07/03/2011
Soltanto spostato il vigile coinvolto nello stupro. Il Pd: Alemanno lo sospenda
Soltanto spostato il vigile coinvolto nello stupro. Il Pd: Alemanno lo sospendaVIOLENZA IN CASERMA. Polemiche sull'agente di polizia municipale: aveva sostenuto di essere gay, ma un testimone lo accusa
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04/03/2011
Violentata in cella da tre carabinieri
Violentata in cella da tre carabinieriDENUNCIA CHOC. La donna arrestata per un furto. I militari trasferiti, nell'indagine anche un vigile. Medici hanno confermato il rapporto sessuale, ma non hanno riscontrato lesioni
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29/10/2010
Roma, tenente suicida in caserma. Era stata Miss Abruzzo Rocchetta '99
Roma, tenente suicida in caserma. Era stata Miss Abruzzo Rocchetta '99È successo nella caserma Carlo Alberto Dalla Chiesa. Claudia Racciatti, 29 anni, si è tolta la vita con un colpo di pistola. Forse temeva un'azione disciplinare
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30/04/2010
Pestaggio in caserma, carabiniere indagato
Pestaggio in caserma, carabiniere indagatoA Ferrara tensione dopo quattro fermi. L’accusa da un video pubblicato anche su Youtube. La procura ha aperto un’inchiesta per lesioni.
Immagini concitate che propongono alcune fasi del presunto pestaggio di alcuni giovani avvenuto in una caserma dei carabinieri di Ferrara, in via del Campo, sono state mostrate in televisione rimbalzando subito sui siti internet. Nelle immagini si vedono, in momenti diversi, due persone che cadono a terra, forse colpite, circondate da alcuni carabinieri in divisa; e un altro fermato nudo, poi avvolto in una coperta e portato via da personale di pronto soccorso sanitario. Manconi, presidente dell?associazione A Buon Diritto, parla di un nuovo “caso di violenza all'interno di una caserma”.
Il video è nel fascicolo dell'inchiesta aperta dalla procura di Ferrara per lesioni contro un carabiniere e per resistenza a pubblico ufficiale contestata a quattro giovani. Il filmato riguarda i fatti accaduti il 24 febbraio scorso (e riferiti allora da mezzi di informazione) quando i quattro, dopo essere stati arrestati in stato di ebbrezza per resistenza a pubblico ufficiale, furono trattenuti per ore in caserma.
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03/02/2010
Di Pietro: ho sempre difeso lo Stato Per me Contrada era un poliziotto
Di Pietro: ho sempre difeso lo Stato Per me Contrada era un poliziotto
L'intervista. Il leader dell'Idv si difende dopo la pubblicazione della foto con l'ex 007. «La Kroll? Mai avuto a che fare, nemmeno con la Cia. E chi accidenti è l'americano?»
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| (Emblema) |
ROMA— «Io non ho mai venduto Mani pulite».
È la premessa di Antonio Di Pietro, infuriato contro chi ipotizza trame oscure tessute dietro la Tangentopoli del ’92. Comincia così l’intervista sulle foto (pubblicate ieri dal Corriere della Sera) che lo ritraggono a cena il 15 dicembre di quell’anno accanto a Bruno Contrada (il funzionario Sisde nove giorni dopo arrestato per mafia) e ad altri agenti dei Servizi, compreso un «americano» dell’agenzia Kroll.
Teme che i suoi avversari leghino la coincidenza della cena e dell’avviso a Bettino Craxi, spiccato la sera prima?
«È storia vecchia. È da quando ho cominciato l’indagine su Mani pulite che si sta tentando di spostare l’attenzione su un asserito e pretestuoso complotto mai esistito. E mi ribello con tutte le mie forze. Avendo sempre fatto al meglio il mio dovere. Da manovale, costruendo muri dritti. Da operaio, in Germania, fabbricando forchette. Da magistrato, impegnato a difendere lo Stato. E oggi facendo opposizione in modo chiaro».
È solo un caso che si sia ritrovato a cena quella sera con alcuni alti gradi dei Servizi italiani e stranieri?
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| Di Pietro a fianco di Contrada nella cena del 1992 |
«E che ne sapevo io dell’identità di quelle persone invitate in una caserma dei carabinieri dal comandate del nucleo operativo? Cioè dal colonnello Vitagliano con il quale noi del pool di Milano lavoravamo ogni giorno. Al termine di una giornata di lavoro mi invita a cena per gli auguri di Natale e vado senza sapere chi c’è. Che ne so io dei Servizi? Ma lo so che si lavora a costruire le coincidenze. Per dimostrare che il giorno dopo l’avviso a Craxi io andavo a rendere conto del buon lavoro compiuto. E so qual è il passo successivo. Mi aspetto la domanda: a chi ha riferito?».
Non ha provato sorpresa quando si è ritrovato accanto Bruno Contrada, visto che già allora i pentiti ne parlavano e tanti magistrati di Palermo dubitavano sul suo conto?
«Stiamo parlando di un questore, non di una escort. Per me era un funzionario dello Stato. E nemmeno lo conoscevo. Né potevo sapere che nove giorni dopo l’avrebbero arrestato. Se qualcuno ha sporcato quella cena non sono io, ma adesso non voglio nemmeno sputare addosso a Contrada, anche perché la sua è una storia complessa e non va banalizzata».
Perché qualcuno tentò di fare sparire quelle foto?
«Io non sapevo nemmeno che esistessero. Anzi, se qualcuno me le fa avere pago il francobollo. Era tutto alla luce del sole. Ero in una caserma, con tanta gente e manco se ci fosse stato Provenzano me ne sarei accorto. Non ero mica nel sottoscala di una bettola di Istanbul con Ali Agca».
Una volta arrestato Contrada, non ha pensato di avvertire i suoi colleghi di Palermo o il suo capo, Borrelli?
«E che gli dicevo a Borrelli? Che ero andato a cena dai carabinieri».
Che s’era ritrovato accanto a Contrada.
«Ma nemmeno me ne ricordavo».
E l’agente americano?
«Chi accidenti è st’americano? Chi lo conosce? E poi guardi che è difficile parlare con me in americano».
Ma la targa premio della Kroll la prese?
«Di coppe e targhe casa mia è piena. Anzi, debbo proprio cercarla. Ce ne sono di mezzo mondo. Forse è in mezzo a quelle della Turchia e della Corea». I suoi rapporti con la Kroll? « Mai avuto a che fare né con l’agenzia Kroll, né con la Cia, sia chiaro. E se vogliamo giocare agli 007, se vogliamo costruire una spy story, allora, io merito il patentino del Kgb, del servizio russo perché è chiaro che ho lavorato per i comunisti. Allora, altro che spionaggio americano, posso concorrere da campione del controspionaggio...».
A chi si riferisce quando parla di «menti malate»?
«Anche a chi butta fango come l’avvocato Di Domenico che alcuni giudici hanno accusato di praticare "una condotta priva di rilevanza penale", pronto alla "strumentalizzazione dell’iniziativa giudiziaria"».
Lei è mai stato con Di Domenico in America anche per cercare fondi elettorali?
«In America con Di Domenico? Lo escluderei. Credo proprio di no. Ci andrò dopo le regionali negli Usa».
E il sospetto lanciato nella lettera a lei inviata ieri da Di Domenico su una sua recente presenza alla Hong Kong Shangai Bank?
«Altra bufala tutta da ridere. Io ci sono andato nel ’92 in quella banca per Tangentopoli, per una delle rogatorie a caccia di fondi occulti. Ecco la non notizia lanciata come una chiacchiera che si lascia echeggiare finché non si sviluppa il dibattito sul niente assoluto».
Mai avuto suoi depositi a Hong Kong o in altre banche straniere?
«No, la risposta è: mai venduto Mani pulite a nessuno».
Felice Cavallaro
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02/02/2010
Di Pietro, Contrada e la cena del 1992
Di Pietro, Contrada e la cena del 1992
Trovate quattro foto dell’incontro in caserma. Il tentativo di farle sparire, ne esistevano altre otto. L’ex pm: spy story che non esiste
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| Antonio Di Pietro (terzo da sinistra) a cena con il funzionario del Sisde Bruno Contrada (secondo da sinistra), in una delle foto scattate il 15 dicembre del 1992, nove giorni prima dell’arresto dello stesso |
ROMA - Alcune foto che era stato ordinato di distruggere inquietano Antonio Di Pietro. Sono quattro foto scattate il 15 dicembre del 1992 con il futuro leader di Italia dei valori seduto a tavola, durante una cena conviviale in una caserma dei carabinieri, fra alcuni ufficiali arruolati nei servizi segreti, uno 007 eccellente come Bruno Contrada e un altro James Bond vicino alla Cia, arrivato da Washington per una targa ricordo della famosa «Kroll Secret Service» all’ospite d’onore, appunto Di Pietro. Solo una cena. Niente di male, come ha già fatto sapere lo stesso Contrada attraverso il suo avvocato. Solo una occasionale e innocua chiacchierata prenatalizia fra amici e colleghi, fra investigatori e soltanto un magistrato. Una cena immortalata da una macchina fotografica senza pretese che salta fuori giusto per un ricordo, appena qualche scatto, dodici per l’esattezza, come si accerterà nove giorni dopo, quando tutti si preoccupano e a tutti fanno giurare di bruciare ogni copia.
Tante le telefonate incrociate quel maledetto giorno, il 24 dicembre del 1992. Il giorno dell’arresto di Bruno Contrada, allora numero 3 del Sisde, funzionario sotto mira dei colleghi di Paolo Borsellino sin dalla strage di via D’Amelio, cinque mesi prima. E scatta una gara a farle sparire. Ognuno assicura che lo farà. Forse per evitare di ritrovarsi un giorno davanti al funzionario mascariato dalle rivelazioni di alcuni pentiti come Gaspare Mutolo, scagliatosi in ottobre contro ‘u dutturi e contro Domenico Signorino, pm con Giuseppe Ayala al primo maxi processo. Un giudice antimafia nelle mani dei Riccobono, secondo i primi scoop. Seguiti dal suicidio di Signorino, il 3 dicembre. Un drammatico evento del quale non si può non parlare alla cena organizzata con i vertici dei Servizi nella caserma del comando Legione di via In Selci dal capo del reparto operativo dei carabinieri di Roma, Tommaso Vitagliano, allora colonnello, oggi generale di brigata. Ma le storiacce di mafia non sono l’unico argomento di conversazione perché quel 15 dicembre, a metà giornata, l’Ansa ha ufficializzato con un dispaccio l’avviso di garanzia contro Bettino Craxi per concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. È il provvedimento firmato con Saverio Borrelli e gli altri colleghi del pool di Milano proprio da Tonino Di Pietro la sera precedente, il 14. E, ventiquattro ore dopo, il giudice per il quale mezza Italia ormai tifa sta lì a tavola, Contrada seduto accanto a lui, l’agente americano pronto con la targa premio.
IL COLPO - Se la storia non fosse rimasta top secret per 17 anni forse qualche domanda, anche fra gli stessi sostenitori di Di Pietro, sarebbe stata posta prima. Avvertì Di Pietro di quelle curiose coincidenze i suoi colleghi? Se lo chiede anche chi adesso tira fuori le foto considerate tessere di un mosaico chiamato «Il ‘colpo’ allo Stato», per dirla col titolo di un libro quasi ultimato da un ex amico sganciatosi da Di Pietro, l’avvocato Mario Di Domenico, cultore di statuti medievali e, guarda un po’, cooptato dieci anni fa dal magistrato per redigere proprio lo Statuto di Italia dei valori. Un’amicizia clamorosamente interrotta. Come quella di Di Pietro con Elio Veltri, oggi in sintonia con Di Domenico. Al di là dei rancori che spaccano il micro mondo dell’Italia dei valori, adesso le foto che il Corriere pubblica oggi e quelle che si troveranno nel libro edito da Koinè stimolano qualche riflessione. Al di là di impropri retro pensieri sul versante «americano», Di Pietro non avrebbe informato di quella cena con Bruno Contrada né i suoi colleghi del pool di Milano né i magistrati di Palermo che il 24 dicembre disposero l’arresto. Anzi, quel giorno scatta la caccia alle foto per distruggerle.
Vivono tutti un forte imbarazzo e si affanna soprattutto Francesco D’Agostino, il maggiore dei carabinieri che accompagna Di Pietro alla cena, e che in una istantanea compare di fronte a Contrada, a sua volta seduto vicino a Di Pietro. Provando a soffocare le prime voci sulle foto da una manina salvate, adesso l’ex magistrato ricorda di avere incontrato lì per caso Contrada. E forse lo stesso dirà D’Agostino, l’ufficiale soprannominato «El tigre», amico e frequentatore del banchiere italo-svizzero Pier Francesco Pacini Battaglia che uscì indenne dagli interrogatori avvenuti prima delle scenografiche dimissioni di Di Pietro. Con soddisfazione del maggiore, in seguito al centro di un discusso prestito di 700 milioni elargito dallo stesso Pacini Battaglia. Quel 15 dicembre del 1992 D’Agostino è un fidatissimo collaboratore per Di Pietro. E con lui va alla cena romana lasciando tornare a Milano da solo Gherardo Colombo, dopo la notte dell’avviso e dopo avere trascorso insieme la mattina a Roma, al Csm, per un convegno. Di Pietro è così l’unico magistrato presente al vertice enogastronomico con gli alti gradi dei Servizi e con l’«americano» Rocco Mario Modiati, a tutti presentato come il responsabile della cosiddetta «Cia di Wall Street», la Kroll, la più grande organizzazione di investigazione d’affari del mondo fondata nel ’72 da Jules Kroll, tremila dipendenti fissi, una quantità di collaboratori, corsia preferenziale per chi arriva da Cia e altri servizi, Mossad compreso, uffici in 60 città di 35 Paesi, stando anche a una inchiesta pubblicata dal New Yorker il 19 ottobre scorso.
LA BUFALA - Manca la foto con la consegna della targa premio. E forse serve a poco interrogarsi sull’impatto che tutte avrebbero potuto avere nel pieno e nella piena di Mani pulite. Anche nelle scelte degli stessi colleghi di Di Pietro e di Borrelli che «avrebbe potuto cambiare mano nella guida delle inchieste», come teorizza Di Domenico. Oggi Contrada è il primo a minimizzare il peso dell’incontro, parlando attraverso il suo avvocato Giuseppe Lipera, tappato com’è ai domiciliari per motivi di salute: «Un incontro casuale e cordiale. "Siamo quasi colleghi perché anch’io sono stato per il passato funzionario di polizia", mi disse Di Pietro quando capì chi ero...». Molti considerano inattendibile Contrada per definizione. Altri sono certi di un errore giudiziario a suo carico. Ma il punto non è questo. Bisognerebbe semmai capire perché di quell’incontro non si sia fatto mai cenno successivamente e perché l’evidente imbarazzo portò tutti a cercare di far sparire le foto, anche se lo stesso Contrada dice di possederne una copia e altri le hanno conservate.
Di Pietro, davanti a sospetti o insinuazioni, passa al contrattacco, inserendo qualche errore fra i suoi ricordi: «Si vuol fare credere, attraverso un dossier di 12 foto mie con Mori, Contrada e funzionari dei servizi segreti, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia». Una citazione errata quella di Mori, estraneo alla cena derubricata da Di Pietro al rango di «bufala o trappola»: «Soltanto menti malate possono pensare che ho fatto quel che ho fatto per una spy story e non come umile manovale dello Stato, che quando faceva il muro cercava di farlo dritto». Ma non basta per convincere Bobo Craxi, da tempo interessato a scavare sull’ipotesi dell’aggancio americano: «Una teoria che sarebbe verosimile perché dopo l’89 c’erano interessi internazionali a cambiare il quadro europeo».
ANNOZERO - Le foto documentano solo una cena. Ma è anche vero che il ruolo di Contrada era già discusso e che non sfuggiva a Di Pietro il quadro insidioso dei misteri legati alla strage di via D’Amelio. Dopo 17 anni è stato lui l’8 ottobre scorso a rivelare durante una puntata di Annozero, presente Massimo Ciancimino, di essere stato informato alcuni giorni prima della strage di una relazione dei Ros su un attentato preparato contro lo stesso magistrato e contro Paolo Borsellino. Con una differenza. Che a Borsellino la nota fu inviata per posta e mai recapitata. Mentre a lui fu consegnato un passaporto con nome di copertura, Mario Canale, per rifugiarsi all’estero. Come fece andando in vacanza con la moglie in Costa Rica, ma lasciando i figli a casa. Per chi indaga da vent’anni sui pasticci italiani è scontato cercare di mettere a fuoco la controffensiva di potentati allarmati dall’eventualità di un incrocio fra le inchieste di Palermo e Milano sui grandi affari. Proprio quel che rischiava di accadere dal febbraio ’92 in poi, con Falcone e Borsellino vivi e con il pool di Milano al lavoro. Da qui l’importanza di quella minaccia della mafia su Di Pietro e Borsellino insieme. Eppure, anche la storia della fuga del «Signor Canale» è venuta fuori solo a 17 anni di distanza.
Sull’asse Milano-Palermo si incrocia una cronologia parallela da vertigine. E ogni volta salta fuori anche il nome di Contrada che alcuni considerano un mostro, a cominciare da un fan di Di Pietro come Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via D’Amelio: «Paolo considerava Contrada un assassino e lo stesso considero io. Paolo disse più di una volta ai suoi familiari parlando di Contrada "Solo a fare il nome di quell’uomo si può morire"». Posizione oggi ufficialmente condivisa da Di Pietro, stando a quel «finalmente condannato» che lanciò nel suo blog il 19 luglio di due anni fa. Parole che stridono per i suoi ex amici più che con la cena con i silenzi successivi. D’altronde per il pool di Palermo, diffidente nei confronti del capo, Piero Giammanco, e in attesa di Giancarlo Caselli, arrivato il 15 gennaio ’93, è una estate infuocata quella del ‘92.
UN VORTICE - Il 12 settembre, vengono estradati dal Venezuela i fratelli Cuntrera, il 17 viene ucciso a Palermo Ignazio Salvo, il 15 ottobre a Catania il giudice Felice Lima fa arrestare 22 persone fra imprenditori, politici, progettisti coinvolti dal geometra Giuseppe Li Pera e il 4 novembre tuona il pentito Giuseppe Marchese su Contrada accusandolo di aver avvisato Totò Riina prima di una perquisizione nella villa-covo di Borgo Molara, rivelazione preceduta dagli strali di Gaspare Mutolo contro il dirigente del Sisde e il giudice Signorino. In quei giorni Di Pietro non lavora solo su Craxi, ma anche sulle storie siciliane. Segue l’asse appalti-mafia come farà nei mesi successivi andando a trovare con l’allora capitano Giuseppe De Donno a Rebibbia «don» Vito Ciancimino. Un incontro che sarà poi dimenticato. Fatti senza seguito. Fino ad arrivare alla deposizione dello stesso Di Pietro, il 21 aprile 1999, davanti ai giudici del «Borsellino ter» ai quali ricorderà di avere collaborato con Paolo Borsellino fino alla morte di Falcone e di «avere interrotto il rapporto con la Sicilia» (argomento mafia-appalti) dopo la bomba di via D’Amelio «perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati». Gli stessi ignari di foto e incontri eccellenti.
Felice Cavallaro
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06/11/2009
Texas, sparatoria in una base militare E' strage tra i soldati: 12 morti e 31 feriti
Texas, sparatoria in una base militare E' strage tra i soldati: 12 morti e 31 feriti
L'autore del massacro nella caserma di Fort Hood e' di origine palestinese. Un maggiore, medico militare, è il killer, che è stato ferito ed è agli arresti. Obama: «Sconvolgente»
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| Militari all'interno della base di Fort Hood (Afp) |
AUSTIN - Un'altra strage della follia negli Usa, definita "sconvolgente" dal presidente Obama, intervenuto dalla Casa Bianca. Questa volta la tragedia in una delle più importanti basi militari Usa, accaduta probabilmente durante una cerimonia di fine corso: 12 militari stati uccisi e almeno 31 sono rimasti feriti a seguito di una sparatoria nella base militare di Fort Hood, in Texas. Il bilancio si è fatto sempre più pesante con il passare delle ore. L'incidente è accaduto al Soldier Readiness Center della base militare di Fort Hood, che ha ogni giorno un intenso traffico di soldati in arrivo e in partenza.
CHI E' STATO - Un ufficiale di origine palestinese in partenza l'Iraq è l’autore della strage. Il maggiore Nidal Malik Hasan, 39 anni, un medico specializzato in malattie mentali, ha agito da solo usando un'arma semi-automatica ed alcune pistole: ha sparato in modo indiscriminato sui soldati impegnati in controlli medici prima di partire per la guerra. L'uomo è stato ferito dai militari della base. Altri due sospetti, anch’essi militari, sono stati prima fermati e poi rilasciati. Il maggiore in un primo momento era stato dato per morto, poi il generale Cone che comanda la base ha chiarito che è ferito e si trova in un ospedale in condizioni definite "stabili".
Il maggiore Hasan, nato in Virginia e laureato in biochimica alla Virginia Tech (teatro di un'altra famosa strage), aveva indossato la divisa per quasi venti anni e si considerava «un patriota» americano. Aveva studiato con il sostegno finanziario delle forze armate, impegnandosi in cambio a restare per un certo numero di anni in divisa. Un familiare ha rivelato che il medico, che aveva lavorato per sei anni al famoso ospedale militare Walter Reed (a Washington) specializzato nelle cure ai soldati feriti, compresi quelle vittima di stress post-traumatico, si opponeva alla decisione delle autorità di inviarlo in Iraq. «Era contrario alla idea di finire in guerra, era il suo incubo, stava facendo tutto il possibile per evitare questa svolta della sua vita - ha raccontato il cugino Nader Hasan - aveva ascoltato ogni giorno al Walter Reed i racconti dei soldati rientrati dal fronte e rimasti traumatizzati da ciò che avevano visto». Il medico, che non era sposato e non aveva figli, considerava l'esercito la sua casa ma era rimasto molto disturbato dagli attacchi verbali e dai sospetti che la sua origine mediorientale provocava anche tra gli uomini in divisa, specie dopo la strage dell'11/9. Si era anche rivolto ad un avvocato per vedere se esisteva la possibilità di uscire dalle forze armate. Un cugino ha detto che Hasan era di fede islamica fin dalla nascita. I suoi genitori provenivano da un villaggio non lontano da Gerusalemme. Alcuni colleghi lo hanno descritto come un «solitario» ed un «irascibile». In aprile era stato trasferito da Washington a Fort Hood. Il mese dopo era stato promosso maggiore.
CENTRO DI ADDESTRAMENTO PIU' GRANDE DEGLI USA - La base di Fort Hood, il più importante centro di addestramento militare in territorio americano, ospita più di 65mila persone. E' anche uno dei centri più importanti per i soldati in entrata e in uscita dalla missioni di guerra in Iraq e Afghanistan. La base si trova a un centinaio di chilometri da Waco, teatro della rivolta della setta dei davidiani che nel 1993 causò la morte di 74 persone.
OBAMA: «TRAGEDIA SCONVOLGENTE» - Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha definito «sconvolgente» quanto avvenuto a Fort Hood, in Texas. «Non si conoscono ancora i dettagli - ha detto Obama - sappiamo solo che c'è stata una sparatoria e che molti uomini in uniforme sono stati uccisi, e altri sono rimasti feriti. I miei pensieri vanno alle famiglie. È sconvolgente sapere che uomini e donne in uniforme muoiono in territori di guerra, ma è ancora più sconvolgente quando questo avviene in territorio americano». «Ho parlato con il segretario alla Difesa Gates e il capo di stato maggiore congiunto McMullen e con l'Fbi per assicurare che Fort Hood sia messo in sicurezza» ha aggiunto il presidente, «troveremo risposta a ogni singolo interrogativo e forniremo a questa comunità tutto il sostegno federale. In qualità comandante in capo non poter avere onore più alto che garantire la sicurezza dei nostri uomini in uniforme quando sono in patria».
07:55 Scritto in CRONACA ESTERA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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13/10/2009
Bomba a Milano. Sequestrati 40 kg di potenziale esplosivo
Bomba a Milano. Sequestrati 40 kg di potenziale esplosivo
Due uomini sono stati fermati perché sospettati di complicità nell'attentato di ieri contro la caserma Santa Barbara. Nessun legame con la Jihad
Due uomini sono stati fermati stanotte a Milano perché sospettati di complicità nell'attentato di ieri contro la caserma Santa Barbara, mentre nel corso delle indagini sono state ritrovate decine di chili di materiale utilizzabile per la fabbricazione di ordigni.
Lo hanno riferito la Procura di Milano e fonti investigative precisando che i due fermati sono un egiziano, Kol Abdel Hady Abdelazim Mahmoud, e un libico, Israfel Mohammed Imbaeya.
In una nota della Procura si legge che "è stata individuata un'abitazione a Milano nella disponibilità di (Mohammed) Game (l'autore dell'attentato di ieri, ndr) e Kol sita nello stesso stabile ove dimora Israfel, dove è stato rinvenuto materiale di interesse investigativo tra cui circa 40 chili di nitrato d'ammonio e sostanze chimiche utili, ove combinate al nitrato, per la fabbricazione di ordigni esplosivi apparentemente dello stesso tipo di quello esploso in via Perrucchetti".
I magistrati smentiscono dunque che "siano stati sequestrati grossi quantitativi di esplosivo, posto che il nitrato d'ammonio non è in sé un esplosivo anche se costituisce un componente per la fabbricazione di esplosivo".
Una fonte investigativa in precedenza aveva infatti detto che il potenziale esplosivo ritrovato, circa 100 chili, comprendeva "fertilizzanti e altri materiali atti al confezionamento (di ordigni)".
Nel corso delle indagini è stato accertato che il nitrato è stato acquistato circa una settimana fa da Game.
La Procura ha fatto sapere che l'egiziano e il libico sono stati fermati per detenzione, fabbricazione e porto di esplosivi. Il magistrato richiederà la convalida dell'arresto in flagranza di Game, avvenuto ieri e dei due fermi di oggi.
Verrebbe inoltre confermata la linea del gesto isolato, anche se a compierlo sarebbe stata appunto una cellula e non il solo Game, che comunque, secondo le prime ipotesi, aveva messo in conto di morire. Che si tratti di una cellula 'fai da te' lo confermerebbero anche i riscontri avuti dalle perquisizioni effettuate nella notte nelle abitazioni dei due fermati: gli uomini della Digos e del Ros non avrebbero trovato materiale ideologico che possa richiamare il Jihad. Né sarebbero state recuperate cassette, dvd, scritti di terroristi impegnati in Afghanistan e Iraq, manuali per la costruzione di ordigni o sui campi di addestramento sparsi in Medio Oriente.
15:34 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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12/10/2009
Libico con bomba artigianale si fa esplodere in caserma
Libico con bomba artigianale si fa esplodere in caserma
È accaduto alle 7.45 in piazzale Giuseppe Perrucchetti a Milano. Bloccato dai militari, l'uomo ha azionato un ordigno nascosto in una cassetta degli attrezzi: ha perso una mano. Ferito il caporale 20enne che era di guardia
MILANO - «È un fatto gravissimo da tutti i punti di vista, ma non è da enfatizzare. L'attenzione delle forze dell'ordine è massima». Questa la prima valutazione del procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, che coordina le indagini sull'attentato di lunedì mattina alla caserma «Santa Barbara» di via Perucchetti. Il procuratore ha precisato che comunque bisognerà capire il contesto in cui è stato compiuto l'attentato e che «se fosse per mano di una persona singola, ci dovrebbe essere una valutazione diversa». L'inchiesta è stata assegnata al pm Maurizio Romanelli, magistrato milanese che ha già condotto parecchie inchieste sul terrorismo islamico. Il bilancio dell'attentato è di due feriti: l'attentatore, Mohamed Game, 34 anni, libico, in gravi condizioni, e un militare ventenne, che ha riportato ferite lievi. L'attentatore, ricoverato al Fatebenefratelli, è in stato di arresto per detenzione, porto abusivo e fabbricazione di esplosivi ed è stato denunciato anche per il reato di strage.
LO SCOPPIO - L'esplosione è avvenuta alle 7.45 davanti alla caserma sede del Primo Reggimento Trasmissioni e del Reggimento artiglieria a cavallo dell'esercito di piazzale Giuseppe Perrucchetti, a Milano (zona Forze Armate). Un uomo di nazionalità libica, Mohamed Game, di 34 anni, con precedenti per ricettazione, è arrivato davanti alla porta carraia con un pacco che conteneva un ordigno rudimentale di bassa potenza, nascosto in una cassetta degli attrezzi. L'uomo ha cercato di approfittare dell'ingresso di un militare che stava entrando nella struttura a prendere servizio con la sua auto, una Fiat Punto. L'attentatore ha cercato di intrufolarsi, ma gli si sono parati davanti i militari di guardia che, per fortuna, erano a qualche metro di distanza e gli hanno spianato contro il fucile mitragliatore. È stato a quel punto che l'uomo ha fatto esplodere il rudimentale ordigno. Prima avrebbe urlato solo alcune parole in arabo. Il comandante della caserma Perrucchetti, il Colonnello Valentino De Simone, e fonti investigative hanno «smentito categoricamente» che il libico abbia proferito frasi inerenti ai nostri militari in Afghanistan, come inizialmente era stato riferito. Dai documenti l'uomo risulta cittadino libico, nato in Libia il 17 ottobre nel 1974, in Italia dal 2003 e in regola con il permesso di soggiorno.
L'ESPLOSIVO - Nella cassetta degli attrezzi c’erano, a quanto sembra, circa due chili di esplosivo artigianale: fortunatamente solo una parte è esplosa, altrimenti la potenza dello scoppio sarebbe stata tale da far crollare l’ingresso della caserma.
IL CAPORALE FERITO - Nello scoppio è rimasto ferito Guido La Veneziana, un caporale di 20 anni del primo regimento Trasmissioni, di servizio in quel momento in caserma; si è rialzato subito, ha rifiutato il ricovero e ha parlato con gli investigatori. Una scheggia lo avrebbe colpito di rimbalzo, procurandogli ferite lievi alla testa.
PERSA LA MANO - Grave invece l'attentatore, Mohamed Game: il personale del 118, dopo averlo intubato e stabilizzato, lo ha portato all'ospedale Fatebenefratelli in codice rosso. L'uomo è ricoverato al Pronto soccorso, in stato di arresto, piantonato da un nutrito numero di poliziotti e carabinieri che presidiano l'ingresso su via Castelfidardo e gli ingressi e i corridoi del reparto. Game è stato portato in sala operatoria, dove è stato sedato e intubato. La prognosi è riservata. Al cittadino libico è stata amputata la mano e riporta lesioni al volto e ai bulbi oculari per le schegge seguite all'esplosione della bomba.
LA COMPAGNA ITALIANA - L'attentatore è residente a Milano e padre di una figlia che ha avuto da una donna italiana, con la quale non risulta essere sposato. In tarda mattinata uomini della Digos si sono recati nella casa dove vive, pare da solo, in cerca di ulteriori elementi su di lui e sulle sue eventuali finalità terroristiche. Il luogo, ovviamente, è coperto dal massimo riserbo, ma non dovrebbe essere molto distante dalla caserma, che si trova nella zona sud-ovest del capoluogo lombardo. Mentre l'uomo è ricoverato per le gravi ferite riportate nell'esplosione, la convivente italiana è sotto interrogatorio.
IL BIGLIETTO DEL TRENO - Il presunto attentatore «sembra fosse giunto a Milano da Napoli, in tasca gli investigatori gli hanno trovato un biglietto ferroviario»: lo ha riferito il consigliere provinciale Giovanni De Nicola parlando ai cronisti in piazzale Perrucchetti. Il politico parla di un «episodio molto, molto preoccupante, che dà l’idea di un piano organizzato e di una possibile base dell’attentatore a Milano».
UN REPARTO IN AFGHANISTAN - Secondo quanto riferito dai vertici militari della caserma Santa Barbara di Milano, un reparto tra quelli di stanza nel complesso milanese dell'Esercito si trova attualmente in zona d'operazioni in Afghanistan. È una compagnia (quindi circa un centinaio di uomini) del primo Reggimento trasmissioni «Spluga», che condivide gli spazi della grande infrastruttura, l'ultima operativa rimasta a Milano, con il Reggimento artiglieria a cavallo, le famose «Voloire». Nella caserma Santa Barbara di Milano c'è anche il centro comando che coordina l'operazione «Strade sicure» nella città, che vede l'impiego di militari sia del Reggimento artiglieria a cavallo, sia di altri reparti anche di fuori città.
LE INTERCETTAZIONI - La caserma Santa Barbara era tra gli obiettivi di due presunti terroristi marocchini arrestati a Milano nel dicembre 2008, che progettavano una serie di attentati proprio nel capoluogo lombardo. Il nome della caserma venne fuori da una telefonata intercettata dalla Digos in cui i due marocchini indicavano anche altri obiettivi: l'Ufficio stranieri e la sede del terzo reparto mobile della Polizia in via Cagni, a Milano, la caserma dei carabinieri di Giussano e la sede della Compagnia dell'Arma a Desio, il parcheggio del supermercato Esselunga di Seregno. I due marocchini, Rachid Ilhami, di 31 anni predicatore del centro culturale «Pace» di Macherio, e Gafir Abdelkader, di 42, furono arrestati il 2 dicembre del 2008: di loro gli investigatori dissero che si trattava di «cani sciolti» pervasi però da forte radicalismo islamico. Dalle intercettazioni è emerso che il gruppo - oltre ai due arrestati l'indagine ha riguardato altre sette persone - dalla predicazione era passato a studiare gli effetti degli ordigni, le tecniche di autodifesa e come utilizzare sostanze comuni per creare ordigni. «Ci vuole qualcosa che rimanga nella storia, così avresti il riconoscimento di Dio e la grazia di Dio» diceva uno dei due arrestati in una conversazione intercettata a settembre 2008. E in un'altra: «Tu vai dentro, per esempio in una caserma dei carabinieri e ci sono 10, 15 militari, e se li terrorizzassimo?» commentavano.
UN CASO ISOLATO - Secondo gli investigatori si trattava di personaggi non inseriti in alcuna organizzazione e che, non essendo riusciti a trovare i contatti necessari per recarsi nelle zone di guerra, avevano deciso di combattere la propria battaglia in Italia. In Procura a Milano hanno comunque fatto sapere che l'attentato alla Perrucchetti sarebbe un caso isolato e non avrebbe nulla a che vedere con i progetti venuti a galla nell'inchiesta che riguarda i marocchini. Inchiesta nella quale non sono mai emersi contatti diretti con fondamentalisti di nazionalità libica.
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05/07/2009
Nella fortezza di Coppito tra i Nocs e i violini del '500
Nella fortezza di Coppito tra i Nocs e i violini del '500
Il reportage. La corsa a completare le strutture. Agenti Usa appostati sulle montagne. Un intero piano per Obama, invitato a non affacciarsi mai
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| Una veduta della caserma di Coppito (Ansa) |
L'AQUILA — Nella boscaglia, mangiano mele rosse. Uno fuma il sigaro. Hello! Silenzio. Where are you from? (Da dove venite?). Silenzio. Alzano il grosso cannocchiale e guardano giù. Ma la caserma di Coppito si vede bene anche a occhio nudo. Un cecchino si divertirebbe un sacco. I due giovani agenti dei servizi segreti americani — come nei film: capelli biondi rasati a zero, mascellone, spalle palestrate — controllano la scena e, appunto, hanno preso il posto del cecchino. Da sotto, dal presidio della Guardia di finanza che sta per ospitare gli uomini più potenti della Terra, il picco della montagna appare comunque troppo vicino, e troppo minaccioso. A Barack Obama è stato perciò chiesto di non avvicinarsi alle finestre. I suoi ragazzi, lassù, faranno anche una buona guardia: però le precauzioni non sono mai troppe. Specie se davvero il presidente degli Stati Uniti, tra due notti, entrerà in una di queste due palazzine a cinque piani. Così modeste, deboli, attaccabili. Appartenevano agli ufficiali delle Fiamme Gialle. Le hanno ristrutturate (bagni nuovi, le pareti di un bel giallo ocra, i pavimenti in gres, lampadari al posto delle luci al neon) e le hanno chiamate Hotel Roma 16, Milano Hotel 17. In una Obama, nell'altra Berlusconi. Si deciderà all'ultimo (il giochino dell'incertezza sembra continui ad essere un efficace deterrente contro eventuali attacchi terroristici).
Di certo Obama avrà un intero piano. Ogni piano è composto da quattro camere e due bagni. Ogni piano ha dieci finestre, e tre soltanto avranno le serrande alzate. Prevista la presenza di quattro agenti della sua sicurezza personale (dormiranno nella stanza accanto, Michelle è abituata e poi gli agenti sono addestrati anche ad essere discreti). Previsto pure che nessuno potrà bussare alla porta dell'appartamento. Tutti gli spostamenti del presidente degli Stati Uniti verranno infatti gestiti via radio. Ogni squadra si comunicherà i suoi passi. Sta per uscire, apriamo la porta, esce, scala, prima rampa, seconda rampa, corridoio, terra, è fuori, okay, ora è vostro. Fonti attendibili sostengono che il medesimo trattamento verrà riservato anche a Gordon Brown e ad Angela Merkel. I servizi segreti si parlano (a volte). Così è passata questa logica: se gli americani agiscono autonomamente per il loro Obama, altrettanto faremo noi. Ovviamente non è stato facile spiegarlo ai nostri. Che comunque penseranno a Silvio Berlusconi. E, soprattutto, alle emergenze. Che poi sarebbe più appropriato parlare dell'unica, possibile emergenza: vale a dire una forte, improvvisa scossa. A quel punto l'evacuazione dei Grandi del Pianeta sarebbe, davvero, una faccenda complicata.
Visti, da lontano, ufficiali dei Nocs (i nuclei speciali della polizia) e dei Gis (quelli dei carabinieri) effettuare attente ricognizioni sul campo. Il piazzale delle cerimonie, dove c'è il palco, sarebbe la zona dove dovrebbero atterrare gli elicotteri in caso di emergenza. Visti anche artificieri controllare meticolosamente la struttura del palco. Sentito urlare un alto funzionario dei nostri servizi segreti: «Non è ammissibile che ancora così tanti operai e sconosciuti si aggirino qui dentro a poche ore dall'inizio del G8!». Se è per questo, ad un certo punto, hanno cominciato a infilare il naso anche una trentina di cronisti e cameramen. Visita guidata a cura della Protezione civile. Colleghi giapponesi quasi commossi innanzi al museo che, nelle intenzioni di Berlusconi, dovrà far allibire pure qualche Capo di Stato. C'è uno dei Codici di Leonardo da Vinci, c'è la statua del Guerriero di Capestrano (una scultura in pietra calcarea del VI secolo a.C. rinvenuta in una necropoli dell'antica città di Aufinum-Ofena). C'è un violino del 1566 di Andrea Amati. C'è lo spartito originale della Tosca di Giacomo Puccini. Non si capisce bene dove sia questo campo da basket allestito appositamente per farci giocare Obama; ma ai più, considerato il buon senso di Obama, pare improbabile che davvero un simile straordinario personaggio possa aver espresso una simile, sciocca esigenza. Piuttosto è interessante leggere la lista delle esigenze espresse dai cuochi (quelli militari di stanza della caserma saranno affiancati da un plotoncino di esperti scelti direttamente da Palazzo Chigi): scaricati ieri venti prosciutti di Parma, un imprecisato quantitativo di tipici salumi abruzzesi (capocolli, salami, soppresse). Poi confezioni di spaghetti, rigatoni e fusilli provenienti da un celebre pastificio locale. Casse di vino di una delle più prestigiose cantine che producono il rosso di Montepulciano. Si scaricano vettovagliamenti, rotoli di moquettes, centinaia di computer, chilometri di fili elettrici. Si lavora alla luce delle fotoelettriche. Ogni tanto la terra trema. Ma Guido Bertolaso, il grande capo della Protezione civile, dice che possiamo stare tranquilli. Poi piove, c'è un gran temporale, e allora uno pensa agli abruzzesi che stanno nelle tende, nel fango, nell'aria appiccicosa. Tutti muti. Perplessi. Che cercano di capire a cosa serva, e a chi, questo G8.
Fabrizio Roncone
12:47 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: reportage, vertice, g8, l'aquila, strutture, agenti usa, nocs, obama, piano di sicurezza, servizi segreti, coppito, caserma | OKNOtizie |
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