24/05/2010
Grasso: non solo la mafia contro Falcone «Difenderemo indipendenza magistrati»
Grasso: non solo la mafia contro Falcone «Difenderemo indipendenza magistrati»La strage di capaci 18 anni dopo. a palermo la "nave della legalità" con 2.500 studenti. Replica il ministro Alfano: autonomia mai in discussione. Messaggio di Napolitano: massimo sostegno a indagini
![]() |
| Piero Grasso con gli studenti a Palermo (Eidon) |
PALERMO - «Difenderemo il valore dell'indipendenza e dell'autonomia della magistratura dal potere esecutivo». Sono parole pesanti quelle scandite dal procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso nell'aula bunker dell'Ucciardone a Palermo per la commemorazione del 18° anniversario della strage di Capaci. «L'indipendenza della magistratura - ha aggiunto - non è un privilegio di casta. Crediamo ancora che in Italia si possano riuscire a processare anche i "colletti bianchi" e i corruttori di chi ricopre pubbliche funzioni». Il suo intervento è stato applaudito a lungo dalla platea. Immediata la replica del ministro della Giustizia Alfano, presente al convegno: «Non abbiamo mai messo in discussione l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Una grande squadra unita, che si chiama Stato, può vincere l'azione di contrasto». Alfano ha assicurato «tutto il sostegno ai magistrati per l'accertamento della verità sulle stragi del '92. Non so se siamo vicini o lontani alla verità perché non conosco gli atti riservati, ma solo quello che viene pubblicato in violazione del segreto istruttorio e che, a volte, può aiutare la mafia».
FALCONE - Parlando degli sviluppi delle indagini, il procuratore Grasso ha fatto amare rivelazioni ai 2.500 studenti arrivati a Palermo da tutta Italia sulla "nave della legalità": «Non solo la mafia aveva interesse a eliminare Giovanni Falcone, era inviso anche a tanti centri di interesse. Lui non voleva combattere la mafia e l'illegalità a metà, le voleva eliminare dalle fondamenta. Voleva tagliare le relazioni tra la mafia e gli altri poteri. E su questo le indagini sono ancora attuali». Grasso ha raccontato a lungo la sua amicizia con Falcone: «Il rapporto d'amicizia tra noi due è cominciato dopo il maxiprocesso. Poteva sembrare una persona altezzosa e sprezzante, ma nell'intimità, con gli amici, era una persona diversa: scherzosa, quasi demenziale, e molto affettuosa con i nostri figli. Aveva una grande forza, nonostante le avversità ogni volta si ritirava su ed era pronto a lottare di nuovo. Falcone e Borsellino sono i punti di riferimento che mi aiutano nei momenti di sconforto». Quindi ha spiegato il mutamento che la mafia ha avuto dalle stragi a oggi: «Ha fatto un salto di qualità, ha capito che le stragi non pagano e cerca di rendersi invisibile. La forza della mafia oggi è questa: non ha visibilità e si ristruttura e si organizza negli affari, diventando sempre più potente». Pertanto, secondo Grasso, è importante l'educazione: «I problemi non si risolvono mettendo in carcere i mafiosi, ma se voi giovani riuscirete a costruire una classe dirigente che dica no alla mafia e all'illegalità».
NAPOLITANO - In occasione dell'anniversario il presidente Napolitano ha inviato un messaggio a Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso e presidente della fondazione a lui intitolata: «Meritano il massimo sostegno le indagini tuttora in corso su aspetti ancora oscuri del contesto in cui si svolsero i fatti devastanti di quel drammatico periodo - scrive il capo dello Stato -. Esse potranno consentire di sgombrare il campo da ogni ambiguità sulle circostanze e le responsabilità di quegli eventi, rispondendo all'ansia di verità che accomuna chi ha sofferto atroci perdite e l'intero Paese». Napolitano ha poi ricordato «l'appassionato eroico impegno di Falcone, indelebile in tutti noi, prezioso stimolo per la crescita delle coscienze». Anche il presidente del Senato Schifani ha inviato un messaggio a Maria e Anna Falcone, sorelle del magistrato, e alla fondazione "Giovanni e Francesca Falcone": «Che la tragica scomparsa di Giovanni Falcone e il suo esempio di rettitudine resti un punto di riferimento da seguire nella vita quotidiana e in ogni comportamento per noi tutti».
«PIÙ VICINI ALLA VERITÀ» - Anche la sorella del giudice ha parlato delle indagini: «Siamo più vicini alla verità sulle stragi di Capaci e via D'Amelio - ha affermato all'Ucciardone -. Abbiamo ormai la certezza che a farle non fu solo la mafia. D'altronde Giovanni aveva detto che dietro alla mafia ci sono menti raffinatissime. Gli italiani hanno il diritto di sapere cosa ci fu dietro le stragi in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino». Oltre tremila persone hanno partecipato al convegno: presenti il ministro dell'Istruzione Gelmini, i ministri dell'Interno e della Giustizia Maroni e Alfano e il procuratore di Palermo Francesco Messineo.
INTERCETTAZIONI - Quest'ultimo ha parlato del discusso disegno di legge sulle intercettazioni all'esame del Parlamento: «Teoricamente il ddl non riguarda indagini antimafia ma ne restringe l'utilizzo nelle inchieste ordinarie; spesso però le indagini antimafia prendono spunto da inchieste ordinarie, per cui restringendo le intercettazioni su quest'ultime si rischia di intervenire anche sulle indagine stesse. C'è un interesse a proteggere la privacy, ma tocca al potere legislativo cercare la formula giusta per bilanciare questo interesse con la necessità di fare le indagini nel modo migliore». Messineo ha anche fatto cenno alle indagini sulla strage di via D'Amelio: «Ci sono indagini molto ampie e penetranti da parte della Procura di Caltanissetta. Indubbiamente vi sono numerosi punti da chiarire». «Non conosco le nuove norme in discussione, ma le intercettazioni sono necessarie e uno strumento indispensabile per combattere la mafia» ha voluto ribadire, come aveva già fatto due giorni fa sollevando numerose polemiche e innescando quasi un caso diplomatico, Lanny A. Breuer. Il sottosegretario alla Giustizia degli Stati Uniti, ha partecipato a Palermo alla commemorazione della strage di Capaci. «Spero - ha detto ancora lasciando l'aula bunker del carcere Ucciardone- che continueremo ad avere leggi forti che ci consentano di proseguire e di lottare insieme contro la mafia».
INIZIATIVE - Diciotto anni fa, alle 17.58 del 23 maggio 1992, l'autostrada Palermo-Mazara del Vallo all'altezza di Capaci saltava in aria, sventrata dall'esplosione di 500 chili di tritolo. In quel cratere morirono il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Una delle pagine più buie della storia recente del Paese è stata ricordata domenica mattina dal ministro dell'Interno Roberto Maroni, che ha deposto una corona di fiori davanti alla stele posta lungo l'autostrada e ha parlato di Falcone e Borsellino come «esempi di coraggio e determinazione, grazie a loro possiamo cogliere frutti preziosi nella lotta alla mafia». Poi ha ricordato i successi ottenuti negli ultimi due anni nella lotta alla criminalità organizzata, con l'arresto di 5.300 mafiosi («in media otto al giorno») e 360 latitanti. Come ogni anno, Palermo ricorda la tragedia con manifestazioni, celebrazioni e incontri. Sono stati allestiti cinque "villaggi della legalità" dove i cittadini possono conoscere da vicino l’attività di associazioni antiracket come Libera e Addiopizzo. Nel pomeriggio due cortei si incontreranno sotto l'"Albero Falcone", nell'ora in cui si consumò la strage.
Redazione online
07:24 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: cronaca, mafia, ricordo, falcone, manifestazione, palermo, strage, capaci, piero grasso | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
19/07/2009
Totò Riina: dietro le stragi i piani alti della politica
Totò Riina: dietro le stragi i piani alti della politica
I «messaggi» del boss accusato di decine di omicidi che parla in carcere con l'avvocato: «Non ho scritto io il papello. Nesso tra bombe e Tangentopoli». «Borsellino fu ucciso da quelli che fecero la trattativa»
PALERMO — È stato condannato a una sfilza di ergastoli per decine di omicidi e per le più sanguinarie stragi di mafia, a cominciare da quelle di Capaci e via D'Amelio. Sa che ogni sua parola può essere interpretata come un messaggio obliquo. Ma quando ieri mattina Totò Riina, il capo dei corleonesi, è uscito dalla cella a regime di carcere duro per incontrare in una saletta il suo avvocato, Luca Cianferoni, aveva bisogno di sfogarsi: «Ne so poco perché qui non mi passano nemmeno i giornali. Ma questa storia della "trattativa", di un mio "patto" con lo Stato, di tutti gli impasti con carabinieri e servizi segreti legati al fatto di via D'Amelio non sta proprio in piedi. Io della strage non ne so parlare. Borsellino l'ammazzarono loro». Un boato così fragoroso e inquietante nemmeno il suo avvocato se l'aspettava, proprio nel diciassettesimo anniversario del massacro. Ovvia la domanda immediata: «Loro? Chi sono "loro"?». E arriva la risposta, a differenza di tante altre volte, dei silenzi ermetici di tante udienze dibattimentali: «Loro sono quelli che hanno fatto la trattativa, quelli che hanno scritto il "papello", come lo chiamano. Ma io della trattativa non posso saperne niente di niente. Perché io sono oggetto, non soggetto di trattativa. E la stessa cosa è per quel foglio con le richieste che qualcuno avrebbe presentato attraverso Vito Ciancimino. Mai scritto da me. Facciamo pure la perizia calligrafica appena viene fuori e scopriremo che io non ho niente a che fare con questa vicenda».
Evidente il richiamo al documento che il figlio di «don Vito», Massimo Ciancimino, sarebbe finalmente pronto a consegnare ai magistrati di Palermo e Caltanissetta, a loro volta impegnati in una revisione delle inchieste sulle stragi di Capaci e via D'Amelio. Fatti nuovi che per molti osservatori e anche per tanti familiari di vittime di mafia la stessa magistratura avrebbe potuto mettere a fuoco già alcuni anni fa, bloccata da omissioni e depistaggi denunciati negli ultimi giorni soprattutto dal fratello di Paolo Borsellino. Ma stavolta a pensarla così, per un paradosso tutto da interpretare, è proprio Salvatore Riina nello sfogo destinato a intercettare gli spinosi argomenti del processo in corso al generale Mario Mori e al colonnello Giuseppe De Donno: «Sono stati i giudici a bloccare l'accertamento perché ho chiesto io a Firenze quattro anni fa di sentire Massimo Ciancimino, per chiedergli quello che sta tirando fuori solo adesso. Ci ho provato a parlare di Ciancimino padre come tenutario di una trattativa con i carabinieri. E volevo che li sentissero tutti in aula, a Firenze. Ma i giudici non hanno ammesso l'esame. Ora parlano tutti di misteri. Ma ci potevamo arrivare, come dicevo io, quattro anni fa a parlare di una trattativa che io ho subito come un oggetto, sulla mia testa». E insiste con l'avvocato Cianferoni ricordandogli tutti i dubbi che gli vengono in cella ripensando a storie e personaggi vicini a Ciancimino padre: «La trattativa questi signori l'hanno fatta sopra di me. Non l'ho fatta io, estraneo ai patti di cui si parla».
Il boss dei boss, indicato come lo stragista più sanguinario di Cosa Nostra e come l'uomo che voleva fare la guerra per fare la pace, ribalta così il quadro. Forse anticipando una difesa da proporre negli eventuali nuovi processi determinati dalla possibile revisione, ma blocca ogni interpretazione: «Per me credo che non cambierà nulla anche con le nuove dichiarazioni di questo pentito, Spatuzza. Non sto facendo calcoli. Ma si deve almeno sapere che io la trattativa non l'ho coltivata». Sarà un modo per rovesciare la responsabilità sull'altro grande capo, Bernardo Provenzano? Riflette un po' Riina perché sa che molti dietro il suo arresto vedono proprio la mano di «don Binnu». «Mai detto e mai pensato», assicura a Cianferoni che trasferisce la convinzione. Aggiungendo l'ultima osservazione di Riina, pur esposta naturalmente a un basso tasso di credibilità: «Le dicerie su Provenzano sono false. Come la storia di Di Maggio. Trattativa, stragi e il mio arresto sono una faccenda molto più alta. Tocca i piani alti della politica. Bisogna capire che Borsellino è morto per mafia e appalti, non per i mafiosi». Politica? E qui riflette il legale di Riina che lo segue dal 1997, certo di interpretarne il pensiero: «Parla di politica intesa come "centri di interesse". E a quell'epoca erano tutti in fibrillazione. Insomma, per capire che cosa c'è dietro la morte di Borsellino bisogna risalire a Milano, non fermarsi a Palermo. E guardare al nesso fra Tangentopoli e le bombe della Sicilia. Quando volevano cambiare tutto».
Felice Cavallaro
16:26 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: mafia, riina, accusato, omicidi, stragi, boss, messaggi, bombe, tengentopoli, borsellino, capaci, via d'amelio, corleonesi | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook






