22/09/2011

Linate, sconosciuto elude il metal detector: riaperto lo scalo dopo 2 ore

Linate, sconosciuto elude il metal detector: riaperto lo scalo dopo 2 ore

MILANO. Alle 17.40 un individuo ha eluso i controlli di sicurezza. Obbligatoria seconda verifica di tutte le carte d'imbarco

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23/03/2010

«Basta censura». Google via dalla Cina

«Basta censura». Google via dalla Cina

 

Ma le ricerche «scomode» dalla cina restano bloccate dai filtri informatici del regime. La società reindirizza il traffico al portale di Hong Kong. Nel Paese resteranno solo alcune attività commerciali

 

La sede di Google a Pechino (Ap)
La sede di Google a Pechino (Ap)

Google Cina chiude i battenti. Come previsto, dopo due mesi di braccio di ferro con Pechino seguiti a un violento attacco hacker, la società di Mountain View ha deciso di non sottostare alla censura imposta dal regime. E, almeno per il momento, ha trovato un modo per aggirarla: reindirizzando il traffico al sito di Hong Kong, Google.com.hk, che offre risultati non filtrati in cinese. Con la frase: «Benvenuti nella nuova casa di Google Cina».

«GROSSO ERRORE» - Un passo che come prevedibile non incontra il favore delle autorità di Pechino, che hanno parlato di una decisione «completamente sbagliata» e di violazione di una «garanzia scritta». «Google è venuto meno al suo impegno scritto fatto quando ha deciso di entrare nel mercato cinese fermando il filtraggio del suo motore di ricerca e addossando alla Cina la responsabilità degli attacchi dei pirati informatici - ha detto un funzionario dell'Ufficio informazione del Consiglio di Stato -. Questo è totalmente sbagliato. Ci opponiamo senza compromessi alla politicizzazione delle questioni commerciali ed esprimiamo malcontento e indignazione per le irragionevoli accuse e il comportamento di Google». Anche la Casa Bianca ha commentato i nuovi sviluppi della vicenda. «Siamo delusi del fatto che Google e il governo cinese non siano stati in grado di raggiungere un accordo» ha detto il portavoce Mike Hammer.

ATTIVITÀ DI VENDITA - Una nota pubblicata sul blog della società spiega che resteranno in Cina alcuni servizi commerciali, come la vendita di inserzioni pubblicitarie sui motori di ricerca. Insomma si cerca di tenere almeno un piede in un mercato in piena esplosione. «Riteniamo che questo nuovo approccio di fornire ricerche non censurate in cinese semplice attraverso Google.com.hk sia una soluzione ragionevole - viene spiegato -: è interamente legale e aumenterà significativamente l'accesso all'informazione dei cinesi. Ci auguriamo che il governo cinese rispetti la nostra decisione, anche se siamo consapevoli che potrebbe bloccare l'accesso ai nostri servizi». Una strategia rischiosa, che potrebbe innescare ritorsioni. Le autorità cinesi potrebbero per esempio utilizzare filtri per bloccare l’accesso al motore di ricerca con base a Hong Kong.

L'ASCESA DI BAIDU - Secondo le stime della Cnbc Baidu (il principale motore di ricerca in lingua cinese) potrebbe ora conquistare il 95% del mercato della ricerca online. Mentre il quotidiano finanziario Bloomberg prevede che Mountain View si espanderà in mercati come la Corea del Sud e il Giappone, dove finora è riuscita a conquistare solo una frazione della popolarità di cui gode in Europa e Stati Uniti. Non si sa invece quale sarà il destino dei quasi 600 dipendenti della sede di Google a Pechino: «È ancora presto per dirlo» fanno sapere dal quartier generale in California.

GLI ATTACCHI DI GENNAIO - Non è chiaro da dove venissero gli attacchi informatici subiti da Google a gennaio, ma alcuni analisti vi hanno ravvisato un coinvolgimento indiretto del governo di Pechino. Tra le vittime degli hacker ci sarebbero infatti diversi dissidenti (le cui caselle di posta elettronica sono state aperte), oltre a grandi multinazionali, molte delle quali statunitensi. Google ha minacciato di smettere di utilizzare i filtri richiesti dalla censura cinese e poi di chiudere il portale se non fosse stata messa in grado di garantire la sicurezza ai suoi clienti. Evidentemente nessun accordo era possibile.

MA LA CENSURA RESTA - Nonostante la decisione di Google di porre fine alla censure e non filtrare più i contenuti del suo motore di ricerca in Cina, rimangono ancora bloccate le ricerche scomode. Ma «Great Firewall» come è battezzato il controllo del regime sul cyberspazio- continua a bloccare le ricerche scomode: le ricerche dalla Cina di temi come il Tibet o Amnesty International risultano infatti ancora impossibili.

 

 

Redazione online


11/02/2010

Uno stipendio per non fare nulla

Uno stipendio per non fare nulla

 

Palermo, l'ente Fiere non esiste più, ma la Regione continua a pagare i dipendenti

 

 

PALERMO -  Il segretario generale, Silvana Farinella, laurea in Scienze politiche, master per dirigenti d’azienda, è rintanata nella sua Atos rossa con un plaid sulle gambe e il riscaldamento a palla, a leggere libri e chattare su Facebook.

Accanto, c’è la station wagon blu di Valentino Sucato, per i colleghi «bi-dot» perché due volte dottore, in Economia e commercio e in Scienze statistiche. Qui, alla Fiera del Mediterraneo di Palermo, era quello che progettava le manifestazioni. Adesso sta chiuso in macchina ogni giorno dalle 7,30 alle 15, e il mercoledì con orario continuato fino alle sei del pomeriggio, nel parcheggio dell’Ente fantasma: 83 mila metri quadrati di uffici e padiglioni espositivi dove hanno pignorato tutto, dalle scrivanie ai quadri, dalla cancelleria al cartellino segna-presenze (ci si arrangia con i nomi scritti a penna su un foglietto).

Gli interni dell'ente sono quasi tutti inagibilii, i dipendenti devono stare in poche stanze accessibili o in auto
Adesso, poi, hanno staccato anche la luce. E quindi ai trentacinque dipendenti non resta che stare in macchina o rifugiarsi nelle uniche due stanzette riscaldate da un gruppo elettrogeno che vibra e rumoreggia come il motore di una nave in partenza. Tutti, dal primo all’ultimo, pagati per non fare nulla, assolutamente nulla. Perché la Fiera non fa più una manifestazione dal maggio del 2008, è sepolta da 20 milioni di euro di debiti, i padiglioni stanno cadendo a pezzi. E più loro si agitano, più chiedono di lavorare, più si definiscono «disperati, prigionieri, ostaggi di un incubo kafkiano», più dall’altra parte giunge un silenzio assordante. Le buste paga, però, arrivano puntualmente, pagate dalla Regione siciliana con stanziamenti straordinari (80 mila euro al mese) da quando l’Ente è al verde, tarate con precisione sulle diverse qualifiche, mentre sulla Fiera si avvicendano progetti di liquidazione e rutilanti ipotesi di rilancio. Nell’attesa il punteruolo rosso, il coleottero che ha fatto strage di palme in Sicilia, si è divorato le dieci canariensis che abbellivano i viali. Alla faccia dei creditori che avevano fatto pignorare anche quelle.

È la Spoon River dei vivi, oggi, la Fiera del Mediterraneo, nata nel 1946 per promuovere commerci e scambi nella Palermo ancora dilaniata dalle bombe. «Io ero il tecnico informatico», dice Sebastiano Puleo, stretto nel suo trench imbottito. «Io tenevo i contatti con gli espositori», racconta Vincenzo Carrozza con un cappello di lana calato sugli occhi. «Io mi occupavo delle fiere indirette, quelle ospitate e non promosse», si presenta Giuseppe Misiano. «Io ero il custode», dice Nino Temperino. Il vento si infila tra i capannoni, le cartacce fanno mulinello dove c’era il luna park, i cani randagi si inseguono nei vialoni dove generazioni di siciliani accorrevano ogni primavera per la Campionaria internazionale, come i salmoni risalgono il fiume, a stupirsi delle prime padelle antiaderenti, dei materassi ad acqua, degli oggetti arrivati dall’Oriente. Altri tempi, tanto che all’appuntamento annuale si erano affiancate nel tempo una serie di rassegne tematiche, dai mobili all’alimentazione. Adesso il silenzio è spezzato dai lavori di costruzione di un parcheggio, ultimo capitolo di una Sprecopoli senza fine. «I lavori sono stati finanziati nel 2001 con un milione e trecentomila euro e appaltati adesso, quando non serve più», spiegano i dipendenti con la faccia di chi ha visto tutto.

D’altronde un altro milione e mezzo è stato speso per ristrutturare due capannoni un paio di anni fa: megaschermi, soffitti di design, cabine di regia, impianti di climatizzazione nuovi di zecca e già marciti. Il 1999 è stato l’ultimo della gestione ordinaria, con un consiglio e una giunta nominati dai soci fondatori, il Comune e la Camera di Commercio di Palermo. Poi, nell’attesa che venissero rieletti, arrivò l’era dei commissari straordinari, tutti nominati dalla politica, attraverso l’assessorato regionale alla Cooperazione. E con uno stipendio, fino al 2008, pari al 75 per cento di quello del sindaco. Uno sorride ibernato sul sito Web, dove la Fiera è ancora «il più importante ente espositivo della Sicilia».

Dieci anni in cui è successo di tutto: dall’acquisto di un tris da scrivania per 2.500 euro a un’autoliquidazione da 250 milioni di lire, dalla creazione in barba allo Statuto di due società satellite con ventitré dipendenti assunti per chiamata diretta (licenziati nel 2006 e prontamente assunti nel carrozzone regionale della Multiservizi) alla svendita all’asta, per far fronte ai debiti, di due tele di Alfonso Amorelli che ne valgono il doppio, tra le ire della Soprintendenza. Qualcuno ha provato a rimettere in moto la macchina, ma - spiega il «bi-dot» Antonino Sucato - «a un certo punto mancavano le cento lire da investire per incassarne duecento». Di tutta questa storia sono rimasti loro, i trentacinque fantasmi. In terra di nessuno. «Una legge regionale del 2001 - spiega Sucato - dice che sono esclusi dalla mobilità i dipendenti degli enti pubblici economici, come il nostro. Sostanzialmente la Regione non ci riconosce come suoi figli. E allora perché ci paga gli stipendi? E allora in che senso siamo un ente pubblico?». L’ultimo segnale dalla Regione è stata una lettera con cui si chiedeva ai soci Comune e Camera di Commercio una collocazione provvisoria dei dipendenti nell’attesa di chiarire il futuro della Fiera. Un parcheggio temporaneo, insomma. Loro non ci stanno. Nel parcheggio, quello vero, ci stanno già da troppo tempo.

LAURA ANELLO

17/01/2010

Ragazzo afghano di 15 anni dentro una valigia nel porto di Bari

Ragazzo afghano di 15 anni dentro una valigia nel porto di Bari

 

Immigrazione clandestina. Nascosto in auto con lui anche il fratello di 17 anni. Arrestato un cittadino greco

 

Il giovane clandestino trovato in una valigia (Ansa)
Il giovane clandestino trovato in una valigia (Ansa)

BARI - Ha nascosto due ragazzi di 15 e 17 anni, di origine afghana, nella sua auto, il più piccolo addirittura in una valigia, per farli entrare clandestinamente in Italia ma è stato arrestato nel porto di Bari dalla polizia di frontiera. Si tratta di Alexandros Lepesiotis, un cittadino greco di 42 anni, accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

LA STORIA -L'uomo, alla guida di una Peugeot 207, era appena sbarcato dalla motonave «Sea Trade». Quando gli agenti hanno perquisito al sua auto, hanno trovato il più piccolo dei clandestini in una valigia sistemata nel bagagliaio e l'altro sotto le fodere di rivestimento del sedile posteriore sulle quali erano state successivamente sistemate delle coperte. I due ragazzi, di origini afghane, sono stati soccorsi e sono in buono stato di salute nonostante abbiano trascorso in auto tutto il tempo della traversata in mare. Per raggiungere l'Italia, uno dei due minorenni ha raccontato agli investigatori di aver pagato la somma di 2.600 euro a un connazionale in Grecia, mentre l'altro ha detto di aver lavorato come domestico per tre mesi al servizio di uno sconosciuto di origini afghane il quale, come compenso, gli ha organizzato il viaggio in Italia. I ragazzi, senza documenti, sono stati affidati al personale che collabora con l'assessorato al Welfare del Comune di Bari. Entrambi sono stati trasferiti in una comunità di Noicattaro.


18/12/2009

Brescia, autocisterna si ribalta sulla A4

Brescia, autocisterna si ribalta sulla A4

 

Ferito in modo non grave il conducente. Era carica di ammoniaca: casello e tangenziale chiusi per permettere le operazioni di svuotamento

 

 

Traffico in tilt in provincia di Brescia: intorno alle 5.40 di mercoledì un'autocisterna contenente ammoniaca si è ribaltata in tangenziale ovest, all'altezza dello svincolo (Newpress)

 

L'autocisterna ribaltata (Newpress)
L'autocisterna ribaltata (Newpress)

Traffico in tilt per tutta la giornata di mercoledì in provincia di Brescia: intorno alle 5.40 del mattino un'autocisterna contenente ammoniaca si è ribaltata in tangenziale ovest, all'altezza dello svincolo. Il conducente è rimasto ferito, ma le sue condizioni fortunatamente non sono gravi; è stato ricoverato all'ospedale civile di Brescia. Vigili del fuoco e agenti della polizia stradale di Brescia e Seriate (Bergamo) hanno lavorato per molte ore per operare il trasbordo del liquido, che fortunatamente non è fuoriuscito dall'autocisterna.

CHIUSI CASELLO E TANGENZIALE - Per permettere l'operazione di svuotamento della cisterna si è resa necessaria la chiusura della tangenziale e del casello Brescia ovest dell'autostrada. La chiusura, spiega in un comunicato Autostrade per l'Italia, si è resa necessaria per consentire le operazioni di travaso del carico in tutta sicurezza. Sul posto sono accorsi i Vigili del Fuoco, le pattuglie della Polizia Stradale, il soccorso meccanico e sanitario, oltre al personale della Direzione II Tronco di Milano. La riapertura della stazione, inizialmente prevista per le 14, è stata spostata alle ore 20 per il prolungarsi delle operazioni.

I CONSIGLI - Autostrade per l'Italia ha consigliato agli automobilisti di mettersi in viaggio verso Brescia solo in caso di assoluta necessità, rimandando, se possibile, dopo le ore 20. Costanti aggiornamenti sulle condizioni di viabilità sono stati diramati da Isoradio 103.3 Fm e attraverso i pannelli a messaggio variabile. Per ulteriori informazioni la Società consiglia di chiamare il call center Autostrade al numero 840042121.

 

(Newpress)

(Newpress)

 

 

 


01/07/2009

Conto da incubo per due giapponesi Pranzo da 695 euro al Passetto

Conto da incubo per due giapponesi Pranzo da 695 euro al Passetto

 

VIA ZANARDELLI. Nel conto inclusa una mancia da 115,50 euro. Denunciato per truffa il titolare del ristorante chiuso poi per gravi carenze igienico sanitarie

 

 

Il ristorante in Passetto in via Zanardelli, dietro piazza Navona
Il ristorante in Passetto in via Zanardelli, dietro piazza Navona

Doveva essere una pranzetto romantico nella città più bella del mondo. Ci sono arrivati dal Giappone. Tavolo all'aperto, al fresco del venticello romano, a due passi da piazza Navona. Lui e lei, fidanzati e innamorati. Solo che il conto ha rovinato tutto: 695 euro per due antipasti, due primi, due secondi, due coppette di gelato. Nella salata ricevuta inclusa anche la mancia: 115,50 euro.

LA CENA - È accaduto martedì sera al Passetto, noto ristorante romano medio-alto nel cuore della città, dietro piazza Navona, a due passi dal Senato. Quando la coppia di fidanzati è arrivata nel locale, nessuno ha dato loro un menu dove poter scegliere cosa mangiare. È stato invece mandato un cameriere che parlava in inglese. Ed è stato lui che con modi gentili e affabili li ha convinti: «Fidatevi di me, faccio io». E così il menu della cena non è stato scelto dai ragazzi che quindi non conoscevano il costo di ogni piatto. Però hanno mangiato ed apprezzato.

I tavoli all'aperto del Passetto
I tavoli all'aperto del Passetto

IL CONTO - Meno piacevole è stato invece il conto. Totale: 695 euro. In un primo momento i due turisti hanno pensato a un errore, ma i dubbi sono venuti meno quando sono tornati in possesso della carta di credito: sulla ricevuta risultava che al totale era stata addirittura aggiunta una «piccola» mancia di 115,50 euro, prelevata senza la loro autorizzazione. Di fronte alle proteste, il ristoratore è rimasto irremovibile ribadendo che quelli erano i prezzi normali del locale. Ma la coppia non si è rassegnata e uscita dal ristorante ha raccontato l'accaduto alla polizia.

DENUNCIA E CHIUSURA - Così i due hanno presentato una denuncia al commissariato Trevi Campo Marzio. Gli agenti hanno compiuto i controlli nell'esercizio commerciale ed è emerso che i prezzi applicati ai due giapponesi non corrispondevano a quelli del menu. Gli agenti hanno anche richiesto i controlli sanitari da parte del Servizio igiene alimenti e nutrizione della Asl RmA, che ne ha disposto l'immediata chiusura per gravi carenze igienico sanitarie, dopo aver riscontrato carenze strutturali, ambienti sporchi e frigoriferi non funzionanti.

Il. Sa.


11/03/2009

Chiuso il «finto Bersani» su Facebook

Chiuso il «finto Bersani» su Facebook

 

Rubata l'identità all'ex ministro sul famoso social network. Il falso Bersani aveva già 2900 amici ma si è fatto scoprire chiedendo l'amicizia allo staff dell'onorevole

 

 

Pierluigi Bersani (Imagoeconomica)
Pierluigi Bersani (Imagoeconomica)

MILANO - Fino a due giorni fa, «Pierluigi Bersani» era su Facebook. Ed era anche decisamente popolare (più di duemilanovecento «amici»), oltre che attivo (biografia, foto, video: di tutto, insomma). Peccato che quel «Pierluigi Bersani» che si presentava come l’ex ministro dello Sviluppo Economico (e dell’Industria, e dei Trasporti) fosse qualcun altro. Qualcuno che ha «rubato» l’identità dell’onorevole, navigando a suo nome e, a suo nome, attirando fan e «amici». Il tutto, appunto, fino a due giorni fa. Quando il profilo è svanito. Come? Grazie a «Berlusconi» e al «Quirinale», a una richiesta bizzarra, e a una segnalazione fatta alla Polizia Postale. Ma andiamo con ordine.

COME È STATO SCOPERTO - La pagina web del falso Bersani era gestita con grande precisione: tanto che un portavoce dell’onorevole ipotizza che «fosse fatto addirittura da un fan». Che però, spiega, «prendeva derive strane», «lo iscriveva a gruppi strani, campagne…». Il portavoce non si sbilancia, e non nomina nessun «gruppo» a cui «Bersani» si era iscritto: ma di certo tra di essi ce n’erano di imbarazzanti. Ad esempio quello «Berlusconi mai al Quirinale». Ora: Bersani potrebbe pure pensarlo, ma di certo non aveva dato mandato ad alcun «Bersani» di scriverlo su Internet. Ma come ha fatto, lo staff dell’ex ministro, ad accorgersi del furto di identità? «Digitando il suo nome su Internet», spiega il portavoce. Che però precisa anche un’altra mossa che ha tradito il «ladro»: «A un certo punto il falso Bersani ci ha chiesto di entrare tra i suoi amici su Facebook. Quando ho visto il ministro, gli ho chiesto: Ma che fai, mi chiedi l’amicizia su Facebook?».

LA POLIZIA POSTALE - Da lì ad accorgersi che si trattasse di un falso il passo è stato brevissimo. Così lo staff ha prima mandato una mail al gestore del falso profilo (caduta nel vuoto), poi ha scritto sulla «bacheca» avvertendo del falso (e una mail, scritta da un sostenitore di Bersani, ha avvertito personalmente gli utenti). Infine la Segreteria ha deciso di passare alle maniere forti: prima contattando i gestori di Facebook, poi facendo una segnalazione alla Polizia Postale. E il profilo del «falso» Pierluigi Bersani è svanito dal web. Sui prossimi passi, I collaboratori dell’onorevole non si sbilanciano. Probabilmente non ci saranno altri strascichi legali: «L’importante era che non ci fosse qualcuno che parlasse a nome suo». Ma l’ex ministro ha intenzione di crearsi un profilo Facebook vero? «Mah: lui ha già un suo sito. Avere un profilo su Facebook presuppone che lui in qualche modo lo aggiorni, ci sia... E siccome lui è uno che segue, ci sta, va a vedere, eccetera, ma non è che poi abbia tempo di «navigare», credo che… non so, adesso vediamo». Insomma, niente da fare: per ora, su Facebook, nessun Pierluigi Bersani (vero) rimpiazzerà il «Pierluigi Bersani» (falso). Per i duemilanovecento amici, ci sono sempre i gruppi di fan. E il suo sito - questo sì, vero.

Davide Casati