30/06/2010

Nelle prime ore di sonno il cervello fa il pieno di energia

Nelle prime ore di sonno il cervello fa il pieno di energia

STUDIO DELLA HARVARD MEDICAL SCHOOL DI BOSTON SUI TOPI. È la fase in cui alcune regioni nervose «critiche» si riempiono di Atp la «benzina» molecolare delle cellule

 

(Grazia Neri)
(Grazia Neri)

ROMA - Nelle prime ore di sonno il cervello fa il pieno di benzina in alcune regioni neurali critiche per il suo funzionamento diurno: queste aree neurali, cioè, si riempiono di Atp (Adenosin Trifosfato), la benzina molecolare delle cellule. Ciò suggerisce che il sonno serva anche a rifocillarsi dopo un giorno di fatiche e ricarburare in attesa del giorno seguente. Lo dimostra una ricerca pubblicata sul Journal of Neuroscience e condotta da Radhika Basheer e Robert McCarley della Harvard Medical School di Boston studiando topolini.

IL CERVELLO «FA IL PIENO» - Negli ultimi anni svariate ricerche hanno dimostrato che il sonno è un momento rigenerante per il cervello e che serve per farlo riposare e funzionare al meglio il giorno seguente. Infatti la carenza di sonno è legata a deficit cognitivi e di memoria. È stato anche dimostrato che nel sonno la materia grigia si riorganizza formando nuove connessioni nervose. Ma cosa esattamente succeda dentro le cellule nervose finora non era chiaro. Gli esperti hanno visto che in alcune aree neurali del cervello dei topolini che hanno un ruolo chiave durante il giorno, nelle prime fasi del sonno, aumenta tantissimo la moneta energetica delle cellule, l'«Atp», che è appunto la benzina per far funzionare ogni nostra cellula. Se ai topolini viene impedito di dormire, invece, l'Atp non aumenta nelle cellule nervose. Inoltre durante il giorno l'Atp non aumenta e anzi viene consumato man mano che usiamo il cervello. (Fonte Agenzia Ansa)


16/04/2010

Il nostro cervello non è fatto per il multitasking

Il nostro cervello non è fatto per il multitasking

LO STUDIO. La suddivisione dei compiti fra gli emisferi cerebrali suggerisce che non si possano svolgere più di due compiti alla volta senza il rischio di agire in modo inappropriato

 

La tendenza un po’schizofrenica del multitasking non è nella natura dell’uomo e il massimo che il cervello può arrivare a sostenere sono due mansioni alla volta: lo sostiene uno studio condotto da Etienne Koechlin della Ecole Normale Supérieure di Parigi .

GESTIONE SIMULTANEA DEI COMPITI - Allattare il bimbo mentre si scrive un articolo, nel frattempo rispondere al telefono e mettersi d’accordo con un’amica per un caffè e, contemporaneamente, mandare un’e-mail. Il tutto mentre si ascolta uno splendido pezzo musicale appena scaricato. È l’era del multitasking, che secondo gli esperti porta alla concentratio interrupta (ovvero la disattenzione intermittente suscitata dal perenne bombardamento mediatico). Si fa una cosa e, grazie (o per colpa di) alle nuove tecnologie si possono portare avanti altri tre/quattro compiti. Ma la domanda è: fa bene? E se anche facesse bene, sarebbe naturale per l’essere umano?

TROPPE COSE INSIEME - La risposta arriva dai ricercatori francesi, che hanno osservato e studiato un campione di 32 volontari, affidando loro prima un compito e successivamente due compiti differenti ma simili. I volontari sono stati osservati nel corso dell’esperimento con la risonanza magnetica e i ricercatori hanno notato che, mentre nello svolgimento di un’unica mansione venivano coinvolte più zone neurali di entrambi gli emisferi cerebrali, nello svolgimento di più funzioni il cervello si divideva a metà, deputando a ciascun emisfero un incarico. In particolare il lobo frontale, che è la parte del cervello deputata alle funzioni esecutive, non può adempiere a più di due compiti.

LIMITI NATURALI - «Il tipo di esperimento eseguito, su un campione di individui destri e nessun mancino e con due compiti da portare a termine che erano simili tra loro», dicono i ricercatori sulla rivista «Science», «non consente di dire se la divisione dei compiti tra i due emisferi sia casuale o dipenda dal tipo di operazione e dalla dominanza di un emisfero su un altro. Ma i risultati dello studio suggeriscono che il lobo frontale, che ha funzioni esecutive, è limitato a svolgere al massimo due compiti nello stesso momento. «Ecco perché la gente prende spesso decisioni irrazionali quando fa più di due cose insieme», spiega Koechlin: «Possiamo cucinare e stare al telefono, ma non possiamo per natura provare a leggere anche il giornale». Lo studio suggerisce anche che non esagerare nel multitasking è una buona regola non solo per le cose da fare, ma anche per quelle da pensare. Come il nostro cervello non è fatto (se non a un caro prezzo e con dubbi risultati) per fare troppe cose in una volta, così non è predisposto nemmeno per pensare a troppe cose: anche le scelte devono essere prese su due opzioni alla volta.

Emanuela Di Pasqua


27/03/2010

Attenti a Internet, ci fa perdere la concentrazione e la memoria

Attenti a Internet, ci fa perdere la concentrazione e la memoria

 

Denuncia il «collettivismo tecnologico» e i rischi legati alle alterazioni del cervello. L’allarme di Nicholas Carr contro la dittatura della Rete. Il suo saggio divide l'America

 

Le ambiguità di Internet nel disegno di Dave Cutler (Corbis)
Le ambiguità di Internet nel disegno di Dave Cutler (Corbis)

«Basta prendere Internet e le tecnologie digitali a scatola chiusa. Offrono opportunità straordinarie di accesso a nuove informazioni, ma hanno un costo sociale e culturale troppo alto: insieme alla lettura, trasformano il nostro modo di analizzare le cose, i meccanismi dell’apprendimento. Passando dalla pagina di carta allo schermo perdiamo la capacità di concentrazione, sviluppiamo un modo di ragionare più superficiale, diventiamo dei pancake people, come dice il commediografo Richard Foreman: larghi e sottili come una frittella perché, saltando continuamente da un pezzo d’informazione all’altra grazie ai link, arriviamo ovunque vogliamo, ma al tempo stesso perdiamo spessore perché non abbiamo più tempo per riflettere, contemplare. Soffermarsi a sviluppare un’analisi profonda sta diventando una cosa innaturale».

Nicholas Carr è la bestia nera dei fan della Rete «senza se e senza ma» e dell’industria delle tecnologie digitali. Due anni fa un suo saggio, pubblicato dalla rivista «The Atlantic» col provocatorio titolo «Google ci sta rendendo stupidi?», fu il primo sasso gettato nello stagno della Internet culture. Carr, uno studioso che ha lavorato nella consulenza aziendale e ha diretto a lungo la «Harvard Business Review», fu bollato dal popolo del web come un nemico della tecnologia.

«In realtà — racconta oggi dalla sua casa in Colorado dove si è ritirato a scrivere libri—fin dagli anni Ottanta sono sempre stato un consumatore febbrile delle tecnologie digitali a cominciare dal Mac Plus, il mio primo personal computer. Sono sempre stato un tecnofilo, non un tecnofobo. Ma il mio entusiasmo si è man mano attenuato con la scoperta che, oltre ai vantaggi che sono sotto gli occhi di tutti, la Rete ci porta anche svantaggi assai meno evidenti e proprio per questo più pericolosi. Anche perché gli effetti saranno profondi e permanenti ».

Jaron Lanier, il genio dell’intelligenza artificiale che in un recente libro- manifesto ha messo in guardia dal «collettivismo» di Internet che uccide la creatività individuale, in Rete è stato bollato come un traditore. Sarà più difficile trattare nello stesso modo The Shallows («Superficialità: Quello che internet sta facendo alla nostra mente») il suo nuovo libro che già fa discutere quando mancano ancora più di due mesi alla pubblicazione negli Usa. Il perché lo spiega lo stesso Carr: «Quello sull’"Atlantic" era un saggio scritto sulla base della mia esperienza personale, una riflessione su come la cultura digitale ha cambiato il mio comportamento. Negli ultimi due anni mi sono sforzato di andare oltre il personale, esaminando le evidenze scientifiche e sociali di come Internet—e anche rivoluzioni precedenti come quella dell’alfabeto — hanno cambiato la storia intellettuale dell’umanità. E di come le nuove tecnologie influenzano la struttura del nostro cervello perfino a livello cellulare».

Nel dibattito promosso dalla «Edge Foundation» su questi temi, lei ha citato il caso della «Cushing Academy », una scuola d’elite che forma le classi dirigenti del Massachusetts fin dai tempi della Guerra di Secessione, dalla cui biblioteca sono improvvisamente scomparsi tutti i libri: sostituiti da computer per fare ricerche. Che ruolo sta giocando la scuola in questa rivoluzione?

«La scuola dovrebbe insegnare a usare con saggezza le nuove tecnologie. In realtà, però, gli educatori e perfino i bibliotecari si stanno abituando all’idea che tutta l’informazione e il materiale di studio possano essere distribuiti agli studenti in forma digitale. Dal punto di vista economico ha certamente senso: costa meno. Ma limitarsi a riempire le stanze di sistemi elettronici è miope. Come ci insegna McLuhan, il mezzo conta, e parecchio. Senza libri non solo è più difficile concentrarsi, ma si è spinti a cercare di volta in volta su Internet le nozioni fin qui apprese e archiviate nella nostra memoria profonda. La perdita della memoria di lungo periodo è il rischio più grosso: è un argomento al quale ho dedicato un intero capitolo».

Il cofondatore di «Wikipedia», Larry Sanger, ammette i rischi di distrazione ma l’accusa di essere troppo pessimista, di non avere fiducia nella capacità dell’uomo di gestire con raziocinio le nuove possibilità offerte da tecnologie che rappresentano, comunque, un grande progresso per l’umanità. L’esercizio della libertà, dice Sanger, richiede responsabilità, capacità di mettere a fuoco i problemi e di risolverli. Anche nell’universo digitale

«I fautori della libertà totale di acquistare e portare armi ragionano nello stesso modo quando dicono: le armi non uccidono gli uomini, sono gli uomini che uccidono altri uomini. Non voglio fare polemiche e vorrei che Larry avesse ragione: io non sono un determinista tecnologico. Purtroppo l’esperienza ci dice che la sua è una visione un po’ naïve: quando una nuova tecnologia diventa di uso comune, tende a cambiare le nostre abitudini, il modo in cui lavoriamo, il modo in cui socializziamo ed educhiamo i nostri figli. E ciò avviene lungo percorsi che in gran parte sfuggono al nostro controllo. È successo in passato con l’alfabeto o l’introduzione della stampa. Succede, a maggior ragione, oggi con Internet. La gente tende a non esercitare le possibilità di controllo, magari perché le interruzioni, le distrazioni che trova in rete, le portano pezzi di informazione interessante, o anche solo divertente»

Oggi, poi, non c’è solo l’uomo più o meno capace di plasmare il suo futuro: pesano anche gli interessi delle grandi corporation delle tecnologie digitali. Riecco Google...

«A far fare soldi alle società della Rete è il nostro moto perpetuo da un sito all’altro, da una pagina web all’altra. Sono i nostri clic compulsivi a far crescere gli incassi pubblicitari. L’ultima cosa che può desiderare una società come Google è che diventiamo più riflessivi, che ci soffermiamo di più su una singola fonte d’informazione ».

Curioso. A sostenere la tesi della libertà assoluta della Rete, senza regole né percorsi educativi, sono soprattutto i progressisti. Con argomenti che, almeno negli Stati Uniti, a volte ricordano quelli usati dai libertari conservatori sulle armi, contro i vincoli in campo ambientale o le regole di educazione alimentare che avrebbero potuto evitare le epidemie di obesità e diabete. Nemmeno Google suscita, per ora, grandi diffidenze. Perché?

«Perché la controcultura della sinistra Usa, contrarissima ai grandi calcolatori Ibm fino ai roghi di schede perforate degli anni ’60, ha poi scoperto nel personal computer — uno strumento individuale sottratto al controllo delle corporation e dei governi— uno strumento di libertà. Ed effettivamente era così, è stato così a lungo. Ma negli ultimi anni molto è cambiato: dal crowdsourcing che significa lavoro e idee gratuite per molte società che operano in Rete, alle reti sociali come Facebook che si comportano come latifondisti dell’Ottocento: affittano gratuitamente pezzetti di terra per poi guadagnare sulla sua coltivazione. È ora di cominciare a riflettere».

Massimo Gaggi


27/12/2009

Ricercatori italiani in Usa fanno luce scoprono sulle cause del glioblastoma

Ricercatori italiani in Usa fanno luce scoprono sulle cause del glioblastoma

 

La ricerca pubblicata su «nature». Due geni C/Ebp e Stat3, sono responsabili della particolare aggressività del tumore cerebrale

 

 

NEW YORK - Un gruppo di ricercatori della Columbia University di New York, guidato dall'italiano Antonio Iavarone, ha scoperto due geni che innescano il processo di formazione di uno dei l tumore al cervello più aggressivi, il glioblastoma multiforme. Lo ha riportato il sito web della rivista «Nature». La ricerca apre nuove strade a possibili trattamenti del tumore. I due geni, C/Ebp e Stat3, responsabili della particolare aggressività dei glioblastomi, comandano la catena di reazione molecolari che attivano il tumore. Allo studio ha partecipato un altro ricercatore italiano, Andrea Califano, sempre della Columbia University. Prima di questo studio, non era chiaro perché il glioblastoma avesse un comportamento così aggressivo. «Adesso sappiamo che due geni – C/EBP e Stat3 – sono le “centraline di controllo” di questo tumore», dice Antonio Iavarone. «Quando attivati simultaneamente, questi due geni lavorano insieme attivando centinaia di altri geni che conferiscono direttamente alle cellule tumorali elevata aggressività ed invasività».

PROSPETTIVE - Le implicazioni di questo articolo potranno avere importanti ripercussioni sia sulla classificazione del rischio di recidiva per i pazienti affetti da glioblastoma multiforme, sia per le strategie terapeutiche future. Infatti, lo studio dimostra che la attivazione dei due geni nelle cellule del tumore identifica un gruppo di pazienti con una prognosi particolarmente infausta e una sopravvivenza inferiore a 140 settimane. Inoltre, la soppressione delle due «centraline di controllo» nei tumori umani riprodotti in animali da laboratorio modifica le cellule maligne riducendo fortemente la crescita del tumore e la capacità di infiltrazione. «Questo risultato indica che la soppressione simultanea di entrambi i geni che potrà essere ottenuta mediante combinazioni mirate di farmaci potrebbe rappresentare un approccio terapeutico efficace proprio per i pazienti affetti dalla forma più aggressiva del glioblastoma, per i quali non esistono al momento terapie efficaci» sottolinea Andrea Califano. È proprio su questa base che ai ricercatori della Columbia è stato recentemente conferito un importante e prestigioso finanziamento da parte dell’ ente federale della ricerca degli Stati Uniti per sviluppare questo tipo di nuovi farmaci mirati a contrastare l’ attività dei due geni principali.

BIOLOGIA DEI SISTEMI - I due geni sono stati scoperti attraverso un nuovo approccio di Biologia dei Sistemi. Per capire il problema risolto da questo studio, si possono immaginare i ricercatori in modo analogo a ingegneri urbanisti che cercano di ridurre la congestione del traffico senza una mappa precisa delle strade coinvolte dal blocco. Tali sforzi rimarranno sempre infruttuosi fino a che non sarà disponibile una mappa dettagliata della città. È solo attraverso questa mappa che gli ingorghi – e le possibili soluzioni del problema - si chiariranno. «Nell’ era post-genomica, noi scienziati cerchiamo pressapoco di risolvere lo stesso tipo di problema» dice Califano. «Il progetto-genoma ha fornito ai biologi una lista completa di nuovi geni, tutti quelli che esistono all’ interno della cellula umana. Quella che finora è mancata è stata la comprensione di come tutti questi geni funzionano in coordinamento tra loro per realizzare complessi circuiti molecolari che alla fine sono quelli che fanno funzionare le cellule. Anche i biologi avevano bisogno di una mappa della cellula. Anni e anni di esperimenti hanno svelato solo minimi aspetti del complesso circuito molecolare della cellula umana.

LA «MAPPA» - Il gruppo dei ricercatori della Columbia, che comprende fisici e biologi, è stato in grado di assemblare innanzitutto questo circuito molecolare nelle cellule di glioblastoma, e poi dimostrarne sperimentalmente la validità scientifica. Si è trattato di un percorso estremamente complesso e innovativo che ha utilizzato numerosi nuovi approcci presi in prestito per la prima volta da settori apparentemente molto distanti dalla biologia come la teoria informatica e la biologia computazionale. «Il fatto di avere a disposizione per la prima volta una tale mappa dettagliata dei network che operano nelle cellule di glioblastoma umano ci ha consentito di porci domande precise ma senza alcuna scelta preventiva per questo o quel gene e che ci hanno consentito di scoprire proprio quei geni responsabili delle caratteristiche più maligne di questi tumori» aggiunge Iavarone.

CENTRALINE DI CONTROLLO - Questa mappa, assemblata dal gruppo di ricercatori coordinato da Andrea Califano, ha consentito l’ identificazione delle due «centraline di controllo» della malignità dei tumori al cervello. Il lavoro sperimentale successivamente realizzato dal gruppo di ricercatori coordinato da Iavarone in cellule di glioblastoma umano e in animali da laboratorio ha confermato l’ accuratezza del circuito molecolare e l’ importanza dei due geni principali. Questa scoperta fornisce importanti informazioni per l’ individuazione di nuovi farmaci contro il glioblastoma e modifica profondamente il modo attraverso cui gli scienziati studieranno le malattie. «L’ identificazione di C/EBP e Stat3 come “centraline di controllo” della malignita’ del glioblastoma ci ha colto di sorpresa in quanto nessuno avrebbe mai potuto prevedere che questi geni funzionassero insieme nei tumori al cervello» , specifica Iavarone. Ed infatti, se avessero usato soltanto gli approcci biologici tradizionali, i ricercatori non avrebbero mai potuto ricostruire il ruolo così importante che essi hanno nel glioblastoma umano. Nel caso del glioblastoma analizzato nello studio, malgrado l’ attività dei due geni principali fosse molto simile in cellule normali e tumorali, l’ effetto combinato della loro attivazione nelle stesse cellule è in grado di produrre effetti estremamente gravi .


02/09/2009

Tumore non diagnosticato, muore 11enne

Tumore non diagnosticato, muore 11enne

 

Il caso. Per tre anni la ragazzina ha accusato mal di testa, ma nessuno le ha mai prescritto una Tac. Quattro medici indagati dai pm per omicidio colposo

 

 

Medici indagati per omicidio colposo

 

Per circa tre anni, nonostante accusasse forti mal di testa, problemi di equilibrio e disturbi alla vista, nessuno diagnosticò a una ragazzina bolognese di 11 anni il tumore al cervello che una settimana fa l’ha uccisa. Questa la denuncia dei genitori della bambina (due impiegati quarantenni bolognesi) che hanno presentato un esposto alla Procura di Bologna. Il Pm Enrico Cieri ha disposto l’autopsia e contestualmente avvisato quattro medici - ora indagati per l’ ipotesi d’accusa di omicidio colposo (la querela è stata depositata in luglio quando la bambina era ancora in vita e il magistrato aveva aperto un fascicolo per lesioni gravissime, poi, dopo il decesso, la nuova imputazione) - della facoltà di nominare propri consulenti. I medici indagati sono la pediatra che la seguiva fin dalla nascita, un otorino, un oculista e una neuropsichiatra. Tutti, tranne la pediatra, medici specialistici convenzionati con l’Ausl di Bologna. In tutto questo periodo, riferiscono i genitori, nessuno pensò di far eseguire una tac nonostante le continue sollecitazioni dei familiari dovute ai malesseri patiti dalla ragazzina. Anzi, sostengono gli avvocati Chiara Rinaldi e Antonio Petroncini che assistono i genitori, i medici liquidarono la vicenda come un tentativo della paziente di attirare l’attenzione e invitarono i familiari a non essere troppo apprensivi.

LA STORIA CLINICA - La pediatra consigliò loro di andare da uno specialista per i disturbi alla vista e all’udito e dopo qualche tempo indicò loro una neuropsichiatra. Accertamenti che, sempre secondo l’esposto, si conclusero senza una diagnosi precisa. I disturbi continuarono e lo scorso ottobre la ragazzina, in preda a convulsioni, fu portata al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore. Qui, dopo aver eseguito una tac, le diagnosticarono un tumore al cervello grande cinque-sei centimetri. Lo scorso 25 agosto, dopo mesi di continui ricoveri e con la mamma costretta a lasciare il lavoro per seguire la figlia, la piccola è morta. «La volontà dei genitori è fare chiarezza - chiariscono i legali - Abbiamo fiducia che l’indagine consentirà di appurare cosa è successo ed eventuali responsabilità».

LE INDAGINI - Il magistrato ha disposto il sequestro di tutte le cartelle cliniche ed è in attesa di conoscere i risultati degli esami istologici sui tessuti prelevati durante l’autopsia. Il pm ha nominato come proprio consulente il medico legale Giorgio Gualandri di Modena, mentre i medici hanno nominato l’oncologo Giovanni Freccia dell’ospedale Bellaria e i medici legali Andrea Minorini e Alessandro D’Errico. I legali dei genitori hanno invece indicato l’anatomopatologo Pietro Occhialini. Ma, data la complessità dell’accertamento, quasi sicuramente il magistrato deciderà di allargare la consulenza per affiancare uno specialista al medico legale. «Prima di entrare nel merito attendiamo gli esiti degli accertamenti - ha spiegato l’avvocato Sabrina Di Giampietro, che assiste i quattro medici - Siamo dalla parte dei genitori nella ricerca della verità, sotto il profilo umano è una vicenda molto dolorosa. In ogni caso aspettiamo con fiducia gli sviluppi degli accertamenti disposti dalla Procura».


26/08/2009

Usa: è morto Ted Kennedy

Usa: è morto Ted Kennedy

 

Fratello di john e bob fu portabandiera della battaglia per i diritti civili. Il senatore democratico, malato da tempo di un tumore al cervello, è deceduto all'età di 77 anni

 

Ted Kennedy (Reuters)
Ted Kennedy (Reuters)

NEW YORK (USA) - E' morto a 77 anni seguito di una lunga malattia il senatore democratico americano Edward Kennedy (meglio noto come Ted) fratello dell'ex presidente degli Stati Uniti John Kennedy e del candidato alla presidenza Bob entrambi morti assassinati. «Abbiamo perso il centro insostituibile della nostra famiglia e della luce gioiosa della nostra vita, ma l'ispirazione della sua fede, ottimismo e perseveranza vivrà nei nostri cuori per sempre», si legge in un comunicato della famiglia citato dalla Cnn. «Ringraziamo tutti coloro che gli hanno dato assistenza nell'ultimo anno, e tutti quelli che lo hanno accompagnato nella sua incessante marcia per il progresso verso la giustizia».
«Ho il cuore spezzato» ha commentato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

MALATO DA TEMPO - Ted Kennedy era malato da tempo di un tumore al cervello. Da giorni si rincorrevano voci circa un drastico peggioramento delle sue condizioni, alimentate anche dalla sua assenza al funerale della sorella Eunice Shriver Kennedy, due settimane fa. Kennedy aveva inoltre scritto una disperata lettera ai vertici del suo Stato, il Massachusetts, chiedendo di essere sostituito nel suo ruolo di senatore a Washington il prima possibile, senza aspettare l’elezione suppletiva necessaria per legge. Il senatore, infaticabile sostenitore di Barack Obama, temeva infatti che la sua assenza nuocesse al partito al momento di votare la tanto discussa riforma sanitaria.

 

Ted Kennedy con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama (Reuters)

Ted Kennedy con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama (Reuters)

 

CHI ERA - Nato a Boston il 22 febbraio 1932, ultimogenito di Joseph Kennedy e Rose Fitzgerald, cresciuto fra New York, la Florida e l’Inghilterra, Edward Moore Kennedy si laureò ad Harvard nel 1956, dopo essere stato espulso e poi riammesso per aver falsificato un esame di spagnolo. In seguito si specializzò in legge alla University of Virginia, curando nel frattempo la campagna elettorale del fratello John, eletto presidente nel 1960. Divenuto senatore del Massachussetts nel 1962 prendendo il posto del fratello grazie a una elezione suppletiva, Ted Kennedy non lascerà più l’impegno politico, venendo eletto per otto mandati consecutivi dal 1964 al 2006. Durante gli oltre quaranta anni nelle prime fila della politica di Washington, Kennedy ha avuto un ruolo fondamentale nella definizione delle strategie della sinistra americana, contribuendo attivamente alla realizzazione di leggi di impatto decisivo sulla vita dei cittadini. La sua storia riassume in modo emblematico quella della famiglia Kennedy, il più grande clan della politica americana, segnata da grandi trionfi così come da scandali e tragedie. Dopo l’omicidio di Jfk, il 22 novembre del 1963, e dopo averne dovuto comunicare la morte al padre, Ted si salvò nel 1964 da un incidente aereo nel quale morirono il pilota e un suo assistente. Il senatore rimase per diversi mesi in ospedale con alcune costole rotte, un polmone perforato, emorragie interne e forti dolori alla schiena che non lo abbandonarono più. Fu sempre Ted nel 1968 a pronunciare l'elogio funebre di un altro fratello ucciso, Robert, al quale era profondamente legato. Dalla scomparsa del padre, nel 1969, il più giovane dei fratelli Kennedy divenne di fatto il patriarca della famiglia, oltre che il tutore dei 13 figli dei fratelli John e Robert. Lo scandalo che però ne ha segnato indelebilmente, e forse stroncato, l’ascesa politica risale alla notte del 18 luglio 1969. Di ritorno da una festa a Chappaquiddick Island, a Martha’s Vineyard, ebbe un incidente e finì in mare con l’auto. Ted Kennedy riuscì a salvarsi, lasciando però nella vettura la ragazza che era con lui, Mary Jo Kopechne. Il senatore non chiamò la polizia fino al giorno dopo, quando il corpo della donna fu ritrovato. Il 25 luglio si dichiarò colpevole di omissione di soccorso, negando però di essere ubriaco al momento dell’incidente, e fu condannato a due mesi di prigione, condanna poi sospesa. L’anno seguente Kennedy vinse nuovamente le elezioni per il Senato con il 62% dei voti. Nella sua unica corsa per la presidenza, nel 1980, venne sbaragliato durante le primarie dall’allora inquilino della Casa Bianca, Jimmy Carter. In seguito, alla convention democratica di Boston nel 2004, venne celebrato definitivamente come il patriarca del partito. Nel 2005 divenne inoltre il più anziano senatore in carica dopo Robert Byrd. Nel 2006 la rivista Time lo selezionò tra i migliori dieci senatori d’America. Il più giovane dei Kennedy è divenuto negli anni uno degli ultimi baluardi della sinistra del partito democratico, sebbene al Senato fosse tra i principali promotori delle coalizioni.


06/07/2009

Le sorelline che moriranno a 12 anni

Le sorelline che moriranno a 12 anni

 

 

La madre cerca una cura per il morbo di Batten. Jayne Lennon ha deciso di raccontare sui giornali e in Internet la sua vicenda: qualcuno mi dia una possibilità


 

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Ashleigh e Alisha non di­venteranno mai grandi. Hanno sei e tre an­ni e difficilmente ne compiranno dodici. Soffrono di una rarissima forma del mor­bo di Batten, disturbo genetico che blocca la funzione metabolica del cervello, con­dannando chi ne è affetto a una regressio­ne inesorabile. I bambini smettono di cam­minare, di parlare, di alimentarsi autono­mamente. La vista cala e poi scompare. E la morte arriva prima dell’adolescenza. Un destino che la madre delle due bimbe, Jay­ne Lennon, 35 anni di Lancaster, Inghilter­ra occidentale, fatica ad accettare. Dopo aver sondato tutte le possibili vie mediche senza risultato, ha accettato che le sue bambine posassero per un servizio foto­grafico. Le immagini sono poi state diffu­se in Internet grazie a un sito che veicola storie nel mondo. E delle due bimbe han­no già parlato siti e giornali inglesi, croati, romeni, turchi, vietnamiti, indiani e di molti altri Paesi. Il sogno è che qualcuno, da qualche parte nel pianeta, abbia da of­frirle almeno una speranza a cui aggrap­parsi.

Le sorelline Lennon sono nate sanissi­me e oggi appaiono bionde, paffute e vi­spe. Ashleigh, la più grande, per quattro anni non ha accusato alcun fastidio. Poi, all’asilo, i primi sintomi: «Sembravano at­tacchi di epilessia - ha raccontato al Dai­ly Mail Jayne Lennon -. In un primo mo­mento pensai che non c’era molto da pre­occuparsi. Ma le convulsioni sono aumen­tate, diventando sempre più frequenti. Lessi su Internet della malattia di Batten, e in effetti i sintomi c’erano tutti, ma crede­vo impossibile che le fosse capitato un ma­le così raro». La bimba ha prima perso l’uso delle gambe, poi della parola, ora co­mincia ad accusare i primi problemi alla vista che per i medici perderà del tutto nel giro di qualche anno. A novembre un test ha cancellato anche il futuro della più piccola. Aveva tre possi­bilità su quattro di scampare all’errore ge­netico. Purtroppo le è andata male. I sinto­mi non si sono ancora manifestati, e per il momento Alisha cammina e parla normal­mente. Ma presto entrerà in azione anche per lei il congegno della malattia che fa gi­rare a ritroso l’orologio della crescita. «Ti spacca il cuore assistere al lento peggiora­mento di Ashleigh - ha aggiunto la ma­dre - sapendo che presto anche Alisha su­birà la stessa sorte».

Il modo migliore per affrontare la disperazione è fare un passo alla volta. La donna ha quindi iscritto le due figlie a una scuola speciale, in cui rie­scono ad esprimersi e a giocare ignorando ansie e paure del domani. Insieme alla pri­mogenita Lucy, graziata dalla malattia, la mamma si dedica giorno e notte alle due piccine di casa. «Ricordo il giorno in cui il dottore mi disse che poteva trattarsi di questa rarissima forma di disturbo geneti­co - aggiunge Jayne - e che Ashleigh sa­rebbe morta dopo un mare di sofferenze. Per me fu uno shock devastante». Per il morbo di Batten non esistono cu­re efficaci. «Il nome tecnico è ceroidolipo­fuscinosi neuronale - spiega Maria Gra­zia Roncarolo, che dirige l’unità di ricerca clinica pediatrica del San Raffaele di Mila­no - si presenta sotto otto diverse forme, differenti per sintomatologia ma ugual­mente mortali».

In Italia si contano poche decine di casi, un centinaio nel mondo. Per tutti le possibilità di guarigione sono praticamente inesistenti. Quattro anni fa, l’Oregon Health and Science University di Portland, negli Stati Uniti, ha avviato la sperimentazione di una terapia basata sul trapianto di cellule staminali nel cervello. Il trattamento, quanto meno, non ha pro­dotto effetti collaterali. Ma neppure ha da­to segni di miglioramento; la soluzione è ancora lontana. I tempi della scienza sono insomma len­ti e alla signora Lennon non resta che aspettare. Da quando ha saputo che il de­stino delle sue adorate bambine è già scrit­to viene seguita dagli psicologi di un’asso­ciazione, la Rainbow trust, che aiuta le fa­miglie di bimbi condannati a malattie ter­minali: «È davvero difficile andare avanti ma almeno mi è di conforto vedere le mie figlie felici, non sanno ancora cosa il futu­ro riserva loro».

Cos'è il morbo di Batten

La malattia di Batten, nota anche come ceroidolipofusci­nosi neuronale, geneticamente assume otto forme, ma clinicamente se ne conoscono tre: la Cln 1, che colpisce bambini fino ai cinque anni, la Cln 2 e la Cln che invece colpiscono ragazzi più grandi. In tutti i casi è mortale.

TOSSINE - In tutte le forme nelle cellule si verificano accumuli di materiale tossico al momento della formazione delle proteine.

 

Antonio Castaldo


01/05/2009

A DUE ANNI QI COME QUELLO DI EINSTEIN

A DUE ANNI QI COME QUELLO DI EINSTEIN

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LONDRA - Una bambina di Londra di appena due anni e quattro mesi è diventata il membro più giovane della Mensa, l'associazione internazionale dei cervelloni, con un quoziente intellettivo di 156, appena più basso di quello di Einstein, che si dice fosse circa di 160. E' Elise Tan Roberts, vive a Edmonton, nord di Londra e sa già recitare l'alfabeto, contare fino a 20 in inglese e a 10 in spagnolo, capisce la differenza tra i tre tipi di triangoli e conosce svariate capitali del mondo. Quando a cinque mesi Elise, nata il 16 dicembre 2006, ha detto la sua prima parola e a 18 ha imparato a contare fino a 20, i genitori, Louise e Edward, hanno capito che la piccola era diversa dagli altri bambini. Elise è stata valutata dalla professoressa Joan Freeman, esperta in psicologia dell'educazione, secondo cui il grande dono della bimba è nella sua capacità mnemonica. "Non è solo molto intelligente - ha detto Freeman - questa bimba ha un vero e proprio dono".


03/04/2009

Cervello: il sonno lo «ripulisce»

Cervello: il sonno lo «ripulisce»

 

SCOPERTA DI RICERCATORI ITALIANI PUBBLICATA SU SCIENCE. Svelato a livello molecolare il meccanismo che permette di liberare la testa delle informazioni inutili accumulate

 

(Contrasto)

Se si dorme male la testa diventa «pesante», nel vero senso della parola. La mancanza di sonno, infatti, favorisce l'accumulo di proteine a livello delle sinapsi, cioè i punti di congiunzione fra i neuroni, fondamentali per il passaggio delle informazioni fra una cellula nervosa e l'altra. A scoprirlo sono stati Chiara Cirelli e Giulio Tononi scienziati italiani della University of Wisconsin-Madison School of Medicine, la cui ricerca è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica «Science».

L'ESPERIMENTO - L'osservazione rappresenta una prova della teoria secondo cui il sonno è il momento in cui il cervello mette in ordine tutte le informazioni accumulate il giorno precedente ed elimina quelle superflue. Negli ultimi anni vari studi a firma di Tononi, neuropsichiatra italiano trasferitosi all'estero da oltre 15 anni dopo una laurea in medicina a Pisa, hanno lasciato intravedere la concreta possibilità che la pulizia cerebrale avvenisse ogni notte mentre dormiamo. Nel nuovo studio arriva una dimostrazione diretta di ciò: gli esperti hanno impedito ai moscerini di dormire per 24 ore e osservato con un potente microscopio che ciò causava l'aumento di concentrazione di cinque proteine nelle sinapsi. Permettendo ai moscerini di dormire, dopo il sonno il contenuto proteico delle sinapsi si riduce del 30-40%. Il sonno fa pulizia, dunque, serve a far ripartire in quarta il cervello ogni giorno che viene, consentendogli di lavorare al meglio.


18/03/2009

Depressione: curarla ricaricando il cervello come una pila

Depressione: curarla ricaricando il cervello come una pila

 

Trattamento sperimentato in Italia: risultati preliminari incoraggianti su pazienti «resistenti» ai farmaci due elettrodi sulla fronte rilasciano corrente a bassa intensità

 

 

(Grazia Neri)

MILANO - Se il cervello fosse come una pila, la depressione potrebbe essere vista come se il livello della «batteria» fosse basso. Perchè allora non ricaricare un cervello gravemente depresso con la corrente, innocua e indolore? È quello che hanno provato a fare i ricercatori del Policlinico Ospedale Maggiore di Milano guidati da Alberto Priori, in collaborazione con la Clinica Villa Santa Chiara di Verona, in uno studio pubblicato oggi sul Journal of affective disorders.

L'ESPERIMENTO - Gli specialisti hanno applicato due elettrodi sulla fronte dei pazienti, collegandoli a uno stimolatore elettrico gestito da un computer. Il dispositivo, che rilascia una corrente elettrica continua a bassa intensità, è stato testato su 14 pazienti (di cui 13 donne) gravemente depressi e sui quali i farmaci non avevano sortito alcun effetto. «I pazienti - dicono i ricercatori - sono stati sottoposti alla tecnica due volte al giorno per cinque giorni consecutivi, riportando un marcato miglioramento già dopo cinque giorni, che si manteneva per diverse settimane».

PROSPETTIVE - La tecnica potrebbe essere usata su coloro che soffrono delle forme più gravi di depressione, circa il 30% dei 5 milioni di italiani colpiti, e «seppure lo studio sia ancora preliminare e su un piccolo numero di individui, i risultati indicherebbero una nuova possibilità per il trattamento della depressione grave farmaco-resistente». I ricercatori sono già al lavoro per estendere questi primi risultati preliminari: