16/06/2010

Nba, Orgoglio Lakers: Celtics travolti. Gara 7 sarà decisiva

Nba, Orgoglio Lakers: Celtics travolti. Gara 7 sarà decisiva

Los Angeles si riscatta imponendosi nettamente su Boston e riportando in pari la serie: 3-3. Finisce 89-67, con Kobe che mette a segno 26 punti sotto gli occhi di Michelle Obama. Per assegnare il titolo sarà necessaria la settima e ultima partita

 

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I Lakers annullano il match point di Boston, per assegnare il titolo Nba serve la settima e decisiva partita di una finale infinita. Los Angeles domina gara 6 travolgendo i Celtics per 89-67 e ottiene un rotondo 3-3. Ci vorranno almeno altri 48 minuti, giovedì, per assegnare l'anello di campione. All'ultima tappa di una stagione interminabile si arriva dopo la prova di forza dei detentori del titolo.
Con le spalle al muro, i Lakers confezionano una prova perfetta che stritola i rivali. A metà gara i gialloviola sono avanti 51-31 dopo aver toccato anche il +22, il margine più ampio di tutta la serie. Il match, in sostanza, finisce con 24' di anticipo.
Davanti alla first lady Michelle Obama e davanti alla solita platea eccellente dello Staples Center, con il fedelissimo Jack Nicholson a guidare la parata di star, Kobe Bryant illumina la scena con 26 punti (9/19 al tiro) e 11 rimbalzi.

La formazione di Phil Jackson domina sotto i tabelloni (52-39 nei rimbalzi) e può contare su Pau Gasol in versione extralusso. Il lungo catalano detta legge e flirta con la tripla doppia (17 punti, 13 rimbalzi e 9 assist). L'impiego ridotto di Andrew Bynum (2 punti e 4 rimbalzi in 15 minuti), limitato dal solito ginocchio scricchiolante, non penalizza i californiani che capitalizzano i 15 punti e i 6 rimbalzi di Ron Artest.

I Lakers funzionano alla perfezione dall'inizio e per Boston, che tira con il 33,3 % dal campo e con il 21,7% da 3 punti, è subito notte fonda. I Celtics perdono subito il centro Kendrick Perkins, k.o. per un infortunio al ginocchio sinistro che rischia di pesare anche su gara 7. I 19 punti di Ray Allen non bastano per tenere a galla la barca.
Nessuno dei big riesce ad accendere la scintilla: Paul Pierce si ferma a 13 punti, Kevin Garnett a 12 e Rajon Rondo a 10.

"Abbiamo difeso bene e a rimbalzo siamo andati ancora meglio", dice Jackson riassumendo la serata. Non c'è tempo per festeggiare, tra poche ore si torna in campo per 'la' partita. Per la quarta volta in assoluto e per la prima volta dal 1984 una finale tra Lakers e Celtics ha bisogno del settimo episodio. "E' una situazione di grande tensione", ammette il coach di Los Angeles. Jackson ha vinto 10 titoli in carriera, 6 con Chicago e 4 in California, ma mai ha avuto bisogno di arrivare a gara 7 per trionfare. "Adesso -dice- non si tratta più di allenare. Si tratta di scendere in campo e tirare fuori l'energia".

I campioni in carica sognano di ripetere la prestazione impeccabile appena fornita: "Abbiamo fatto un lavoro eccellente in difesa -dice Bryant-. Ora, ci resta una sola partita da vincere. Siamo abituati a vivere queste situazioni".

Nell'altro spogliatoio, l'obiettivo è cancellare la serata storta rapidamente. "Pensavo che avremmo giocato meglio -ammette coach Doc Rivers-. Abbiamo giocato con individualismo su entrambi i lati del campo, non ci siamo mai concessi un'opportunità in difesa perché non ci siamo mai fidati del compagno". E ora? "Per me gara 6 e' alle spalle", dice Rondo. "A noi manca una partita, a loro manca una partita. Ci giochiamo tutto". Tutto in una partita: lo scenario ideale per il Commissioner David Stern, che da 5 anni non vedeva una finale così lunga. Nel 2005 erano in campo San Antonio Spurs e Detroit Pistons. Adesso è un'altra storia.


11/06/2010

Nba: i Lakers sprecano, gara 4 ai Celtics

Nba: i Lakers sprecano, gara 4 ai Celtics

Per i biancoverdi decisivi i panchinari, su tutti glen «baby» davis. Boston piega per 96-89 una Los Angeles che aveva in pugno la partita. Ora le serie è sul 2-2

 

Kobe Bryant al tiro contrastato da Ray Allen (Epa)
Kobe Bryant al tiro contrastato da Ray Allen (Epa)

Appartenente a pieno diritto alla specie degli omaccioni dal fisico devastante - un elenco che si perde nella storia del basket e che spazia da taglie compatte, come fu quella di Charles Barkley, al formato enorme di Shaquille O'Neal, tuttora in attività - Glen "Baby" Davis diventa l'uomo simbolo della resistenza dei Boston Celtics di fronte ai Los Angeles Lakers, probabilmente più forti in queste finali Nba del 2010, ma anche troppo spreconi e incapaci di mandare all'incasso il loro potenziale. Il ventiquattrenne gigante che a dispetto dei suoi 131 chili scatta, guizza e salta come un acrobata grazie a due gambe imbottite di dinamite, colpisce al cuore i Lakers nell'avvio dell'ultimo tempo di gara 4: sono come pugni di un pugile che trova l'avversario con la guardia scoperta. Cazzotti potenziati da statistiche di prim'ordine (18 punti, 5 rimbalzi, 7 su 10 al tiro, 4-4 dalla lunetta) e che demoliscono, ancor di più quando "Baby" - new entry tra i mattatori - li accompagna con occhi spiritati e urla da cavernicolo.

SERIE IN PARITA' - Tutto aiuta, fa brodo e fa quadrare i conti: il punto del pareggio nella serie (96-89 per i Celtics il punteggio alla sirena) è soprattutto un messaggio che scuote e motiva. Prima del Glen Davis's show c'era stata tanta Los Angeles. Sciolta e fluida, agile, leggera nel controllo della partita fino a metà gara. Un'autorità capace di piazzare le mine anche sotto il secondo appuntamento consecutivo dei Celtics davanti al proprio pubblico: se fossero state fatte brillare, come martedì in gara 3, la finale avrebbe avuto un indirizzo preciso nel segno dei californiani. A quel punto, sul 3-1, si sarebbe infatti dovuta stabilire solo la tempistica dell'epilogo: già domenica, di nuovo a Boston, oppure martedì prossimo a Los Angeles? Invece, come in fondo era successo già nel precedente incontro, nonostante il lieto fine, i Lakers si sono buttati via sul più bello. Hanno allentato la morsa e Boston nel terzo quarto è risalita. Il lavoro «sporco» è venuto dai fuoriclasse titolari, gente implacabile come Garnett o capace di rimettersi nel registro giusto, vedasi alla voce Pierce e Rondo. Ma l'agguato decisivo a una Los Angeles ormai rammollita, sorpresa e perfino irritante negli sprechi di Bryant (33 punti per lui, pero Kobe ancora una volta è rimasto in bilico tra l'estasi di giocate divine e la dannazione di incredibili forzature), è stato portato dai panchinari dei Celtics: 21 punti da loro nel periodo conclusivo, disputato a posizioni invertite, cioè con i vari Davis, Robinson e Tony Allen nel ruolo dei protagonisti e quelli del quintetto base a osservarli a bordo campo. Boston per sopravvivere e rilanciarsi ha riscoperto il valore del gruppo: il premio è che, come minimo, costringerà l'avversario alla sesta sfida delle sette in calendario. E se al termine dell'incontro di dopodomani si tornerà in California con i Celtics in vantaggio 3-2, i Lakers rischieranno di rimpiangere pesantemente il capolavoro ieri sera lasciato incompiuto.

Flavio Vanetti


09/06/2010

Finale Nba, il vento gira per i Lakers

Finale Nba, il vento gira per i Lakers

Primo dei tre incontri a Boston: 91-84 e 2-1 nella serie. Il team di Los Angeles ha imposto un giogo psicologico difficile da rimuovere per gli avversari, i Boston Celtics

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BOSTON - Nella sfida delle sfide del basket, la finale Nba tra Los Angeles Lakers e Boston Celtics, è girato di nuovo il vento. In modo spettacolare. Dopo che avevano vinto la seconda partita a Los Angeles, pareva diventato favorevole ai Celtics. Ma il primo dei tre incontri di fila a Boston ha detto Lakers: 91-84 e 2-1 per loro nella serie. È un messaggio forte: nel tennis si direbbe che i campioni in carica si sono ripresi immediatamente il servizio che avevano perso. Ma al di là dell'essere risaliti dalla buca in cui erano caduti, i Lakers hanno imposto un giogo psicologico ora difficile da rimuovere. I Celtics hanno altre due occasioni al Td Garden: però dopo questo tremendo ko il fattore campo rischia di pesare di meno. La miglior prospettiva per la squadra che nel 2008 riuscì a domare l'avversario di quello che viene definito il "derby del mondo" è di tornare a Los Angeles per gara 6 in vantaggio 3-2: invece a Boston sognavano di chiudere la finale sul 4-1. È giusto così.

MONOLOGO - È stato un monologo dei californiani. A parte una manciata di minuti iniziali e il terzo quarto della riscossa biancoverde: incapaci di contenere l'attacco di Los Angeles e stritolati dalla difesa ospite, i Celtics erano scesi addirittura a -17 (37-20) prima di trovare la riscossa dalle seconde linee e prima di tutti dal poderoso "Baby" Davis, un toro da 131 chili. Gara 3 ha infatti ribaltato i mattatori e gli uomini chiave. Ray Allen, eroe per Boston in gara 2 con tanto di sequenze record, si è ritrovato nell'incubo: 0-13 da tre, 0-8 da due. E con lui è sparito Rajon Rondo, metronomo della regia. ll discorso vale, in parte, pure sul fronte dei Lakers: i 29 punti e certe magie di Kobe Bryant stavolta non hanno la stessa luce del quarto tempo giocato dal playmaker Fisher, autorità, coraggio e canestri pesanti per tenere a una distanza, per quanto minima, Boston. Ed è bello annotare che i due punti risolutivi li ha firmati, dalla lunetta e a freddo (è entrato solo in quegli ultimi secondi), lo sloveno Vujacic: dal 2001 al 2004 la serie A italiana l'aveva visto giocare a Udine. Nonostante la finale 2010 sia ormai decollata, per intensità e qualità delle partite, l'appeal generale è lievemente in calo rispetto a quella del 2008.

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RIVALITÀ - La spiegazione è semplice: due anni fa Lakers e Celtics tornavano a sfidarsi per il titolo dopo tante stagioni di "buco", e questo a causa di un lungo periodo di mediocrità di Boston. Era inevitabile, pertanto, che la feroce rivalità tra i due club (che, messi assieme, vantano la metà degli "scudetti" assegnati nel basket professionistico) esplodesse in un contorno di interesse al massimo livello. Il remake, appena ventiquattro mesi dopo, scatena emozioni un po' meno impetuose. Però il fascino della classicissima è intatto, così come gli sfottò (la storica maglietta dei tifosi bostoniani, "Beat L.A.", è stata aggiornata in "Beat L.A. again") e gli effetti collaterali della finale. Uno dei più curiosi riguarda i biglietti. Boston è sotto assedio del bagarinaggio. Fatto in assoluto non nuovo e dunque nemmeno solo italiano, ma così preoccupante da indurre i Celtics a seminare il Garden di avvisi: oltre all'elenco dei punti vendita autorizzati, c'è un numero verde per segnalare personaggi sospetti; e soprattutto viene ricordato che c'è il rischio dell'arresto se si è sorpresi con un biglietto non regolare.

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PREZZI - Il punto però è che il poco che rimane da vendere dei settori di un impianto tutto esaurito dal punto di vista del club (e lo stesso vale per lo Staples Center di Los Angeles) è nelle mani di agenzie licenziatarie che hanno fatto lievitare a dismisura i prezzi. Per gara 3, non ancora decisiva, si partiva da 345 dollari a persona e si arrivava a 14mila per una poltrona a ridosso delle panchine. Per la cronaca, il prezzo di mercato raccomandato dalla Nba per il "bordo campo" è di circa 3.000 dollari, cifra alla quale di sicuro i Celtics hanno venduto. Se può consolare, a Los Angeles va peggio: per sedersi dietro la panchina, con vista anche su Jack Nicholson, che ha notoriamente il posto a fianco dei giocatori, bisogna "sverniciare" la carta di credito in ragione di 30mila dollari. È il fascino di L.A. e di Hollywood... per chi può permetterselo.

Flavio Vanetti