06/02/2010

Italiani in fuga, consigli per l'uso

Italiani in fuga, consigli per l'uso

 

A un mese dal lancio, il blog Italians In Fuga dell'emigrato Aldo Mencaraglia attira sempre più utenti alla ricerca di dritte per sfuggire dal Paese. Consigli a ingegneri, cuochi, medici su come ottenere il visto e trovare un lavoro.

 

 

 

Un tempo c’erano gli emigrati italiani e disperati di Ellis Island e quello che venne considerato il più grande esodo migratorio della storia moderna. Si cantava “Mamma dammi cento lire che in America voglio andar” e l’andare altrove era un sogno, in un’epoca in cui non esisteva la televisione e la parola altrove poteva significare tutto e niente.
Poi venne la fuga dei cervelli, alludendo al fenomeno migratorio dei grandi talenti che nel Bel Paese non trovano sufficiente spazio per esprimere idee e progetti, per fare ricerca, per crescere.

Ora ci sono, molto più pragmaticamente, gli Italiani in fuga. Pasticcieri, ingegneri, giramondo, fulltimers (così si chiamano quelli che vivono e viaggiano in camper), gente che apre un chioschetto sull’isolotto sperduto rinunciando al posto in banca (lo sognano e lo dicono in tantissimi ma qualcuno lo ha fatto veramente), emigrati delusi dall’Italia o delusi dalla vita, con il desiderio di cambiare tutto, ma proprio tutto. Il fenomeno è in crescita ed è trasversale, tanto che Italians In Fuga, il blog dove chi è già emigrato offre informazioni a chi vuole emigrare, è un successo. Lo ha aperto Aldo Mencaraglia, originario di Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo, che partì a 19 anni per l’Inghilterra. Scoprì che all’estero si vive meglio e decise di non tornare più in Italia. Ora vive in Australia e ha deciso di condividere la propria esperienza con tutti coloro che, con qualsiasi titolo di studio e ambizione, in Italia “non ci stanno più dentro” e sognano di cambiare vita. “Che siate principianti e non sappiate da dove cominciare o che siate già avviati ma abbiate bisogno di consigli, italiansinfuga.com è per voi. Non è stato facile ma io ci sono riuscito quindi ce la potete fare anche voi!”.

Aldo, che ha rigorosamente un profilo su Facebook e uno su Linkedin, racconta la propria esperienza, ma ne raccoglie anche molte altre, da chi si è trasferito in Uruguay a chi vive a San Pietroburgo, con un occhio di riguardo per chi ha scelto l’Australia. Non solo storie di vita, però, ma anche servizi pratici su come ottenere un visto o come calcolare il costo della vita, che rappresenta una delle maggiori incognite per chi vuole emigrare.  Il link a Locationindependent.com, sito wiki dedicato ai nomadi digitali, aiuta ad orientarsi e focalizzare meglio una delle variabili più critiche per chi fa una scelta del genere: i soldi.

Da Italiansinfuga si può approdare anche alla classifica stilata da International Living sulla qualità della vita in 194 nazioni del mondo, in cui troviamo l’Italia al decimo posto e la Francia e l’Australia ai primi due posti. Ma soprattutto da qui ci si inoltre nell’immensa community di quelli che la vita l’hanno cambiata veramente. Il web pullula di storie di emigranti e di dritte utili per diventarlo. Chi è scappato in Giappone e chi vive in Nepal, chi ha messo su un sito destinato a chi sogna Londra o a chi sogna Amsterdam, colmi di informazioni pratiche per orientarsi e scegliere meglio alloggio, lavoro, corso di inglese. C’è chi vive in Scozia per amore, chi è stata “rapita” dai Masai e chi fa lo chef alle Mauritius. Parafrasando Elio delle Storie Tese, tra il dire e il fare c’è di mezzo solo “e il”. Un mare di iniziative, consigli e idee dedicati a chi sogna di cambiare vita, ma non ha ancora deciso come, dove e quando.


25/06/2009

Addio ufficio oggetti smarriti Ritrovarli sarà quasi impossibile

Addio ufficio oggetti smarriti Ritrovarli sarà quasi impossibile

 

Trenitalia taglia il servizio. Ora c’è un call center (inutile). Nel 2008 recuperati 3.500 fra ombrelli, telefonini, protesi e passeggini

 

Un windsurf smarrito al «Bureau des objet trouvés» di Parigi, il più grande d’Europa con 70 mila oggetti depositati
Un windsurf smarrito al «Bureau des objet trouvés» di Parigi, il più grande d’Europa con 70 mila oggetti depositati

ROMA — In quella valigia rossa c’erano ma­glie e mutande di un bambino di quattro anni, le sue scarpe da ginnastica preferite, quelle con la suola che si illumina ad ogni passo, e una pistola di plastica verde che, secondo il proprietario, «spara vero fuoco e anche veri proiettili»: quando lui e suo padre scendono dal treno e capiscono di averla dimenticata a bordo, vanno a passi rapidi all’ufficio oggetti smarriti, «perché vedrai — dice il papà — è un posto fantastico, buio e misterioso nel quale mettono tutte le cose di­menticate, i ladri non possono prenderle perché il capotreno le raccoglie nei vagoni e le porta lì, anche le cose più preziose, sì, an­che i pennarelli blu, anche i giocat­toli, tutto, il capotreno è un brav’uomo, vedrai, domani porte­rà lì anche la nostra valigia», sorri­de quel papà. Che ancora non lo sa, ma quella che ha appena racconta­to è poco più di una favola, di un ricordo sgranato, è la storia tratta da un’Italia che faceva attenzione a tenere viva la speran­za. Invece, da una decina di giorni, l’ufficio og­getti smarriti, nelle stazioni, non c’è più. E chi dimentica qualcosa sul treno torna a casa con una certezza: non la ritroverà.

La speranza, a quanto pare, è andata smarrita. L’ufficio della stazione Termini in questi an­ni ha conservato, e in molti casi restituito, più di centomila oggetti. Era lì dal 1934, grazie a una legge dello Stato, e in breve ne nacque uno in ogni stazione, almeno in quelle più grandi. Funzionavano: a Bologna, Firenze, Milano, To­rino, Bari, Palermo, Napoli, Genova e Venezia, nel 2008, sono stati recuperati 3.500 tra om­brelli, telefonini, portafogli, protesi, passeggi­ni, e più di mille sono stati riconsegnati ai pro­prietari. Invece nelle stazioni più piccine, an­che se ufficialmente non c’era un luogo fisico dedicato agli oggetti smarriti, subentrava la di­sponibilità di ferrovieri e capotreni e così le sa­le per i bagagli venivano usate anche per con­servare ciò che i viaggiatori avevano dimenti­cato: in ogni scalo, comunque, c’era una stan­za per andare a chiedere, per depositare la pro­pria speranza. Tutto ciò che nessuno reclama­va, poi, finiva all’asta, ogni sei mesi: chi le ha frequentate le racconta come «uno spettacolo, si trovava ogni tipo d’oggetto e ogni tipo di ac­quirente».

Adesso, non più: si possono consul­tare siti web dedicati agli oggetti smarriti, al massimo. «Abbiamo dovuto razionalizzare i servizi ac­cessori — spiegano da Trenitalia —. Da quan­do siamo diventati una società per azioni non abbiamo più gli obblighi che avevamo prima». Significa che hanno cancellato ciò che non pro­duce denaro. E la disponibilità verso il prossi­mo, si sa, non è un affare. Così, ora, ciò che si smarrisce sul treno ha una fine certa: diventa preda dei «cercatori d’oro — racconta un ferro­viere — insomma quelli che salgono sui treni quando tutti scendono, e prendono ciò che tro­vano. Povera gente, disperata». Ma il persona­le di Trenitalia che al capolinea raccoglie gli og­getti dimenticati? «Non c’è più». E siccome in pochi sanno dei predatori degli oggetti perdu­ti, è probabile che chi perde qualcosa provi a telefonare a Trenitalia: ed è così che si entra nel labirinto acustico dei call center, voci regi­strate che promettono e non mantengono, vo­ci umane che si scusano o inventano scuse. Soprattutto, costano.

L’89.20.21, ad esem­pio: dal cellulare 15 centesimi alla risposta e quasi un euro e mezzo per ogni minuto. La vo­ce metallica dice che si può scegliere tra sei op­zioni, le elenca, e la sesta è per «parlare con un dirigente dell’assistenza passeggeri»: musichet­ta e poi la voce dice che «il servizio è attivo dal lunedì al venerdì dalle tredici alle quattordici». La linea cade, due minuti di tempo. Tra l’una e le due, va peggio: l’attesa, non volendo «perde­re la priorità acquisita», dura dieci minuti, poi l’operatrice «Antonella» dice che «questa linea è esclusivamente per prendere appuntamento con un dirigente». Non me ne può passare uno? «No, il disco lo dice chiaramente, solo prendere appuntamento». Invece no: il disco di­ce altro e la telefonata è durata, in tutto, dodici minuti. E la valigia chissà dov’è. Allora si può richiamare, scegliere l’opzione cinque, ed ecco che «l’operatore A321», final­mente, ammette: «Non è più compito di Treni­talia accettare gli oggetti smarriti, o recuperar­li, ci pensa il Comune». Solo che chie­dere all’ufficio comunale romano, sem­plicemente, non serve: «Trenitalia so­no anni che non ci porta niente».

Uffi­cialmente, il sito di Trenitalia «avvisa la gentile clientela che dal 13 giugno 2009 non si accetteranno più oggetti rinvenu­ti. Chiunque si presenterà in assistenza per la consegna di tali oggetti, sarà invita­to a recarsi agli uffici comunali come pre­visto dal codice civile». Traduzione: chiun­que si preoccuperà del prossimo, e lo aiute­rà restituendo l’oggetto smarrito, è inutile che venga da noi, vada altrove. La speranza, nelle stazioni, è andata smarrita. Anche se non è facile da spiegare a un bambino: «E la mia pistola? E le mie scarpe con le luci? Ma non hai detto che le mettevano in un posto fantastico?».

Alessandro Capponi