si è spaccato.

 

Il firmatario del progetto è un premio Nobel per la chimica, l’olandese Paul Jozef Crutzen, che insieme al collega Thomas Wigley ha comunque il merito di tenere alta la discussione un tema centrale che riguarda il futuro del pianeta. «Si tratta - ha spiegato Crutzen, che studia l’ipotesi dal 2006 - di immettere nella stratosfera, in una fascia tra i 10 e i 50 km di altitudine, almeno un milione di tonnellate di zolfo portato da una serie di palloni lanciati dalla zona dei Tropici». Raggiunta la quota desiderata, il materiale viene bruciato in modo da ottenere biossido di zolfo, che poi si converte in particelle di solfato infinitesimali: queste particelle, assorbendo una parte dei raggi solari, farebbero abbassare di un grado centigrado la temperatura media della Terra. L’operazione dovrebbe essere ripetuta con cadenza biennale.

Per «iniettare» un milione di tonnellate di zolfo servirebbero oltre 30 mila palloni stratosferici. A meno di utilizzare canali istituzionali come le aviazioni militari dei Paesi cooperanti. Il progetto è indubbiamente affascinante ma ha costi elevatissimi: 14 miliardi di euro all’anno. E si porta dietro dubbi e riserve sui possibili effetti collaterali, come l’intensificazione delle piogge acide, la riduzione dell’ozonosfera e, nelle zone tropicali, la modifica dei regimi monsonici asiatici e africani. «E quest’ultima conseguenza — ha sottolineato Alan Robock, dell’università di Rutgers (Usa) — rischia di mettere in crisi la disponibilità di risorse alimentari per miliardi di individui». A meno di utilizzare il progetto- Crutzen, hanno suggerito altri studiosi, per limitate aree della Terra: sull’Artico, per esempio, potrebbe rallentare la riduzione dei ghiacci polari, senza conseguenze per le altre zone del pianeta.

Altre ipotesi di raffreddamento, dalle più rudimentali alle più sofisticate, sono state prese in esame a San Francisco dagli ingegneri della Terra: invio in atmosfera di sonde-parasole, «rimescolamento» artificiale degli oceani con «pompaggio» di CO2 per favorire l’attività biologica, dispersione in mare di grandi piattaforme flottanti in grado di assorbire una parte dell’irraggiamento solare. «Il controllo del clima — ha però avvertito David Keith, dell’Università di Calgary, in Canada - è un problema di equilibrio: ogni soluzione comporta dei rischi, bisogna valutare se è il caso di correrli». Esempio: vale la pena combattere contro l’innalzamento degli oceani se la contropartita è una riduzione probabile delle precipitazioni? Ma il vero, grande punto interrogativo riporta agli anni della Guerra fredda Usa-Urss, in cui l’ingegneria del clima rappresentò un’arma in più nelle mani delle due superpotenze: chi dovrebbe manovrare il «termostato» della Terra? Chi decide quale dovrebbe essere il clima «ideale» del nostro pianeta? Ecco perché, tra le tante proposte, la più sensata appare quella che i geoingegneri hanno avanzato alle istituzioni mondiali: la creazione di un organismo tecnico internazionale che studi e tenga sotto controllo il clima, senza la pretesa di manipolarlo.

 


30/11/2008

A Poznan la conferenza sul clima

A Poznan la conferenza sul clima

L'ITALIA E' UNO DEI PAESI CRITICI VERSO I CRITERI ADOTTATI. In discussione in futuro del protocollo di Kyoto, in bilico fra «Obama» e i grandi in via di svilluppo

 

 

 

 

(Reuters)
 

POZNAN (POLONIA) - E’ la conferenza climatica della resa dei conti quella che si tiene a Poznan, in Polonia, dall’1 al 12 dicembre prossimi. La scadenza del Protocollo di Kyoto (2012) è ormai alle porte, i 37 Paesi industrializzati (su un totale di 40) che hanno aderito a questo primo tentativo mondiale di contenimento dei gas serra faticano, tranne pochissimi, a raggiungere gli obiettivi di riduzione programmati (in media 5,2% di tagli alle emissioni, rispetto ai livelli del 1990). Cosa si dovrà fare dopo il 2012? Rilanciare un altro accordo di tipo Kyoto, con obiettivi di riduzione vincolanti più elevati? Oppure procedere con progetti meno impegnativi, affidati soprattutto alla buona volontà dei singoli Paesi? E’ questo il bivio in cui si trovano, nella cittadina polacca, i rappresentanti dei 183 Paesi che, nell’ormai lontano 1992, aderirono alla Convenzione sui cambiamenti climatici di Rio de Janeiro, impegnandosi a salvaguardare l’atmosfera e il clima dall’aggressione delle attività umane; e che più tardi, nel 1997 a Kyoto, imboccarono, senza grande entusiasmo, la strada delle riduzioni dei gas serra.

OBAMA VERSO L'ECONOMIA «VERDE»- Dietro le quinte della conferenza si agitano, fin dall’inizio, speranze e minacce. Pochi giorni fa, il neo eletto presidente degli Stati Uniti Barak Obama, ha annunciato alcuni impegni ambientali che sembrano andare nella logica di Kyoto: riportare le emissioni di gas serra Usa ai livelli del 1990 entro il 2020 e stanziare 15 miliardi di dollari l’anno in energie rinnovabili «per catalizzare gli sforzi del settore privato nella costruzione di un futuro energetico pulito». Obama non ha detto esplicitamente che il suo Paese rientrerà nel Protocollo di Kyoto, dopo esserne uscito clamorosamente nel 2001 con l’avvento di Bush, ma il direttore generale dell’Agenzia ambientale dell’Onu Achim Steiner è ottimista: «Il presidente eletto Obama ha confermato che nei prossimi mesi una nuova politica climatica caratterizzerà gli Stati Uniti. Questo è molto importante non soltanto per il futuro della Convenzione sul clima e del Protocollo di Kyoto, ma anche perché lancia un preciso segnale: vuol dire che, a dispetto della crisi finanziaria, c’è spazio per un’economia verde».

I PAESI IN «DIFESA» - A fronte di una forte nota positiva, tante altre di segno opposto. La Polonia, paese ospitante della conferenza, si è messa di traverso rispetto al «pacchetto clima» dell’Unione Europea. Si tratta di una specie di corollario di Kyoto che impegna i partner all’obiettivo dei tre «20»: riduzione delle emissioni, aumento dell’efficienza energetica e incremento delle rinnovabili. Il governo italiano le ha fatto da sponda denunciando anche che, a fronte dell’attuale crisi, è impossibile rispettare gli obiettivi di riduzione fissati a Kyoto. Di fatto avremmo dovuto tagliare i nostri gas serra del 6,5% e invece ci ritroviamo con un aumento di oltre il 10%. Anche il Canada, uno dei Paesi più energeticamente inefficienti del mondo industrializzato, è su posizioni di fronda. Ai mal di pancia dei forzati di Kyoto si aggiunge l’immobilità dei Paesi in via di rapidissimo sviluppo: Cina, India, Brasile, Indonesia, che nonostante l’aumento delle loro emissioni totali di gas serra, alla vigilia della conferenza hanno ribadito il loro no a un calendario di impegni con scadenze precise.

IN BILICO - Insomma da Poznan il Protocollo Kyoto potrà uscire rilanciato, con la speranza di partorire un figlio al prossimo vertice di Copenhagen del 2009, oppure distrutto e con scarse speranze di successione. Ma senza controllo alcuno dei gas serra, ammoniscono gli economisti e i climatologi consultati dal WWF internazionale, le emissioni cresceranno del 40% entro una ventina d’anni (2030) e le temperature di 6 gradi entro la fine del secolo, provocando il collasso del pianeta. Se può consolare, Poznan offrirà la più aggiornata rassegna delle tecnologie più avanzate per limitare i gas e combattere l’effetto serra. Come dire: le opzioni tecnologiche per cambiare strada ci sono, ma ci vogliono anche le necessarie scelte politiche.


27/10/2008

Nuovo gas serra «dagli schermi del Pc»

Nuovo gas serra «dagli schermi del Pc»

PREOCCUPA ANCHE IL METANO RILASCIATO DALLE PIANTE IN DECOMPOSIZIONE. Il trifluoruro di azoto, impiegato per la loro produzione è l'ultimo «imputato» per il riscaldamento globale

 

 

 

l trifluoruro di azoto, sta aumentando la sua presenza nell'atmosfera a causa del suo impiego nell’industria che produce gli schermi a cristalli liquidi di computer e altri apparecchi multimediali (Reuters)
l trifluoruro di azoto, sta aumentando la sua presenza nell'atmosfera a causa del suo impiego nell’industria che produce gli schermi a cristalli liquidi di computer e altri apparecchi multimediali 
 
 
 
Piante in decomposizione e schermi a cristalli liquidi di computer e tv sono i due nuovi nemici del clima che, a quanto sembra, hanno cominciato a dare un pericoloso contributo al surriscaldamento del pianeta. Le ultime ricerche di scienziati americani, in corso di pubblicazione sulla rivista Geophysical Research Letters, hanno messo in evidenza, infatti, che i due soggetti risultano legati alle emissioni di potenti gas serra in netto aumento negli ultimi anni.

LE PIANTE INTRAPPOLATE - Le piante in decomposizione sono quelle intrappolate in enormi spessori di terreno ghiacciato in diverse regioni circumpolari come Canada, Siberia, Groenlandia, dove l’aumento delle temperature medie, sta portando al progressivo scioglimento dei ghiacci permanenti. Associati a questi antichi depositi di materia organica vegetale, ci sono anche enormi bolle di metano che stanno passando velocemente dal suolo all’atmosfera. «Il metano è un potente gas serra, ventuno volte più efficace dell’anidride carbonica, anche se la sua presenza in atmosfera è meno abbondante –spiega Ron Prinn, professore al Massachusetts Institute of Technology e il capofila dei ricercatori-. La brutta notizia sta nel fatto che dopo diversi anni in cui la sua concentrazione atmosferica si era stabilizzata, dal 2006 ha ricominciato a crescere. Dal giugno 2006 all’ottobre 2007 abbiamo misurato un’aggiunta di 28 milioni di tonnellate su un totale di 5,5 miliardi di tonnellate che è la stima della quantità totale di metano oggi presente in atmosfera». E’ chiaro, aggiunge Prinn, che questo è solo un indizio, non è detto che il flusso di metano continui a questo ritmo, ma se dovesse andare avanti si tradurrà in un notevole aggravamento dell’effetto serra. Non è la prima volta che il metano procura grattacapi agli scienziati del clima. Già tre anni fa, un gruppo di scienziati italiani dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia coordinati dal geologo Giuseppe Etiope aveva scoperto che nell’inventario dei gas serra compilato dall’Ipcc era stato omesso un contributo di circa 50 milioni di tonnellate l’anno di metano di origine geologica, proveniente per esempio, da fenditure e bocche vulcaniche, corrispondente a circa 1/7 del contributo antropico.

SCHERMI DI COMPUTER - L’altro imputato è il trifluoruro di azoto, un gas serra in tracce talmente piccole in atmosfera che finora non era stato preso nemmeno in considerazione. Tuttavia, negli ultimi anni, il suo impiego nell’industria che produce gli schermi a cristalli liquidi di computer e altri apparecchi multimediali sta aumentando considerevolmente, tanto che ora si parla di includerlo nel cosiddetto paniere dei gas serra da ridurre. Tanto più che la molecola del trifluoruro di azoto ha un potere riscaldante valutato 17 mila volte maggiore dell’anidride carbonica: quindi ne basta poco per produrre un grande effetto. Trovare un sostituto del trifluoruro di azoto innocuo per l’atmosfera non dovrebbe costituire un gran problema per l’industria chimica. Il vero guaio sarà se si libera il metano attualmente conservato in quel freezer naturale che è il Polo Nord.


07/10/2008

«Un asteroide ci sta cadendo addosso»

«Un asteroide ci sta cadendo addosso»

L'impatto è previsto poco prima dell'alba di martedì: «nessun pericolo». “8TA9D69” questo è il nome scientifico dato all'asteroide ha un diametro di 4 metri. Colpirà l'atmosfera sopra il Sudan e si disintegrerà in piccoli frammenti

 

(Epa)
 
Martedì, nelle primissime ore del mattino tra le 4 e le 5, il piccolo asteroide “8TA9D69” del diametro di circa quattro metri colpirà la Terra. «Data la sua dimensione non rappresenta un pericolo» precisa Andrea Milani dell’Università di Pisa, grande specialista nell’osservazione dei piccoli corpi che circolano nel sistema solare e, in particolare, che si avvicinano al nostro pianeta. «Questa è la prima volta che riusciamo a identificare un oggetto cosmico che sta cadendoci addosso», aggiunge lo scienziato che fa parte della rete di osservazione internazionale.

COLPIRA' L'ATMOSFERA SOPRA IL SUDAN - Il minuscolo asteroide colpirà l’atmosfera sopra il Sudan e l’impatto lo sbriciolerà in tanti pezzi generando una scia di fuoco e un sicuro spettacolo. «Alla superficie dovrebbero giungere soltanto piccoli frammenti di alcuni centimetri» precisa Milani. Tuttavia quando esploderà per l’impatto libererà – secondo i calcoli - un’energia di circa un chiloton, una minibomba atomica. Il minuscolo corpo celeste era stato avvistato nelle prime ore di lunedì dagli osservatori in Arizona e in Australia. Durante tutta la giornata è stato seguito e solo in serata si è potuto determinare che stava precipitando sul nostro pianeta. La comunicazione poi è passata al centro di coordinamento di Harvard (Usa) che l’ha poi diffusa agli altri centri di osservazione sparsi nei continenti. Tra gli scienziati italiani inseguitori c’è Andrea Boattini. Corpi di tali dimensioni cadono con la frequenza di qualche anno, stimano gli studiosi. Il Dipartimento di Stato americano ha avvisato dell’evento incombente il governo dell’Arabia Saudita precisando che non esiste alcun rischio. Importante è in questa circostanza l’essere riusciti a identificare il debolissimo oggetto in arrivo, a determinarne le caratteristiche e a diffondere l’informazione con rapidità. Ricordiamo che proprio cento anni fa, nel 1908, un asteroide circa dieci volte più grande, cadde a Tunguska, in Siberia, distruggendo una vasta area. E i segni sono rintracciabili ancora oggi.

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26/05/2012

La «terra nera» degli indios ci salverà dall’effetto serra?

La «terra nera» degli indios ci salverà dall’effetto serra?

 

Un’antica pratica precolombiana per inghiottire l'anidride carbonica. Sperimentata anche in Italia all’Istituto di biometeorologia del CNR con promettenti risultati

 

 

La terra preta de los indios (www.yesmagazine.org)
La terra preta de los indios (www.yesmagazine.org)

ROMA - Sarà la riproposizione, in chiave moderna, di un’antica tecnica agricola precolombiana a salvare il pianeta dall’effetto serra? L’ipotesi è suggestiva ma non peregrina: ci stanno lavorando in diversi centri di ricerca scientifica in tutto il mondo, compreso l’Istituto di biometeorologia del CNR (Ibimet) di Firenze, dove un’equipe di studiosi coordinata dal dottor Franco Miglietta ha ottenuto già risultati molto incoraggianti.

LA SCOPERTA - Tutto parte dalla scoperta, fatta in Brasile anni fa, che esistono dei terreni caratterizzati da un alto contenuto di materiale carbonioso, fino a 70 volte di più dei suoli circostanti: scaglie scure e friabili, del tutto simili alla carbonella che si adopera per accendere i barbecue. «Sembra che questo carbone sia stato prodotto dalla combustione incompleta di parti vegetali introdotte volontariamente nel terreno dalle popolazioni locali, nel corso di migliaia di anni. Insomma, in alternativa al "taglia e brucia", si praticava il "taglia e carbonifica" a scopo di fertilizzazione», spiega Miglietta. Sennonché, studiandoci sopra e facendo un po’ di calcoli, si è scoperto che l’antica pratica agricola, applicata soprattutto dagli indios della regione amazzonica, non solo renderebbe i terreni più fertili ma, se applicata su vasta scala, farebbe quadrare i conti dell’effetto serra, rimuovendo dall’atmosfera una gran parte della CO2 che vi si è accumulata. «E' noto –aggiunge Miglietta- che le piante assorbono CO2 dall'atmosfera, per poi rilasciarla quando terminano il loro ciclo di vita. Invece, interrandole, la CO2 viene trattenuta nel terreno per migliaia di anni e così si possono ridurre le emissioni di questo inquinante nell'atmosfera».

I VANTAGGI - Ribattezzata col nome di biochar, quella che un tempo si chiamava terra preta de los indios (la terra nera degli indio) è diventata oggetto di studi ed esperimenti. All’Ibimet hanno avviato uno specifico progetto, denominato ITABI (Italian Biochar iniziative) nel corso del quale sono state effettuate verifiche sperimentali su alcuni terreni della Toscana, arrivando alla conclusione che aggiungendo 10 tonnellate per ettaro di biochar, si sottraggono all’atmosfera 30 tonnellate di CO2, aumentando nello stesso tempo la produzione di frumento duro del 15%. «Ma, oltre al sequestro della CO2, i vantaggi sono molteplici», sottolinea Miglietta. «Immettere biochar nel terreno significa innanzitutto sbarazzarsi di residui organici di origine agricola o alimentare che oggi vengono bruciati; poi ridurre l’uso di fertilizzanti; e ancora generare energia grazie ai gas che vengono liberati nel corso della carbonizzazione del biochar interrato».

DA DOVE SI OTTIENE - In termini pratici, il biochar può essere ottenuto a partire da numerosi tipi di residui: scarti di potatura e lavorazione del legno, stocchi di mais, paglia, gusci di noce, pula di riso, ma anche da biomasse appositamente coltivate. Il processo di carbonizzazione si realizza accatastando i residui, ricoprendoli di terra e avviando una lenta combustione in assenza di ossigeno, a temperature di poco superiori a 300 gradi, secondo una tecnica di decomposizione termochimica chiamata pirolisi. A conferma dell’interesse della comunità scientifica internazionale, negli ultimi mesi le pubblicazioni relative al biochar si sono moltiplicate e l’argomento è diventato oggetto di confronto nel corso delle conferenze scientifiche sulla mitigazione dell’effetto serra. Secondo alcuni studiosi, la produzione su larga scala del biochar sarebbe molto più economica e vantaggiosa della sequestrazione geologica della CO2 prodotta dagli impianti energetici.