13/02/2010

Par condicio, la Rai cancella la trasmissione dedicata a Bachelet

Par condicio, la Rai cancella la trasmissione dedicata a Bachelet

 

Il vicepresidente del csm fu ucciso dalle br il 12 febbraio 1980. Il figlio: «Annullata la puntata di "A sua immagine" dedicata a mio padre, parlava un deputato Pd, io»

 

MILANO - Doveva essere un ricordo pubblico a 30 anni dalla sua morte. Ma nessuno potrà per il momento vedere la trasmissione realizzata dalla Rai che sarebbe dovuta andare in onda oggi. Colpa dell'interpretazione che la tv pubblica ha dato del regolamento della par condicio. «La Rai ha appena cancellato la puntata della trasmissione religiosa "A sua immagine" dedicata a Vittorio Bachelet nel trentesimo anniversario della morte». Lo ha comunicato Giovanni Bachelet, figlio del vice presidente del Csm ucciso dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980.

LA DECISIONE - Il programma doveva essere trasmesso oggi pomeriggio alle ore 17 su Raiuno e conteneva un'intervista a Giovanni Bachelet, deputato del Pd, che in occasione della messa funebre del padre pregò pubblicamente anche per i terroristi. «Preghiamo per i nostri governanti: per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga. Preghiamo per tutti i giudici, per tutti i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, per quanti oggi nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano in prima fila la battaglia per la democrazia con coraggio e amore. Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perchè, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». La notizia della cancellazione della trasmissione tv, che sarebbe avvenuta in ossequio alla legge sulla par condicio, è stata diffusa nell'ambito del festival «Manifutura 2010», in corso di svolgimento a Pisa. «La trasmissione era stata registrata una settimana fa - ha detto Giovanni Bachelet - ma è stata cancellata perchè conteneva un deputato Pd, cioè me». Assai sorpreso per la decisione della Rai, presa sulla base del nuovo regolamento, Giovanni Bachelet ha spiegato che nell'intervista ricordava solo suo padre e di non aver mai parlato di politica e che lui non è candidato alle prossime elezioni regionali.

Redazione online


15/11/2009

Torna l'allarme Br, Maroni: "Cellule in 5 città"

Torna l'allarme Br, Maroni: "Cellule in 5 città"

 

Nuclei delle Brigate rosse starebbero radicandosi in diverse città del Nord. Il ministro dell'Interno avverte: fenomeni del genere vanno fermati al più presto

 

Siamo preoccupati, i segnali che abbiamo ricevuto in questi giorni dell'attività di un gruppo che si rifà alle Brigate Rosse" non sono da sottovalutare. L'allarme arriva direttamente dal ministro dell'Interno Maroni e si riferisce ad un documento di quattro pagine contenente minacce a politici e giornalisti. Materiale recapitato nei giorni scorsi alla redazione di Bologna dell'Unità, a quelle del resto del Carlino e di altri quotidiani. Un documento siglato da fantomatici nuclei di azione territoriale intitolati a Luca e Annamaria Mantini, due terroristi proletari uccisi negli anni '70 e contenente, secondo gli esperti del Viminale, una risoluzione "strategica" di attacco allo stato. Nel testo si parla di cellule radicate in cinque città, tutte nel Nord, Milano, Torino, Como Lecco e Bergamo, pronte all'azione diretta "violenta" contro forze dell'ordine, carceri, centri di identificazione per gli immigrati, ma anche contro i mezzi di informazione. Un'impostazione che inquieta gli esperti dell'antiterrorismo perche unisce temi propri degli anarco-insurrezionalisti insieme alla rituale chiamata alle armi delle vecchie e nuove Brigate rosse.


14/04/2009

Nuove Br, domiciliari a Cinzia Banelli

Nuove Br, domiciliari a Cinzia Banelli

 

La prima pentita del gruppo fruiva già del programma di protezione. La ex «compagna So» è stata condannata a dodici anni per l'omicidio di D'Antona e a dieci per quello di Biagi

 

Cinzia Banelli in una foto d'archivio (Ansa)
Cinzia Banelli in una foto d'archivio (Ansa)

ROMA - Cinzia Banelli, la prima pentita delle nuove Brigate rosse, potrà lasciare il carcere di Sollicciano a Firenze, dove è detenuta dal dicembre 2006. Alla ex «compagna So» il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha concesso gli arresti domiciliari. È stata condannata a 12 anni di reclusione per l'omicidio di Massimo D'Antona (ucciso in via Salaria a Roma il 20 maggio 1999) e a 10 anni e 5 mesi per quello di Marco Biagi, ucciso a Bologna il 19 marzo 2002. Ora le sarà assegnata una nuova identità, le sarà riconosciuto un sussidio e sarà trasferita in una località segreta insieme al figlio di 5 anni e al marito.

SPECIALI ATTENUANTI - «È stata riconosciuta dal Tribunale di Sorveglianza di Roma la bontà e la serietà del percorso collaborativo di Cinzia Banelli - ha detto l'avvocato Grazia Volo -. Per questa vicenda tuttavia che ha riguardato la concessione delle speciali attenuanti per i collaboratori di giustizia è stato necessario ricorrere fino in Cassazione, che annullò la prima condanna della Corte di Appello di Bologna per l'omicidio Biagi e nella successiva sentenza concesse l'attenuante speciale. Cosa che non è mai accaduto per esempio per i collaboratori di mafia. Insomma non c'era giurisprudenza in merito prima del caso Banelli». «Ciò che il Tribunale ha anche riconosciuto - aggiunge l'avvocato Antonio Marino - è che Banelli, prima ancora della sua decisione di collaborare, aveva già deciso di abbandonare la lotta armata, e ciò prima dell'arresto». Il riferimento è al «processo» interno che le Br fecero alla donna, da lei raccontato nell'udienza preliminare per l'omicidio D'Antona.

PROGRAMMA DI PROTEZIONE - La richiesta di detenzione domiciliare era stata avanzata dai legali dell'ex brigatista più di un anno fa, anche alla luce del fatto che il Viminale aveva dato il via libera per l'ammissione al programma di protezione riservato ai pentiti e ai collaboratori di giustizia. Il Tribunale di Sorveglianza però aveva espresso parere negativo ritenendo l'istanza prematura anche perché all'epoca Banelli aveva beneficiato solo di un permesso, troppo poco per prendere in considerazione la domanda di detenzione domiciliare in un luogo riservato. I difensori della donna, Grazia Volo e Antonio Marino, hanno sempre insistito sul'atteggiamento collaborativo che l'ex militante ha avuto con magistrati e investigatori, arrivando a ripudiare la lotta armata e a dare un taglio netto con il passato.

RIVELATE LE PASSWORD - Cinzia Banelli, 45 anni, ex dipendente ospedaliera a Pisa, è entrata in carcere il 24 ottobre 2003 in seguito agli sviluppi delle indagini dopo l'arresto di Nadia Desdemona Lioce, che sta scontando due ergastoli per gli omicidi Biagi e D'Antona. Nell'estate 2004, dopo aver partorito un figlio mentre era detenuta, cominciò a collaborare con gli inquirenti, diventando la prima pentita delle Br. Decisiva la rivelazione delle password che consentirono agli investigatori di decrittare l'archivio del gruppo. Coinvolta nell'inchiesta per l'omicidio del professor Marco Biagi, era stata condannata in appello a Bologna a 15 anni e 4 mesi di reclusione, sentenza annullata dalla Cassazione perché non le era stata riconosciuta l'attenuante speciale della collaborazione. Il 12 marzo del 2008 un nuovo appello a Bologna la condannò a 10 anni e 5 mesi, ma le fu riconosciuta l'attenuante speciale per i collaboratori di giustizia. Oggi Banelli ha scontato oltre un quarto della pena. Sia la decisione del ministero dell'Interno di concederle il programma di protezione due anni fa (all'epoca del governo Prodi, sottosegretario Marco Minniti) sia quella giudiziaria conclusa con la concessione dei domiciliari chiudono una vicenda che andava avanti da anni. Per due volte, con il governo di centrodestra, la richiesta del programma di protezione avanzata dalle Procure di Roma e Bologna era stata respinta.


23/11/2008

La Spezia, messaggio delle Nuove Br

La Spezia, messaggio delle Nuove Br

I licenziamenti nel mirino degli autori del testo. Il comunicato, lasciato davanti all'ingresso della tv Primo canale, preannuncia il ritorno alla lotta armata

 

 

LA SPEZIA - Un messaggio a firma «Nuove Brigate Rosse» è stato fatto ritrovare davanti all'ingresso della redazione di Primo canale alla Spezia, vicino al Centro Kennedy. Il messaggio è stato attaccato con lo scotch sulla porta a vetri dell'ingresso principale ed è stato trovato da un giornalista.

LICENZIAMENTI E LOTTA ARMATA - Secondo le prime informazioni, nel documento si parla di licenziamenti e si preannuncia il ritorno della lotta armata. Il documento è stato sequestrato dalla Digos. «Nessun compromesso sarà possibile con i carnefici della libertà e dei diritti. Romperemo l' accerchiamento del regime plutocratico» si legge ancora nel documento, la cui intestazione reca la stella a cinque punte.

«INGANNO AI PROLETARI» - Il testo, scritto probabilmente con un computer e firmato con il normografo, è breve e riferisce dello «sfruttamento del proletariato». «L' inganno - si legge - non serve più: ormai tutti i proletari sanno che il governo capitalista, imperialista e i partiti classisti quali che siano (...) non fanno altro che imputridire questa crisi». Il documento conclude affermando che «il tentativo di spegnere le voci di dissenso che stanno nascendo nelle fabbriche e nei territori produrrà come unico risultato l' inasprimento e l'intensificazione della lotta armata».


16/10/2008

La figlia di Guido Rossa ai giudici: liberate il killer di papà, è cambiato

La figlia di Guido Rossa ai giudici: liberate il killer di papà, è cambiato

Genova La figlia dell’operaio ucciso: ci diamo del tu. L’appello di Sabina Rossa, figlia dell'uomo ucciso dalle Br nel 1979. «Guagliardo si è ravveduto»

 

 

Sabina Rossa (Ansa)
Sabina Rossa

 
 
GENOVA — Ventinove anni fa Vincenzo Guagliardo sparò, per primo, nell’agguato mortale delle Br a Guido Rossa. Oggi Sabina Rossa, figlia del sindacalista, chiede che gli sia concessa la libertà condizionale: «Avergliela rifiutata — dice — è un’ingiustizia ». Sabina, deputato del Pd, chiede di parlare con il giudice che ha respinto la richiesta perché l’ergastolano avrebbe dimostrato «un’assenza di reale attenzione» per le vittime. «Non è vero—dice Rossa —. Io ho incontrato Guagliardo nella cooperativa dove lavora in semilibertà, credo nel suo ravvedimento e lo voglio testimoniare. Ha scelto il silenzio, per tanti anni, perché non si pensasse che chiedeva perdono per tornaconto, per ottenere dei vantaggi. Me lo ha spiegato. Anzi, la prima volta che per telefono gli ho chiesto di incontrarlo mi ha detto di no per questo motivo».

Sabina Rossa ripercorre quei giorni di novembre del 2004, da quella prima telefonata di rifiuto cui lei fece seguire una lettera: «Gli ho scritto che me lo doveva, che non poteva tirarsi fuori: con me, ho scritto, non te lo puoi permettere. Mi richiamò lui». Sabina racconta del tempo passato a leggere «venti faldoni sull’omicidio di mio padre. Per la prima volta vidi le fotografie. Dopo tanto tempo in cui non avevo voluto sapere, ora volevo sapere tutto. Nei dettagli, chi aveva sparato, i fori di entrata e di uscita dei proiettili...». Guagliardo aveva sparato per primo: «Volevo sapere perché quello che doveva essere un ferimento era diventato un omicidio. Ma su questo non mi seppe rispondere ». Un incontro apparentemente piano, ma crudo, senza finzioni: «Ci siamo dati del tu. Mi ha detto: io sono quello che ha sparato alle gambe. Gli ho risposto: non ti preoccupare, lo so».

Sabina Rossa è chiara nel giudizio e nelle parole: «Io non cerco vendetta, né mi compiaccio della sofferenza degli altri. Per me gli ex brigatisti sono persone e non reati. Sono contraria al fine pena mai, il carcere deve mirare alla riabilitazione e credo che Guagliardo abbia pagato, con 28 anni di carcere, il debito con la società. Quello che ha fatto ame è un’altra cosa, è su un altro piano e appartiene a me. Non abbiamo parlato di perdono, è una parola che mi infastidisce, riduce tutto a vuote formule e spettacolo, lui non l’ha chiesto né io l’avrei dato. Mi ha detto: davanti a te mi sento in colpa». E ora, per lui, la figlia del sindacalista ucciso chiede la libertà. Eppure due giorni fa si è dichiarata offesa dalla decisione di Sarkozy di non estradare l’ex terrorista Petrella: «Non c’è contraddizione—risponde —. È necessario riconoscere le responsabilità, anche individuali, e ognuno deve pagare il suo debito. Guagliardo l’ha fatto. Io... io rispetto il suo percorso umano ».

Rossa non approva la legge che prevede l’incontro delle vittime con gli ex terroristi prima di concedere certi benefici: «Trovo che sia una forzatura. È qualcosa di molto pesante chiederci una cosa simile. Ma visto che la legge c’è, allora è giusto che ci stiano a sentire e il nostro parere deve contare. Non lo penso soltanto per Guagliardo. Sono già andata a parlare con un giudice perché concedesse la libertà condizionale a un altro ex terrorista». Ha ottenuto un risultato? «Sì». Si trattava di Luca Nicolotti, uno dei capi della colonna Br di Genova, ex responsabile dell’Italsider, la fabbrica dove Guido Rossa era delegato sindacale. Sabina Rossa lo ha incontrato. «Voglio la verità—dice—soltanto così, con la verità e la giustizia si potranno superare quegli anni».


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