18/08/2010

Scuola, lo sponsor paga il restauro Il primo "contratto" a Milano

Scuola, lo sponsor paga il restauro Il primo "contratto" a Milano

In cambio una targa con il nome dell'azienda. L'assessore all'Istruzione: "I fondi ci sono ma ci impediscono di spenderli. Ben vengano i privati"

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02/11/2008

Università, i conti in rosso

Università, i conti in rosso

Gli atenei indebitati con le banche sono 41. Il 90% delle entrate speso per il personale

 

 

 

Protesta all'Università di Napoli (Emmevi)
Protesta all'Università di Napoli

Sempre più indebitate e con la prospettiva di avere sempre meno soldi per far fronte agli impegni presi. Sono le università italiane alle soglie di una stagione di sacrifici. A partire dal 2010 la legge 133 ridurrà di 1.500 milioni i finanziamenti che tengono in vita la didattica nelle aule accademiche. E se i soldi diminuiscono, crescono i debiti. Da una ricerca del Miur è emerso che le esposizioni bancarie degli atenei aumentano costantemente, con alcuni picchi preoccupanti.

Ci sono università indebitate fino ad un quinto dei fondi ricevuti dal governo, e difficilmente potranno far fronte agli impegni presi con il drastico ridimensionamento dei trasferimenti statali previsto per i prossimi anni.

Gli ultimi stanziamenti ammontano a 7.119 milioni di euro, l’1,5 per cento in più rispetto all’anno precedente, e in futuro, per la prima volta da quando c’è l'autonomia, il trend di crescita sarà negativo. Nel 2009 il fondo conterrà 63 milioni in meno, ma il calo nel 2010 toccherà quota 661 milioni, ovvero più del 10 per cento in meno.

I tagli hanno scatenato la protesta degli atenei, eppure su un punto governo e rettori sono d’accordo: bisogna intervenire per evitare il tracollo. «Corriamo il rischio di non poter pagare neppure le retribuzioni del personale», ha spiegato la Crui, la conferenza dei rettori.

Proprio questo è il cuore del problema. Secondo le ultime stime, le spese per gli stipendi di docenti e dipendenti tecnici o amministrativi pesano per 6,3 miliardi di euro, ovvero l’89 per cento del fondo di funzionamento ordinario (Ffo) stanziato dallo Stato. L’anno scorso erano all’85,1. Il governo, con in testa il ministro Mariastella Gelmini, intende ridurre i costi, e contrattacca su sprechi e bilanci prossimi al dissesto di alcuni atenei: «Dobbiamo dotarci di un sistema efficace per evitare che risorse distribuite a pioggia vengano dilapidate». Il ministro ha ricordato che in Italia sono attivi 5.500 corsi di laurea, 37 dei quali attivi con un solo studente, 327 facoltà che non superano i 15 iscritti, 320 sedi distaccate per 94 atenei (troppi per il ministro). «Eppure — ha aggiunto — produciamo meno laureati del Cile e non c’è un solo ateneo italiano tra i primi 150 al mondo».

I rettori confutano parte di questi dati, ma anche per il mondo accademico è necessaria una riforma: «Un’autocritica è necessaria — ammette Enrico Decleva, presidente Crui — e siamo consapevoli che si debbano spendere meglio le risorse. Ma per quanto sia possibile ridurre e tagliare, come si fa a lavorare ritrovandosi da un anno all’altro con 700 milioni in meno?».

Sul crinale del dialogo si muove anche il gruppo Aquis, composto dai tredici rettori degli atenei «virtuosi», quelli cioè con i conti in regola, pronti a «spendere meglio le risorse di cui dispongono a patto che il governo abbandoni la politica della mannaia ».

«Bisogna lavorare sui costi del personale», propone Gilberto Muraro, docente di Scienze delle Finanze a Padova, che durante il governo Prodi guidava una commissione istituita proprio per risanare le finanze delle università: «La legge fissa un tetto: chi spende oltre il 90 per cento dei fondi di funzionamento per stipendi e costi fissi incorre in sanzioni. Cominciamo a rispettarlo». Nel 2007 sono state, conti «puri» alla mano, 26 le università fuorilegge da questo punto vista. Che si riducono a sei (Napoli L’Orientale, Pisa, Firenze, Trieste, Cassino e Bari) grazie alla «correzione» prevista dalla legge 31 del 2008.

Come se non bastassero le spese di gestione, ci sono anche le banche con cui fare i conti. Secondo i datiMiur, le università indebitate sono 41. E in qualche caso è già scattato il campanello d’allarme. Ad esempio per L’Orientale di Napoli, ateneo da 10 mila studenti, che ha acquistato una nuova sede da 30 milioni di euro rilevando dall’Italgrani un enorme palazzo al centro della città. Qui l’esposizione è pari al 21,7 per cento dei fondi di funzionamento incassati nel 2006.

Siena, dove è stato recentemente scoperta una voragine nei conti, è invece oberata da debiti per 93 milioni di euro. E non se la passano meglio a Firenze, dove per pagare le rate dei mutui, e contemporaneamente far quadrare i bilanci in disavanzo per oltre 22 milioni, hanno messo in vendita i gioielli di famiglia: le storiche ville Favard e Montalve.

Ma non solo chi ha difficoltà di cassa ricorre al credito. Anche il «virtuoso» Politecnico di Milano, uno degli atenei con il miglior rendimento economico (qui le spese del personale coprono solo il 66 per cento dei 191 milioni stanziati), ha contratto debiti per quasi il 10 per cento delle proprie entrate governative. «Abbiamo risorse e piani di rientro, ricorrere al credito non è sbagliato a prescindere », spiega il prorettore Giovanni Azzone. «Ma se il governo deciderà di ripartire i sacrifici imposti dalla legge Tremonti in modo generalizzato, ignorando chi ha saputo contenere le spese, anche noi ci troveremo in difficoltà», aggiunge.

Nella graduatoria degli indebitati figurano poi università come il Piemonte Orientale, le siciliane Messina e Palermo, e la Statale di Milano, il cui 7,65 per cento di indebitamento va però tarato sui 272 milioni incassati nel 2006.

Visto il clima infuocato, è difficile immaginare che il governo possa dare una mano con le rate in scadenza. «Le università si sono indebitate — spiega il sottosegretario Giuseppe Pizza — perché spendono più di quanto ricevono. Non è possibile accollare allo Stato errori di gestione o di progettualità».

Non resta che intaccare i patrimoni immobiliari. Per il futuro, però, gli esperti propongono l’introduzione di una norma che fissi dei limiti anche per le esposizioni bancarie degli atenei: «Sull’argomento manca una legge — conferma Muraro — ma va detto che alcuni atenei hanno sbagliato in buona fede. Forse prevedevano per il futuro che il governo continuasse ad aumentare i trasferimenti finanziari. E del resto chi poteva immaginare che invece di incrementare i già magri finanziamenti, il nuovo governo li avrebbe tagliati?».


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01/11/2008

L'ateneo sotto inchiesta pensa all'arredo: a Messina un quadro da 80mila euro

L'ateneo sotto inchiesta pensa all'arredo: a Messina un quadro da 80mila euro

L'università lancia un bando per trovare un artista che raffiguri il terremoto del 1908

 

 

Non è vero che non ci sono soldi per la ricerca. L'Università di Messina, ad esempio, una ricerca la sta facendo: cerca un pittore che per 80mila euro dipinga un quadro per l'Aula Magna di ingegneria. Direte: ma come, una spesa così insensata in questi tempi di vacche magre? Esatto. Dicono sia in-dis-pen-sa-bi-le. Certo, per arredare la parete della grande sala non potevano scegliere momento peggiore. Da una parte, infatti, divampa la polemica sui tagli decisi da Mariastella Gelmini, denunciati come la scelta scellerata di lesinare la goccia d'acqua agli assetati dalle gole riarse. Dall'altra il rettore dell'Ateneo, Francesco Tomasello, è stato appena rinviato a giudizio con la moglie Melitta Grasso (lei pure dirigente dell'Università) e altri 25 professori, ricercatori e funzionari vari (altri sette imputati hanno chiesto il rito abbreviato) per due scandali.

Il primo: la gestione assai «controversa», diciamo così, di tre milioni di euro di fondi regionali destinati alla ricerca di un progetto scientifico «Lipin». Il secondo: un concorso taroccato. Scoppiato quando un docente aveva denunciato di aver subito pressioni per addomesticare la gara per un posto di professore associato che doveva a tutti i costi andare a Francesco Macrì, figlio dell'allora preside di Veterinaria Battesimo Consolato Macrì, che nelle intercettazioni viene chiamato «BatMac». Non bastasse, proprio in questi giorni L'Espresso ha rivelato che la moglie del rettore, il quale l'anno scorso era stato sospeso per due mesi dalla carica nell'ambito di una «inchiesta su delitti, appalti e clan», sarebbe al centro di un'altra indagine sulla fornitura di pasti del Policlinico e la gestione dei servizi di vigilanza. Servizi che oggi, grazie all'intervento del commissario straordinario, costano 300mila euro ma prima della svolta erano stati assegnati alla società «Il Detective» (unica partecipante alla gara d'appalto!) per un milione e 770mila: sei volte di più.

Non bastasse ancora, la città peloritana è scossa da «boatos» secondo i quali ognuno degli 86 nuovi posti all'Università, banditi con 75 concorsi, sarebbe stato «cucito come un vestitino» addosso a 86 prescelti. Sia chiaro: l'ateneo messinese non è l'unico a spendere i soldi in maniera «bizzarra» dando ragione ai rettori più seri che inutilmente invocano da anni che la distribuzione dei fondi e più ancora dei tagli non sia fatta così, a casaccio, ma tenga conto delle enormi differenze tra le università sobrie e quelle spendaccione, quelle virtuose e quelle «canaglia».

I casi sconcertanti sono infiniti. Con l'aria che tira in questi anni, ad esempio, era proprio indispensabile all'università di Salerno (dove ogni stanza e ogni bagno del campus è stata tinteggiata con un colore differente) la costruzione del «Chiostro della Pace» di Ettore Sottsass e Enzo Cucchi voluto per offrire ai giovani un luogo «dove riflettere sul senso della vita» e irrispettosamente ribattezzato «il lavandino» per le mattonelle di ceramica blu? È fondamentale, a Bari, mantenere tutt'ora a cura dell'ateneo la darsena del Cus, il centro universitario sportivo, dove fino a ieri decine di docenti ormeggiavano le barche senza tirar fuori un cent? Vi pare possibile che un porticciolo vicino al centro della città sia stato fino all'arrivo del nuovo rettore offerto per 16 anni ai baroni senza che nessuno si ricordasse di chieder loro di pagare la quota («omaggi a personalità influenti...», ammise il presidente) col risultato che siccome non fu mai mandata una richiesta è oggi impossibile pretendere gli arretrati? Chi li restituirà, i tre o quattrocentomila euro di crediti mai riscossi? E l'ex rettore di Teramo Luciano Russi, poi trasferitosi a Roma, doveva proprio spendere 93mila euro per comprare una Mercedes S320 con tivù al plasma anteriore e posteriore, fax, business consolle e «sound system Bose» e 303mila per rifare l'arredamento del suo ufficio?

Certe voci resteranno indimenticabili: 54.391 euro per «librerie e boiserie in noce massello con appliques alle quattro pareti», 8.448 per «due divani in pelle modello Chesterfield tre posti», 6.500 per «tappeto Isphahan lana/seta»... Come poteva, con quelle spese, trovare altri soldi per la ricerca? E come possono accettare, i rettori «risparmiosi» attenti al centesimo, di essere messi sullo stesso piano, nei tagli, di chi ha speso 33.259 euro (quanto guadagnano in un anno tre dei precari pisani che hanno messo a punto un supertelescopio messo in orbita dalla Nasa) per «rivestimento soffitto in noce massello cassonato»? Ma torniamo a Messina. Dove lo stesso bando di concorso per «la scelta, l'esecuzione e l'acquisto» del quadro da 80mila euro è un capolavoro. Dopo avere precisato che «l'opera dovrà essere ispirata al tragico evento del terremoto di Messina» e «andrà collocata nell'Aula Magna della Facoltà di Ingegneria, sulla parete cattedra di m. 7,50x3,30 e sulle due pareti contigue, ciascuna di m. 2,00 circa x 3,30», il documento precisa infatti che «al concorso possono partecipare tutti gli artisti italiani e stranieri in possesso della residenza o del domicilio in Italia, che godano dei diritti civili e politici nello Stato di appartenenza».

Insomma, se c'è un Picasso o un Gauguin che abbia voglia di cimentarsi, si astenga: la nostra università, oltre ai ricercatori stranieri, non vuole neppure pittori che non siano indigeni. E non è finita. Tra le meravigliose scemenze burocratiche, c'è infatti che «il plico deve essere sigillato con ceralacca e controfirmato sui lembi di chiusura e deve recare all'esterno, oltre all'intestazione del mittente (nome e cognome dell'artista) e all'indirizzo dello stesso, la dicitura "Bando di concorso per la scelta, l'esecuzione e l'acquisto di un'opera d'arte pittorica da collocare nell'Aula Magna della Facoltà di Ingegneria in Contrada Papardo di Messina"». Il plico deve contenere al suo interno la busta con la dicitura «Documentazione» e un contenitore con la dicitura «Bozzetto» entrambi «controfirmati sui lembi di chiusura...». Insomma: viva l'arte e viva gli artisti! Purché burocrati. E ossequiosi del comma 1/ter dell'art.47bis del dpr...


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