24/04/2011

La truffa Ciancimino Ecco tutti i complici del grande imbroglio

La truffa Ciancimino Ecco tutti i complici del grande imbroglio

Ha taroccato "pizzini" per infangare premier e capo della Polizia. Ma Csm e Quirinale fanno finta di non vedere. È un attentato agli organi costituzionali, avallato dal pm Ingroia. Che non può più rimanere al suo posto

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21/04/2011

Fermato Massimo Ciancimino «Ha calunniato De Gennaro»

Fermato Massimo Ciancimino «Ha calunniato De Gennaro»

Il figlio di don Vito: «Mi accusano ma sono sereno». L'ordine della procura di Palermo. I pizzini che accusano l'ex capo della Polizia sarebbero falsi.

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09/02/2010

Ciancimino cita Forza Italia Alfano: «Piano per colpirci»

Ciancimino cita Forza Italia Alfano: «Piano per colpirci»

 

La nuova deposizione in aula. dell'utri: «dietro di lui ci sono i pm di palermo». Il teste: «Il partito frutto della trattativa Stato-mafia». Il ministro: «Tentativo di delegittimare azione di governo»

 

 

Massimo Ciancimino (Fotogramma)
Massimo Ciancimino (Fotogramma)

PALERMO - «Forza Italia non ha mai avuto collegamenti con la mafia». A parlare è il ministro della Giustizia Angelino Alfano. Che replica così, a distanza, alla nuova deposizione di Massimo Ciancimino. Al processo Mori, il figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia ha chiamato in causa Forza Italia. «Mio padre mi spiegò che era il frutto della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia» ha detto Ciancimino jr. Pronta la replica del Guardasigilli. «È in atto un tentativo di delegittimazione dell'azione del governo Berlusconi sempre in prima linea nella lotta a Cosa Nostra» ha detto il ministro, premettendo di non voler esprimere un suo giudizio rispetto a quando dichiarato da un teste, nel corso di un processo, ma ricordando altresì di aver militato in Forza Italia sin dal '94, ricoprendo diversi incarichi in Sicilia. «Mai e poi mai abbiamo avuto la sensazione che la nostra storia, questa grande storia di partecipazione che ha emozionato milioni di persone in Sicilia e altrove, possa aver avuto collegamenti con la mafia» ha detto Alfano. «Il governo Berlusconi con le leggi antimafia ha fatto esattamente il contrario di ciò che prevede il papello», ha aggiunto.Dal momento che poi «la mafia non teme dibattiti e convegni ma teme la confisca dei beni e il carcere duro - ha specificato il ministro -, abbiamo fatto una guerra alla mafia con la normativa di contrasto più duro dai tempi di Falcone e Borsellino. Tanto è vero che il modello Italia è diventato esempio per i paesi del G8». «Non vorrei - ha dunque sottolineato Alfano - che vi fosse da più parti un tentativo di delegittimazione dell'azione di un governo che contrasta la mafia. La mafia non sempre sceglie la via dell'assassinio fisico, ma a volte quella delle delegittimazione».

TRATTATIVA MAFIA-STATO - Ciancimino jr. è tornato nell'aula bunker dell'Ucciardone a Palermo per deporre al processo in cui l'ex comandante del Ros, Mario Mori, e l'ex colonnello Mauro Obinu sono imputati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra (per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, dopo le segnalazioni di un confidente). Il figlio dell'ex sindaco di Palermo, ha portato con sé vari documenti per consegnarli al pm, e anche un passaporto intestato a suo figlio dieci giorni dopo la nascita, e del quale aveva parlato nella precedenza udienza, sostenendo che il documento gli venne rilasciato grazie a «Franco», l'ancora non identificato agente dei servizi segreti che fin dagli anni '70 manteneva contatti con Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo. «Mio padre mi spiegò che Forza Italia era il frutto della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia» ha poi detto Ciancimino jr. spiegando in aula il significato di un «pizzino», depositato agli atti del processo, e che a suo dire sarebbe stato indirizzato da Provenzano a Berlusconi e Dell'Utri. Nel foglietto Provenzano avrebbe parlato di un presunto progetto intimidatorio ai danni del figlio del premier. «Intendo portare il mio contributo - si legge nel pizzino - che non sarà di poco conto perché questo triste evento non si verifichi (si allude all'intimidazione ndr). Sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive». «Mio padre - ha spiegato il teste illustrando il biglietto - mi disse che questo documento, insieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un'unica trattativa che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo».

LA LETTERA - In aula a Palermo poi Massimo Ciancimino, ha consegnato a sorpresa una lettera che sarebbe stata scritta dal padre e indirizzata per conoscenza a Silvio Berlusconi. Il documento, di cui i pm e la difesa non erano a conoscenza, è stato ammesso dai giudici. La lettera, che sarebbe stata redatta da Vito Ciancimino e indirizzata a Dell'Utri e per conoscenza a Silvio Berlusconi, è la rielaborazione di un «pizzino» scritto da Provenzano e già agli atti. Nella lettera c'è una parte che coincide con quella scritta dal boss e relativa a un tentativo di intimidazione al figlio di Berlusconi e alla necessità che il politico metta a disposizione alcune sue reti tv. Nella rielaborazione di Ciancimino, però, c'è una parte nuova in cui si legge: «Se passa molto tempo e ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria sarò costretto a uscire dal mio riserbo che dura da anni». Secondo il testimone, che riferisce quanto saputo dal padre, si trattava di una sorta di minaccia al premier. L'ex sindaco lo avvertiva che avrebbe potuto raccontare quanto sapeva sulla nascita di Forza Italia.

POLEMICHE - Le dichiarazioni di Ciancimino hanno sollevato, oltre alla ferma replica di Alfano, un vespaio di polemiche. Contro il teste del ptrocesso Mori si è scagliato in primis Marcello Dell'Utri. «Lo Stato non eravamo noi in ogni caso, a parte che non siamo lo Stato, ma non siamo mai stati in condizione di essere parte in questi discorsi», ha detto il senatore del Pdl. «Se Ciancimino vuol parlare di cose successe veramente, si vada a cercare dove sono successe e con chi». «Certamente», ha assicurato, «io non c'entro niente, e non parliamo ovviamente di Berlusconi, ma proprio niente di niente. Qui siamo alla pura invenzione che sfiora anzi sicuramente entra nel campo della pazzia» ha aggiunto annunciando che denuncerà per calunnia Ciancimino jr. «Sono tranquillo e sereno», dietro le dichiarazioni di Massimo Ciancimino «c'è un disegno criminoso», e dietro il disegno criminoso «c'è la procura di Palermo» ha poi aggiunto Dell'Utri a Sky tg24. Anche Nicolò Ghedini, parlamentare Pdl e difensore di fiducia del premier, come Dell'Utri, promette battaglia: «Ciancimino dovrà rispondere di fronte all'autorità giudiziaria anche di tali diffamatorie dichiarazioni» ha detto l'avvocato. A sostegno di Silvio Berlusconi anche Pier Ferdinando Casini. «Ritenere però che Forza Italia sia prodotto della mafia significa non solo offendere milioni di elettori, ma soprattutto falsificare profondamente la realtà. Non ha futuro un Paese in cui la politica si fa usando queste armi», ha detto il leader centrista. Di segno opposto le parole di Antonio Di Pietro: «L’Italia dei valori è un’alternativa di governo a quello piduista, fascista e a ciò che dice oggi Ciancimino, se fosse vero, paramafioso di Berlusconi» ha detto l'ex pm. L'eurodeputato dell'Italia dei Valori Pino Arlacchi, tra i creatori della Direzione Investigativa Antimafia e amico di Giovanni Falcone, invita però alla cautela il leader del suo partito. «Non credo a una parola di quanto detto da Ciancimino. E queste storie le abbiamo già viste e sentite. Sono parole che non giovano altri che a Berlusconi, si vuole sollevare un gran polverone e screditare così la figura dei pentiti in generale». Luigi de Magistris critico nei confronti Guardasigilli: «L’intervento del ministro Alfano - ha detto - lascia basiti. Sarebbe doveroso che la magistratura venisse messa nella condizione di svolgere il proprio lavoro in piena autonomia senza esser sottoposta alle continue ingerenze da parte di tutti, esecutivo compreso».

SEGRETO DI STATO - In aula Ciancimino jr. ha anche sostenuto che gli 007 lo invitarono a tacere, spiegando che, in più occasioni negli anni, il capitano dei carabinieri, braccio destro di Mori, Giuseppe De Donno, lo rassicurò che nessuno lo avrebbe sentito sulla vicenda relativa alla cattura di Riina sulla quale sarebbe stato anche apposto il segreto di Stato. Lo stesso De Donno «si oppose - secondo Ciancimino - a un incontro tra mio padre e Antonio Di Pietro», all'epoca ancora magistrato a Milano. Il figlio dell'ex sindaco di Palermo si è poi commosso in aula quanto il pm Di Matteo gli ha mostrato delle fotografie della casa al mare in cui ha trascorso la prima estate dopo la nascita del figlio Vito Andrea. Nelle foto, scattate l'anno scorso dalla Procura dopo l'indagine avviata sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra, si intravede anche la cassaforte al cui interno sarebbe stato nascosto il 'papello' con le richieste del boss Riina. Poi Ciancimino ha rivelato di essere oggetto di minacce: «La settimana scorsa sul parabrezza dell'auto blindata la mia scorta ha trovato una lettera minatoria in cui si diceva che nessuno, neppure i magistrati di Palermo con cui sto collaborando, sarebbero riusciti a salvarmi». Il teste ha anche detto che, nel maggio scorso, un agente dei Servizi, quando ormai la collaborazione era di dominio pubblico, gli aveva detto di «preoccuparsi dell'incolumità di suo figlio».

SARANNO SENTITI MARTELLI E FERRARO - Al termine della nuova deposizione di Ciancimino, che non si è sottoposto al controesame spiegando di essere stanco, il pm Nino Di Matteo, pubblica accusa al processo, ha chiesto l'esame dell'ex ministro della giustizia Claudio Martelli e dell'ex direttore degli affari penali del ministero Liliana Ferraro. L'ex politico e il magistrato dovranno riferire sui rapporti tra i carabinieri del Ros e l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Il tribunale ha accolto la richiesta.

Redazione online


08/02/2010

Ciancimino: «Forza Italia è il frutto della trattativa tra Stato e mafia»

Ciancimino: «Forza Italia è il frutto della trattativa tra Stato e mafia»

 

La deposizione in aula: «Mio padre Vito avviò la trattativa con i Carabinieri e i boss». Dell'Utri: follia, «sono stato minacciato». Poi consegna una lettera del padre a Berlusconi

 

Massimo Ciancimino (Fotogramma)
Massimo Ciancimino (Fotogramma)

PALERMO - Massimo Ciancimino è tornato nell'aula bunker dell'Ucciardone a Palermo per deporre al processo in cui l'ex comandante del Ros, Mario Mori, e l'ex colonnello Mauro Obinu sono imputati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, dopo le segnalazioni di un confidente. Ciancimino ha portato con sé vari documenti per consegnarli al pm, e anche un passaporto intestato a suo figlio dieci giorni dopo la nascita, e del quale aveva parlato nella precedenza udienza sostenendo che il documento gli venne rilasciato grazie a «Franco», l'ancora non identificato agente dei servizi segreti che fin dagli anni '70 manteneva contatti con Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo.

TRATTATIVA MAFIA-STATO - Durante la sua deposizione, Ciancimino ha dichiarato che «Forza Italia è il frutto della trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del '92». A riferirglielo sarebbe stato il padre Vito Ciancimino, che secondo il figlio avrebbe avviato dopo il maggio del 1992 la trattativa con i carabinieri da un lato e i boss mafiosi dall'altro. L'argomento è stato affrontato dal teste nel corso della spiegazione di un pizzino, depositato agli atti del processo, e che a suo dire sarebbe stato indirizzato dal boss Bernardo Provenzano a Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Nel foglietto Provenzano avrebbe parlato di un presunto progetto intimidatorio ai danni del figlio di Berlusconi. «Intendo portare il mio contributo - si legge nel pizzino - che non sarà di poco conto perché questo triste evento non si verifichi (si allude all'intimidazione ndr). Sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive». «Mio padre - ha spiegato il testimone illustrando il biglietto - mi disse che questo documento, insieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un'unica trattativa che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo». Il testimone ha anche spiegato che la prima parte del pizzino, che lui custodiva, sarebbe sparita. Tra il 2001 e il 2002, ha aggiunto Ciancimino, Provenzano «ha riparlato con Marcello dell'Utri. Me lo disse mio padre». In quell'occasione, ha affermato, sarebbero state date «rassicurazioni» su provvedimenti a favore dei boss, come «l'aministia e l'indulto».

SEGRETO DI STATO - «Sul mio ruolo mi era stato garantito il segreto di Stato» ha poi affermato Ciancimino rispetto al suo ruolo sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia e le prime fughe di notizie. «Il capitano De Donno - ha continuato - mi rassicurò. E lo stesso fecero il signor Franco e mio padre. Mi dissero che non sarei mai stato chiamato in nessun processo, "né tu né tuo padre", mi dissero, "per trent’anni queste notizie non venivano fuori perché ci sarà il segreto di Stato"». La collaborazione di Ciancimino jr con i magistrati, prima della procura di Caltanissetta e poi di quella di Palermo, avvenne - ha ricordato lui stesso - dopo una intervista ad un noto settimanale nel gennaio del 2007. «Ci sono le telefonate, la lettera inviata a Berlusconi che è stata sequestrata in casa mia nel 2005. Come faccio, chiedevo? - ha detto Massimo Ciancimino -. Loro invece mi assicurano, nessuno ti contesterà l’uso della sim con la quale ci chiamavi, e nessuno ti chiederà della missiva a Berlusconi e Dell’Utri. Era nel 2006. A parlarmi fu un capitano dei carabinieri (sedicente, l'ha definito il pm Antonino Di Matteo), in borghese. Io ero agli arresti domiciliari. Due militari in divisa, in quell’occasione, attendevano in una altra stanza».

COMMOSSO - In aula a Palermo per Ciancimino jr c'è stato anche un momento di commozione. Quando il pm Antonino Di Matteo gli ha mostrato delle fotografie della casa al mare in cui ha trascorso la prima estate dopo la nascita del figlio Vito Andrea, il teste ha chiesto di fare una pausa. Nelle foto, scattate l'anno scorso dalla Procura dopo l'indagine avviata sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra, si intravede anche la cassaforte al cui interno sarebbe stato nascosto il 'papello' con le richieste del boss Riina.

MINACCE - Poi Ciancimino ha rivelato: «La settimana scorsa sul parabrezza dell'auto blindata la mia scorta ha trovato una lettera minatoria in cui si diceva che nessuno, neppure i magistrati di Palermo con cui sto collaborando, sarebbero riusciti a salvarmi». Il teste ha anche detto che, nel maggio scorso, un agente dei Servizi, quando ormai la collaborazione era di dominio pubblico, gli aveva detto di «preoccuparsi dell'incolumità di suo figlio».

LETTERA A BERLUSCONI - Ciancimino poi, a sorpresa, ha consegnato in aula una lettera scritta dal padre, l'ex sindaco mafioso di Palermo, indirizzata per conoscenza a Silvio Berlusconi. Il documento, di cui i pm e le difesa non avevano conoscenza , è stato ammesso dai giudici. La lettera, indirizzata a Dell'Utri, è la rielaborazione di un «pizzino» scritto da Bernardo Provenzano agli stessi destinatari e già agli atti del processo Mori. Nella lettera c'è una parte che coincide con quella scritta da Provenzano e relativa a un tentativo di intimidazione al figlio di Berlusconi e alla necessità che il politico metta a disposizione alcune sue reti tv. Nella rielaborazione di Ciancimino, però, c'è una parte nuova in cui si legge: «Se passa molto tempo e ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria sarò costretto a uscire dal mio riserbo che dura da anni». Secondo il testimone, che riferisce quanto saputo dal padre, si trattava di una sorta di minaccia al premier. L'ex sindaco - spiega - lo avvertiva che avrebbe potuto raccontare quanto sapeva sulla nascita di Forza Italia.

LA REPLICA DI DELL'UTRI - Marcello Dell'Utri ha immediatamente smentito le dichiarazioni rese questa mattina da Ciancimino. «Lo Stato non eravamo noi in ogni caso, a parte che non siamo lo Stato, ma non siamo mai stati in condizione di essere parte in questi discorsi», ha detto il senatore del Pdl intervistato dal Tg5, «se Ciancimino vuol parlare di cose successe veramente, si vada a cercare dove sono successe e con chi». «Certamente», ha assicurato, «io non c'entro niente, e non parliamo ovviamente di Berlusconi, ma proprio niente di niente. Qui siamo alla pura invenzione che sfiora anzi sicuramente entra nel campo della pazzia». «Si tratta di un folle totale o di un disegno criminoso volto a dire cose allucinanti come queste», ha spiegato, «sono delle falsità tali che mi hanno già portato alla decisione di denunciare per calunnia il personaggio in questione, cosa che gli avvocati faranno non appena avranno tutti gli atti di questo interrogatorio».

 

Redazione online


02/02/2010

Processo Ciancimino: «Provenzano "consegnò" Riina ai carabinieri in cambio dell'impunità»

Processo Ciancimino: «Provenzano "consegnò" Riina ai carabinieri in cambio dell'impunità»

 

La seconda giornata di deposizione del figlio dell'ex sindaco di Palermo. «Dopo l'arresto di Vito Ciancimino fu Dell'Utri a subentrare nella trattativa Stato-mafia»

 

Massimo Ciancimino (Lapresse)
Massimo Ciancimino (Lapresse)

PALERMO - Vito Ciancimino «diede indicazioni per la cattura di Totò Riina e convinse Bernardo Provenzano. Non fu facile, Provenzano non amava il tardimento». È il racconto di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, nell'aula bunker del carcere Ucciardone nella seconda giornata di deposizione al processo contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Provenzano. Dopo l'arresto di Riina e quello - di poco precedente - di Vito Ciancimino, fu Marcello Dell'Utri a subentrare nella trattativa con Cosa nostra, ha affermato Ciancimino jr. «Dell'Utri e Provenzano avevano rapporti diretti. Me lo riferì mio padre a cui era stato detto dal capomafia». Provenzano parlò con Dell'Utri anche di un atto di clemenza verso l'ex sindaco di Palermo, visto il suo stato di salute.

VIA D'AMELIO - Ciancimino padre si sentiva indirettamente responsabile della strage di via D'Amelio, in cui morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, ha raccontato Massimo. «Mio padre si sentiva, anche se indirettamente, responsabile dell'ennesima strage. "Se questo è capitatato è anche colpa nostra", mi disse», ha deposto Massimo Ciancimino.

LA TRATTATIVA - Dopo la strage di via D'Amelio sarebbe ripresa la «trattativa» tra lo Stato e Cosa nostra, ha proseguito Massimo Ciancimino nella sua deposizione. «Mio padre mi disse che, per riuscire a catturare Riina, i carabinieri avevano bisogno di Provenzano. Nel momento in cui si percepisce la ferocia di Cosa nostra, mio padre reputa interrotto qualsiasi tipo di rapporto con Riina. Ma intorno al 22 agosto mi dice di riprendere i contatti con i carabinieri. L'incontro avviene nel suo appartamento di Roma tra il 25 e il 26 agosto, e ho un documento che ne prova il riscontro. Cambia totalmente l'oggetto del dialogo rispetto alla prima trattativa», ricorda Ciancimino jr. «In quel caso era una proposta iniziale delle istituzioni di possibili benefici verso i familiari e un atteggiamento più morbido verso i latitanti. La seconda fase è più operativa: dalla resa dei latitanti si passa alla volontà di catturare Riina. I carabinieri non ipotizzarono nemmeno la cattura di Provenzano, perché sapevano che grazie a lui sarebbero arrivati all'arresto di Riina. E per potere giungere a Riina avevano bisogno di mio padre».

TRADIMENTO - Vito Ciancimino discusse dell'arresto di Riina in diversi incontri tra agosto e novembre 1992 sia con Provenzano, sia con i carabinieri e con l'agente dei servizi segreti, finora mai identificato e dal teste indicato come Franco. «Portai io stesso le indicazioni per alcuni di questi incontri tra il 21 e il 25 luglio, dopo la strage di via D'Amelio», ha affermato Massimo Ciancimino. «In cambio del suo contributo per la cattura di Riina, Provenzano ottenne una sorta di impunità. Mio padre spiegò ai carabinieri che l'unica persona che poteva imprimere una rotta nuova alla strategia di Cosa nostra e far cessare le stragi era Provenzano e per questo doveva rimanere libero», ha detto Massimo Ciancimino. I carabinieri, secondo il suo racconto, avrebbero fatto avere a Vito Ciancimino «due tuboni gialli con documenti A3 contenenti le mappe di Palermo, tabulati telefonici, liste delle utenze di acqua, luce e gas». I documenti, ridotti a una zona più ristretta, sarebbero stati poi dati da Massimo Ciancimino a Bernardo Provenzano che li avrebbe restituiti con un cerchio su una zona tra il Motel Agip e via Pacinotti. È in quell'area che si trova via Bernini, dove Riina fu arrestato dai carabinieri il 15 gennaio 1993. Poco prima, però, il 19 dicembre 1992 Vito Ciancimino fu arrestato. «Mi chiamò dal carcere», ha detto Massimo Ciancimino. «Con lui c'era De Donno. Mi disse di consegnare le carte a De Donno. I carabinieri sapevano che le indicazioni per l'arresto di Riina arrivavano da Provenzano, ma Riina non doveva cogliere il senso del tradimento. La mancata perquisizione del covo di Riina dopo l'arresto, fu concordata tra mio padre e Provenzano e fu comunicata ai carabinieri. Era uno dei punti dell'accordo».

RIINA E LE STRAGI - Secondo Ciancimino jr., Riina era spinto a continuare nelle stragi da qualcuno, che è rimasto nell'ombra. «C’era una persona che pressava Riina, che gli diceva ad andare avanti nelle stragi. Provenzano e mio padre erano contrari a questo modo di fare». «Il nostro amico è molto pressato da un "grande architetto"», dice infatti un pizzino letto in aula inviato da Provenzano a Ciancimino.

DELL'UTRI SOSTITUISCE CIANCIMINO - Dopo l'arresto del padre, Massimo Ciancimino afferma nella sua deposizione che Marcello Dell'Utri subentra nella trattativa tra Stato e mafia. «Dopo il suo arresto, mio padre si convinse che i carabinieri l'avevano tradito e che avevano un nuovo interlocutore, probabilmente con il beneplacito di Provenzano. Anni dopo mi rivelò che, secondo lui, il nuovo referente istituzionale sia della mafia che dei soggetti che avevano condotto la trattativa fosse Dell'Utri». Nelle ultime fasi della trattativa a cui prese parte il padre, dice Massimo Ciancimino, gli argomenti affrontati tra l'ex sindaco, Provenzano e l'agente dei servizi segreti "Franco" erano più ampi della sola cattura di Riina. «Era il 1992, l'anno dell'anno dell'avanzata della Rete e della Lega e si discuteva della necessità di non disperdere l'enorme patrimonio elettorale della Dc, di cercare cioè il riferimento in un'atra entità politica». In un pizzino letto in aula Provenzano dice a Ciancimino di aver parlato con «un amico senatore» di un provvedimento di clemenza, vista la salute dell'ex sindaco. «Anche se all'epoca il politico era solo un deputato, Provenzano era solito chiamare tutti senatori».

PAPELLO E PIZZINI - Ciancimino jr. ha parlato anche poi del famoso «papello», il testo delle richieste della mafia allo Stato. «Nonostante che la cassaforte in cui tenevo i pizzini di Provenzano e il papello fosse in evidenza nella mia abitazione, i carabinieri nel 2005 per una perquisizione non l'aprirono». Ciancimino ha raccontato di avere suggerito lui stesso ai carabinieri la presenza della cassaforte che, però non fu toccata. Nel maggio 2006, sostiene sempre Ciancimino, un agente dei Servizi gli riferì che stavano per arrestarlo e lo invitò a portare i documenti all'estero. Tutto il materiale finì in un istituto bancario svizzero. «Alcuni dei pizzini li ho avuti personalmente da Provenzano, ma erano tutti riconoscibili, secondo un codice criptato all'interno degli stessi, che mio padre poteva riconoscere», ha raccontato il testimone. «Erano sempre in buste chiuse che io portavo a mio padre. Lui andava a prendere i guanti monouso sterili, usava il borotalco, apriva i pizzini, li leggeva e li richiudeva. Faceva sempre le fotocopie dei pizzini che metteva nel suo archivio. Temeva sempre una perquisizione e aveva paura che si potessero trovare gli originali con le impronte di Provenzano. Così preferiva fare le fotocopie». In un altro pizzino letto in aula ci sarebbe l'interessamento anche dell'ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro, oltre che di Dell'Utri, per un provvedimento di clemenza a favore dei detenuti di Cosa nostra.

GARANZIE DA VIOLANTE - Garanzie da parte di Luciano Violante, all'epoca presidente della Commissione nazionale antimafia. Sarebbe stata questa la condizione posta da Vito Ciancimino ai carabinieri. In cambio del suo ruolo di intermediario nella trattativa tra Stato e mafia, l'ex sindaco chiedeva una garanzia per la tutela del suo patrimonio finito sotto sequestro. «Chiese espressamente la garanzia di Violante per avere benefici nei processi in corso e nelle misure di prevenzione», ha aggiunto Massimo Ciancimino. «Violante, essendo vicino ai giudici, in qualche modo poteva garantirgli la salvezza del patrimonio». Il capitano De Donno, che secondo la procura trattava con Ciancimino insieme all'allora capo del Ros, Mario Mori, «disse che si sarebbe attivato», aggiunge Ciancimino jr., «e mi preannunciò l'uscita di un articolo su Panorama» su una perizia del professore Pietro Di Miceli sulle condizioni di salute dell'ex sindaco, che nel frattempo tentò anche di avvicinare i magistrati della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo. La deposizione di Massimo Ciancimino proseguirà lunedì 8 febbraio.

OSCURATO SITO ANTIMAFIA - Il sito internet della testata AntimafiaDuemila è stato oscurato per un attacco di hacker dalle 23 del 31 gennaio fino a lunedì sera, proprio in corrispondenza dell'annunciata diretta streaming della deposizione di Ciancimino jr., hanno denunciato i responsabili della testata.

Redazione online


01/02/2010

Nuove rivelazioni di Ciancimino jr «Provenzano aveva l'immunità»

Nuove rivelazioni di Ciancimino jr «Provenzano aveva l'immunità»

 

Al processo Mori, parla il figlio dell'ex sindaco di Palermo. «Il boss da latitante poteva muoversi liberamente». Poi svela: «I soldi dei boss investiti su Milano 2»

 

Massimo Ciancimino (Ansa)
Massimo Ciancimino (Ansa)

PALERMO - «Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo». Nuove rivelazioni di Massimo Ciancimino. Deponendo nell'aula bunker dell’Ucciardone, al processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al generale Mauro Obino, che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia, il figlio dell'ex sindaco di Palermo sostiene che suo padre era in affari con i boss di mafia Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura. «Mio padre li chiamava "i gemelli". Ricordo negli anni ’60 molte riunioni domenicale al ristorante la Scuderia a Palermo. Quando mio padre era assessore ai lavori pubblici dava indicazioni su un terreno che sarebbe diventato edificabile. Quei guadagni finivano in delle società in cui mio padre era interessato». Negli Anni Settanta poi dopo gli accertamenti della commissione antimafia Don Vito Ciancimino decide di diversificare. «Alcuni suoi amici di allora, Ciarrapico e Caltagirone e altri costruttori romani gli dicono di investire in Canada dove sono in preparazione le Olimpiadi di Montreal». Ma anche altri soldi saranno destinati a un altro progetto. «Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2». Ciancimino junior racconta in aula di aver acquisito queste informazioni sia direttamente dal padre sia attraverso la lettura di agende e documenti dello stesso genitore. Insieme avremmo dovuto fare un memoriale per questo gli chiedevo sempre chiarimenti su qualcosa che ritenevo interessante».

LA TRATTATIVA - Il figlio dell'ex sindaco è ritenuto dalla procura uno dei testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. Ciancimino ha parlato di un «accordo stabilito tra il maggio e il dicembre del 1992» grazie al quale il boss Provenzano godeva di una sorta immunità territoriale. «Mio padre mi disse - ha detto Ciancimino jr - che Bernardo Provenzano godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante, poteva muoversi liberamente». E le sue parole sull'«immunità» di Provenzano hanno un particolare peso dal momento che ai due ufficiali si contesta proprio il mancato arresto, nel '95, del boss mafioso all'epoca latitante. Secondo l'accusa proprio il blitz fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in gioco nell'accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni.

LE VISITE DEL BOSS - «Tra il '99 e il 2002 - ha raccontato Ciancimino davanti alla quarta sezione del tribunale - Provenzano venne più volte a casa nostra a Roma, vicino a piazza di Spagna. Veniva quando voleva, senza appuntamenti. Tanto mio padre era agli arresti domiciliari», ha affermato il figlio dell'ex sindaco di Palermo, aggiungendo anche che il padre gli diceva come il rischio di questi incontri fosse maggiore per lui che per Provenzano, dato che a lui avrebbero potuto revocare i domiciliari, mentre «Provenzano era garantito da un accordo». Massimo Ciancimino ha detto di essere stato in più occasioni presente alle visite del capomafia corleonese nell'appartamento romano del padre: «Alcune volte lo ricevevo e altre l'ho visto quando usciva», ha affermato.

I RAPPORTI CON LA CASSAZIONE - Ciancimino ha anche rivelato che suo padre «nel 1990 si fece annullare l'ordine di carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione». Il teste ha fatto esplicito riferimento, come autorità giudiziaria che annullò la misura, la prima sezione della Cassazione all'epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale.

ATTENTATI - Il racconto di Ciancimino prosegue. Dopo l'omicidio dell'europarlamentare Salvo Lima, nel marzo del 1992, «erano pronti progetti di morte per politici e magistrati, tra cui Grasso, Mannino e Vizzini». Lo avrebbe detto il boss Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino, durante un incontro avvenuto a fine marzo del '92 a Palermo. Il 12 marzo del 1992, quando fu ucciso Lima «ricordo che io e mio padre eravamo a Roma, mio padre mi chiamo subito e guardammo insieme il telegiornale - ha detto Ciancimino junior -. Mio padre era stato colpito dalle modalità dell'omicidio, era davvero choccato. Mio padre non ritenne opportuno tornare in quel periodo a Palermo. Tra Lima e mio padre c'era un rapporto molto affettuoso. C'era un rapporto stretto tra mio fratello Giovanni e il marito della figlia di Lima, abitavamo in due ville vicine a Mondello». Dopo la morte di Lima, a fine marzo del 1992, Vito Ciancimino avrebbe incontrato a Palermo il boss mafioso Bernardo Provenzano. Ad accompagnare l'ex sindaco di Palermo all'appuntamento con il capomafia sarebbe stato, come racconta oggi lo stesso, appunto il figlio Massimo Ciancimino. In quell'occasione Provenzano avrebbe avvertito Ciancimino che il boss mafioso Salvatore Riina si sarebbe «voluto togliere qualche sassolino dalle scarpe» e «tagliare i rami secchi».

PROVENZANO MI FECE CONDOGLIANZE - Il «signor Franco», l'uomo che Ciancimino indica come un esponente dei servizi segreti che aveva rapporti con il padre Vito Ciancimino, fece avere allo stesso Ciancimino junior le condoglianze del boss Bernardo Provenzano. «Rividi il "signor Franco" anche dopo la morte di mio padre - ha detto - In particolare, lo vidi ai funerali». «Quando lo vidi - ha detto - dopo la tumulazione, ebbi un colloquio con lui. Mi diede anche una busta contenente un messaggio di condoglianze che veniva dal signor Lo Verde (il boss Provenzano ndr). Me lo disse lui che era un messaggio che proveniva da Provenzano». «Quando arrivava - ha detto - ricordo che veniva sempre con l'auto blu». Ma alla domanda se conosce l'identità del «signor Franco», ha risposto con un secco "no". «L'ho visto tante volte, ma mio padre stesso non mi ha mai detto chi era». Alla domanda se sa se lo 007 è ancora in vita, Ciancimino ha risposto di sì.

LE INTIMIDAZIONI - Poi racconta di una presunta intimidazione dei servizi segreti: «Nel maggio del 2009 ho ricevuto la visita di un uomo dei servizio segreti, nella mia casa di Bologna, che mi ha accusato di essere venuto meno agli impegni presi e mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun beneficio». Secondo il racconto di Ciancimino i Servizi non avrebbero gradito la sua decisione di raccontare ai magistrati della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia.

Redazione online


13/01/2010

I verbali di Ciancimino : «Rapporti diretti tra Dell'Utri e i boss»

I verbali di Ciancimino : «Rapporti diretti tra Dell'Utri e i boss»

 

MAFIA: «il covo di Riina non perquisito per un accordo». L'accusa: «Vedeva Provenzano e ha gestito soldi che appartenevano a Bontate». La replica: «è un pazzo»

 

Vito Ciancimino con figlio
Vito Ciancimino con figlio

PALERMO — «Sicuramente il Dell’Utri ha gestito soldi che appartenevano sia a Stefano Bontate che a persone a loro legate», dice Massimo Ciancimino riferendosi al senatore del Popolo della Libertà e al capomafia degli anni Settanta. Il pubblico ministero domanda da dove il figlio dell’ex sindaco corleonese di Palermo Vito Ciancimino tragga tanta sicurezza , ma la risposta è coperta da un lungo «omissis». Si riprende a parlare dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e un altro boss, Bernardo Provenzano. Di che tipo erano? «Molto stretti, molto stretti... C’era rapporto diretto, tant’è che mio padre quando aveva bisogno di avere favori da quel partito che poi era nato (Forza Italia, ndr), bozze di legge, il punto di riferimento era sempre il Lo Verde», che poi sarebbe Provenzano.
Dice proprio così, Massimo Ciancimino, in uno degli oltre venti verbali riempiti in un anno e mezzo di interrogatori depositati al processo contro gli ufficiali del carabinieri Mori e Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato per la presunta mancata cattura dello «zio Binnu»: negli anni Novanta, tramite il latitante più longevo di Cosa Nostra, a suo padre all’epoca detenuto arrivavano i disegni di legge da discutere in Parlamento. Compreso uno presentato da alcuni deputati del centrodestra a favore della dissociazione dei mafiosi: «Fu fatto avere da Dell’Utri a Provenzano e Provenzano lo fece avere a suo padre?», domanda il pubblico ministero riassumendo quel che il giovane Ciancimino ha detto fin lì, e il testimone (imputato in un altro processo dov’è stato condannato per riciclaggio) conferma: «Sì».
Non si fermano dunque alla «trattativa» del 1992 le fluviali deposizionidel figlio dell’ex sindaco condannato per mafia morto nel novembre 2002. Parla di contatti e contrattazioni proseguiti anche dopo, di cui suo padre— dice— fu «agnello sacrificale» nella stagione in cui i partiti tradizionali furono spazzati via dalle inchieste giudiziarie e sulla scena politica irruppe Forza Italia, fondata da Silvio Berlusconi con l’apporto di Dell’Utri. Ciancimino jr riassume così, dopo un altro «omissis», i ragionamenti dell’ex sindaco: «Io vendo Riina, mi arrestano, e chi mi sostituisce, continua a dialogare col Provenzano e poi va alla fase della nascita di questo partito è Marcello Dell’Utri». Che suo padre non conosceva, a differenza del boss latitante.

CONTATTI DIRETTI DELL'UTRI PROVENZANO - I magistrati chiedono se ci sono stati colloqui diretti tra Provenzano e il senatore, e Massimo Ciancimino risponde: «Sì, erano stati fatti, l’amico gli aveva spiegato che si erano riuniti...», e il verbale torna ad essere segreto. Quale fosse il canale il testimone dice di non saperlo, ma «sicuramente era diretto... Mio padre parlava direttamente con Lo Verde (cioè Provenzano, ndr) e Lo Verde parlava con Dell’Utri. Questo è quello che mi ha riferito mio padre». Il quale commentava col figlio i pizzini in cui il boss discuteva, nel 2000, della possibile amnistia e di altre vicende: «Dell’Utri gli manda a dire che era stata fatta una riunione a tal proposito, che loro erano tutti d’accordo a votare l’amnistia da cui mio padre si aspettava tanto». Al giovane Ciancimino, però, non piace parlare di certi argomenti: «Come ho avuto paura a suo tempo, continuo ad avere paura adesso».
Racconta di strane visite di personaggi qualificatisi come carabinieriche gli consigliavano di non parlare della trattativa, e l’incontro avuto qualche mese fa a Parigi («era il giorno che dovevo prendere il papello», cioè il foglio recapitato nel ’92 con le richieste mafiose allo Stato per far cessare le stragi) col giornalista ex senatore di Forza Italia Lino Iannuzzi: «È un personaggio che mio padre conosceva da tempo, lo collocava vicino ad ambienti di Servizi... Mi ha chiesto spiegazioni in quello che era la trattativa...». L’attendibilità delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino è tutta da verificare, anche se i pubblici ministeri di Palermo lo ritengono credibile. Per questo lo porteranno a testimoniare nel processo contro Mori e Obinu, accusati di aver lasciato libero Provenzano, nel 1995; forse per i «patti» siglati con l’ex sindaco (e tramite lui con lo stesso boss) in cambio della cattura di Riina. Ipotesi che i due imputati, e con loro l’ex capitano Ultimo che mise le mani sul capomafia corleonese il 15 gennaio 1993, hanno sempre respinto con sdegno.

LE GARANZIE SUL COVO DI RIINA - Le «garanzie» sul covo di Riina Ma Ciancimino jr racconta un’altra storia, e spiega che quando si venne a sapere della mancata perquisizione del rifugio del latitante (episodio per il quale Mori e Ultimo sono stati già processati e assolti), suo padre commentò che così doveva andare: «Era una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che i carabinieri ovviamente diedero... Riina era solito vantarsi di tutta una serie di documentazione che conservava, perché se un domani lo avessero dovuto arrestare crollava l’Italia, succedeva un finimondo». Magari lo «zio Totò» bluffava, ipotizzavano Provenzano e Ciancimino, ma meglio non rischiare: «Una delle cose che bisognava fare era mettere al sicuro tutto questo patrimonio di documentazione».
Quanto ai colloqui tra i carabinieri e suo padre, il testimone riferisce che furono gli stessi ufficiali Mori e De Donno (quest’ultimo gli avrebbe promesso che su quei contatti sarebbe calato addirittura il segreto di Stato) a confermare all’ex sindaco che della «trattativa» erano informati gli exministri Mancino e Rognoni; facevano parte di governi diversi e hanno sempre negato, ma Ciancimino jr insiste nella sua versione, che include anche un abboccamento con l’allora parlamentare del Pds Luciano Violante, richiesto esplicitamente da suo padre. E dei contatti con l’Arma sapeva tutto (al pari di Provenzano) il misterioso «signor Franco», il «collettore» legato ai servizi segreti che pure s’incontrava con Ciancimino padre.

ALTRI POLITICI E I «MISTERI D'ITALIA» - Altri politici e i «misteri d’Italia» Nei pizzini inviati da Provenzano all’ex sindaco, tra i contatti è indicato anche un «pres.», un presidente, che secondo il figlio di Ciancimino sarebbe l’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Di lui il testimone mostra di non sapere molto, ma ricorda: «Quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima spesso rimanevo fuori in macchina, e c’era Schifani che guidava la macchina a La Loggia e Cuffaro che guidava la macchina a Mannino. I tre autisti erano questi... Gli altri due hanno fatto ben altre carriere, io no». Nei suoi interrogatori il giovane Ciancimino non si limita a parlare della trattativa degli anni Novanta e primi Duemila, ma distribuisce pure qualche rivelazione sui meno recenti misteri della storia italiana. Racconta del sequestro Moro, e svela un ruolo dei Servizi contrario a quello che si potrebbe immaginare: «Mio padre mi disse che era stato pregato, per ben due volte, di non dar seguito a delle richieste pervenute per fare pressione su Provenzano affinché si attivassero per aiutare lo Stato nella ricerca del rifugio di Aldo Moro ». Non volevano più cercare il presidente della Dc rapito dalle Brigate rosse, insomma, mentre due anni più tardi, nel giugno 1980, Vito Ciancimino — che secondo il figlio faceva parte della struttura segreta di «Gladio»—e i suoi contatti istituzionali (compreso l’ex ministro dc Attilio Ruffini, dice Massimo) vennero a sapere «della storia dell’aereo francese che per sbaglio aveva abbattuto il Dc9, e che bisognava attivare un’operazione di copertura nel territorio affinché questa notizia non venisse per niente... e qualora ci fosse stato bisogno di interventi di qualsiasi tipo, i Servizi dovevano poter contare su mio padre».

Giovanni Bianconi


05/11/2009

Rivelazioni del pentito: «È stato Provenzano a tradire Riina»

Rivelazioni del pentito: «È stato Provenzano a tradire Riina»

 

Nel '92 l'allora capitano del Ros De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo. Nuove rivelazioni di Massimo Ciancimino ai magistrati: «Indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio»

 

Massimo Ciancimino (Afp)
Massimo Ciancimino (Afp)

PALERMO - Fu Bernando Provenzano a tradire Totò Riina e consegnarlo alla polizia. Lo ha detto Massimo Ciancimino, che sta rilasciando dichiarazioni spontanee ai magistrati nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli. «Il boss indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui trascorse l'ultima parte della latitanza Totò Riina» rivela il figlio di don Vito. Provenzano avrebbe dunque «venduto» il boss corleonese: circostanza che confermerebbe che, a una prima fase della trattativa ne sarebbe seguita una seconda con un nuovo interlocutore.

MAPPE DI PALERMO - Ciancimino ha raccontato che, nel periodo delle stragi mafiose del '92, l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre e sperando di avere un contributo utile per l'arresto del boss latitante. Don Vito avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un'altra l'avrebbe affidata al figlio perché la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, nome con cui l'ex sindaco indicava Provenzano. L'uomo del capomafia avrebbe poi restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina fu poi consegnata ai carabinieri e nel gennaio il boss '93 finì in manette.

APPUNTI E LETTERE - Ciancimino, imputato di riciclaggio, tentata estorsione e fittizia intestazione di beni dopo essere stato condannato a 5 anni e 8 mesi in primo grado, ha consegnato ai pm Nino Di Matteo e Paolo Guido una serie di appunti e lettere del padre, sindaco mafioso di Palermo morto nel 2002. Tra questi, materiale definito di interesse investigativo che potrebbe servire per riscontrare le dichiarazioni sulla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra. La scorsa settimana davanti la quarta sezione della corte d’appello, Ciancimino aveva sostenuto che ci sono «molte cose che non vanno» nella sua inchiesta e ha sostenuto che alcune intercettazioni in cui c’erano elementi a sua discolpa erano state indicate nei brogliacci come «irrilevanti». Stessa sorte sarebbe toccata a conversazioni con notizie di reato che «vengono valutate» dai magistrati.

NASTRI SEGRETI - Non sono invece arrivati in Procura i nastri contenenti le registrazioni dei colloqui che l'ex sindaco di Palermo incideva di nascosto. «Io non so cosa contengano quei nastri», ha precisato Massimo, annunciando di volerli prelevare dalla cassetta di sicurezza dove sono custoditi a Vaduz, nel Lichtenstein, per consegnarli ai magistrati. Oltre agli appunti vocali per la redazione di un libro, l'ex sindaco avrebbe registrato anche alcuni colloqui avuti con i carabinieri del Ros, tra i quali l'allora colonnello Mario Mori. Mercoledì Ciancimino è stato sentito anche dai pm di Catania, con i quali ha parlato di imprenditori catanesi coinvolti in affari di mafia ma anche della conduzione delle indagini nei suoi confronti sul tesoro del padre Vito: «Io non ce l'ho con i magistrati che hanno coordinato le indagini su di me. Non sono loro infatti che eseguono le perquisizioni o che trascrivono le intercettazioni» ha detto, e alla domanda se il riferimento fosse ai carabinieri ha risposto: «Sì, ma dovranno essere i magistrati competenti ad accertare i fatti e a verificare se siano state sottratte prove a mio favore».


20/10/2009

Mori: «Non ci fu nessuna trattativa Stato-mafia»

Mori: «Non ci fu nessuna trattativa Stato-mafia»

 

Il processo a Palermo. Il prefetto ammette di aver incontrato più volte l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino

 

Mario Mori in divisa (Fotogramma)
Mario Mori in divisa (Fotogramma)

PALERMO - Non ci fu nessuna trattativa tra la mafia e lo Stato. Lo ha detto il prefetto Mario Mori, ex comandante del Ros dei carabinieri, che ha reso dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale di Palermo nel processo in cui è imputato di favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra, assieme al colonnello Mauro Obinu, per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995.

GLI INCONTRI - Mori ha spiegato di aver incontrato più volte l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, ma ha negato che vi sia stata una trattativa sul cosiddetto «papello», le richieste dei boss allo Stato, messe nero su bianco da Totò Riina. «Incontrai più volte Vito Ciancimino e cercai più volte contatti con la commissione Antimafia senza che avessi obbligo di farlo. Proprio gli incontri con Vito Ciancimino furono la prova che una trattativa con Cosa Nostra non ci fu», ha affermato Mori, e ha aggiunto: «Ogni trattativa del genere e questa in particolare che implicava una resa vergognosa dello stato a una banda di criminali assassini sarebbe stata impensabile». L'ex comandante del Ros ed ex capo del Sisde ha parlato a lungo davanti al Tribunale, per rivendicare la correttezza del suo operato.

VIOLANTE - Mori ha preso la parola dopo la deposizione dell'ex presidente della Camera ed ex presidente della commissione parlamentare Antimafia, Luciano Violante, sentito dai giudici proprio sui contatti che ebbe all'epoca con Mori. L'allora alto ufficiale dei carabinieri aveva informato Violante dell'intenzione di Vito Ciancimino di avere un incontro con la commissione Antimafia. Circostanze che Violante ha sostanzialmente confermato. «Violante ricorda seppur lacunosamente, ma conferma quanto ho detto io. Il mio comportamento fu improntato alla massima trasparenza», ha affermato Mori. Dopo il primo incontro, durante il quale Mori gli disse della volontà di Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo, di avere un colloquio, «al secondo appuntamento - ha riferito Violante - il generale Mori (allora vicecomandante del Ros, ndr) mi portò il libro di Vito Ciancimino sulle mafie che io lessi, giudicandolo mediocre e che presi solo come una sorta di segno di disponibilità dell'ex sindaco». Infine, il terzo incontro in cui Violante ribadisce di non avere alcuna intenzione di sostenere colloqui riservati con l'ex sindaco di Palermo. «La chiave che detti alla richiesta di incontro - ha spiegato Violante - fu che visto il momento, era stato appena ucciso Lima, Ciancimino volesse parlare dei rapporti tra andreottiani e mafia o della vicenda relativa alla confisca dei suoi beni che pendeva in appello davanti all'autorità giudiziaria di Palermo». Violante ha poi riferito di avere chiesto a Mori se la procura del capoluogo siciliano fosse stata informata della richiesta di colloquio fatta da Ciancimino «e lui mi rispose di no, perché si trattava di affari politici». Il 29 ottobre, dopo i tre incontri con Mori, Violante informa l'ufficio di presidenza della commissione Antimafia che si sarebbe potuto ascoltare l'ex sindaco perchèé aveva ritrattato le condizioni che aveva posto all'ex presidente della commissione Chiaromonte di essere ripreso, durante l'audizione, dalle televisioni. «L'audizione - ha aggiunto Violante - non si fece perché Ciancimino venne arrestato».

GIOVANNI CIANCIMINO - Poi è stata la volta di Giovanni Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito. «Venti giorni dopo la morte di Falcone, che per me fu scioccante, andai a trovare mio padre. Mi disse "questa mattanza deve finire". Sono stato contattato da personaggi altolocati per parlare con l'altra sponda. Io sapevo a cosa si riferiva con l'espressione "l'altra sponda": si riferiva alla mafia, parola che davanti a me non pronunciava mai». Giovanni Ciancimino, fratello di Massimo, è un avvocato ed è stato anch'egli sentito dai giudici: «Io restai scioccato, basito e litigammo», ha aggiunto collocando l'episodio tra l'eccidio di Falcone e quello di Borsellino. «Dopo la strage di via d'Amelio - ha continuato - mio padre mi chiamò e mi propose di fare una passeggiata. In auto mi disse, "tu che sei avvocato, cosa è la revisione del processo". Io glielo spiegai. A quel punto aggiunse: "Allora si può fare la revisione del maxi processo!"». Ciancimino ha aggiunto che il padre durante il colloquio tirò fuori dalla tasca un pezzo di carta arrotolato. Secondo i magistrati si sarebbe trattato del cosiddetto papello con le richieste della mafia allo Stato. «Quando vidi mio padre in carcere, dopo il suo arresto a gennaio del '93, era depresso, non l'ho mai visto così. Mi disse: "mi hanno tradito, mi hanno venduto"», ha aggiunto Giovani Ciancimino non chiedendo però al padre a chi si riferisse. Il teste ha raccontato dei tre incontri in cui l'ex sindaco gli disse dei suoi contatti con personaggi «altolocati» che gli avevano proposto di fare da tramite con «l'altra sponda», riferendosi a Cosa Nostra. Anche in quel caso il figlio non chiese a chi si riferisse il padre, ma - ha detto - «non credo parlasse di Mori».


11/06/2009

Ciancimino, indagati 4 politici

Ciancimino, indagati 4 politici

 

Accuse per Vizzini (Pdl) e gli udc Cuffaro, Cintola e Romano. Il figlio di «don Vito»: presero soldi per favorire gli affari di mio padre

 

 

L’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino viene scarcerato nel 1991 dall’Ucciar­done. Ad attenderlo c’è il figlio Massimo (Fotogramma)
L’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino viene scarcerato nel 1991 dall’Ucciar­done. Ad attenderlo c’è il figlio Massimo (Fotogramma)

ROMA — L’accusa è concor­so in corruzione aggravata dal­l’aver favorito l’associazione mafiosa. I senatori inquisiti Car­lo Vizzini (Popolo della Libertà, presidente della commissione Affari costituzionali), Salvatore Cintola, Saverio Romano e Sal­vatore Cuffaro (Udc) saranno chiamati a risponderne nei prossimi giorni davanti ai magi­strati della Procura di Palermo che indagano sul cosiddetto «te­soro » di Vito Ciancimino, l’ex sindaco della città condannato per mafia e morto nel 2002. L’inchiesta è scaturita dalle più recenti dichiarazioni del­l’ultimogenito di Ciancimino, Massimo, già condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi di carcere per riciclaggio dei soldi del padre.

S’è definito una capro espiatorio, ha parla­to di altri personaggi ben più importanti di lui coinvolti nel­la gestione dei soldi lasciati dal padre, compresi uomini politi­ci. Di loro si occupava — ha ri­ferito — il tributarista Giorgio Lapis, condannato anche lui nel processo per riciclaggio, di­stribuendo il denaro prelevato dal conto «Mignon Sa» presso la Banca di Ginevra, in Svizze­ra, da un altro imputato con­dannato: l’avvocato Giorgio Ghiron, titolare di studi a New York, Londra e Roma. Secondo quanto raccontato da Massimo Ciancimino, che gli inquirenti ritengono riscon­trato da altri elementi di prova, tra gli «ingenti quantitativi di denaro» elargiti da Lapis per conto di Ciancimino una buona fetta sarebbe finita a Vizzini, ex leader socialdemocratico poi entrato in Forza Italia. Secondo i calcoli degli inquirenti, nel corso del tempo, avrebbe rice­vuto almeno un milione di eu­ro. Tramite la mediazione di Cintola (ex assessore regionale, già inquisito per concorso in as­sociazione mafiosa in indagine archiviata nel settembre 2007, senatore dal 2008), altri soldi sarebbero finiti a Saverio Roma­no e Salvatore Cuffaro; il primo è stato appena eletto al Parla­mento europeo, l’altro è l’ex presidente della Regione, di­messosi dopo una condanna in primo grado per favoreggia­mento, approdato lo scorso an­no a palazzo Madama.

I milioni del «tesoro» di Cian­cimino, in parte già sequestra­to nel 2005 perché considerato di «provenienza mafiosa» vista la condanna riportata da Vito e i suoi rapporti con capimafia del calibro di Bernardo Proven­zano, stavano sul conto «Mi­gnon » e sono serviti a liquidare i soci palesi e occulti della socie­tà «Gas», una sorta di conteni­tore creato dall’ex sindaco do­po la vendita a un gruppo spa­gnolo. Secondo Ciancimino jr., e ora anche secondo l’ipotesi ac­cusatoria formulata dai pubbli­ci ministeri Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, a una quota di liquidazione avrebbe avuto di­ritto anche il senatore Vizzini. Di qui i pagamenti a lui e ad al­tri politici che, nella storia rac­contata dal figlio dell’ex sinda­co, sono serviti negli anni pas­sati a «oliare i meccanismi» del­le concessione per la distribu­zione del gas in Sicilia, un affa­re gestito proprio da Ciancimi­no attraverso le sue società. In pratica il denaro veniva da­to ai capi-partito o ai capi-cor­rente dei partiti, che poi aveva­no il compito di agevolare l’ag­giudicazione degli appalti e la concessione dei lavori nei vari centri dell’isola. A riscontro del­le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sarebbero parzia­li ammissioni (seppure con giu­stificazioni diverse e molto me­no compromettenti) dell’anzia­no tributarista Lapis, documen­ti e intercettazioni telefoniche che però, per essere contestate ai senatori indagati, dovranno prima essere trasmesse al Parla­mento insieme alla richiesta di utilizzazione. Qualche mese fa, dopo la pubblicazione di indiscrezioni sul coinvolgimento di Vizzini nell’inchiesta, il senatore aveva replicato con una denuncia per calunnia contro il figlio dell’ex sindaco: «Non conosco il si­gnor Massimo Ciancimino — disse Vizzini —, dal quale dun­que non posso mai avere ricevu­to nulla, così come non ho mai avuto rapporto alcuno con suo padre. Ho però dedicato buona parte della mia vita e della mia attività parlamentare prima a demolire il sistema politico-ma­fioso costruito dal signor Vito Ciancimino, e poi a combattere la mafia e tutti i detentori di pa­trimoni mafiosi». L’onorevole Romano parlò di «vicenda che non ha alcun fondamento».

Giovanni Bianconi