29/05/2011

Gioco, gol e fuoriclasse: il Barcellona torna a dominare il calcio europeo

Gioco, gol e fuoriclasse: il Barcellona torna a dominare il calcio europeo

Finalissima di champions league a londra. Nella finale di Wembley battuto il Manchester United 3-1. Primo tempo in parità, poi Messi rompe l'equilibrio

Continua...


21/07/2010

Balena piomba su una barca in Sudafrica. Salvi i due a bordo

Balena piomba su una barca in Sudafrica. Salvi i due a bordo

Spettacolare incidente davanti alle coste di Table Bay, a Città del Capo. Ora le autorità indagando per capire se l'imbarcazione si era tenuta ad almeno 300 metri di distanza dal cetaceo

 

Il salto della balena
Il salto della balena

CITTA' DEL CAPO (SUDAFRICA) - «Per fortuna siamo ancora vivi», è il commento dei due velisti Ralph Mothes, 59 anni, e della sua compagna Paloma Werner, 50. Il fine settimana scorso la coppia si trovava sul loro yacht davanti alle coste di Table Bay, a Città del Capo, quando d'improvviso dall'acqua è sbucata una balena di almeno 14 metri di lunghezza. Il cetaceo si è lanciato sulla barca a motore distruggendola e mancando di poco gli occupanti. I due istruttori dell'accademia di vela di Cape Town erano usciti in mare sulla loro barca di una decina di metri per una tranquilla gita domenicale, raccontano al quotidiano sudafricano Independent. «Abbiamo visto questa balena nuotare intorno alla nostra imbarcazione per circa mezz'ora quando di colpo si è avvicinata e ci è piombata addosso».

La barca vela dopo lo scontro
La barca vela dopo lo scontro

SCAFO IN ACCIAIO - Il cetaceo, un giovane esemplare di balena australe, è letteralmente volato sulla barca distruggendo l'albero prima di atterrare in acqua e allontanarsi in mare. «Grazie a Dio lo scafo era in acciaio, se fosse stato in vetroresina sarebbe affondato e saremmo stati rovinati», hanno spiegato. L'imbarcazione infatti non ha subito danni strutturali. Un turista che si trovava su un'imbarcazione di passaggio è riuscito a catturare l'incredibile sequenza dell'incidente.
INCHIESTA DELLE AUTORITA' LOCALI -
Intanto però le autorità locali stanno indagando se per caso la balena non sia stata provocata dalla coppia di velisti. In questo periodo dell'anno sono numerose infatti le balene a largo della costa occidentale di Città del Capo, raggiunta dai cetacei per riprodursi. E, stando alle locali disposizioni di legge, le barche devono tenersi almeno a 300 metri di distanza da loro. Elmar Burchia


04/05/2010

Truffa ai danni dello Stato, indagato l'editore Ciarrapico

Truffa ai danni dello Stato, indagato l'editore Ciarrapico

La Finanza gli sequestra immobili, conti e la barca. Il senatore del Pdl è accusato di aver percepito indebitamente contributi pubblici per 20 milioni

 

 

Giuseppe Ciarrapico (Emblema)
Giuseppe Ciarrapico (Emblema)

ROMA - Il senatore del Pdl e imprenditore Giuseppe Ciarrapico è stato indagato dalla Procura di Roma per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. La stessa accusa è contestata al figlio Tullio e ad altre cinque persone, tra cui alcuni collaboratori dell’ex presidente della Roma.

CONTRIBUTI PER 20 MILIONI - Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, dal 2002 al 2006 Ciarrapico avrebbe avuto contributi per l’editoria pari a circa 20 milioni. Medesima cifra è stata posta sotto sequestro dai militari del Nucleo speciale di polizia valutaria di Guardia di finanza.

L'INCHIESTA - I «gravi fatti di fraudolente percezioni di contributi all’editoria - è stato spiegato a piazzale Clodio - per importi complessivi pari a circa 20 milioni di euro dal 2002 al 2007 e per analoghi tentativi susseguitisi fino all’anno in corso, in danno dello Stato - presidenza del Consiglio dei ministri, dipartimento per l’informazione» da parte delle società editrici «Nuova Editoriale Oggi srl» e «Editoriale Ciociaria Oggi srl». Beni sequestrati e affidati a un curatore, che non dovrà comunque interrompere l'attività lavorativa delle due società. «Editoriale Ciociaria Oggi Srl», con sede a Roma, pubblica «Nuovo Oggi Molise» mentre «Nuova Editoriale Oggi Srl» pubblica il giornale di Frosinone «Ciociaria Oggi».

I SEQUESTRI - I militari della Guardia di finanza, nucleo speciale di polizia valutaria, diretti dal colonnello Leandro Cuzzocrea e su disposizione del pm Simona Marazza, responsabile dell’inchiesta, hanno eseguito sequestri preventivi a Roma, Milano e in altre città, di immobili, quote societarie e conti correnti ed una imbarcazione di lusso, che era ormeggiata a Gaeta. Gli accertamenti sono stati coordinati dal procuratore aggiunto della Capitale, Pietro Saviotti.

redazione online


28/12/2009

Usa, l'imbarazzante foto di Jfk in barca con 4 donne nude

Usa, l'imbarazzante foto di Jfk in barca con 4 donne nude

 

L'immagine pubblicata dal sito web Tmz, «L'immagine che avrebbe potuto cambiare la storia». Secondo gli esperti non si tratta di un falso

 

John F. Kennedy Photograph, JFK picture

 

È stropicciata e ingiallita al punto tale da sembrare... vera. Non si sa come il sito di gossip web Tmz sia riuscito a scovare questa foto, che risalirebbe a metà anni '50 e mostra John Kennedy in barca in compagnia di 4 quattro donne nude. Ma di sicuro, come affermano i reporter che l'hanno scovata, se autentica, avrebbe potuto cambiare la storia.

IL VIAGGIO - Il presidente è sdraiato e prende il sole ad occhi chiusi. Ma intorno a lui c'è gran movimento e le signorine sono sveglie: una si sta tuffando, un'altra risale in barca e altre due prendono il sole in cima all'imbarcazione. Per i giornalisti di Tmz, il sito che per primo diede la notizia della morte di Michael Jackson, si tratta di una immagine «che avrebbe potuto cambiare la storia» soprattutto se fosse stata pubblicata prima delle elezioni del 1960. Proprio dieci anni prima, il futuro presidente degli Stati Uniti, con il fratello Ted e con il senatore George Smathers, aveva preso parte ad una crociera nel Mediterraneo come dimostrano numerosi riscontri in libri e articoli di quell'epoca. E la foto farebbe riferimento proprio a quel viaggio. All'epoca Jackie Kennedy era incinta e mentre la crociera era in corso fu ricoverata di corsa in ospedale e perse il bambino.

AUTENTICA?- Secondo esperti di fotografia forense, interpellati da Tmz, non si tratta di un falso: luce e carta confermerebbero il periodo. Anche il volto dell'uomo sull'imbarcazione è stato confrontato con quello di una foto vera scattata nell'agosto del 1956 del futuro presidente che sarebbe stato poi ucciso a Dallas. I risultati confermerebbero che si tratterebbe proprio di John Fitzgerald Kennedy. L'immagine era in mano ad un concessionario d'auto che viveva nella East Coast. L'uomo per decenni si è vantato con i conoscenti di avere una foto compromettente di Jfk. Ma dieci anni fa, alla sua morte, un figlio è entrato in possesso dell'immagine e solo ora ha deciso di renderla pubblica.


27/08/2009

Lo yacht fantasma e la vendetta corsa

Lo yacht fantasma e la vendetta corsa

 

Il milanese Stefano Martelli, 48 anni, è in Costa Azzurra. «Chiarirò tutto con la polizia». L’armatore telefona: sono vivo. Il nipote: attaccati perché italiani

 

MILANO — L’uomo del gial­lo di Calvi è vivo e vegeto in Costa Azzurra. In Francia, con i figli e l’ex compagna. La solu­zione del mistero dello yacht semiaffondato al largo della Corsica, è tutta nella testa di Stefano Martelli, il 48enne mi­lanese titolare della System Charter.

E lui, il propietario dell’im­barcazione da 18 metri trovata crivellata di proiettili venerdì scorso all’imbocco del porto Xavier Colonna, ha garantito all’Interpol che prima o poi chiarirà tutto. Spiegherà il mi­stero della «Lueduevidue», spiegherà che non c’erano pas­seggeri. «La barca non è mai stata noleggiata, erano ancora in corso lavori di restauro». Come ci sia finito lo yacht a picco resta un giallo insoluto. Martelli agli investigatori non lo ha voluto raccontare. Non è ancora rientrato in Italia. Si è parlato di debiti (due protesti a suo carico per 5 mila euro to­tali), si è parlato di un conto non saldato da 13 mila euro al­le autorità portuali, ma soprat­tutto s’è parlato dei modi spic­ci degli ormeggiatori di Calvi. «Un porto da evitare», come hanno raccontato due lettori nei giorni scorsi al Corriere.

Lo yacht nelle acque della Corsica c’era arrivato lo scorso aprile. Qui, come racconta il ni­pote Alessandro Martelli, che a Milano lavora come commer­cialista, doveva nascere la ba­se della società di noleggio. In realtà le attività della System Charter non sono mai iniziate: «La barca, un Baia 60, era stata acquistata nell’aprile del 2006 al cantiere Gatto di Salerno. Mio zio l’aveva permutata con un’altra imbarcazione — rac­conta il nipote —. Poi ad apri­le il trasferimento a Calvi. La barca valeva sui 280 mila eu­ro, ma erano necessari alcuni lavori». È stato lo stesso com­mercialista a seguire su delega dello zio il trasferimento in Corsica. Poi gli affari non sono decollati. «Ho rimesso il man­dato professionale, con la so­cietà non ho mai avuto alcun legame. Per me era solo lavo­ro, lavoro contabile».

L’azienda di noleggio ha se­de presso lo studio del com­mercialista in viale Abruzzi 11, ma la gestione imprenditoria­le è sempre e solo stata in ca­po a Stefano Martelli e alla ex compagna di origini portoghe­si: «Non so come mio zio stia gestendo questa vicenda. Io l’ho invitato a rientrare in Ita­lia e a chiarire tutto con la poli­zia ». L’ultima telefonata ieri mattina: «Ho capito, chiarirò prima o poi», ha assicurato l’imprenditore.

Cosa sia accaduto lo scorso 21 agosto resta un mistero. Ste­fano Martelli ha lasciato Calvi dieci giorni prima. La barca era ormeggiata lungo la ban­china. Lui, venerdì scorso, era già in Costa Azzurra. Per Ales­sandro Martelli la truffa all’as­sicurazione è un’ipotesi remo­ta: «In quel porto succedono cose strane. L’idea di una nuo­va società di noleggio, per giunta italiana, dava fastidio. Gli ormeggi sono stati tagliati di proposito. Non ho dubbi».

Cesare Giuzzi

Fonte: Corriere della Sera



25/08/2009

Aumentano le testimonianze dopo il caso dello Yacht crivellato e la denuncia del medico

Aumentano le testimonianze dopo il caso dello Yacht crivellato e la denuncia del medico

 

«Cacciato a schiaffi con il mare a forza 7», «A me il posto lo hanno dato. Pagando». Nuovi racconti dei lettori su quanto succede nel porto di Calvi. E un impiegata della Capitaneria: «Altri casi»

 

Una veduta da satellite del porto di Calvi (da Maps Live)
Una veduta da satellite del porto di Calvi (da Maps Live)

MILANO - L'episodio del medico cacciato in malo modo dal porto di Calvi dopo essere anche stato gettato in mare da addetti della società che gestisce le banchine non sembra essere isolato. Altri lettori hanno scritto a Corriere.it raccontando esperienze analoghe. E che in quell'approdo la gestione dei posti barca sia amministrata spesso con metodi sbrigativi da parte del personale addetto lo conferma in un’intervista all'agenzia Rcd un’impiegata della Capitaneria - che vuole restare anonima - mentre il comandante del porto, Bertrand Mariani, rifiuta di parlare con la stampa italiana. «Ancora il 21 agosto - ha detto l'impiegata - si è verificato un episodio simile a quello denunciato dal medico italiano. Una barca con regolare prenotazione è stata cacciata dal posto assegnato. Solo dopo lunghe trattative e polemiche è stato trovato in porto un nuovo posto e si è così evitato che l’imbarcazione dovesse riprendere il mare». Nessuna responsabilità, sostiene l’intervistata, è da attribuire al Comandante Mariani, la gestione degli addetti agli ormeggi sarebbe in mano al vice comandante George Hevy.

«SCHIAFFI E CIME TAGLIATE» - Ci sono poi le nuove testimonianze pervenute al Corriere. Carlo Guerrieri, ad esempio, segnala come l'11 luglio scorso lui e un amico, entrambi settantenni, abbiano subito un analogo trattamento: «intimazione a lasciare il porto nonostante il vento a 35/40 nodi e il mare a forza 6/7 con la nostra barca di soli 7 metri e 50 e la disponibilità di almeno altri tre posti sulla stessa banchina». Al tentativo di avere spiegazioni, spiega il lettore, «viene replicato con il taglio delle cime di ormeggio, lo strappo del cavo di alimentazione elettrica, un calcio dall'alto della banchina fortunatamente non andato a segno, schiaffo in pieno volto al mio amico, abbordaggio da un gommone a prua per liberare la barca dal corpo morto e traino fuori dal porto». Secondo il signor Guerreri, a coordinare il tutto ci sarebbe stato l'«adjoint» ovvero «il vice comandante della Capitaneria con tanto di divisa». Il settantenne italiano ha contattato la gendarmerie che lo ha invitato a sporgere denuncia. Cosa che il lettore ha fatto, segnalando il caso a tutte le autorità competente e anche alla stampa locale. «La sola risposta finora pervenuta - fa ora notare - è stata quella del ministero dell'Ecologia competente per gli affari marittimi, che ha qualificato il fatto come atto grave ed incivile, invitandomi ad inoltrare denuncia al procuratore della Repubblica di Bastia, ciò che ho fatto». Non trattandosi di episodi isolati, Guerreri invita a «una presa di posizione da parte delle autorità consolari italiane».

«PAGANDO IL POSTO C'E'» - Episodio che fa riflettere è anche quello capitato a Massimiliano Spina, che con il personale del porto di Calvi ha avuto a che fare il 6 luglio e nei giorni seguenti. Lui a piazzare la barca c'è riuscito. Ma a caro prezzo. «Con il Mistral in arrivo mi sono affrettato a cercare un rifugio sicuro. Al telefono mi dicono: "non accettiamo prenotazioni telefoniche, monsieur, venga qui e le cerchiamo un posto"». Così fa. Ma nonostante l'attesa che si protrae di due ore in due ore, il posto non si materializza. «Ascolto decine di chiamate radio come la mia - racconta ancora il signor Spina -, tutte barche fuori dal porto che vorrebbero entrare e a tutti viene detto per ora niente posto, i posti sono prenotati dall?inverno scorso: bisogna aspettare!». Tuttavia il vento è già teso e non ci sono più possibilità di rimettersi in mare. «Un amico su un'altra barca - racconta il lettore -, stremato anche lui dalle continue chiamate e rinvii via radio, decide di chiamare per telefono, offrendo alla sconosciuta signora della reception un regalino se le avesse trovato un posto. Il posto miracolosamente salta fuori all'istante. La signora si raccomanda di non chiamare via radio per non farsi sentire e il mio amico ormeggia alla banchina d'onore». «Tengo famiglia - aggiunge - e non potevo passare 5 giorni alla fonda fuori dal porto (il Mistral in genere tanto dura), quindi chiedo al mio amico di vedere cosa poteva fare anche per me una volta dentro. Così ha individuato uno dei "capetti" e gli ha chiesto se avesse potuto trovare un posto anche per me. Risposta testuale del capetto: "Si, ma il suo amico me la da una mancia sostanziosa o no? Perché altrimenti il posto non c?è". Il lettore accetta suo mlagrado e il posto, dopo versamento di 100 euro, salta fuori. «Ma i posti non erano prenotati dall?inverno? Volevamo restare 5/6 giorni, ma la tangente valeva 3 giorni, poi la signora della reception pretendeva che tornassimo a "versare" altri 50 euro a barca. Cosa che puntualmente siamo stati costretti a fare al terzo giorno, per assicurarci altri 3 giorni. Al 6° giorno però la signora non era in turno e non poteva più "proteggerci", così si è materializzato il capo del porto in persona chiedendo al mio amico di lasciare l'ormeggio. Altra mancia pure a lui e, guarda caso, non c'era più bisogno di liberare il posto».


24/08/2009

«Buttato in acqua e cacciato dal porto»

«Buttato in acqua e cacciato dal porto»

 

LA LETTERA DI UN LETTORE. Disavventura di un medico italiano a Calvi, in Corsica: «Io e la mia famiglia trattati con violenza dagli ormeggiatori». Il consiglio della polizia: lasciate perdere

 

MILANO - A seguito dell'articolo firmato da Michele Farina, Coriere della sera, sullo yacht italiano crivellato di colpi e semiaffondatto nella baia di Calvi in Corsica, hanno ricevuto, e  pubblichiamo, la seguente lettera firmata di un lettore.


Egr. Dott.re,
la disturbo per raccontarle quanto è accaduto, a me e alla mia famiglia, il 2 agosto u.s. mentre mi trovavo in crociera in Corsica con la mia barca.

Le preciso la composizione della mia famiglia solo per fugare qualsiasi dubbio sulla mia attendibilità. Io e mia moglie (rispettivamente di anni 59 e 51) siamo medici, mia figlia E. di aa. 26 è laureanda (ottobre p.v) in Scienze Politiche a Roma, mia figlia M. di aa. 24 è laureanda (ottobre p.v.) in Medicina a Roma, mio figlio V. di aa. 21 è laureando in Ingegneria Meccanica (luglio 2010) al Politecnico di Milano.

Arrivati a San Florent, dopo aver fatto tappa a Bastia e Macinaggio, mi arrivano le previsioni meteo che davano forte maestrale per il giorno 3/8. Dovendo proseguire sulla costa occidentale, decido di raggiungere Calvi prima dell'arrivo del maltempo che ci avrebbe bloccati per due o tre giorni.
Rispettoso del mare e prudente avendo tutta la famiglia a bordo, prima di partire alla volta di Calvi mi assicuro con numerose telefonate direttamente al comandante del porto di Calvi sulla disponibilità e certezza di trovare ormeggio in porto.

Lo stesso mi rassicura e mi da indicazioni di ormeggiare, una volta arrivato, al molo d'onore (riservato ai mega-Yacht) in attesa che si liberasse il posto assegnatomi per la mia barca di 12mt.
Preciso che sono arrivato in porto alle 13 dopo circa 5h di navigazione. Alle 17 si presenta un ormeggiatore, in gommone dicendoci che dovevamo andarcene perché era arrivata la barca proprietaria del posto in banchina dov'ero ormeggiata, provvisoriamente, la mia barca. Rispondo che mi sarei spostato subito e che m'indicasse dove ormeggiare. Mi risponde che non c'è nessun posto e che me ne sarei dovuto andare proprio via. Ritenendo che il ragazzo non fosse al corrente della mia prenotazione fatta con il comandante lo prego di farmi parlare con lo stesso.

Dopo qualche minuto si presentano cinque tipi, tutti appartenenti alla società che gestisce il porto, con tanto di divisa (maglietta rossa e calzoncini) e nome della marina sulla maglietta stessa. Uno di questi mi dice di essere il comandante. Per educazione scendo dalla barca per salutarlo e chiedere spiegazioni sull'equivoco sicuro che tutto si sarebbe chiarito. All'improvviso, dopo che il tipo che si era qualificato comandante, ma non lo era, impartisce un ordine agli altri quattro, vengo di peso sospinto sulla passerella con estrema violenza tanto che perdendo l'equilibrio cado in acqua tra la poppa della barca e la banchina, riportando, per fortuna, "solo" una contusione toracica ed una ferita lacero-contusa a livello dell'addome. Mio figlio, incredulo, vedendomi buttato in acqua e ferito, cerca di venire in mio soccorso ma è afferrato per il collo da un'altro dei cinque ed a sua volta buttato in acqua. Nel frattempo, con azione coordinata, e quindi più volte provata e forse messa in atto, i cinque si dividono i compiti e precisamente: due da terra sciolgono le cime d'ormeggio, altri due si portano a prua della barca con un gommone per sciogliere il corpo morto mentre il quinto da terra coordina il raid.

Veniamo sospinti, dal loro gommone, fuori dal porto mentre mia moglie tra le lacrime, preoccupata per me che sanguinavo abbondantemente, ma soprattutto preoccupata perchè mia figlia E. era rimasta a terra, gli urlava di consentirci almeno di far risalire a bordo la figlia. Io che urlavo a mio figlio di chiamare la polizia venivo deriso e invitato a chiamare chi volessi ma fuori dal porto. Intanto mia figlia E., senza perdersi d'animo, benché braccata dai tipi che ci avevano buttati a mare, riesce a raggiungere il posto di polizia. Sbigottita, mi racconterà poi, che i gendarmi le consigliano di risalire in barca, accompagnata da loro, perché da quando c'è questo comandante era pericoloso fare denunce o altro. Così avviene e con il buon senso del padre di famiglia decido di lasciare anche il campo boe di Calvi dove nel frattempo mi ero ormeggiato e di fare ritorno a ST Florent che raggiungo alle tre del mattino.

Alla luce di quanto riportato dal suo articolo e con la pelle d'oca, pensando a quello che ci sarebbe potuto succedere, ringrazio Dio per come sono andate le cose e la invito, sommessamente, a tener conto di quanto le ho raccontato (se la sua indagine giornalistica avrà un seguito), ed io personalmente escluderei la ventilata ipotesi della polizia locale dell'autoaffondamento per fini assicurativi essendo per altro una barca a nolo (per quanto par di capire). Che cosa possa essere successo all'Elleduevidue, allo stato siamo in due a non poterlo sapere, però posso ipotizzare, che se ci fosse stata una lite, forse, come par di capire, per altri motivi ma di consistenza economica più rilevante, vista la violenza con cui hanno voluto risolvere il nostro piccolo caso, e una reazione meno mite di quanto è stata la mia, da parte dell'equipaggio dell'Elleduevidue, tutto può essere accaduto. Di sicuro forze di polizia, non possono scambiare il foro di un trapano con il foro di un proiettile, nè è pensabile un affondamento a fini assicurativi per conto terzi.

Un'ultima amara considerazione. Mentre avveniva tutto ciò, sul molo, praticamente al centro del paese, affollato di gente, ci trovavamo tra due barche d'italiani che non hanno proferito parola in nostra difesa, anzi si preoccupavano di aggiungere parabordi alle loro barche per evitare che la nostra, sospinta dal gommone, le potesse danneggiare. Può verificare anche questo se solo hanno registrato, come dovuto, le barche ormeggiate il 2 agosto 2009 alle ore 14 al molo d'onore.


Dott. Domenico Scali

Fonte: Corriere della Sera


Misterioso naufragio in Corsica per uno yacht italiano

Misterioso naufragio in Corsica per uno yacht italiano

 

Trovata semiaffondata al largo di Punta della Revellata un'imbarcazione di 18 metri immatricolata a Napoli

 

 

La barca affondata in Corsica (Afp)
La barca affondata in Corsica (Afp)

AJACCIO (CORSICA) - «Veduevidue», uno strano nome per uno strano naufragio: emergeva soltanto la prua ieri quando il lussuoso yacht italiano è stato rimorchiato nella baia di Calvi, in Corsica, per la gioia degli scatenati con i flash.

IL MISTERO - La barca, immatricolata a Napoli, è diventata un'attrazione e un mistero: un naufragio ma nessuno a bordo, nè denunce di furto, sparizione o aggressione. Sul davanti dello scafo, fori che sembrano di proiettile. Tutte le ipotesi sono ancora aperte sul mistero dello yacht, un 18 metri che negli ultimi giorni era stato ancorato proprio nella baia di Calvi. Venerdì mattina, alcune barche di turisti che si trovano a circa 6 miglia dalle coste della punta della Revellata hanno segnalato uno yacht che sembrava in grossa difficoltà ed era prossimo ad affondare. È stata una vedetta francese, la 'Pepita', a dare l'allarme ai guardacoste, che hanno fatto intervenire gli uomini di Cross-med, l'organizzazione che coordina le operazioni di soccorso ai naufraghi nel Mediterraneo. Dopo pochi minuti arrivano sul posto due vedette, una dei soccorritori della Snsm (salvataggio in mare) e una della gendarmeria, la 'Jonquille'.

 

 

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IL RECUPERO - A bordo, nessuna traccia di equipaggio o passeggeri, niente neppure nei dintorni. I sommozzatori scendono in mare con cautela ma hanno grandi difficoltà - mentre lo yacht minaccia di inabissarsi verso fondali profondi un migliaio di metri - ad avventurarsi nell'interno dell'imbarcazione, ormai pieno d'acqua. In breve, si decide di ricorrere al rimorchiatore 'Orca 2', che arriva da Calvi nel pomeriggio e comincia la difficile operazione di rimorchio, resa difficile dall'oscurità incombente e dal vento. Soltanto prima di mezzanotte, quando ormai è tardi per le indagini, la barca napoletana è assicurata nella baia di Calvi. Ieri, la gendarmeria si mette al lavoro mentre il Veduevidue viene fatto risalire in superficie con palloni galleggianti e gru e assicurato a una boa. Il mistero, però, ancora non è stato svelato: il proprietario è una società italiana che ha immatricolato l'imbarcazione a Napoli ma che non ne ha finora denunciato la perdita. Il pilota dello yacht, anche lui italiano, è sparito e gli inquirenti sembrano cercare piuttosto lui che non un vero e proprio equipaggio. L'uomo sarebbe stato visto in diversi locali di Calvi prima di sparire e l'inchiesta tiene conto delle ipotesi più varie, dalla fuga volontaria al rapimento, senza escludere l'aggressione dall'esterno dello yacht, magari in seguito a una lite. Gli inquirenti studiano alcuni buchi sul davanti dello scafo che assomigliano a fori di proiettile, e riflettono sul fatto che gli oblò erano aperti e manca tutto il materiale radio: dettagli che lasciano pensare a un'aggressione ma non fanno escludere, ad esempio, l'ipotesi di una simulazione magari con l'obiettivo di incassare il premio assicurativo. Ma, in assenza di qualsiasi elemento, tutte le ipotesi sul mistero del 'Veduevidue' restano valide (Ansa).


20/07/2009

Affonda una barca: muore il proprietario

Affonda una barca: muore il proprietario

 

Tragedia in mare al largo di Falconara. L'imbarcazione, di cinque metri, stava partecipando a una battuta di pesca sportiva

ANCONA - Una persona è annegata in mare al largo di Falconara dopo che sua barca, attrezzata per la pesca sportiva e lunga cinque metri, è affondata per cause in corso d'accertamento. Un altro membro dell'equipaggio è rimasto ferito in modo non grave ed è stato ascoltato dalla Capitaneria di porto per ricostruire la dinamica dell'incidente.

BATTUTA DA PESCA - I due erano andati a pescare con altri amici, due-tre imbarcazioni in tutto, quando il natante - in vetroresina - su cui si trovava la vittima ha imbarcato acqua ed è affondato. Le condizioni meteomarine erano ottime. Probabilmente l'uomo è stato colto da un malore, o è stato colpito da un pezzo della barca, e non è riuscito a mantenersi a galla. Intorno alle 8.30 è stato trovato il ferito, C.C., di 57 anni, in mare: la barca era affondata e poco dopo, sul fondale, è stato trovato anche il cadavere di V.A. di circa 55 anni. La Capitaneria sta indagando sulle cause dell’incidente: forse la piccola imbarcazione è calata a picco perché non aveva il tappo sullo scafo o perché questo è casualmente saltato. L’uomo sarebbe affogato perché colto un malore o rimasto stordito perché colpito da un elemento della barca.


20/06/2009

Pirati infestano il mare di Posillipo Manò marine speronato e depredato

Pirati infestano il mare di Posillipo Manò marine speronato e depredato

 

Non solo nel corno d'africa. Tre persone a bordo di un gommone hanno preso possesso della barca derubando il proprietario

 

Il mare di Posillipo

Il mare di Posillipo

 

NAPOLI - Non più bandiere nere con il teschio e le tibie e non solo nel corno d'Africa. La pirateria sbarca nel mare di Napoli, a largo di Posillipo. Tre persone, a bordo di un gommone, hanno prima speronato una grossa imbarcazione e poi ne hanno preso possesso, derubando il proprietario e un suo ospite.

BARCA LUNGA 13 METRI - Vittima un uomo di Cardito, in provincia di Napoli, titolare di una concessionaria di automobili e un suo dipendente. Avevano deciso di trascorrere la serata a bordo della barca dell'imprenditore, un Manò Marine, lunga 13 metri. Si trovavano nel mare di Posillipo, di fronte a palazzo Donn'Anna. All'improvviso hanno subito un vero e proprio assalto piratesco. Tre uomini, a bordo di un gommone, hanno speronato l'imbarcazione. Armati di mitraglietta e pistola sono saliti a bordo e hanno derubato l'imprenditore e il suo ospite. Il bottino: un Rolex e un Sector, della carta di credito, contanti per 1300 euro, un anello d’oro e cellulari.

UOMO IN MARE - Non era, però, solo a questo che puntavano i tre rapinatori. Dopo essersi impossessati dei beni di valore, hanno fatto indossare alle due vittime il giubbotto salvagente e e li hanno costretti a buttarsi in mare. A quel punto, hanno preso possesso della barca e si sono allontanati, facendo perdere le loro tracce.

SALVATI DAI CANOTTIERI - I due uomini, di 38 e 46 anni, sono stati tratti in salvo dai canottieridel vicino circolo Posillipo che si stavano allenando in quelle acque e che li hanno portati a riva a bordo delle loro canoe. Giunti al circolo Posillipo, sono stati soccorsi da una squadra del 118 per un principio di assideramento.

IL PRECEDENTE NEL 2005 - Nell'agosto del 2005, diverse bande di pirati presi di mira le barche di lusso, attraccate al largo dell'isola di Ischia e di Capri. Si avvicinavano a luci spente alle navi, partendo da Castellammare, Pozzuoli e Procida. Rapinavano le persone a bordo e si impossessavano delle navi. Per bloccare il fenomeno fu necessario un ingente dispiegamento di forze militari.

 

 

Giorgio Mottola