22/04/2010

Il divorzio di Milano dagli alberi di Piano

Il divorzio di Milano dagli alberi di Piano

L’iniziativa era nata assieme al maestro Claudio Abbado, per il suo ritorno alla Scala. Il Comune: progetto costoso, trovino loro gli sponsor. L’architetto: così non si va avanti

 

Il disegno di Piano
Il disegno di Piano

MILANO — Il divorzio c’è stato, indubbiamente. Da una parte il maestro Claudio Abbado e i suoi novantamila alberi come compenso per tornare a dirigere alla Scala dopo 24 anni d’assenza (appuntamento già fissato il 4 e il 6 giugno) affiancato da Renzo Piano, l’uomo del Beaubourg e dell’Auditorium di Roma, che quegli stessi alberi avrebbe dovuto collocare (i primi avrebbero dovuto essere 220 frassini lungo l’asse via Dante-Castello-Cordusio). Dall’altra, il Comune di Milano (con tutti i suoi tecnici) da sempre assai critico, più o meno velatamente, nei confronti del progetto di Piano.

Mercoledì, a quanto pare, lo stop definitivo che ha portato Piano a dire: «Non ci sono più le condizioni per andare avanti». E questo perché, secondo il Comune, il progetto (che avrebbe dovuto prendere il via nella primavera 2011 e concludersi nel 2015) potrebbe essere realizzato solo trovando gli sponsor, «una ricerca di cui si dovrebbero però occupare direttamente» (per l’appunto) Piano, Abbado e il loro Comitato (dove compaiono il giurista Guido Rossi, l’ingegner Giorgio Ceruti, l’architetto Alessandro Traldi, il paesaggista Franco Giorgetta, la coordinatrice Alberica Archinto).

Piano, a questo punto, avrebbe dunque detto basta. Anche se il Comune non sembra così drastico: «Il progetto è davvero troppo oneroso, la situazione economica attuale non lo permette e non vogliamo esporci a facili critiche». Ma, allo stesso tempo, il sindaco di Milano Letizia Moratti si dice «disponibile a piantare quei 150 alberi destinati al "cuore" della città» ( una piccola parte della tranche iniziale di 3.500 tra centro e periferia). Per Piano il gran rifiuto del Comune è colpa di una visione deformata di questo progetto inteso solo «da un punto di vista semplicemente decorativo». Mentre per lui si tratta di qualcosa che contribuisce a migliorare la qualità generale di vita di Milano (seguendo, secondo un’idea da tempo a lui cara, quello che già hanno fatto città come Londra, Stoccolma, la stessa New York). Appunto per questo Piano avrebbe voluto partire proprio dal centro: «Dove lo smog colpisce di più, dove l’aria è irrespirabile, dove la gente ha soltanto voglia di andare via, di scappare». I contrari hanno sempre visto in quegli stessi alberi (tutti da piantare per terra, nessuno nei vasi) un elemento che avrebbe rovinato la prospettiva della città. Mentre molti commercianti vedrebbero negativamente quelle chiome verdi che potevano oscurare le insegne e i tecnici parlano di troppo poco spazio tra le radici e i «sottoservizi» (metropolitana e altro). Tutto questo proprio nell’anno in cui la giapponese Sejima, direttrice della Biennale di Venezia, propone una mostra per «analfabeti dell’architettura», magari quegli stessi analfabeti che si ricordano con entusiasmo di una Piazza Santo Spirito a Firenze, di un Prato della Valle a Padova e di tutte quelle belle piazze e strade d’Italia piene d’alberi.

Stefano Bucci


23/02/2010

Torino: arrestati dalla Digos sette anarco-insurrezionalisti

Torino: arrestati dalla Digos sette anarco-insurrezionalisti

 

Sei uomini e una donna, perquisita anche Radio Blackout. Contestato il lancio di letame in un ristorante storico del centro, gli assalti ai banchetti della Lega e al Cie

 

TORINO - Sei uomini e una donna ritenuti appartenenti all'area anarco-insurrezionalista sono stati raggiunti da provvedimenti giudiziari a Torino. Tre le misure cautelari in carcere, tre gli arresti domiciliari, per una settima persona è stato disposto il divieto di dimora. Sono accusati di associazione per delinquere finalizzata a vari reati. La procura ha disposto anche 23 perquisizioni a Torino, Mantova, Trento e Cuneo, coinvolta anche Radio Blackout, storica radio di riferimento dell'autonomia. Sono contestati episodi commessi negli ultimi due anni, tra cui l'incursione con lancio di letame al ristorante Il Cambio, i danneggiamenti in piazza Castello ai banchetti della Lega Nord, numerose incursioni nelle sedi di partito e le proteste davanti al Centro identificazione espulsione di Torino e alla Croce Rossa.

Redazione online


26/01/2010

Autobomba a Bagdad, 18 morti

Autobomba a Bagdad, 18 morti

 

Il bilancio provvisorio reso noto da una fonte del ministero dell'Interno citata dalla tv Al Jazeera

 

Una colonna di fumo si leva dal luogo dell'esplosione (Afp)
Una colonna di fumo si leva dal luogo dell'esplosione (Afp)

BAGDAD - Ancora sotto attacco. Dopo il triplice attentato di lunedì nella zona alberghiera, un'altra esplosione scuote Bagdad. Alle 11 di mattina un terrorista suicida a bordo di un'autobomba si è fatto saltare in aria nel quartiere di al-Karrada, in pieno centro. Il bilancio, provvisorio, è di 18 morti e 80 feriti. La deflagrazione è stata molto forte e subito dopo la polizia ha chiuso la zona consentendo alle ambulanze di accorrere. L'obiettivo era l'istituto di medicina legale usato dalla polizia per le sue indagini contro i crimini commessi in città. In seguito alla forte esplosione l'edificio colpito è crollato.

SOTTO ATTACCO - La capitale irachena non conosce insomma pace. Oltre 30 persone erano state uccise lunedì in un triplice attentato che aveva colpito quattro principali alberghi della capitale.


21/01/2010

I genitori di una bambina e il caso della Fondazione Santa Lucia a Roma

I genitori di una bambina e il caso della Fondazione Santa Lucia a Roma

 

«Nostra figlia e altri 150 bambini resteranno senza cure». "Non chiudete il centro per bimbi disabili"

 

Il corriere della sera ha pubblicato la lettera di Paolo e Maria Luisa Massimi, i genitori di una bimba di nove anni, gravemente disabile, che finora ha seguito un protocollo riabilitativo nella Fondazione Santa Lucia di Roma. L’istituto di ricovero e cura a carattere scientifico all’avanguardia in Italia rischia la chiusura per i tagli ai rimborsi della Regione Lazio. Ma ieri si è aperto uno spiraglio nella vertenza: la Regione Lazio ha promesso interventi rapidi per risolvere la questione.

Caro direttore, siamo i genitori di una bambina di nove anni gravemente disabile e riteniamo doveroso segnalare una situazione gravissima e paradossale che riguarda il diritto alla salute di nostra figlia, oltre che di altri 150 bambini. Quando abbiamo appreso dai medici la notizia della patologia di nostra figlia, non sapevamo esattamente quello che ci aspettava ma avevamo la consapevolezza di dover intraprendere una strada lunga e molto difficile. Essere genitori è un’esperienza alla quale nessun genitore, anche se ha letto manuali sull’argomento, può dirsi preparato. Essere genitori di un figlio disabile è un’esperienza unica e sconvolgente che ti obbliga a programmare in modo diverso la tua vita e a cambiare i tuoi punti di vista. E così è accaduto anche a noi: abbiamo riorganizzato la nostra vita in funzione di nostra figlia, vivendo giorno per giorno le difficoltà, le gioie e i tanti piccoli progressi che lei quotidianamente raggiunge.

Non abbiamo mai cercato di «guarire» la nostra bambina ma, senza rassegnarci di fronte alle sue enormi difficoltà, ci siamo impegnati nell’assicurarle le migliori cure e i migliori trattamenti riabilitativi. Non abbiamo ceduto all’illusione di ricette «miracolose», di terapie veloci e risolutive, di viaggi della speranza all’estero: crediamo nello svolgimento costante e quotidiano di varie attività in cui nostra figlia fin dall’inizio della sua vita è stata sempre impegnata, e noi con lei. Oggi la nostra bambina frequenta tutti i giorni la scuola elementare pubblica, si relaziona con gli altri e ha tanti amici. È serena, sta crescendo e cerca di trovare le risorse per diventare una persona inserita a pieno titolo nella società. Questo percorso non sarebbe stato possibile se nostra figlia, fin dai suoi primi mesi di vita, oltre ad avere l’aiuto e l’impegno della sua famiglia, non fosse stata inserita in un progetto riabilitativo globale presso l’Irccs Fondazione Santa Lucia di Roma, dove ha trovato medici e terapisti di grande professionalità e qualità umane. Purtroppo da qualche giorno abbiamo appreso che questo percorso potrebbe essere improvvisamente interrotto, sia per nostra figlia che per almeno 150 altri bambini con disabilità più o meno gravi. Sono infatti sopraggiunte difficoltà finanziarie della Fondazione Santa Lucia che non consentirebbero la prosecuzione delle attuali prestazioni erogate ai bambini, in regime di convenzione con la Regione Lazio.

Tali prestazioni, che comprendono terapie motorie, cognitive, respiratorie, logopediche, occupazionali nonché assistenza medica specialistica (neuropsichiatrica e fisiatrica), non potrebbero essere attualmente assicurate da nessun’altra struttura pubblica o privata nel Lazio, strutture nelle quali, peraltro, le liste di attesa arrivano ad essere anche di un anno. Pertanto, tutta la fatica, il lavoro e l’impegno di noi genitori e degli operatori sanitari che si sono negli anni succeduti per assicurare a nostra figlia le terapie e l’assistenza più adeguate sarebbero vanificati da questioni economiche e politiche nel merito delle quali non abbiamo nessun interesse ad entrare. Al riguardo dobbiamo sottolineare che un bambino disabile ha necessità, e soprattutto diritto, a prestazioni a carattere continuativo, senza interruzioni, e che una sospensione del trattamento riabilitativo determina danni gravi ed irreparabili, con sicura regressione rispetto ai progressi raggiunti con il lavoro di anni. Vogliamo porre all’attenzione di tutti, ed in particolare del governo e delle istituzioni competenti, la gravità e l’assurdità della situazione venutasi a creare per cui un ospedale di rilievo nazionale e di alta specializzazione, riconosciuto per legge, e che rappresenta nel sistema sanitario regionale e nazionale un centro di eccellenza dove si assicurano ai pazienti, sia adulti che bambini, prestazioni di alta qualità riabilitativa, possa rischiare la chiusura. Tutto questo considerando anche la situazione della Sanità in Italia, soprattutto nelle regioni del Centro e del Sud, caratterizzata da inefficienze, gravi incompetenze professionali e sprechi di ogni tipo. Vorremmo che venisse tutelato e garantito il diritto costituzionale alla salute di nostra figlia e degli altri bambini che come lei hanno bisogno di aiuto per poter sperare in una vita migliore di quella che si prospettava quando sono nati.

Paolo e Maria Luisa Massimi

Fonte:corriere della sera



30/10/2009

L’ingegnere e la mamma in coda per il metadone

L’ingegnere e la mamma in coda per il metadone

 

La Milano «normale» al Sert: «Le ville? Vendute per la cocaina». Anestesisti, televenditori, coppie sposate. Sono 90 i pazienti passati in 5 ore dalla struttura del centro

 

 

Strisce di cocaina (Fotogramma)
Strisce di cocaina (Fotogramma)

MILANO - «Una mia amica era incinta e continuava a pippare. 'Sei matta, non ci pensi al bambino?' domandavo. Rispondeva: 'Tran­quilla. Al massimo esce più picco­lo'. Quando ho saputo di aspettare la mia Ale, ho smesso. Ha nove me­si. Dico, giurano, che è nata sanissi­ma. Però ho usato cocaina per cin­que anni... Ogni dieci minuti, spe­cie la notte, la ispeziono. La visito, proprio come fossi un medico. Ho paura di trovare arti spostati, gli oc­chi che non si aprono, i riflessi spenti. Una ossessione. Io ho 29 an­ni».

«Mi guardi. Si vede che, insom­ma, vivo bene, una vita di un certo livello. Mi ci vede a finire dai ma­rocchini in stazione Centrale a cer­care l’eroina? Ci andavo ogni sera. Avevo schifo. E le parla uno che è ingegnere, ha cinquant’anni, ha passato una vita a costruire di tutto in Africa, conosce gente di livello, mia sorella, per dirle, lavora a... e io giravo a comprare l’eroina».

La mamma di Ale è una, l’inge­gnere è un altro, e siamo appena a due. Ieri mattina, al Sert di via Con­ca del Naviglio, il Centro servizi per le tossicodipendenze che serve il centro città, a ritirare il metadone sono passati in novanta. In cinque ore. Dalle 7.30 alle 12.30. Il Sert, che a Milano qualcheduno del Co­mune vorrebbe chiudere, ancora si porta dietro il ricordo e le immagi­ni dei decenni passati. Code di sche­letri spolpati dall’eroina; chi sveni­va, chi vomitava, chi cadeva a terra e ci rimaneva.

Nel primo semestre dell’anno il Sert ha seguito 3.466 persone. Si so­no visti un marito e una giornalista che si bombardavano di coca per ri­trovare l’intesa sessuale. È transita­to un tipo comparso nelle televen­dite. Si è fermato un anestesista che ogni giorno ha in mano i desti­ni di tanti di noi (l’ospedale è tra i più importanti). E si sono moltipli­cati i distinti signori che, invitati ad andare in bagno per il prelievo dell’urina, dalla tasca della giacca hanno tirato fuori un campione di pipì di un amico. Per camuffare l’al­ta concentrazione di droga. A ri­prenderli, la telecamera interna al­la toilette. Lo sanno che esiste, ci mancherebbe, vengono avvisati, è per la legge sulla privacy. La teleca­mera l’hanno messa per evitare che si imbrogli.

Il Sert, diretto dalla dottoressa Paola Sacchi, cura malati, e ci tiene che in giro si sappia. Non è un an­golo buio di reietti; piuttosto, è uno dei salotti di Milano. Dentro, si affollano gli invitati, insospettabili prigionieri di un male che la città ha diagnosticato eppure trascura­to. Per vergogna o per superbia.

Riccardo Gatti studia la tossicodi­pendenza da sempre. È stato a New York nel biennio ’89-’90: la droga invadeva le classi agiate. «Qui l’in­vasione», dice, «è già iniziata. Qua­si nessuno sembra volersene accor­gere. Anzi, chi denuncia questi pro­blemi dà fastidio. Noi proviamo a leggere cosa avverrà in futuro. In­crociamo i dati, studiamo. Sta tor­nando l’eroina. Cresceranno i con­sumatori. Si abbasserà l’età media. Mi chiede se ci sarà una presa di co­scienza? Non lo so. Mi domanda se devono scapparci i morti? Ma se si muore ogni giorno! Quanti giova­nissimi sono colpiti da infarto?».

Un 17enne di un liceo scientifico del centro è stato beccato dalla poli­zia che comprava cocaina. È finito al Sert. Ha confidato alla dottoressa che l’ha seguito: «Questa vicenda è stata un’occasione. Mamma e papà si sono accorti di me. Sono final­mente riuscito a spiegare loro per­ché da bambino avevo rifiutato quel corso sportivo che insistevano a farmi frequentare».

Al Sert, il grosso dei pazienti ha tra i 35 e i 40 anni; poi vengono i trentenni e i ragazzini. Cocaina, hashish, acidi, pasticche, e l’eroina, inalata o fumata.

L’ingegnere che emigrava in sta­zione Centrale dice: «Avevo dolori muscolari cronici. Il medico mi pre­scrive un farmaco. Divento dipen­dente. Fin quando esce dal merca­to. Cerco sostituti. Non funziona­no. Provo l’eroina. Funziona. E allo­ra continuo. Non mi crede?».

La mamma della piccola Ale è fi­glia di un imprenditore (marchio noto); i suoi divorziarono, lei andò a vivere da sola; posto in banca, no­ia, voglia di cambiare, e così disco­teche e locali (i soliti noti nomi) per fare la ballerina e la barista. «Al bancone mi pagavano un cocktail direttamente con una dose».

In certe feste, a casa sua, «girava­no i vassoi, quelli delle tartine, pie­ni di strisce di polvere. Ho iniziato perché volevo provare. Tanto smet­to appena voglio, mi dicevo. Ho avuto amici che per la coca hanno venduto tutto: uno aveva una villa spaziale non lontano da quella di Jo­vanotti e ora fa il barbone. Vivevo per la coca, pensavo alla coca. Io e le mie amiche. Due, brasiliane, alle feste si prostituivano, servivano soldi. Affittavo una delle mie stan­ze, in salotto si ballava, di là si face­va sesso. Un’altra amica era incin­ta ». Le è morto il bambino e «se l’è tenuto dentro per una settimana. Non voleva andare in ospedale. Aveva paura che la ricoverassero in­sieme ai tossici. Io sono stata una tossica. Sono finita in comunità. Ho bisogno di un lavoro. Ti lascio il curriculum, posso? Guarda che fac­cio anche le pulizie».

 

Andrea Galli


01/08/2009

Spari in strada dopo la rapina. Paura tra i turisti ad Alassio

Spari in strada dopo la rapina. Paura tra i turisti ad Alassio

 

Il colpo in una gioielleria del centro. Posti di blocco in tutta la zona. Tre banditi hanno seminato il panico in mezzo alla folla dei vacanzieri diretti in spiaggia. Uno è stato arrestato

 

Tre banditi che scappano dopo una rapina sparando alla cieca in strada, in pieno centro, in mezzo alla folla dei turisti che vanno in spiaggia. Attimi di terrore sabato mattina nel centro storico di Alassio (Savona), sulla costa della Riviera ligure di ponente. Poco dopo le 9 tre banditi, probabilmente francesi, camuffati con parrucche sono entrati nella gioielleria «Silvana» in via Brennero armati di pistole e kalashnikov e hanno immobilizzato la commessa. I malviventi hanno preso gioielli e orologi, ma un passante si sarebbe accorto di quanto stava accadendo, dando l'allarme al 112. Nelle vicinanze della gioielleria c'era una pattuglia dei carabinieri che ha notato i malviventi.

LA SPARATORIA - I tre hanno iniziato a esplodere colpi d'arma da fuoco per garantirsi la fuga, ma i militari sono comunque riusciti a fermarne uno e a recuperare buona parte della refurtiva. Gli altri due rapinatori sono ricercati in tutto il comprensorio alassino e in prossimità dell'autostrada sono già stati istituiti posti di blocco.


05/06/2009

Agguato con pistole e proiettili di gomma Ecco il gioco dei «ragazzi del muretto»

Agguato con pistole e proiettili di gomma Ecco il gioco dei «ragazzi del muretto»

 

Nella centralissima zona di via Foria, adolescenti oltre ai cellulari esibiscono armi finte e si sfidano in sparatorie

 

Il nuovo gioco nella centralissima zona di via Foria (ph. Pinde)

Il nuovo "gioco" nella centralissima zona di via Foria (ph. Pinde)

(ph. Pinde)

 

(ph. Pinde)

(ph. Pinde)

 

(ph. Pinde)

NAPOLI - Benvenuti al far west Foria. Nella strada centralissima di Napoli ha attecchito un nuovo gioco tra i «ragazzi del muretto»: esibire pistole molto (troppo) simili a quelle vere, con proiettili di gomma e spararsi a vicenda. Tutto vero, tutto documentato. E non si tratta di delinquenti, ma di ragazzi «normali», adolescenti tout court.

Guardare le immagini di quei ragazzoni grandi e grossi - all’incirca tra i 15 e i 17 anni - giocare come bambini in mezzo alla strada è inquietante. Se poi si fa caso al tipo gioco che hanno scelto, conflitti a fuoco con pistole di plastica che sparano dei proiettili di gomma, ci si fa un’idea che dall’anomalia si è passati alla patologia. E’ evidente che non si tratta di camorristi in erba - che usano armi vere e di certo non le mostrano ai passanti - ma piuttosto di studenti che ciondolano in strada anche di mattina dopo la chiusura delle scuole. Il che, ovviamente, accresce lo sconforto (per l’inadeguatezza dell’insegnamento scolastico) e produce qualche retorica domanda.

Si può aver voglia di giocare con delle armi, benché di plastica, nella capitale mondiale della camorra? Questa, come è noto, l’unica città europea insanguinata dalle guerre tra clan (mediamente sono oltre cento i morti all’anno solo nell’area napoletana). Si tratta allora di una forma di esorcismo? Un modo per allontanare delle paure inconsce? O è una bieca ed immatura imitazione dei modelli vincenti? In attesa che qualche psicologo di buona volontà (e, si spera, scarsa ideologizzazione) provi a spiegarne i meccanismi mentali, forse qualche antropologo potrebbe provare a ragionare sul tipo di cultura che è all’origine di questi come di altri comportamenti (tutti di imbarazzante inciviltà). E magari dire qualcosa sull’atteggiamento di genitori, parenti e amici, che nella migliore delle ipotesi mostrano una sconfinata comprensione di taglio tipicamente partenopeo (una sorta di parassitaria indulgenza metafisica).

Infine, qualche quesito va rispettosamente riservato ai responsabili dell’ordine pubblico che consentono lo spettacolo di ragazzini apparentemente armati nel centro della città (siamo a pochi metri da piazza Carlo III, sede del festival internazionale di teatro). Che succede se una sera una pattuglia, nel bel mezzo di un inseguimento, si trova di fronte quelle armi che certo non sembrano finte se non viste molto da vicino? Una sparatoria? E che succede se mentre i ragazzini “giocano” una persona anziana si trova davanti alla faccia quella che ai suoi occhi appare come una vera arma da fuoco? Un infarto? Oppure se uno dei proiettili di gomma si conficca nell’occhio di un passante?

Vittorio Tamerlano


04/05/2009

A 185KM/H IN PIENO CENTRO ALLA SPEZIA

A 185KM/H IN PIENO CENTRO ALLA SPEZIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA SPEZIA  - Un avvocato milanese è stato sorpreso dai carabinieri nella notte mentre sfrecciava a bordo di un'auto di grossa cilindrata a 185 chilometri orari in pieno centro abitato alla Spezia dove vige il limite dei 50. Quando i militari lo hanno fermato per elevare la sanzione, quasi non credevano al responso dell'Autovelox, la macchina che rileva la velocità ha infatti fotografato l'automobile mentre viaggiava a 185 chilometri orari, in pieno centro abitato. La velocità era tale che il professionista non è stato fermato dai carabinieri addetti al controllo, ma 300 metri più avanti, dai militari di una seconda pattuglia, informati dai colleghi che presidiavano la postazione dell'Autovelox. L'avvocato, in vacanza nello spezzino per il ponte del primo maggio, si è visto sequestrare l'auto e ritirare immediatamente la patente di guida, con una proposta di revoca definitiva del documento. Da accertamenti è risultato inoltre che il professionista aveva già commesso un'analoga infrazione poco meno di due anni fa.


19/03/2009

Londra, fiamme nel centro della città

Londra, fiamme nel centro della città

 

Impegnate squadre con una quarantina di vigili del fuoco. Le fiamme sono divampate in un edificio utilizzato per la Commissione per gli appelli per l'asilo e l'immigrazione

 

Le fiamme divampano nell'edificio in Chancery Lane. Polizia e i vigili del fuoco hanno chiuso l'intera area del centro della capitale londinese (Ap)

Le fiamme divampano nell'edificio in Chancery Lane. Polizia e i vigili del fuoco hanno chiuso l'intera area del centro della capitale londinese (Ap)

Un violento incendio è scoppiato nel centro di Londra. Almeno 40 pompieri sono intervenuti per domare le fiamme che hanno avvolto l'ultimo e penultimo piano dell'edificio che ospita la sede del tribunale per l'immigrazione («Siac») nell'area di Chancery Lane.

(Lapresse)(Lapresse)(Lapresse)

(Reuters)

 

BOMBOLE A GAS - Le fiamme tutto potrebbero essere state causate dalle bombole di gas che si trovavano negli ultimi due piani di un edificio a Bream Buildings, una stradina del centro di Londra tra Fleet Street e Holborn. L'edificio ospita la Commissione per gli appelli per l'asilo e l'immigrazione. I pompieri, che in serata stavano spegnendo gli ultimi focolai, hanno detto che non ci sono feriti, nè persone intrappolate nel palazzo, chiamato Field House. «Ci sono informazioni che fanno pensare che l'incendio sia stato causato da bombole di gas propano», ha detto un portavoce dei pompieri. «La zona del tetto era in fase di restauro».

NESSUN FERITO - Il portavoce ha aggiunto che tutti gli occupanti del palazzo sono stati evacuati senza problemi, e così quelli degli edifici adiacenti. Sul posto sono accorsi 12 automezzi dei vigili del fuoco. La zona di Chancery Lane, dove si trova Brean Buildings, è una delle aree storiche di Londra, al confine tra la City e Westminster. Vi hanno sede le Royal Courts of Justice e per questo è densa di studi legali e società di consulenze.