12/04/2010

Una licenza in Italia? Servono 257 giorni

Una licenza in Italia? Servono 257 giorni

La Confartigianato e i permessi per gli edifici industriali. L'Italia dei ritardi costa 1,8 miliardi di danni l'anno: siamo al posto numero 143 sulla classifica di 181 nazioni

 

ROMA - Sportelli unici, pratiche in ventiquattr'ore... Sogno e promessa di tanti governi. Perché l’Italia è il Paese in cui per poter costruire un magazzino o un piccolo capannone industriale sono necessari in media 257 giorni a causa di procedure fra le più lunghe e complicate del mondo occidentale che collocano l’Italia al 143° posto su 181 Paesi. Negli Stati Uniti, per esempio, le autorizzazioni per tirare su un magazzino si ottengono mediamente in 40 giorni. I ritardi costano in termini di mancato fatturato 1 miliardo 811 milioni di euro l’anno. «Quando torneremo al governo dovremo fare una guerra contro la burocrazia» aveva annunciato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi pochi giorni prima delle vittoriose elezioni politiche del 2008. Dichiarazione bellica ribadita dal premier a ridosso delle regionali di due settimane fa. Con queste parole: «La sburocratizzazione è uno degli impegni presi da tutti i candidati del centrodestra alle regionali. Uno degli obiettivi è consentire a un cittadino che voglia fare imprenditoria di mettere su la sua impresa in 24 ore».

Promesse non diverse da quelle del precedente governo di centrosinistra. Basta ricordare cosa disse Romano Prodi nella conferenza stampa del 28 dicembre 2006, quando indicò fra gli obiettivi del suo esecutivo quello di consentire la possibilità di «aprire un’impresa in un giorno semplificando le procedure burocratiche». Un’impresa in un giorno, «con un solo adempimento da fare in un solo ufficio», aveva rilanciato due anni fa il candidato premier del Pd Walter Veltroni. Sportelli unici, pratiche in ventiquattr’ore... Peccato che quella «guerra di liberazione delle imprese», che il Cavaliere aveva auspicato fin dalla sua «discesa in campo», nel ’94, l’Italia non l’abbia mai dichiarata davvero. Siamo infatti nel Paese dove le imprese per il pagamento di una fattura della pubblica amministrazione arrivano ad aspettare anche 600 giorni e dove per poter costruire un magazzino o un piccolo capannone industriale sono necessari in media 257 giorni a causa di procedure fra le più lunghe e complicate del mondo occidentale. Quest’ultima stima è della Confartigianato, che ha elaborato dati di Doing business 2010, la classifica della libertà economica che viene stilata ogni anno dalle strutture della Banca mondiale.

I 257 giorni necessari per ottenere tutti i permessi burocratici collocano l’Italia al poco invidiabile 143° posto su 181 Paesi, dietro tutti i nostri principali concorrenti. Alcuni paragoni sono decisamente avvilenti. Per esempio con gli Stati Uniti, dove le autorizzazioni per tirare su un magazzino si ottengono mediamente in quaranta giorni, anziché in otto mesi e mezzo come da noi. E tutto questo nonostante il numero dei passaggi burocratici sia superiore: 19 negli Usa contro 14 in Italia. Ma anche con il Regno Unito, dove bastano 95 giorni, oppure la Germania, trentesima nella classifica di Doing business 2010 con 100 giorni, o la Francia: 137 giorni. Ad avere tutti i via libera per costruire un magazzino si fa prima anche in Spagna, dove pure la burocrazia non è rapidissima (233 giorni). La differenza rispetto alla media dell’Ocse è di ben 100 giorni: 257 in Italia, 157 per i Paesi considerati più sviluppati. Ritardo, quello italiano, niente affatto gratis: ancora secondo la Confartigianato il costo che le imprese sopportano in termini di mancato fatturato raggiunge 1 miliardo 811 milioni di euro l’anno.

Per ciascuna nuova costruzione, ha calcolato l’organizzazione degli artigiani, la perdita è di 184.325 euro. In termini di occupazione, è come se ogni anno non venissero impiegate 10.420 persone. Chi ci rimette di più è il Nord, dove i ritardi dei tempi di costruzione imputabili alla burocrazia incidono per 880 milioni, contro i 284,6 del Centro e i 646,4 milioni del Sud. La Lombardia è la regione maggiormente danneggiata, con una perdita di 275 milioni l’anno, seguita dal Veneto, con 157 milioni, dall’Emilia-Romagna e dal Piemonte con 150, dalla Campania con 149 e dalla Sicilia con 140. C’è poi la Puglia, con 116 milioni, la Toscana (94) e il Lazio (93). Perfino il piccolissimo Molise, con i suoi 320 mila abitanti, perderebbe quasi 19 milioni di euro l’anno. Ma questo soltanto per la costruzione di un piccolo capannone o di un magazzino. Perché il costo complessivo della burocrazia per le nostre imprese è molto maggiore. La stessa Confartigianato lo ha quantificato in 15 miliardi di euro l’anno. Ovvero, poco meno di un punto di Pil.

Secondo un recente studio dell’organizzazione un sistema burocratico in linea con la media europea consentirebbe di aumentare la produttività del 6%. E scusate se è poco: negli ultimi 10 anni, secondo Eurostat, la produttività in Italia è cresciuta di appena l’1%. Dice sempre la Confartigianato che per aprire un’officina meccanica sono necessarie 76 pratiche burocratiche, mentre per un’impresa edile ne servono 73, per un ristorante 71, per una lavanderia 68, per un negozio di alimentari 58. Per non parlare dei costi. Sempre un rapporto di Doing business quantificava qualche anno fa in 5.012 euro la somma occorrente per avviare in Italia una qualunque attività economica, oltre a una trafila di 62 giorni di pratiche burocratiche. Negli Usa, invece, bastano 167 euro e tutto si esaurisce in quattro giorni. Come nel Regno Unito, dove però tutto costa un tantino di più: 381 euro, tredici volte meno che in Italia. Dove ancora stiamo aspettando il miracolo dell’impresa in un giorno.

 

 

Sergio Rizzo


08/04/2010

Istat: i redditi delle famiglie mai così male dagli anni '90

Istat: i redditi delle famiglie mai così male dagli anni '90

Il dato peggiore da quando sono a disposizione le serie storiche. Il calo nel 2009, in valori correnti, è stato del 2,8% rispetto all'anno precedente

 

(Fotogramma)
(Fotogramma)

Cala ancora il reddito disponibile della famiglie italiane. Nell'ultimo trimestre del 2009, in valori correnti, è diminuito del 2,8 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008, mentre la spesa delle famiglie si è ridotta dell'1,9 per cento. Lo comunica l'Istat, spiegando che si tratta della riduzione più significativa a partire dagli anni '90, da quando sono a disposizione le serie storiche. Inoltre, il potere di acquisto delle famiglie (cioè il reddito disponibile delle famiglie in termini reali) è diminuito dello 0,2 per cento rispetto al trimestre precedente e del 2,6 per cento rispetto a quello corrispondente del 2008. PROFITTI - Scende anche la quota di profitto delle società non finanziarie: nel 2009 - sempre secondo i dati resi noti dall'Istat - il calo è stato dell'1,8% rispetto al 2008. Anche in questo caso si tratta del livello più basso a partire dagli anni '90. Il calo deriva da una diminuzione del risultato lordo di gestione del 9,5% e da un calo del valore aggiunto del 5,4%.

Redazione online


31/03/2010

Contribuenti: metà dichiara meno di 15 mila euro, solo l'1% oltre 100 mila

Contribuenti: metà dichiara meno di 15 mila euro, solo l'1% oltre 100 mila

 

Dati si riferiscono ai redditi relativi al 2008. Pensionati: meno di 14 mila euro. Il reddito medio degli italiani è di 18.873 euro: 800 euro in più per i dipendenti, 38.900 per i lavoratori autonomi

 

ROMA - Circa la metà dei contribuenti italiani dichiara un reddito minore di 15 mila euro all'anno e i due terzi non superano i 20 mila euro. Mentre 418 mila persone (meno dell'uno per cento della popolazione italiana) hanno dichiarato un reddito superiore a 100 mila euro, ma solo coloro che versano il 18% del totale dell'imposta. Il 52% del totale dell’imposta è pagato invece dal 13% dei contribuenti con redditi oltre i 35 mila euro. I dati, anticipati qualche settimana fa dal Corriere della Sera, risultano dalle dichiarazioni fiscali presentate nel 2009 e relative al 2008 diffuse dal dipartimento delle finanze del ministero del Tesoro.

REDDITI - In base all'analisi «il reddito complessivo medio si attesta a un valore di 18.873 euro per un'imposta netta media di 4.700 euro», dice la nota del ministero. «Il reddito medio da lavoro dipendente è pari a 19.640 euro (+1,9% rispetto all'anno precedente), quello da pensione a 13.940 euro (+3,7%), quello da partecipazione a 17.350 euro (-2,4%). I redditi d'impresa e da lavoro autonomo si attestano rispettivamente a 18.140 euro e a 38.890 euro», specifica il Tesoro. Su base regionale, la Lombardia conferma il primato per il reddito complessivo medio (pari a 22.540 euro). All'estremo opposto si trova la Calabria con 13.470 euro. La quota complessiva di redditi da lavoro dipendente e pensione ha raggiunto l'80,3% del totale. Seguono i redditi da partecipazione (5,0% del totale), d'impresa (4,2%) e da lavoro autonomo (4%). «L'aumento della quota dei redditi da lavoro dipendente e pensione deriva anche dall'introduzione del regime dei contribuenti minimi, i cui redditi vengono così esclusi dal computo dell'Irpef», spiega il Tesoro. I circa 506 mila contribuenti minimi hanno dichiarato un reddito medio di 8.840 euro per un'imposta sostitutiva netta media di 1.770 euro. Le società di capitali, pur rappresentando solo un quinto dei contribuenti, dichiarano l'83% del volume d'affari e il 74% dell'imposta.

IVA - L'introduzione del regime dei contribuenti minimi ha comportato un calo del numero delle dichiarazioni Iva in raffronto al 2007 (-7,7%, pari a 5,259 milioni): di queste, il 60,7% proviene da persone fisiche, il resto da società ed enti. Tuttavia, il volume d'affari totale mostra un leggero aumento +0,6% (3.390 miliardi euro;), mentre l'Iva di competenza cala dell'1,5% (78,675 miliardi di euro). Fortissima risulta la concentrazione dell'Iva: poco più dell'1% dei contribuenti dichiara il 70% del volume d'affari e il 64% dell'imposta. L'analisi settoriale denota il primato del settore del commercio per numero di contribuenti (25%) e imposta dichiarata (34,8%), mentre il settore manifatturiero primeggia per volume d'affari (30,4%). Nelle regioni settentrionali risiede circa la metà dei contribuenti, che dichiara circa il 62% del volume d'affari e dell'Iva di competenza.


09/03/2009

Torino, scontri all'Università tra autonomi e forze dell'ordine

Torino, scontri all'Università tra autonomi e forze dell'ordine

 

Il Collettivo universitario protesta contro il banchetto del fuan. Lanci di uova e fumogeni: la polizia è costretta a intervenire. Tensione a Palazzo Nuovo

(Infophoto)

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TORINO - Scontri a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell'Università di Torino, dove un gruppo di studenti antifascisti e del Collettivo universitario autonomo ha protestato con un presidio contro la presenza di un banchetto di giovani appartenenti al Fuan, che stanno raccogliendo firme per le elezioni universitarie. Per tutta la mattina gli autonomi hanno lanciato slogan come «fuori i fascisti dall'Università».

(Olycom)

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(Infophoto)

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CARICA - Nell'atrio di Palazzo Nuovo, la polizia è intervenuta impedendo che i gruppi entrassero in contatto. In seguito a un lancio di uova e fumogeni, c'è stata una carica delle forze dell'ordine per respingere indietro il gruppo antifascista. Gli scontri sono poi proseguiti dopo l'esplosione di un grosso petardo. Tre giovani sono stati fermati e quattro agenti in borghese della Digos sono rimasti feriti, uno dei quali alla testa. Lasciato Palazzo Nuovo, gli autonomi del Collettivo universitario hanno occupato il salone d'onore del Rettorato in attesa di potere avere un incontro con il Rettore nel pomeriggio.

(Emmevi)

(Emmevi)

(Olycom)

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