06/07/2010

Kylie Minogue come Afrodite

Kylie Minogue come Afrodite

La Venere tascabile australiana torna prepotentemente sulla scena con un nuovo lavoro all'insegna della dance music, dell'energia e dell'ottimismo, dall'emblematico titolo 'Aphrodite', dea dell'amore, della bellezza e della sensualità

 

 

Il nuovo album di Kylie Minogue, dal conturbante titolo 'Aphrodite', disponibile nei negozi da martedì 7 luglio, segna il ritorno sulle scene della poliedrica artista e performer che  nella sua carriera ha venduto oltre 60 milioni di dischi nel mondo.  L'album sarà disponibile in versione cd e cd e dvd (che contiene il  making of del video di 'All the lovers', il video del singolo, quattro performance live del tour Usa 2008/2009 e alcune immagini inedite). 

L'album vede Kylie celebrare le sue origini dance con la  collaborazione, in veste di executive producer, di Stuart Price, che  ha prodotto anche artisti del calibro di Madonna, Pet Shop Boys, Missy Elliott, The Killers, Gwen Stefani, Starsailor e Seal. La lista degli  autori dei brani vede in primis Kylie e a seguire Stuart Price, Calvin Harris, Jake Shears, Nerina Pallot e Tim Rice-Oxley dei Keane.


La cantante australiana ha presentato il singolo 'All the  lovers' lo scorso 29 maggio in Italia, nella suggestiva cornice  dell'Arena di Verona per i Wind Music Awards. "Il singolo -ha  spiegato l'artista- è stato uno degli ultimi brani ad essere scritto  per l'album. Anche mentre lo stavo registrando, già sapevo che 'All  The Lovers' sarebbe stato il primo singolo; rappresenta perfettamente  l'allegria dell'album. E' una canzone da pelle d'oca. Sono curiosa di  sapere cosa ne pensera' il pubblico".


"'All The Lovers' -ha aggiunto il produttore Stuart Price- è un brano magico e sintetizza perfettamente quello che l'album  veramente e' Kylie che fa musica pop dance nel migliore dei modi. A  pensarci bene Kylie e' in ogni dettaglio di quest'album".

 


30/09/2009

Il nuovo Cd di Emily Howell: la compositrice «virtuale»

Il nuovo Cd di Emily Howell: la compositrice «virtuale»

 

MUSICA DIGITALE. La musica dagli algoritmi, in un esperimento di intelligenza artificiale durato 30 anni

 

MILANO – Dopo anni di lavoro intenso, il primo disco di Emily Howell sta per essere pubblicato. Non si tratta di un’artista emergente in carne e ossa, ma di un software in grado di comporre musiche originali messo a punto presso l'Università della California.

IL PROGETTO – La paternità di Emily è del professor David Cope, che da circa un trentennio è impegnato nello studio di un algoritmo che consenta di creare musica di qualità tramite l’intelligenza artificiale. Ciò che Cope ha realizzato non è un programma qualsiasi per l’elaborazione dei suoni: Emily è infatti in grado di produrre composizioni originali partendo dall’analisi delle melodie contenute in un database di musica creato dallo scienziato. Si tratta quindi di brani nuovi ispirati a musica già esistente, che però è stata a sua volta prodotta dalla prima versione del programma, nome in codice EMI.

DA EMI A EMILY – I risultati ottenuti da Cope con EMI (che si ispirava invece a un archivio di opere dei grandi della musica classica) hanno da subito suscitato grande interesse nel mondo scientifico. Tra musicisti e compositori, invece, il software ha più che altro generato scetticismo, se non addirittura ostilità da parte degli agenti dei (pochi) interpreti che invece avevano dimostrato interesse per le melodie di EMI dicendosi addirittura disposti a eseguirle in concerto. Per i professionisti del settore – ha spiegato il professore – «la creazione della musica è una capacità innata negli esseri umani» e una macchina non può essere all’altezza. Tuttavia, nonostante l’iniziale delusione, Cope non si è arreso e dalle ceneri di EMI (nonché dal database di melodie da lei create) è nata Emily Howell, caratterizzata da uno stile tutto suo, che nulla ha da invidiare ai grandi musicisti. E mentre l’etichetta discografica Centaur Records si appresta a produrre il primo Cd del talentuoso compositore virtuale, Cope fa sapere di non aver ancora finito e di essere già al lavoro su un nuovo progetto. Perché per lui la musica è una scienza matematica e la composizione non è solo una questione di ispirazione, ma anche di programmazione.

Alessandra Carboni

Fonte: Corriere della Sera


01/08/2009

La bidella che mi ha cambiato la vita

La bidella che mi ha cambiato la vita

 

IL CANTAUTORE DELLE «STORIE TESE». Elio: «Condannato al flauto dalle mamme (degli altri). A scuola volevo il piano, ma il corso era pieno»

 

Festa grande, quest’anno per Elio e le Storie Tese. A ottobre festeggia­no i vent’anni dal primo album: «Avevamo cominciato a fare concerti nell’81-’82, per il disco abbiamo aspetta­to un po’» racconta Elio. Ma intanto era­no già famosi, canzoni come «Cara ti amo», «Silos», «John Holmes» le cono­scevano tutti. Ci sarà un concerto solen­ne agli Arcimboldi (22 ottobre) con un’orchestra di 55 elementi, pochi gior­ni dopo esce un cofanetto edizione spe­ciale, tutti i cavalli di battaglia riarrangia­ti con l’apporto di un’orchestra classica. Si fanno le cose in grande, insomma. «Sì, il modello è Céline Dion, è quello il nostro obiettivo».

Elio e basta — il vero nome non tiene a dirlo — nasce a Milano 47 anni fa e pre­stissimo trova la persona che gli cambia la vita. «Andavo alle elementari alla scuola di via Wolf Ferrari, ero in quinta quando un giorno entra la bidella e chie­de chi voleva seguire i corsi di musica della Scuola civica di Milano. Io dissi su­bito di sì. Solo che quando ci fu la riunio­ne per scegliere lo strumento — piano­forte, violino, flauto — io ero da solo mentre gli altri ragazzi erano venuti con le mamme. Volevo il pianoforte, però le mamme degli altri si erano già fatte avanti, non c’erano più posti disponibi­li. Mi fu assegnato il flauto». Sette anni di studi («un po’ di più, in realtà»), poi il diploma del conservatorio, ed Elio di­venta maestro di flauto. Si iscrive all’uni­versità, ingegneria al Politecnico, e «con calma» (nel 2002) prende la laurea. Ma intanto è la musica che lo appassiona. «Sono sempre stato convinto che se vo­levo fare qualcosa di nuovo, di mio, di originale, sarebbe stato grazie alla musi­ca ». Musica nella sua totalità, visti gli studi classici («la Scuola civica era ed è una grande scuola») ma anche la musi­ca che girava intorno in quegli anni. «I Deep Purple, naturalmente, Frank Zap­pa. Sono stati, i Settanta, anni di grande creatività anche in Italia: la PFM, gli Area con Demetrio Stratos, cose impor­tantissime che hanno avuto la sfortuna di nascere in Italia».

E la musica classi­ca? «Sono d’accordo con Berio: ci sono solo due tipi di musica, quella bella e quella brutta». Alla fine degli Anni 70, così, nasce il gruppo: amici, compagni di studi, amici degli amici. «L’idea era di fare cose che in Italia non si facevano. Unire grande preparazione tecnica con testi dissacranti, comici, irriverenti. Un po’ come Zappa, appunto. In Italia in quegli anni c’era Sanremo in playback, una cosa da tv ucraina dell’era Breznev. Noi volevamo tornare alla giovinezza del rock, musica onesta e generosa, libe­ratoria anche nell’uso del turpiloquio. Sapevamo bene che il rock era morto da tempo, si era trasformato in una litur­gia ». Per questo gli Elii preferiscono il contatto diretto con il pubblico, all’ini­zio nei locali di Milano. «Mi ricordo che nell’88 Leo Waechter, l’uomo che aveva portato i Beatles a Milano, ci propose una settimana al Ciak di via San Gallo. Impaurito, dissi: facciamo solo tre sera­te. Furono tre esauriti, e dovemmo con­cedere altri due date». 

Come funziona il gruppo? Chi scrive i testi, chi la musica? «Per essere nati in un Paese di individualisti, noi lavoriamo come un vero gruppo. Alla fine, visto che io canto, dedico un po’ più di atten­zione alla parte vocale, ma le canzoni na­scono in collettivo, un po’ come la crea­tura di Frankenstein, un pezzo di qua uno di là. Ci sono solo tre versi di cui è certa la mia paternità: 'Ditemi perché/se la mucca fa mu/il merlo non fa me'. Mi erano venuti mentre facevo il servizio ci­vile ». E «John Holmes», chi l’ha scritta? «Rocco Tanica era un appassionato dei film porno. Da qui l’idea di fare una can­zone su un protagonista del cinema hard, poi insieme abbiamo lavorato sul­le strofe». Con i gio­chi di parole come «il pene mi dà pane». E il ritornello: «John Hol­mes una vita per il ci­nema, una vita per la moto». Non ci furono problemi con la censura? «No, di censure ne ho avute po­chissime » (l’episodio più grave fu nel ’91, al Concerto del 1˚ maggio, quando cantarono «Cassonetto differenziato per il frutto del peccato» con nomi e cogno­mi dei politici corrotti, tanto che i fun­zionari Rai coprirono il tutto). «Sono for­tunato, fossi nato in Iran mi avrebbero già impiccato da tempo». Ma anche con le parodie avete avuto qualche proble­ma: ci doveva essere un album, inizio Anni 90, mai uscito. «C’erano parodie delle canzoni di Sanremo. 'Verso l’igno­to' di Gianni Bella e Mogol con noi era diventato un poetico viaggio intestinale. Si offesero, quindi niente disco. Ma an­che 'La terra dei cachi', con cui siamo andati al Festival nel ’96, nasce come pa­rodia del genere 'canzone sanremese im­pegnata' che appunto non dev’essere molto impegnata, una cosa insomma ti­po 'Chi non lavora non fa l’amore'. L’en­tourage di Baudo ci aveva chiesto una canzone per il Festival, all’inizio dicia­mo no, poi loro insistono ed eccoci al Te­atro Ariston. Contenti di fare ogni serata a tema: una volta con il terzo braccio, la finale tutti d’argento, extraterrestri co­me i Rockets».

Un successone. Ma poi ar­riva il verdetto: gli Elii secondi dopo To­sca- Ron. Un risultato truccato? «Chi lo sa, mesi dopo siamo stati interrogati da un carabiniere. Che a un certo punto ci dice: la vostra canzone era arrivata pri­ma, però non potete dir­lo. Qualche anno più tardi, Giorgia mi ha rac­contato che le era capi­tata la stessa cosa: l’in­terrogatorio e il carabi­niere che dice che era lei la vincitrice». Nel 2008 Baudo li richiama a Sanremo, gli Elii conducono il Dopofestival: «Ave­vo delle parrucche meravigliose».

Da tempo, Elio sperimenta felice vari tipi di contaminazione: l’opera contem­poranea e i due spettacoli in tournée dal­la metà di agosto, «Figaro il barbiere» («ammiro Rossini, uno che ha fatto gran­dissima musica su libretti di grande co­micità ») e «Fu…turisti», rivisitazione musicale del Futurismo. «Sono anche tre modi per potermi travestire, per in­dossare bellissime parrucche. Essere di­ventato un musicista dà diritto anche a questo. Grazie dunque alla bidella della mia scuola. E ora devo preparami per il progetto Céline Dion».

Ranieri Polese


13/05/2009

La Siae e il costo della creatività

La Siae e il costo della creatività

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Oggi la tecnologia mette favolosi strumenti al servizio di chi sia dotato di un po’ di creatività, consentendogli di produrre opere di buona qualità in totale autonomia e di distribuirle grazie agli strumenti disponbili gratuitamente online. L’approccio della legislazione e del sistema di protezione dei diritti d’autore sembra lontano anni luce dalle effettive esigenze di gran parte degli autori, che sempre di più autoproducono file multimediali e li diffondono in libertà. I sistemi digitali consentono di mettere a punto meccanismi di monitoraggio utili per remunerare al centesimo l’autore. La Siae costa uno sproposito rispetto alle attività di intermediazione effettivamente necessarie e il suo monopolio anche sui contenuti distribuiti in rete è anacronistico e contrasta con la progressiva liberalizzazione dei mercati. È ora di riconoscere e rispettare i diritti digitali dei consumatori, rendendo appetibili offerte legali di contenuti sul web con prezzi accettabili. Nell'era digitale la contrapposizione netta fra gli interessi di autori e consumatori è ormai obsoleta.

Quanto costa la Siae

Un autore che si iscrive alla Siae deve pagare 220 euro e rinnovare l'adesione ogni anno con 91,50 euro. Si ha così diritto al controllo dell'utilizzo dell'opera, riscuotendone i diritti. Ma pensare di essere remunerati per la propria creatività in questo modo è un'illusione: secondo Giorgio Assumma, presidente Siae, oltre la metà degli iscritti tra gli autori musicali sono in perdita, cioè guadagnano meno, in diritti, di quanto spendano per l'iscrizione. E all'estero fanno meglio. Per un autore musicale, iscriversi a una società straniera è meno costoso, e si paga solo una volta: confrontare con PRS, in Gran Bretagna (costo: 10 sterline), Sacem in Francia (119 euro), Sgae in Spagna (15 euro).

Il ruolo della Siae
In Italia la gestione dei diritti d'autore ha per protagonista un unico soggetto: la Siae, Società italiana autori ed editori. Fondata alla fine dell'Ottocento, questa associazione, che è un ente pubblico, è l'unica preposta a fare da intermediario tra l'autore di un'opera e chi vuole utilizzarla.

Per un autore l'iscrizione non è obbligatoria ma "consente di avere a disposizione un'organizzazione capillare, in Italia e nel mondo, che provvede a seguire le utilizzazioni delle opere ovunque e comunque avvengano", come si legge sul sito Siae. Insomma, potreste controllare voi stessi quando vengono usati i vostri brani, riscuotere i diritti e verificare che non vi siano abusi, ma sarebbe un lavoraccio.

Un'occhiata al bilancio
Sono 743 i milioni di euro incassati nell'ultimo anno dalla Siae. Di questi, 109 milioni sono stati trattenuti dall'ente come compenso per le sue attività. Che non si esauriscono con la tutela dei diritto d'autore in Italia, funzione che l'ente esercita in pratica in monopolio nel nostro Paese.

Per la vendita di biglietti e servizi di vidimazione, la Siae incassa quasi 16 milioni di euro. Di essi ben 12 milioni derivano dai bollini apposti sui libri (su richiesta dell'autore o dell'editore) e sui prodotti multimediali. Questi ultimi sono stati sospesi da una sentenza della Corte di giustizia di Strasburgo e ora reintrodotti in Italia grazie al decreto di inizio aprile della Presidenza del Consiglio dei ministri, contro la quale Altroconsumo ha presentato un esposto al Tar del Lazio.

Dall'analisi del bilancio 2007 della Società, i diritti distribuiti agli autori ammontano complessivamente a 193 milioni di euro. Una delle voci di spicco è costituita da costi strutturali: 13 milioni per i mandatari, 2 milioni per gli accertatori esterni, 2 milioni per gli organi sociali, 90 milioni per il personale, 5 milioni contribuzione ai fondi pensione, voci che insieme costituiscono il 76% dei costi della Società.



Autori in monopolio

L’autore può vantare due tipi di diritti sulle proprie opere: quello morale, che riguarda il riconoscimento della paternità dell’opera, e quello economico sugli utilizzi che ne vengono fatti. Questi si dividono in un diritto contrattuale, che deriva dal rapporto diretto tra autore ed editore, e un diritto di utilizzo: riproduzione, distribuzione, comunicazione dell’opera.
In Italia la gestione dei diritti d’autore ha per protagonista un unico soggetto: la Siae, Società italiana autori ed editori. Fondata alla fine dell’Ottocento, questa associazione, che è un ente pubblico, è l’unica preposta a fare da intermediario tra l’autore di un’opera e chi vuole utilizzarla.
Per un autore l’iscrizione non è obbligatoria ma “consente di avere a disposizione un’organizzazione capillare, in Italia e nel mondo, che provvede a seguire le utilizzazioni delle opere ovunque e comunque avvengano", come si legge sul sito Siae. Insomma, potreste controllare voi stessi quando vengono usati i vostri brani, riscuotere i diritti e verificare che non vi siano abusi, ma sarebbe un lavoraccio.


Il giro dei soldi

Vale la pena investire 220 euro alla prima iscrizione e altri 91,50 ogni anno successivo per lo scrupoloso monitoraggio delle opere? Non proprio. Qualunque locale che faccia musica dal vivo, pianobar o che diffonda musica da ballo, come le discoteche, deve stilare il “programma musicale” con la lista di tutti i brani eseguiti con titolo e autore. I programmi vanno poi consegnati o spediti alla Siae unitamente al compenso che è stabilito secondo criteri di capienza del locale o, nel caso delle discoteche, in percentuale sull’intero incasso della serata (10%). Pensereste che la Siae raccolga tutte queste liste e le usi per scoprire quante volte è stata eseguita una canzone di Ligabue e quante volte una del giovane autore Mario Rossi per poter distribuire a ciascuno l’esatta quota di diritti. In realtà i diritti riscossi per i cosiddetti “balli e concertini” sono basati in massima parte sulle verifiche campionarie: almeno 500 visite anonime ogni semestre nei locali del Paese, annotano di persona i brani che stanno suonando o diffondendo. È su questi verbali che si basa il 75% della ripartizione dei diritti per i concertini e il 50% per le discoteche. La percentuale rimanente dei diritti si basa su un campione pari a 1/5 dei programmi musicali pervenuti. Bastano 1.000 ispezioni all’anno per tutta l’Italia a determinare oltre il 50% dei diritti da distribuire? Come potrà Mario Rossi, autore in erba, vedersi riconosciuti i diritti per tutte le pubbliche esecuzioni nei locali della sua cittadina se i programmi compilati sono tenuti in così poco conto? Più che a un sistema proporzionale di distribuzione questa assomiglia per lui a una lotteria.


Pezzi grossi e giovani promesse

Il sistema di ripartizione cambia per i concerti veri e propri e per i passaggi radio, per la vendita di cd e dvd e per il gli utilizzi telematici. In tutti questi casi i diritti sono effettivamente determinati sulla base dei programmi musicali compilati dalle emittenti, sulle vendite, sul numero esatto dei download e degli streaming. Ma si tratta sempre di autori che hanno inciso dischi. Il sistema quindi funziona per chi ha un contratto con una casa discografica e ha scritto almeno qualche brano di grande successo. “Quello che è capitato a noi con i pezzi fatti all’epoca non ti capita spesso nella vita. È una cosa abbastanza incredibile, è andata bene”. A parlare è Johnson Righeira, membro del duo che negli anni Ottanta ha fatto ballare mezza Italia con una serie di pezzi fortunati ("Vamos a la playa", "No tengo dinero", "L’estate sta finendo") e che dopo oltre 25 anni percepisce ancora quella che definisce una “pensione” dai diritti d’autore per le utilizzazioni di quei brani. “Certo ricevere ancora soldi per cose fatte tanto tempo fa, forse impigrisce un po’, ma vale anche il principio che se continui a produrre canzoni i guadagni comunque aumentano”. E non dimentichiamo che le opere continuano a fruttare diritti fino a 70 anni dopo la morte dell'autore. La Siae è utile? “Non puoi fare i soldi senza: se il tuo pezzo fa successo come fai tu a controllare chi lo suona?”.


Rossi va in rosso

Ma l’autore che non ha ancora inciso un pezzo di successo difficilmente riuscirà a fare soldi grazie alla Siae: lo dimostra il fatto che circa il 60% degli autori musicali iscritti (cioè più di 44.000), per ammissione della Società stessa, è in perdita: spende ogni anno per l’iscrizione più di quanto guadagni in diritti. E una volta divenuto socio Siae, Mario Rossi non può più curare direttamente i propri diritti, perché la Società è l’unica delegata a farlo. Che non si azzardi quindi a mettere a disposizione per l’ascolto su Internet i suoi brani, come fanno tutti gli autori in cerca di fama: per non essere “fuorilegge” deve chiedere un permesso a Siae e pagare da 60 a 360 euro l’anno, perciò correte a ripulire i vostri profili su MySpace...


La copia si paga

Un consumatore paga i diritti d'autore su ogni opera che acquista. Il bello è che li paga anche quando non compra opere ma supporti vuoti. Si tratta dei cosiddetti “diritti per copia privata”, un sovrapprezzo che grava su tutti i supporti registrabili (dal cd vergine al videoregistratore, dal dvd registrabile al masterizzatore del computer). Ogni volta che compriamo un cd vergine, magari con l’innocente intenzione di riversarvi le foto delle vacanze, paghiamo su di esso un “equo compenso” che ci dà il diritto di fare su quel cd una copia privata di un’opera su cui esistono dei diritti d’autore. Questo incide sul prezzo di cd e dvd per almeno il 50% e di circa il 3% sugli apparecchi (e il consumatore non se ne accorge). Assistiamo quotidianamente alla moltiplicazione dei supporti registrabili; oggi la definizione calzerebbe a pennello, per esempio, alla maggior parte dei telefonini, e infatti i tentacoli del diritto per copia privata si stanno allungando anche su questi apparecchi: c'è la volontà di estendere l'equo compenso anche sui cellulari.
Nel 2007 questi diritti sono costati ai consumatori quasi 71 milioni di euro, redistribuiti dalla Siae ai propri soci, mentre oltre 3,6 milioni li ha incassati la Società per il proprio ruolo di gestore monopolista. Quanti ne avrà intascati il nostro giovane autore? Siae dichiara che per la musica la ripartizione avviene in base a "parametri proporzionali, che si riferiscono sia agli incassi per la vendita di supporti audio, emissioni radio e utilizzazioni su internet e telefonia, sia agli incassi generali". Anche di questa fetta a Mario Rossi non restano neppure le briciole.


Bollini d’oro

Li troviamo su tutti i cd e i dvd in vendita nei negozi: hanno il logo della Siae e riportano titolo e autore dell’opera. Sono i bollini che dovrebbero essere un baluardo contro la pirateria. Se il sistema è davvero così efficace chissà perché in Europa ce l’abbiamo solo in tre: noi, la Romania e il Portogallo. “I bollini costano 0,0365 oppure 0,0187 euro ciascuno, a seconda che il prodotto sia venduto da solo o in abbinamento editoriale (allegato a riviste)”, spiega Guido Scorza, avvocato esperto di diritto digitale. “Gli importi sono stabiliti per decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri nel 2001”.
L’obbligatorietà del bollino era stata sospesa perché la Corte di giustizia del’Unione europea ha sollevato un’obiezione sulla sua legittimità. “La Corte dice che il Governo italiano avrebbe dovuto comunicare alla Commissione il progetto del decreto, che può avere un effetto restrittivo della concorrenza”, spiega Scorza. Se un editore musicale tedesco vuole esportare i suoi cd in Italia deve pagare un balzello in più. “E sopportare le lungaggini imposte dal sistema, che rallenta la produzione. Perfino la Fimi, Federazione che rappresenta i discografici italiani, sostiene che il bollino rallenta le vendite e non serve contro la pirateria”, prosegue Scorza.
Un nuovo regolamento, pubblicato di recente in Gazzetta ufficiale, non solo conferma l’obbligatorietà del bollino, ma lo estende anche ad altri supporti come chiavi Usb, microchip e cd distribuiti insieme ai cellulari. In barba alla decisione della Corte di giustizia.


Le alternative

A un giovane autore non conviene iscriversi alla Siae per inseguire i diritti. Meglio produrre in proprio e lasciare la libertà di utilizzo dei brani. Per dimostrarne la paternità esistono varie alternative a costi assai ridotti.

  • Depositare la propria opera presso un notaio.
  • Criptare e spedire l'opera via email (anche a se stessi) con firma digitale.
  • Spedirla a se stessi con raccomandata a/r: fa fede il timbro postale.
  • Usare Copyzero (www.costozero.org/wai/copyzero.html) o il servizio gratuito Copyzero online, che tutela le opere dell'ingegno attraverso la firma digitale qualificata e la marca temporale.
  • È poi possibile iscriversi a una società straniera: Sacem in Francia (119 euro), Sgae in Spagna (15 euro), PRS in Gran Bretagna (10 sterline). Per i diritti maturati in Italia le società si appoggiano alla Siae, ma l'iscrizione costa meno e si paga una volta soltanto.

26/09/2008

Svolta Oasis: «Niente droga nell'ultimo album. Sfonderemo il mercato religioso»

Svolta Oasis: «Niente droga nell'ultimo album. Sfonderemo il mercato religioso»

 

 

 

Liam Gallagher a Milano per presentare «Dig out your soul»: «Con il Manchester City conquisteremo il mondo», «Un omaggio a Lennon, ma non siamo i Beatles»

 

 
Andy Bell e Liam Gallagher a Milano
Giacca di pelle, sciarpa al collo, occhiali tondi e scuri. «Noi siamo molto rock and roll»: sono gli Oasis, o meglio metà band. Liam Gallagher e il bassista-tastierista Andy Bell hanno presentato l’ultimo album «Dig out your soul», in uscita venerdì 3 ottobre. C’è molto Dio e niente droga nelle 11 tracce del nuovo disco degli Oasis. «Vogliamo sfondare nel mercato religioso. Almeno 50 milioni di copie le facciamo... basta andare negli Stati Uniti» scherza Liam, autore di tre tracce del disco, tra cui un omaggio a John Lennon. «È il mio eroe» commenta il cantante, che medita di trasferirsi a New York, forse proprio nei Dakota Apartments dove fu ucciso Lennon. Nel brano «I’m outta there» gli Oasis hanno anche usato come base un’intervista di John Lennon alla Bbc, registrata il 6 dicembre 1980, due giorni prima della morte.
      Andy Bell e Liam Gallagher a Milano (Infophoto)
 
 

 

 

 

 

 

NON SIAMO I BEATLES – Il legame con i Beatles è forte. «Dig out you soul» è stato registrato negli studi di Abbey Road a Londra e il batterista, che ha suonato con loro fino a qualche mese fa, è il figlio di Ringo Starr. «Ma gli Oasis non hanno modelli ed esistono a prescindere dai Beatles» precisa Liam.

«CON IL MANCHESTER CITY CONQUISTIAMO IL MONDO» – «Gli italiani ci amano, ma anche noi amiamo il vostro Paese. Tutto è cool – dice Liam - le donne, il cibo, la moda, il calcio, non come il nostro, però...». Grandi tifosi del Manchester City, i fratelli Gallagher hanno accolto con gioia il passaggio di proprietà della loro squadra ad un gruppo di Abu Dabhi. «Da gennaio conquisteremo il mondo, vedrete – annuncia il frontman degli Oasis – altrimenti ce lo compriamo!».

«CI SIAMO FATTI DI LIMONATA» - Recentemente Noel Gallagher, autore della gran parte dei testi degli Oasis, ha confessato di aver fatto uso di droga durante la lavorazione degli album precedenti e di aver sniffato anche nel bagno riservato alla regina Elisabetta nella residenza del Primo Ministro a 10 Downing Street a Londra. E Blair se ne era accorto? «Probabilmente no, da bravo politico non se ne sarebbe accorto» commenta Liam, che è contrario alle droghe, perché «ci si ammazza». E la butta sul ridere: «Non ci siamo fatti di limonata per fare questo disco».

FREE DOWNLOAD – Anche gli Oasis si aprono ad internet e alla musica digitale, regalando un download gratis a chi ordina il loro cd online. «Sono anni che i dischi sono in crisi» dice Liam. «C’è chi regala la musica, noi invece abbiamo regalato gli spartiti ad un gruppo di artisti di strada di New York - aggiunge Andy Bell – poi abbiamo deciso di regalare un singolo». «Noi la musica che fa schifo la vendiamo!» lo incalza Liam, con il suo fare molto british, scontroso e sarcastico.

«NON SARÒ MAI SOLISTA» – Il fratello Noel, che si sta riprendendo dopo l’aggressione di un fan sul palcoscenico a Toronto, ha espresso in passato il desiderio di intraprendere la carriera da solista. Ma Liam non è molto d’accordo. «Gli auguro buona fortuna, ma non fa per me».

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