13/01/2012
Radio Taxi: «A causa di assemblee spontanee non siamo in grado di assicurare il servizio»
Radio Taxi: «A causa di assemblee spontanee non siamo in grado di assicurare il servizio»PROTESTE PER LA LIBERALIZZAZIONE. Questa la risposta chiamando il 3570 venerdì mattina. Manifestazione sotto palazzo Chigi. Alla stazione Termini caricano solo anziani e malati
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19/05/2010
Privacy, il Garante apre istruttoria su Google Street View
Privacy, il Garante apre istruttoria su Google Street ViewL'Autorità vuole verificare "la liceità e la correttezza del trattamento dei dati personali". Sotto accusa le auto che, oltre alle immagini, hanno raccolto anche comunicazioni elettroniche e informazioni relative alla presenza di reti WiFi
Il Garante per la Privacy contro Google. L’Autorità ha avviato un’istruttoria per verificare “la liceità e la correttezza del trattamento dei dati personali effettuato nell’ambito del servizio Street View”. Il procedimento riguarda il territorio italiano ma anche altri Paesi, tra cui la Germania, si starebbero muovendo contro il motore di ricerca. Sotto accusa la raccolta effettuata dalle auto di Street View che, come ha ammesso Google Italia, non ha riguardato solo immagini ma anche dati relativi alla presenza di reti wireless e di apparati di rete radiomobile. Sarebbero stati captati anche frammenti di comunicazioni elettroniche, prevalentemente trasmesse dagli utenti su reti WiFi non protette.
Google dovrà comunicare al Garante la data di inizio della raccolta delle informazioni, con quale modalità e per quale finalità è stata effettuata, per quanto tempo e dove sono conservati i dati. La società dovrà chiarire, inoltre, se ha usato apparecchiature o software particolari e se le informazioni siano accessibili ad altri o se siano state cedute. L’Autorità ha invitato Google a sospendere qualsiasi trattamento dei dati raccolti fino ad una nuova direttiva.
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21/08/2009
«Mr Prezzi sbaglia i conti Gli sms costano 3 cent»
«Mr Prezzi sbaglia i conti Gli sms costano 3 cent»
L’intervista - La replica all’annuncio di nuovi interventi di legge. Parisi (Asstel): dalle Authority interventi coordinati
MILANO — «Un euro e mezzo. Iva inclusa. Sarebbe questa la fattura "cara" che gli italiani pagano ogni mese? Se il Garante per la sorveglianza dei prezzi volesse fare un intervento per ridurre il prezzo massimo da 15 a 13 centesimi il vantaggio per cliente sarebbe di due euro all'anno: un risultato non solo ingiusto, ma anche trascurabile. Se penso a cosa succede nei settori dell'energia elettrica, delle benzine e in quello bancario credo che il Garante si stia concentrando su una pagliuzza e non veda la trave». Dire che il nuovo Mr Prezzi, Roberto Sambuco, ha rovinato le ferie agli operatori telefonici è dire poco.
Dopo l'intervista rilasciata al Corriere in cui anticipava un'indagine sul caro-sms, è scattato un giro di telefonate ferragostane tra i manager del settore. E a parlare per tutti è Stefano Parisi, amministratore delegato di Fastweb ma in questo caso presidente di Asstel, l'associazione del settore.
Quindi voi negate che ci sia un caso sms?
«I dati forniti dal Garante sono il prezzo massimo applicato dagli operatori italiani, gli stessi che vengono utilizzati dagli studi europei e che ci fanno apparire tra i Paesi più cari, quello che non paga quasi nessuno. Tutti i clienti hanno un'offerta voce e sms insieme. È un raffronto che nella verità non ha molto senso. Il prezzo medio è 3 centesimi ».
Il Garante ha messo in discussione la logica dell’offerta per abbattere il costo visto che tende ad escludere i meno «pratici».
«Lo trovo molto grave. Il Garante non può intervenire sulle politiche commerciali affermando che le offerte danneggiano chi non vi aderisce. Allora bisognerebbe criticare anche i "3X2" nei supermercati. Non si può pensare di tornare ai prezzi amministrati. Bisognerebbe conoscere l’esperienza degli ultimi vent’anni: tra quando c'era il Cip, il Comitato interministeriale dei prezzi, e il ruolo che può avere adesso un garante ci passa un’epoca intera. A differenza di altri mercati quello della telefonia è regolato due volte: ex ante tramite l'Agcom che fissa le regole di comportamento ed ex post con l'Antitrust, che interviene qualora ci siano comportamenti che non rispettano quelle regole, come i cartelli».
La differenza per Sambuco è che le due Authority possono solo sanzionare, lui può proporre interventi legislativi al governo.
«Ma non è vero, le autorità definiscono le regole, ed è ovvio che il governo e il parlamento possono intervenire: ma lo ha già fatto Bersani provocando danni gravissimi e incertezza».
Però è stato giusto per i consumatori. Tra le altre cose la Bersani ha cancellato il balzello alla ricarica...
«Asstel ha commentato più volte quel provvedimento che per molti aspetti ha destabilizzato il settore. Investitori stranieri hanno investito in Italia nelle telecomunicazioni, molte società sono quotate e c'è bisogno di chiarezza e stabilita».
Ma guardandola da questo punto di vista non si potrebbe mai intervenire...
«Si può intervenire ma ci vogliono dei processi chiari con le autorità che consultano consumatori e aziende. È quello che sta già facendo Calabrò. Come nella terminazione mobile si prevedono interventi graduali così che i mercati si possano adattare».
Massimo Sideri
Fonte: Corriere della Sera
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08/08/2009
Cellulari e suonerie, i costi nascosti
Cellulari e suonerie, i costi nascosti
Focus Telefoni e servizi. Migliaia di segnalazioni all’Authority Abbonamenti-virus da cinque o venti euro
Nel trabocchetto estivo possono cadere anche persone smaliziate come gli esperti di mass media. Ci è caduto ad esempio Peppino Ortoleva, storico della comunicazione, che segnala la sua disavventura al Corriere della Sera: «Sono stato vittima di una tipica truffa da telefonia cellulare — scrive in una mail —. È un abbonamento da 5 euro settimanali che non ho mai sottoscritto ma che in qualche modo mi è stato inoculato nella sim come un virus, credo attraverso un sms che mi prometteva l’invio di un altro sms, per ricevere il quale dovevo dare l’okay».
Prosegue la lettera: «Avendo un figlio minorenne in giro per il mondo, e immaginando che potesse essere un suo messaggio, ho accettato. Poi però mi sono accorto che in realtà era un servizio di suonerie a pagamento e mi sono rivolto alla Tim chiedendo che venisse disattivato. Cosa che è avvenuta. Tuttavia, quando ho fatto notare che la società di servizi mi aveva acceso un abbonamento senza che ne fossi praticamente consapevole, al call center di Tim hanno tagliato corto dicendo che quell’abbonamento, consapevole o no, l’avevo attivato io». «Gli sms di questo tipo—rispondono a Telecom Italia — vengono inviati da Tim solo a clienti che hanno dato consenso al trattamento dei dati personali esprimendo la volontà di ricevere informazioni pubblicitarie legate ai servizi. In alternativa, i messaggi possono essere mandati autonomamente dal content provider a cui il cliente ha rilasciato il consenso in altri ambiti (per esempio con la navigazione wap e web)».
Ma il punto è che troppo spesso, checché ne dica Telecom, il consenso viene ottenuto in modo subdolo. La segnalazione di Peppino Ortoleva è una delle migliaia che arrivano sui tavoli dell’Authority per le Comunicazioni, l’Agcom, o vengono inviate alle organizzazioni dei consumatori. La sola Autorità presieduta da Corrado Calabrò ogni anno ne riceve 40mila e di queste una su cinque riguarda l’attivazione di servizi non richiesti, tra i quali abbonamenti a loghi e suonerie da parte di cosiddetti content provider. Malgrado la multa di un milione di euro data ai quattro operatori mobili (Tim, Vodafone, Wind e 3) dieci mesi fa dall’Antitrust, l’affare dei «servizi a sovrapprezzo» prospera più che mai, favorito dal relax agostano. Anche perché molti non sanno che per disattivare il servizio basta una telefonata al proprio operatore. «Se il content provider non dà seguito alla richiesta di disattivazione—dice Telecom Italia — abbiamo introdotto una procedura di controllo che gli assegna un codice autorizzativo per ogni cliente e per ciascun servizio richiesto. In questo modo, su richiesta, il 119 di Telecom Italia può intervenire direttamente, bloccando il codice autorizzativo e stoppando definitivamente l’invio di messaggi da parte del content provider».
Ma come scatta la trappola dell’abbonamento- virus? Il meccanismo è diabolicamente banale. Il più delle volte bastano una visita a un sito di musica, un clic distratto per ascoltare un brano, la non lettura di una clausola microscopica, l’invio del proprio numero di cellulare o di un sms con un certo testo a un certo numero e ci si ritrova — senza saperlo — a pagare fino a 20 euro al mese per ricevere settimanalmente una suoneria, com’è capitato a un altro lettore finito per caso nel sito di Flycell. Ai danni dell’utente congiurano gli spot televisivi quando promettono loghi e suonerie in regalo, inducendo lo spettatore disattento a pensare che si tratti di servizi gratuiti. «Spesso—dicono all’Agcom — ci imbattiamo in autentici esempi di pubblicità ingannevole». Se le cose stanno così è anche perché il quadro delle responsabilità di controllo non è chiaro.
Con il decreto Landolfi del 2006, i servizi a sovrapprezzo sono regolati dal sottosegretariato alle Comunicazioni, che oggi fa parte del ministero dello Sviluppo economico. Mentre numerazione e normativa «a tutela dell’utenza » competono all’Agcom. Il che crea non poca confusione. Il risultato di questo garbuglio di poteri è che non si riescono a definire—almeno per la vendita in abbonamento di news, loghi e suonerie — regole più stringenti sull’attivazione dei servizi. Le misure più efficaci — imposte dall’Agcom o adottate in autodisciplina — riguardano infatti il momento successivo, quello in cui il servizio è già stato attivato. Si tratta di misure quali appunto la disattivazione del servizio a richiesta oppure l’invio periodico di messaggi che ricordano all’utente i costi dell’abbonamento in corso e le modalità di recesso. Tra i content provider c’è chi ha scelto di «autodisciplinarsi»: Buongiorno, Dada, David 2, Neomobile e M-Platform si sono date un codice di comportamento che riguarda la trasparenza commerciale. Alcune ad esempio mandano al cliente un messaggino di benvenuto nel quale gli ricordano che «sta pagando» un certo servizio.
Altre gli inviano un estratto conto a fine mese. Più che da spinta etica assoluta, sono mosse dal desiderio di migliorare la propria reputazione relativa, distinguendosi dai marchi più opachi, con vantaggi in termini di credibilità e di quote dimercato. Ma, quale che sia la spinta, l’utente ne riceve comunque un beneficio. Legittimo dunque chiedersi perché l’Agcom non abbia ancora reso obbligatorio per tutti questo codice di comportamento oggi adottato solo da pochi. Tra queste aziende un caso a parte è Dada, controllata da Rcs, che da due anni non vende più le suonerie ed è invece attiva soprattutto nel campo della musica via Internet, in particolare con il download di canzoni a prezzi convenienti. Un altro non chiarissimo confine di responsabilità è quello che separa l’operatore mobile e l’azienda che fornisce il contenuto del servizio. Una cosa è sicura: entrambi ci guadagnano.
Fino ad oggi e per molto tempo gli operatori hanno cercato di prendersi i vantaggi rifiutando le responsabilità. Ma Agcom e Antitrust non hanno mai accettato questa logica, come dimostra il fatto che le multe le hanno date a loro, non a chi offre i contenuti; e gli operatori, a loro volta, si sono rifatti sui content provider. Anzi, oggi chi vuol offrire servizi attraverso gli operatori mobili deve sottoscrivere un codice in cui si impegna a rispettare certe regole. Manca però — lo ripetiamo — la regola più importante, quella che dovrebbe imporre procedure chiare nell’attivazione degli abbonamenti. Come spiega il caso citato all’inizio, le modalità di «acquisizione del cliente» sono ancora piuttosto furbastre, per non dire di peggio.
Edoardo Segantini
Fonte Corriere della Sera
16:19 Scritto in telefonia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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