22/04/2010
Riina: il cardinale mi aiuti per la grazia
Riina: il cardinale mi aiuti per la graziaIl capomafia è in cella da diciassette anni. Il difensore: «È stata un'iniziativa personale». Appello del boss a Tettamanzi in un incontro con il cappellano del carcere
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| Un'immagine d'archivio di Totò Riina (Ansa) |
Arrivato alla soglia degli ottant’anni d’età, e dopo diciassette di carcere, Totò Riina pensa alla grazia. In un colloquio con il cappellano del carcere di Opera dov’è rinchiuso, il pluriergastolano capomafia corleonese ha fatto balenare questa idea, chiedendo al sacerdote di intercedere presso l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, per l’appoggio a un ipotetico provvedimento di clemenza. Una formale domanda, infatti, non è stata ancora presentata.
L’incontro è avvenuto un paio di settimane fa ed è stato riferito alla Procura nazionale antimafia dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, a sua volta informata dal direttore del carcere milanese. L’appunto trasmesso alla Superprocura, guidata da Piero Grasso, fa esplicito riferimento alla grazia a cui Riina aspirerebbe, anche se ciò potrebbe avvenire solo attraverso un complesso iter che non è stato nemmeno messo in moto ed è difficile immaginare che possa trovare uno sbocco concreto. Tanto che l’avvocato del boss, Luca Cianferoni, dice di non saperne niente: «Non sono a conoscenza di questa iniziativa, che a quanto capisco è di tipo assolutamente personale». La notizia è stata comunque ritenuta di interesse per il massimo ufficio inquirente in materia di mafia, vista la personalità e il ruolo del protagonista, del quale vengono costantemente monitorate tutte le mosse. Soprattutto dopo che nove mesi fa accettò per la prima volta di incontrare i magistrati di Caltanissetta. Senza diventare un «pentito», ma per sostenere davanti agli inquirenti che hanno riaperto l’indagine su quell’eccidio, che nella strage del luglio ’92 in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta c’entravano pezzi dello Stato, con generici riferimenti ad apparati e servizi segreti deviati. «Borsellino l’hanno ammazzato loro» aveva detto pochi giorni prima attraverso il proprio difensore, che in quell’occasione aveva riportato il pensiero del suo cliente: «Il signor Riina ha voluto, tramite me, rappresentare la sua convinzione e cioè che l’attentato a Borsellino fu opera di personaggi legati alle istituzioni». Da successivo interrogatorio non vennero molti altri elementi, tranne la ripetizione del concetto che per quella strage «ci sono innocenti in carcere e colpevoli fuori». Parole intese come messaggi che si tentò di interpretare, con i magistrati divisi tra chi se ne considerava destinatario e chi invece riteneva che fossero rivolti ad altri soggetti. Trapelò che Riina stesse preparando un memoriale per dare la sua personale versione dei fatti in cui è stato coinvolto e per i quali è stato condannato, ma non se n’è fatto niente. Un altro messaggio? E indirizzato a chi? Forse anche l’intenzione di presentare prima o poi una domanda di grazia, per la quale cerca un preventivo quanto improbabile interessamento della Chiesa attraverso l’arcivescovo della città in cui è detenuto, potrebbe far parte di una strategia fatta di segnali. In questo caso però il difensore se ne tira fuori. L’avvocato Cianferoni ritiene invece che sia giunto il momento di attenuare i rigori dell’articolo «41 bis» imposto a Riina dal giorno dell’arresto e ricorda le tante istanze presentate per far fronte a uno stato di salute del capomafia che lui definisce «decadente». Ma anche questa è una battaglia che s’annuncia difficile. Il boss corleonese è stato più volte definito dal suo legale «il parafulmine» d’Italia e adesso il difensore è alle prese con il processo di primo grado in cui Riina è imputato per il sequestro e l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro, scomparso a Palermo nel 1971.
Su istanza della difesa la Corte d’assise ha appena ammesso la produzione di un libro, Anni Ottanta, attacco della mafia allo Stato, che contiene un riferimento ai diari dell’ex consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici, ucciso nel 1983, nei quali si riportano presunte convinzioni dell’ex capo della squadra mobile Boris Giuliano (assassinato nel 1979) su ipotetiche responsabilità per quel delitto. «A me paiono importanti non tanto per l’attribuzione delle responsabilità — commenta l’avvocato Cianferoni — ma per dimostrare l’estraneità del Riina».
Giovanni Bianconi
12:11 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
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30/12/2009
Canada: ucciso Nick Rizzuto, figlio del capomafia di Montreal
Canada: ucciso Nick Rizzuto, figlio del capomafia di Montreal
Il padre, ora in prigione, è il boss della città del Quebec. Secondo la polizia si tratta di un regolamento di conti tra gang rivali
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| Nick Rizzuto (da Montrealgazette.com) |
MONTREAL - Nick Rizzuto, 42 anni, figlio del presunto capomafia di Montreal, è stato ucciso martedì pomeriggio nella città canadese. Secondo la polizia si è trattato di un regolamento di conti tra bande rivali. Rizzuto, figlio del boss Vito, si trovava in una strada del centro quando un killer gli si è avvicinato e gli ha sparato davanti a diversi testimoni terrorizzati. La vittima, la 31ma morta ammazzata nel 2009 nella metropoli del Quebec, è deceduta durante il trasporto all'ospedale.
LOTTA - La famiglia Rizzuto, originaria di Cattolica Eraclea in provincia di Agrigento, è arrivata in Canada nel 1954 e da allora ha avuto un ruolo di spicco nella criminalità organizzata canadese. Secondo lo scrittore esperto di mafia canadese Antonio Nicaso, l'omicidio si inquadra nel tentativo di strappare il controllo del territorio alla famiglia Rizzuto, al potere ormai da decenni, da parte di bande rivali. Quest'omicidio potrebbe ora scatenare una vera e propria guerra di mafia in Quebec. Secondo Nicaso, il delitto potrebbe essere legato a una serie di attentati incendiati ai bar italiani di Montreal avvenuti di recente. L'avvicinamento ad alcuni gruppi malavitosi potrebbe avergli creato nemici tra le bande della città provenienti da Haiti o potrebbe trattarsi di un regolamento di conti all'interno della mafia di Montreal.
IN PRIGIONE - Il padre Vito, dal 2004 in una prigione in Colorado dove sta scontando dieci anni per contrabbando e per il suo ruolo nell'eliminazione di tre membri del clan Bonanno, riuscì a farsi riconoscere boss di Montreal mettendo d'accordo varie famiglia mafiose, delinquenti comuni, i criminali irlandesi e colombiani e la banda di motociclisti degli Hell's Angels.
15:18 Scritto in CRONACA ESTERA | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
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21/06/2009
Venezuela: preso il boss Miceli
Venezuela: preso il boss Miceli
Gestiva per conto di cosa nostra il traffico internazionale di droga in sudamerica. Il capomafia di Salemi, uno dei 30 ricercati più pericolosi, era latitante dal 2001. Arrestato a Caracas
CARACAS (VENEZUELA) - Il capomafia di Salemi Salvatore Miceli, inserito nell'elenco dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia, è stato arrestato a Caracas, in Venezuela, dai carabinieri del comando provinciale di Trapani in collaborazione con l'Interpol.
RE DEL NARCOTRAFFICO - Il boss, considerato un elemento di spicco del narcotraffico internazionale, era ricercato dal 2001, in seguito a una condanna per associazione mafiosa e traffico internazionale di stupefacenti divenuta definitiva. L'indagine che ha portato all'individuazione e alla cattura di Miceli è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Nel maggio del 2003 la polizia aveva arrestato, nell'ambito di un'operazione antidroga, anche la moglie di Miceli, Veronica Dudzinski, e i figli Ivano e Mario. Il boss di Salemi era stato inoltre intercettato nel 2000 con Pino Lipari, il «consiglior» di Bernardo Provenzano, che lo «investiva» ufficialmente per gestire un traffico internazionale di stupefacenti.
17:08 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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