25/07/2010
Uccide il suo capo al culmine di un litigio: «Era un dittatore, mi insultava»
Uccide il suo capo al culmine di un litigio: «Era un dittatore, mi insultava»NUOVO CASO DI OMICIDIO SUL LAVORO. Assicuratore romano massacra sessantenne con una mazza da baseball e getta in cadavere in una scarpata
| La sede dell'ufficio dove lavoravano Carpifave e Pennetti (foto Proto) |
ROMA - «Era un dittatore». Una lite furiosa per motivi di lavoro avrebbe spinto un assicuratore romano, Flavio Pennetti, 30 anni a uccidere il suo capo-agenzia all'Assirsk Massimo Carpifave, 60 anni, al culmine di un violento litigio, a gettarne il cadavere in una scarpata lungo la strada che collega Leonessa a Rieti - dove si erano recati insieme per una questione relativa ad un'auto di lusso - e a ad occultarlo ricoprendolo con sassi e terriccio.
E' un nuovo, drammatico caso di omicidio sul lavoro dopo quello di Massarosa (Lucca), dove un ex rappresentante 51enne, licenziato, ha ucciso due dirigenti della sua azienda e poi si è sparato. Per il delitto di Rieti, l'agente assicurativo avrebbe utilizzato una mazza da baseball. L'omicida ha confessato alla polizia di Roma, dopo essere stato rintracciato venerdì sera, ed è stato sottoposto a fermo per omicidio volontario ed occultamento di cadavere.
| Il luogo dove è stato ritrovato il copro di Massimo Carpifave (Ansa) |
GLI INSULTI - «Era un dittatore. Mi ha insultato in tutti i modi, poi quando ha cominciato a parlare della subagenzia, quando mi ha fatto capire che poteva anche chiuderla e revocarmi l'incarico, ho accumulato uno stress nervoso impressionante. Non ci ho visto più. E quando sono sceso per far rientrare il parafango con la mazza non ce l'ho fatta più e l'ho ucciso». Questa la confessione di Flavio Pennetti, 30 anni, subagente dell'Assirisk di Massimo Carpifave, ucciso a colpi di mazza da baseball ieri. Pennetti ha cercato di mentire alla polizia di Rieti che l'ha convocato in commissariato, continuando a sostenere di aver lasciato Carpifave a Roma. Ma il controllo delle microcelle dei due telefonini - quello di Pennetti e quello di Carpifave - ha smentito le parole dell'assicuratore che non ha retto all'interrogatorio ed è crollato. L'assicuratore ha pianto, poi ha raccontato le cose come sono successe e ha portato la polizia nel luogo dove aveva occultato il corpo di Carpifave e dove aveva gettato gli abiti sporchi di sangue.
DISCUSSIONE IN AUTO - I due colleghi lavoravano insieme in un'agenzia di assicurazioni sulla Cassia. Venerdì mattina erano andati insieme con l'auto del più giovane a Leonessa per concludere un affare, ma nel tardo pomeriggio - lungo la strada del ritorno - tra i due è nata una violenta discussione che avrebbe spinto Pennetti, timoroso di poter perdere il lavoro, a colpire violentemente e ripetutamente la sua vittima con una mazza da baseball, fino ad ucciderlo. Poi ha nascosto il cadavere: nessuno lo avrebbe ritrovato, probabilmente, se non avesse lui stesso condotto gli agenti sul luogo della «sepoltura». Pennetti, dopo essersi disfatto della mazza da baseball gettandola nei boschi, ha ripreso il viaggio e - durante il cammino - si e è liberato anche di altri oggetti appartenuti al suo capo. È stata la moglie di quest'ultimo a denunciare alla polizia di Roma - alle 21 di venerdì - la scomparsa del marito, che non riusciva più a rintracciare al telefono: la donna ha chiamato il commissariato Tor Carbone, spiegando che il giovane collega era già arrivato a Roma e le aveva detto di aver lasciato suo marito presso la sede dell'agenzia, ma che questi - più volte da lei chiamato - non rispondeva alle telefonate. La polizia ha subito chiesto al magistrato di turno l'autorizzazione a indagare anche attraverso intercettazioni per rintracciare il sospetto, che è stato poi fermato in tarda serata e condotto in commissariato.
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| Assunta Almirante, fu la testimone di nozze della vittima, Massimo Carpifave |
CANDIDATO PER AN - Donna Assunta Almirante e l'ex assessore regionale e attuale consigliere regionale del Lazio Antonio Cicchetti furono testimoni di nozze della vittima Massimo Carpifave. Lo racconta lo stesso Cicchetti. «Si sposò due-tre anni fa e siamo stati io e Donna Assunta ad essere suoi testimoni. Sono quelle amicizie che si coltivano a distanza perchè ci vede raramente. Con la moglie avevano una casa in una frazione di Leonessa e qualche volta sono andato a pranzo a casa loro. Lui - ha concluso - di sicuro era più assorbito dal suo lavoro di assicuratore che dalla politica». Nel 2001 Massimo Carpifave si candidò nella lista di An alle comunali di Roma ed ottenne 420 preferenze non riuscendo ad essere eletto. La vittima era molto conosciuta a Leonessa. «È stato un omicidio efferato che ha scosso la comunità», ha commentato il sindaco del comune reatino Paolo Trancassini, che conosceva ad anni la vittima. «Era residente in una villetta a Leonessa, da giovanissimi ci frequentavamo, veniva a prendermi per andare a giocare a pallone. Tornava spesso a Leonessa. Da giovane militava nel Msi, poi si è anche candidato un paio di volte, al Comune di Roma nel 2001 con An ed anche alla Camera nel 2006 con la Lega Nord senza essere mai eletto, ma non ha mai fatto politica a Leonessa».
Redazione online
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06/07/2010
«Arrestato il mullah Omar» Ma non ci sono conferme ufficiali
«Arrestato il mullah Omar» Ma non ci sono conferme ufficialiIL PORTAVOCE DEI TALEBANI: «INFORMAZIONE FALSA, solo propaganda occidentale». La notizia rilanciata dai media afgani e pakistani: «Il capo dei talebani è stato catturato a Karachi»
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| Il mullah Omar |
KARACI (PAKISTAN) - «Il capo dei talebani, il mullah Omar, è stato arrestato in Pakistan»: la notizia, lanciata dal blog di un ex funzionario del Dipartimento per la Sicurezza nazionale Usa e ripresa ora da molti media afghani e pakistani, non è stata però confermata dal Pentagono né delle autorità di Islamabad. Secondo informazioni contrastanti, il mullah Omar sarebbe stato fermato a Karachi.
LA SMENTITA - Citando i media pakistani, la popolare emittente afgana Tolo Tv ha riferito dell'arresto, mostrando una foto del mullah Omar con la consueta benda sull'occhio, senza fornire altri dettagli. Intanto un portavoce dei talebani, Qari Yusuf Ahmadi, contattato telefonicamente dall'agenzia Nuova Cina, ha smentito l'informazione definendola pura propaganda occidentale e sottolineando che il mullah Omar è libero, in ottima salute e continua a guidare i combattenti. Nei mesi scorsi era stato catturato a Karachi il suo braccio destro Mullah Brather.
IL BLOGGER - Anche un altro portavoce dei talebani, Zabeeh Ullah, smentisce la notizia, affermando che già il 13 maggio scorso l'arresto del mullah Omar era stato annunciato su un blog americano. Secondo il portavoce, citato dal quotidiano 'The Nation', gli Stati Uniti usano questa tattica per salvare la faccia. Stando al blogger Usa Brad Thor sul sito 'biggovernment.com', i servizi pakistani hanno catturato il mullah Omar a Karachi il 27 marzo. La notizia cominciava sostenendo che «attraverso fonti chiave dell'intelligence in Afghanistan e Pakistan, ho appreso che il leader dei talebani e alleato di Osama Bin Laden, il mullah Omar, è stato catturato» in marzo. Nonostante numerose riprese sullo stesso blog, né la Cia, né il Pentagono, né le autorità pakistane o afghane hanno mai commentato la notizia.
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29/03/2010
La top model regina della cocaina: traffici anche in Italia
La top model regina della cocaina: traffici anche in Italia
Dall’Argentina. Era una delle più note sulle passerelle del Sud America. È accusata di gestire banda di belle ragazze spacciatrici
| Angie Sanclemente Valencia con un delfino |
BUENOS AIRES — C’era anche l’Italia e in particolare Roma tra le destinazioni finali di una rete di narcotrafficanti gestita da una ex top model colombiana, Angie Sanclemente Valencia, che secondo le autorità avrebbe avuto per anni un ruolo chiave nel trasportare ingenti dosi di cocaina purissima da Buenos Aires a Cancùn, in Messico, e da lì in Europa. «Abbiamo scoperto una valigia piena di droga in partenza per Fiumicino», hanno dichiarato alla stampa argentina gli inquirenti, impegnati in una caccia all’uomo in tutto il Sud America per stanare la pusher, oggi 31enne, contro la quale l’Interpol ha emesso un mandato internazionale di cattura dopo la sua misteriosa scomparsa a Buenos Aires, alcune settimane fa.
Figlia di una poverissima madre single che utilizzò tutti i suoi risparmi per farla studiare alla prestigiosa scuola per modelle «La Pasarella» di Barranquilla, prima di finire nella famigerata lista most wanted, la Sanclemente era una delle modelle più gettonate dalle agenzie di moda, vincitrice di innumerevoli concorsi di bellezza e volto- copertina di riviste e giornali. A mettere gli investigatori sulle sue tracce, è stato l’arresto, il 13 dicembre all’aeroporto di Buenos Aires, di sei spacciatori, quattro uomini e due donne, che l’hanno additata come la «capobanda». Nella valigia di una di loro, Maria, i doganieri hanno trovato 55 chilogrammi di cocaina per un valore complessivo di quasi tre milioni e mezzo di dollari, se rivenduta nelle strade d’Europa o Stati Uniti. Gli agenti sarebbero rimasti colpiti dal look mozzafiato di Maria, una bionda 21enne e molto sexy, vestita con abiti attillati, studiati ad hoc per distogliere l’attenzione degli agenti dalla valigia.
| Angie è stata per diversi anni una delle top model più famose della Colombia |
Secondo le accuse dei magistrati, l’organizzazione utilizzava soltanto mulas (corrieri) donne: i carichi in partenza per l’Europa e l’Italia dovevano infatti essere trasportati da giovani ragazze, tutte belle, molte delle quali ex modelle o comunque con esperienza nel mondo delle passerelle. Nonostante il mandato di cattura internazionale, la Sanclemente ha continuato ad aggiornare il suo profilo su Facebook, usandolo per inviare un messaggio alla Cnn dove dichiara di essere «rattristata e ferita per come i media possano distruggere un innocente ». «Non voglio andare in prigione perché non me lo merito», spiega al network all news. «Vista la sua bellezza, teme di essere violentata, se entra in carcere», le fa eco il suo avvocato, Guillermo Tiscornia, smentendo — come sostiene la stampa — che la sua cliente sia stata sposata con il capo dei Narcos messicani Carlos Cabañas Catzin, noto come «il mostro».
E sarebbero stati proprio i padrini a scoprirla, durante il concorso per Miss Caffè, da lei poi vinto. «I Narcos frequentano regolarmente i concorsi di bellezza per comperare le donne che gli aggradano », spiega alla Cnn un’addetta ai lavori, costretta all’anonimato, «sono loro a sponsorizzare le candidate, a pagare le operazioni di chirurgia plastica e, spesso, a corrompere i giudici per far vincere la loro ragazza». Se decidesse di collaborare con la giustizia, la donna rischia di fare la stessa fine di Julio Correa, uno spacciatore «pentito», fidanzato dell’ex top model colombiana Natalia Paris, ucciso nel 2001 da un ex socio che per farlo sparire lo tagliò a pezzi, gettandolo dentro un tritacarne.
Alessandra Farkas
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15/03/2010
Terra bruciata attorno a Messina Denaro Arrestati 19 fedelissimi del boss mafioso
Terra bruciata attorno a Messina Denaro Arrestati 19 fedelissimi del boss mafioso
In corso 40 perquisizioni in tutta Italia, sequestrate alcune aziende di ristorazione. Tra loro anche il fratello. Si occupavano degli affari di famiglia e gestivano la latitanza del padrino trapanese
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| Messina Denaro in una delle ultime foto conosciute (Ansa) |
TRAPANI - Terra bruciata intorno a Matteo Messina Denaro, il boss latitante dal 1993 indicato come il nuovo capo di Cosa Nostra. È l'obiettivo dell'operazione "Golem 2" in cui sono stati impegnati più di 200 agenti delle squadre mobili di Palermo e Trapani nella zona di Castelvetrano, paese natale del capomafia. Diciannove i fermi emessi dalla Procura distrettuale antimafia. Il boss si serviva di fiancheggiatori insospettabili incaricati di gestirne la latitanza e di occuparsi degli affari della famiglia.
PRESO IL FRATELLO - Tra i fermati anche il fratello, Salvatore Messina Denaro. E poi Maurizio Arimondi, Calogero Cangemi, Fortunato e Lorenzo Catalanotto, Tonino Catania, Andrea Craparotta, Giovanni Filardo, Leonardo Ippolito, Antonino Marotta, Marco Manzo, Nicolò Nicolosi, Vincenzo Panicola, Giovanni Perrone, Carlo Piazza, Giovanni Risalvato, Paolo Salvo, Salvatore Sciacca e Vincenzo Scirè. Alcuni sono parenti del boss. L'indagine ha evidenziato come Cosa Nostra continui ad assoldare uomini d'onore storici che, scontata la pena e usciti dal carcere, tornano a dare il loro contributo. È il caso di Filippo Sammartano, Antonino Bonafede e Piero Centonze. In cella sono finiti diversi elementi di spicco di Cosa Nostra trapanese, tra cui i reggenti delle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara, Partanna e Marsala che avrebbero svolto un ruolo di raccordo tra Messina Denaro e i suoi affiliati nonché con i vertici delle cosche palermitane. Tutti gli arrestati devono rispondere di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamenti e trasferimento fraudolento di società e valori. In corso anche 40 perquisizioni in diverse regioni italiane: nel mirino in particolare le province di Trapani, Palermo, Caltanissetta, Torino, Como, Milano, Imperia, Lucca e Siena.
PRESI I "POSTINI" - Le indagini sono state coordinate dal procuratore di Palermo Francesco Messineo, dall'aggiunto Teresa Principato e dai pm Marzia Sabella e Paolo Guido. Gli arresti costituiscono il seguito dell'operazione "Golem 1", condotta a giugno con l'obiettivo di disarticolare la rete di complicità che ha favorito la latitanza del boss. I fedelissimi avevano il ruolo di "postini": recapitavano corrispondenza contenente ordini e disposizioni. Gli investigatori sono arrivati a loro intercettando dei pizzini attribuiti a Messina Denaro, che in passato ha avuto un fitto scambio epistolare anche con Bernardo Provenzano e i boss Lo Piccolo. Fondamentali nell'indagine alcune intercettazioni. «Da alcuni passaggi si desume il penetrante controllo del territorio da parte del gruppo criminale capeggiato dal superlatitante - spiegano gli inquirenti -, il ricorso sistematico alla violenza per la realizzazione degli obiettivi, il programma di gestione di alcune risorse economiche della zona, l'assoggettamento delle imprese, in molti casi titolari di importanti appalti pubblici, al sistema delle estorsioni e il sistema di riscossione delle relative tangenti, le attività di sostegno alle famiglie dei detenuti con il pagamento delle spese legali e di quelle personali attraverso i proventi delle estorsioni, la ricerca di consenso, di disponibilità e mutua assistenza tra i membri dell'organizzazione e verso il capomafia latitante».
SEQUESTRO AZIENDE - L'indagine riguarda anche un grosso giro d'affari che, come detto, interessa regioni sparse in tutta Italia. Gli inquirenti hanno chiesto il sequestro di alcune aziende che operano nel settore della ristorazione e della distribuzione alimentare, risultate fittiziamente intestate a prestanome di parenti di Messina Denaro e di affiliati al mandamento di Castelvetrano. L'obiettivo era sottrarre il patrimonio accumulato illecitamente ai provvedimenti di confisca e sequestro. Gli investigatori hanno accertato numerose estorsioni nei confronti di imprese impegnate in appalti nel comune di Castelvetrano, come quello per la costruzione di serbatoi e condotte dell'acquedotto Bresciana o le opere di completamento del Polo tecnologico integrato nella contrada Airone.
«COLPO SIGNIFICATIVO» - «È stato scoperto e disarticolato quello che era un verso e proprio servizio postale utilizzato negli ultimi 14 anni dal superlatitante Messina Denaro per comunicare, attraverso i pizzini, gli ordini del boss divenuto ormai il capo di Cosa Nostra» ha commentato il funzionario del Servizio centrale operativo della polizia Vincenzo Nicolì. Il questore di Trapani Giuseppe Gualtieri sottolinea che «l'operazione ha indebolito il tessuto di fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro e dato un colpo significativo al fenomeno mafioso della provincia. L'appoggio in termini economici conta moltissimo perché significa capacità di dare lavoro, di condizionare Consigli comunali e operazioni finanziare».
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24/02/2010
Da modella a capo dei narcotrafficanti
Da modella a capo dei narcotrafficanti
La trentenne Angie Sanselmente Valencia. Una gang di modelli e indossatrici che regolarmente trasportano cocaina dal Sudamerica in Europa
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| Angie Sanselmente Valencia (da Lanacion.com) |
BOGOTA'(COLOMBIA) - Da modella di biancheria intima a capo di un'organizzazione internazionale di droga. È ancora latitante la bellissima trentenne Angie Sanselmente Valencia che secondo la stampa argentina sarebbe a capo di una gang di modelli e d’indossatrici che quotidianamente trasportano cocaina dal Sudamerica in Europa.
MANDATO DI CATTURA - La ragazza descritta dal quotidiano La Nacion come «una bellezza dalla pelle scura, con gli occhi marroni, i capelli castani e un sorriso fatale» è nata in Colombia nel maggio del 1979 e sulla sua testa pende un mandato di cattura internazionale. Valencia avrebbe cominciato la sua attività illegale dopo aver sposato un noto boss della droga messicano conosciuto con il soprannome di «Il mostro». Ma l'anno scorso, dopo aver appreso i segreti del mestiere, avrebbe lasciato il criminale e avrebbe organizzato la sua gang di narcotrafficanti.
ADDIO ALLE PASSERELLE - In passato Valencia ha vinto diversi concorsi di bellezza e nel 2000 è stata incoronata Regina del Caffè in Colombia. Solo recentemente ha scelto di abbandonare il mondo delle passerelle per dedicarsi completamente agli affari illeciti. Il suo quartier generale sarebbe in Messico e il business del suo gruppo criminale è andato a gonfie vele fino allo scorso 13 dicembre, quando la polizia ha arrestato nell'aeroporto di Buenos Aires una ragazza del clan con 55 chili di cocaina. La ventunenne ha confessato alla polizia argentina che ogni giorno a turno uno dei membri del clan viaggiava su un aereo intercontinentale trasportando una valigetta piena di cocaina. Il viaggio era retribuito con 5 mila dollari. Grazie alle confessioni della ventunenne, altri tre membri della gang sono stati arrestati a Buenos Aires, mentre una coppia di ragazzi per non finire in galera si è gettata dal balcone di un palazzo che si trova nel quartiere di Belgrano, sempre nella capitale argentina.
LATITANZA - La «mula» (termine usato per identificare i corrieri della droga) ha rivelato anche che il suo capo gli aveva assicurato che nessuno l'avrebbe controllata in aeroporto. Adesso la polizia argentina sta indagando sui legami tra la gang e alcune persone che lavorano nello scalo internazionale bonarense. La leader della gang ancora una volta ha dimostrato di essere molto astuta ed è riuscita a evitare l'arresto. Ospite di un hotel a quattro stelle di Buenos Aires, la trentenne ha saputo in anteprima del blitz della polizia e ha fatto perdere le sue tracce. Secondo gli inquirenti si troverebbe ancora in Argentina e la polizia assicura che la sua latitanza non durerà a lungo.
Francesco Tortora
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17/01/2010
Firenze, donna a capo di una gang di cinesi
Firenze, donna a capo di una gang di cinesi
Era il capo di una gang che chiedeva regolarmente il "pizzo" ai commercianti della zona. In sei sono finiti in manette
Era il capo di una banda di soli uomini, la quarantaseienne cinese che ieri pomeriggio si e' presentata per la quarta volta consecutiva, dal 10 dicembre scorso, in un laboratorio di pelletteria, gestito da connazionali, tentando di estorcere denaro. A fermarla gli agenti delle Volanti di Firenze diretti dal vice questore Roberto Sbenaglia che per lei e per cinque uomini della sua "gang", di eta' compresa tra i trentototto e ventisei anni, hanno fatto scattare le manette per tentata estorsione.
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06/01/2010
Yemen, fonti Sana'a: preso capo locale di Al Qaeda
Yemen, fonti Sana'a: preso capo locale di Al Qaeda
L'uomo, sospettato di essere uno degli organizzatori delle minacce agli Usa che hanno costretto alcune ambasciate occidentali a chiudere, è stato arrestato in un ospedale insieme ad altri due militanti. I tre erano stati feriti lo scorso lunedì in un raid
WASHINGTON - Il fallito attentato di Natale «si poteva prevenire», ma la sicurezza «ha fallito in maniera disastrosa». Barack Obama punta il dito contro gli errori dell'intelligence dopo la riunione alla Casa Bianca con il segretario di Stato, Hillary Clinton, il ministro della Difesa, Robert Gates, quello per la Sicurezza interna, Janet Napolitano, e con i direttori della Cia, Leon Panetta, e dell'Fbi, Robert Mueller. Un summit convocato dopo il fallito attacco di Natale su un volo diretto a Detroit. «Se un sospetto terrorista è riuscito a salire su un aereo - ha detto il leader Usa - vuol dire che il sistema ha una falla». Secondo Obama, non è stato però «un fallimento nella raccolta di intelligence». Le informazioni necessarie per anticipare le intenzioni di Al Qaeda erano state raccolte, ha dichiarato, ma «vi è stato un fallimento» nell'analizzare le connessioni tra questi dati
YEMEN - «L'intelligence sapeva che il fallito attentatore era stato nello Yemen - ha aggiunto - e che si era unito agli estremisti. Sappiamo anche che nello Yemen ci sono altri terroristi pronti a colpire. Non eravamo a conoscenza della pericolosità dell'attentatore di Natale, ma avevamo abbastanza informazioni per fermarlo. Non possiamo sottovalutare questi dati: è inaccettabile. La sicurezza ha fallito in maniera disastrosa».
GUANTANAMO - Obama ha poi confermato la chiusura di Guantanamo, ma ha aggiunto che «nessun detenuto sarà trasferito nello Yemen». Il leader americano ha inoltre ribadito che gli Stati Uniti sono «determinati a sventare i piani di Al Qaeda e a smantellare le reti terroristiche una volta per tutte, ovunque esse siano radicate».
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31/05/2009
La Santanchè rivela a Libero: «Veronica Lario ha un compagno»
La Santanchè rivela a Libero: «Veronica Lario ha un compagno»
La verità della leader del Movimento per l'Italia. «È il capo del servizio di sicurezza di Villa Macherio»
| Daniela Santanchè (Imagoeconomica) |
ROMA - «Il presidente non ha sfasciato nessuna famiglia, ma è Veronica Lario che da molto tempo ha un compagno». Il nome? Alberto Orlandi, 47 anni, capo del servizio di sicurezza di Villa Macherio. Lo afferma Daniela Santanchè in un'intervista a Libero. Secondo la leader del Movimento per l'Italia, Berlusconi «ha tentato di tutto per tenere ugualmente in piedi la famiglia. Ha rinunciato ad avere al fianco la sua donna, ha accettato che l'Italia non avesse una first lady, ha messo da parte il suo orgoglio di uomo. Con la moglie ha fatto un patto: andiamo avanti, non sfasciamo tutto, ha pensato ai figli, ai nipotini. Insomma, ha fatto quello che pochi uomini, soprattutto nelle sue condizioni, avrebbero il coraggio di fare. Ha accettato ciò che pochi uomini accettano. Cosa gli sarebbe costato divorziare e rifarsi una famiglia, un amore? Il battito di un ciglio e la questione era risolta. E invece nulla».
CAMPAGNA MEDIATICA - La Santanchè spiega al quotidiano di Vittorio Feltri di essersi decisa a rendere nota questa circostanza per l'insistenza con la quale viene condotta la campagna mediatica contro il premier: «Ogni mattina apro i giornali e leggo di Berlusconi di qua e Berlusconi di là. E ogni mattina spero di trovare quella verità che io so e che ribalterebbe tutto, ogni giorno spero che il presidente abbia la forza di farlo, di dire. E invece niente. Il Paese poteva essere travolto da un finto scandalo, l'immagine internazionale sta per essere compromessa. Non è più accettabile, sopportabile. Sono certa che la misura è colma, che il gioco è truccato».
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26/05/2009
Rifiuti, blitz della guardia di Finanza nel termovalorizzatore di Acerra
Rifiuti, blitz della guardia di Finanza nel termovalorizzatore di Acerra
Procura di nuovo in azione sul ciclo dello smaltimento. Interrogato il capo del termovalorizzatore
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| Un momento dell'inaugurazione dell'inceneritore (Photomasi) |
NAPOLI - Il fascicolo è quello aperto sei anni fa, ma sullo smaltimento dei rifiuti in Campania partono nuovi accertamenti. Acquisizione di documenti e interrogatori che la Procura di Napoli affida alla Guardia di finanza per verificare il rispetto delle normative. E per cercare di recuperare almeno 300 milioni di euro dalla società Impregilo, capofila del consorzio impegnato nello smaltimento dei rifiuti, dopo la decisione della Corte di cassazione di ordinare un nuovo giudizio sul sequestro dei beni. Si parte dal termovalorizzatore di Acerra, l’obiettivo potrebbe essere però in altri siti dove la spazzatura viene accumulata e preparata per lo stoccaggio.
Gli accertamenti sono iniziati la scorsa settimana. Mercoledì alcuni ufficiali delle fiamme gialle si sono presentati a Palazzo Salerno, sede del Commissariato straordinario per lo smaltimento dei rifiuti che si trova in piazza Plebiscito, e hanno chiesto atti relativi alla gestione delle discariche e dell’inceneritore. Ma si sono dovuti fermare quando uno dei funzionari ha chiesto gli venisse mostrato il provvedimento del pubblico ministero che disponeva il sequestro, hanno spiegato i finanzieri prima di andare via. Il giorno dopo, nuova visita. Questa volta gli investigatori entrano negli uffici della Fibe, una delle società controllate da Impregilo, che si trovano proprio presso la struttura di Acerra e portano via numerosi atti.
Venerdì cominciano gli interrogatori. In procura viene convocato Michele Mirelli, responsabile unico del procedimento (Rup) di Acerra come «persona informata sui fatti». Un testimone, dunque. Per oltre due ore gli viene chiesto di spiegare il funzionamento del termovalorizzatore, di fornire chiarimenti riguardo alle procedure seguite. Sull’invito a comparire c’è il numero del procedimento: 15940/03. È il fascicolo aperto sei anni fa dopo la presentazione di un esposto di Tommaso Sodano, l’esponente di Rifondazione Comunista che chiese alla magistratura di verificare il rispetto delle leggi sullo smaltimento dei rifiuti. Quella denuncia portò al processo che si sta celebrando qui a Napoli contro l’attuale governatore Antonio Bassolino e contro la stessa Impregilo, ma è diventato il contenitore di altre indagini relative alla gestione dell’emergenza spazzatura.
In base al decreto sui rifiuti approvato lo scorso anno dal governo Berlusconi, tutte le inchieste su questa materia avviate dopo la conversione in legge del provvedimento, devono essere gestite dal procuratore della Repubblica. Gli ultimi accertamenti sono invece stati disposti dai sostituti Giuseppe Novello e Paolo Sirleo, gli stessi che si sono occupati degli altri filoni già arrivati al dibattimento, in particolare quello che lo scorso anno provocò gli arresti dei funzionari del Commissariato e delle società concessionarie, accusati di non aver smaltito le ecoballe negli impianti termici idonei. Proprio la gestione di questo fascicolo ha provocato uno scontro durissimo, finito poi all’esame del Consiglio superiore della magistratura, all’interno degli uffici giudiziari partenopei. I due sostituti, appoggiati dal coordinatore e procuratore aggiunto Aldo De Chiara, hanno infatti contestato duramente la scelta del capo Giandomenico Lepore di stralciare la posizione del sottosegretario Guido Bertolaso, del prefetto Alessandro Pansa e di altri cinque indagati.
Ufficialmente le acquisizioni di documenti e gli interrogatori della scorsa settimana rientrano nelle verifiche disposte dai pubblici ministeri in vista dell’udienza al tribunale del Riesame sul sequestro del denaro di Impregilo. In procura viene negato che le indagini riguardino il termovalorizzatore. In realtà gli accertamenti mirano a riscontrare altri elementi emersi nel corso delle vecchie indagini e potrebbero portare a inaspettati sviluppi sulla gestione dei siti dove viene accatastata la spazzatura e in quelli dove viene incenerita.
Fiorenza Sarzanini
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17/05/2009
Camorra, preso a Marbella il leader degli «scissionisti»
Camorra, preso a Marbella il leader degli «scissionisti»
In Spagna fermato il «re della coca». Il boss Raffaele Amato è stato arrestato, era latitante dal 2006: otto omicidi negli anni '90
NAPOLI - Uno dei boss del gruppo degli «scissionisti» di Scampia, Raffaele Amato, è stato arrestato dalla polizia di Napoli in Spagna. L'uomo era latitante dal 2006.
LATITANTE - Raffaele Amato, 44 anni, era ricercato dopo l'emissione nei suoi confronti, da parte del gip del Tribunale di Napoli, di una ordinanza di custodia cautelare in carcere, con l'accusa di omicidio. Da alcuni anni il boss della camorra si era stabilito in Spagna. Arrestato una prima volta nel 2005, era stato scarcerato dal Tribunale del riesame per decorrenza dei termini di carcerazione ed aveva fatto nuovamente perdere le sue tracce.
OTTO OMICIDI - Raffaele Amato deve rispondere di otto omicidi commessi fra il 1991 e il 1993, nella cosiddetta faida di Mugnano (località della periferia nord della provincia di Napoli). Il latitante è stato arrestato dopo un pedinamento di 50 chilometri, iniziato a Malaga, in Spagna, e finito nella hall di un albergo di Marbella. L'uomo, ritenuto il principale importatore di cocaina nel mercato napoletano, ha replicato qualcosa in spagnolo e poi, quando ha capito di avere di fronte la polizia italiana, non ha opposto alcuna resistenza. Il boss viveva in una località della Costa del Sol, come latitante; faceva viaggi all'estero per incontrare i suoi familiari, e usava più documenti, parlando perfettamente lo spagnolo. Con Raffaele Amato è stato arrestato anche Carmine Minucci; colpiti da provvedimenti di custodia cautelare anche Paolo Di Lauro, Enrico D'Avanzo, Rosario Pariante, Antonio Abbinante, Raffaele Abbinante, Gennaro Marino e Massimiliano Cafasso, già detenuti in carcere.
MARONI - Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha telefonato al capo della polizia, prefetto Antonio Manganelli, e al procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, per congratularsi per l'operazione che ha portato all’arresto di Amato.
16:05 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: camorra, arrestato, latitante, re della coca, preso, marbella, scissionisti, capo, clan, spagna | OKNOtizie |
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