06/04/2010

Iraq, soldati Usa uccidono dei civili per errore: il video

Iraq, soldati Usa uccidono dei civili per errore: il video

Filmato shock diffuso dal sito Wikileaks, che documenta la strage di 11 persone effettuato da un elicottero statunitense Apache. L'equipaggio del velivolo aveva scambiato per lanciarazzi il teleobiettivo d'un reporter della Reuters.

 

 

 

Il sito Wikileaks ha diffuso un video del Pentagono, che documenta la carneficina di 11 civili effettuata, il 12 luglio 2007, da parte d'un elicottero statunitense Apache. Teatro della strage un sobborgo a sud-est di Baghdad. Scambiato per lanciarazzi il teleobiettivo d'un reporter della Reuters, l'equipaggio dell'Apache aveva aperto il fuoco. Tra le vittime lo stesso reporter Namir Noor Eldeen, il suo autista Said Chmag e due bambini.

Nelle immagini si vede partire la prima raffica di proiettili contro un gruppo di civili che stava camminando per strada; quindi le altre scariche contro l'autista d'un furgone, fermatosi a soccorrere alcuni dei feriti.


Oltre alle immagini la scioccante registrazione delle frasi concitate dei militari statunitensi. Dopo il primo attacco uno dei piloti esclama: "Guardate quei bastardi morti!". Quando l'iracheno, che ha nel suo furgone due bambini, tenta di prestare soccorso a feriti, si sente un militare gridare: "Forza, lasciateci sparare". Dopo essere emerso che nell'attacco erano rimasti feriti anche i due bambini del furgone, un altro soldato esclama "E' colpa sua. Non doveva portare i bambini nella battaglia".


22/02/2010

Afghanistan, nuova strage di civili

Afghanistan, nuova strage di civili

 

L’Isaf ha ammesso che in un bombardamento, teso a proteggere le truppe sul campo, sono stati colpiti almeno due furgoni carichi di civili. Dura la reazione del generale NATO McChrystal: “siamo qui per proteggere gli afghani, non per ucciderli”

 

 

 

La Nato ha ucciso, con un attacco aereo, 33 civili afghani scambiandoli per errore per ribelli. Lo reso noto oggi il governo afghano. L'Isaf, missione di supporto al governo dell'Afghanistan guidata dalla Nato, ha fatto sapere che i civili sono stati uccisi quando si sono avvicinati ad un'unità delle forze Nato e afghane nella provincia di Uruzgan, ma non ha specificato il numero delle vittime.

Le morti civili hanno rappresentato il principale motivo di frizione tra il governo afghano e le forze straniere, che hanno lanciato due imponenti offensive negli ultimi otto mesi nel tentativo di respingere la sempre crescente insorgenza dei ribelli talebani. "Ho chiarito alle nostre forze che noi siamo qui per proteggere il popolo afghano, e uccidere o ferire inavvertitamente civili mina la fiducia nella nostra missione", ha commentato, tramite un comunicato Isaf, il generale Stanley McChrystal, capo delle forze straniere in Afghanistan.

Zamari Bashary, portavoce del ministero dell'Interno afghano, ha detto che 33 civili sono stati uccisi e diversi feriti. Tra le persone colpite ci sarebbero anche donne e bambini. "Le truppe Isaf sospettavano che dentro i veicoli civili ci fossero dei ribelli e li hanno bombardati", ha detto Bashary.

Amanullah Hotak, capo del consiglio provinciale di Uruzgan, ha detto che le persone stavano viaggiando su tre mini-bus attraverso un passo nel distretto di Char Cheno. L'Isaf ha confermato di aver aperto un'inchiesta.


01/01/2010

Pakistan: kamikaze si fa esplodere a una partita di pallavolo, è una strage

Pakistan: kamikaze si fa esplodere a una partita di pallavolo, è una strage

 

A Lakki Marwat, nelle zone tribali nord-occidentali. Il capo della polizia locale: «Stiamo portando via la gente sepolta sotto le macerie dei tetti crollati»

 

 

 

 

Manifestazione antiterrorismo a Lahore (Ap)
Manifestazione antiterrorismo a Lahore (Ap)

ISLAMABAD - Sono almeno 70 le vittime, ma il bilancio potrebbe salire, di un attentato compiuto da un terrorista kamikaze che si è fatto esplodere in un centro sportivo mentre era in corso una partita di pallavolo. La strage è avvenuta a Lakki Marwat, nelle zone tribali del Pakistan nord-occidentale. «Stiamo portando via la gente sepolta sotto le macerie dei tetti crollati», ha detto alla Reuters per telefono il capo della polizia locale, Ayub Khan.


04/09/2009

Afghanistan, bombe Nato su autocisterna in mano ai talebani: decine di morti

Afghanistan, bombe Nato su autocisterna in mano ai talebani: decine di morti

 

Versioni diverse sulla vicenda: per la Nato 56 vittime tutti talebani, per la polizia 90 i morti, molti i civili, ci sono anche diversi feriti


 

Una vittima del bombardamento (Afp)
Una vittima del bombardamento (Afp)

 

KABUL (AFGHANISTAN) - E’ di decine di morti (56 secondo la Nato, 90 secondo fonti della polizia locale) il bilancio del bombardamento aereo della Nato su un gruppo di talebani che si erano impossessati di un’autocisterna nel nord del paese: è quanto hanno confermato fonti locali, spiegando che sarebbero moltissime le persone coinvolte, tra vittime e feriti.

LA VICENDA - Secondo la polizia locale nella notte, i talebani si erano impadroniti di un’autocisterna sull’autostrada di Angorbagh, nella zona di Kunduz, ha spiegato Baryalai Basharyar Parwani, il capo della polizia locale. «L’autocarro è finito sul letto di un fiume, c’erano civili con i talebani e sono stati bombardati, più di 60 persone sono state uccise o ferite», ha assicurato il capo della polizia. Successivamente però le autorità locali hanno corretto la loro versione iniziale spiegando che le vittime sono in gran parte talebani.

LA VERSIONE DELLA NATO - «Si è trattato di un bombardamento aereo della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf)», ha dichiarato uno dei suoi portavoce. Successivamente fonti dell'esercito tedesco hanno spiegato che ci sono state 56 vittime: tutti guerriglieri talebani. Non sarebbe stato ucciso nessun civile e la versione iniziale della polizia locale sarebbe stata errata. L'Alleanza Atlantica si è poi però nuovamente corretta spiegando che molti civili coinvolti sono stati ricoverati negli ospedali della regione afghana di Kunduz.

RASMUSSEN - Un'inchiesta approfondita è stata promessa proprio dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen. «Il popolo afghano dev'essere consapevole che noi manteniamo con chiarezza l'impegno di proteggerlo, e che indagheremo immediatamente e pienamente su questa vicenda. Non è sicuro cosa sia accaduto. C'è stato un attacco aereo dell'Isaf contro i talebani, un certo numero dei quali sono rimasti uccisi. Esiste però la possibilità che siano morti anche civili».

KARZAI - Ma il bombardamento Nato ha provocato l'ira del presidente afghano Hamid Karzai: «Colpire i civili, in qualsiasi modo, è inaccettabile» ha sottolineato il capo dello Stato afghano.

ONU - Peter Galbraith, inviato speciale dell'Onu in Afghanistan, ha riferito che anche le Nazioni Unite manderanno sul posto dell'incidente un proprio gruppo investigativo e che «le famiglie di chi ha perso la vita ricevano tutto l'aiuto di cui hanno bisogno».

INCHIESTA - Una portavoce del comando Isaf a Kabul, il capitano di corvetta Christine Sidenstricker, ha confermato il raid aereo, puntualizzando però che sul sito dell'attacco «c'erano solo insorti», e che l'incursione era «mirata» contro di loro. «Ecco chi riteniamo sia stato ucciso», ha aggiunto, spiegando che i piloti e i loro comandanti hanno agito «sulla base delle informazioni disponibili sul campo». La portavoce ha aggiunto che è comunque già in corso un'inchiesta approfondita sulla vicenda. L'accaduto rischia di esasperare ancora di più i già difficilissimi rapporti tra le forze occidentali e la popolazione afghana, per non dire quelli con il governo del Paese centro-asiatico, che ha più volte denunciato gli eccessi perpetrati dagli alleati nella lotta ai talebani, imponendo a suo tempo anche modifiche alle regole d'ingaggio, peraltro adottate solo dalla Nato e non dalla coalizione multinazionale controllata dagli Usa, che continua nel frattempo a condurre una propria campagna anti-guerriglia "parallela" a quella della stessa Isaf. Si tratta altresì dell'ennesima riprova di quanto la situazione sul terreno in Afghanistan stia peggiorando sempre di più, di fronte alla rinnovata offensiva dei ribelli ultra-islamici, che finora non è stato possibile stroncare.


11/05/2009

Pakistan, un milione di profughi in fuga

Pakistan, un milione di profughi in fuga

 

La tragedia dei civili coinvolti nell'offensiva contro i terroristi. La battaglia nella valle di Swat contro i talebani provoca la fuga verso campi d'accoglienza: allarme umanitario



È un esodo biblico, secondo solo a quello che nel 1947 diede origine allo stesso Pakistan: sono almeno mezzo milione quelli che hanno lasciato le loro case per sfuggire all'offensiva lanciata martedì scorso dall'esercito pakistano nella valle occidentale dello Swat contro i talebani (Epa)


(Muhammad Sajjad)
(Muhammad Sajjad)

MARDAN (PAKISTAN) — Sono arrampicati a grappoli sui cassoni dei camion colorati. Le auto hanno i por­tapacchi sul tetto carichi all’inverosimile di vali­gione tenute assieme da corde di canapa, e poi coperte, secchi, pentole, e materassi, soprattut­to materassi per i bivacchi dei prossimi giorni. All’interno degli abitacoli, le donne si coprono il viso non appena uno straniero le fissa. E do­vunque sono stipati bambini, accaldati, pian­genti, che saltano sulle ginocchia degli autisti che lasciano fare, stanchi per le lunghe ore di tensione segnate dalla paura dei bombardamen­ti, stremati dalle attese ai posti di blocco. Si distinguono immediatamente i veicoli dei profughi in fuga da Swat, Dir, Buner e le altre regioni dove da cinque giorni l’esercito pachi­stano ha lanciato contro i talebani quella che il presidente Asif Ali Zardari ieri è tornato a defini­re la «battaglia decisiva per la sopravvivenza del nostro Paese».

Ieri per tutta la giornata han­no lentamente sfilato verso sud, con il caldo che nelle ore centrali già supera i 35 gradi, fra i lanci di bottiglie d’acqua, biscotti e pacchetti di patatine da parte dei giovani volontari delle or­ganizzazioni caritative islamiche locali. Centinaia e centinaia di veicoli di ogni gene­re. Colorati, pulsanti di vita nel loro carico di umanità dolente e impaurita. Secondo le autori­tà, da qui solo nelle ultime 24 ore sono transita­ti in oltre 100.000. L’Onu parla già di oltre mez­zo milione di profughi. Ma i media locali riporta­no il doppio della cifra. E sottolineano: «Chi può, la maggioranza evita i campi di tende, si rifugia da parenti e amici verso Islamabad e Lahore, sino a Karachi». Passata Peshawar, solo due ore di viaggio sulla nuova autostrada da Islamabad, in circa un’ora si arriva a Mardan. Da qui l’accesso per la vallata di Swat è a meno di 50 chilometri. Ma il primo posto di blocco dell’esercito si trova soltanto una decina di chi­lometri più avanti. Di qua verso nord possono transitare unicamente le truppe impegnate nel­l’offensiva. Ed è qui che vengono accolti i profu­ghi per la prima assistenza. Il luogo si chiama «Jalala Camp».

Ieri mattina vi erano state monta­te 200 tende (ognuna in grado di ospitare alme­no 10 persone) dell’Onu oltre ad alcune decine delle organizzazioni pachistane. A mezzogiorno erano stati piazzati anche un grande tendone-moschea, la zona dei servizi igienici, quella della mensa e una piccola clinica d’emergenza. Pochi i segnali dei combattimenti. Qualche elicottero in cielo. Il passaggio di colonne moto­rizzate di soldati. Ogni tanto il rombo dell’arti­glieria, lontano, verso la striscia scura delle montagne all’orizzonte. Nel suo bollettino quo­tidiano il portavoce dell’esercito, generale Athar Abbas, parla di 400 morti tra la guerriglia talebana in cinque giorni. «Circa 200 nelle ulti­me 24 ore», specifica. Se fosse confermato, ad ascoltare le autorità pachistane, i talebani avreb­bero dunque perso quasi un decimo dei loro ef­fettivi, valutati in un numero compreso tra i 4 e 5 mila uomini. Ma sono per primi i giornalisti locali a mettere in guardia. «Non esiste alcuna conferma. In realtà non ci sono fonti indipen­denti. Nessun osservatore o giornalista può rag­giungere le zone dei combattimenti. E in passa­to le cifre delle vittime talebane sono spesso sta­te gonfiate dai militari», osserva tra gli altri Rahimullah Yusufzai, decano dei reporter di Pe­shawar e corrispondente per il quotidiano in lin­gua inglese The News.

Un momento della manifestazione che si è svolta in Pakistan contro l'offensiva militare nella zona di Swat alla quale hanno partecipato oltre 100 mila persone vicine al partito islamico Jamaat-e-Islami (Afp)


A suo dire questa nuova offensiva militare contro i talebani trova in via di principio un largo consenso non solo tra la popolazione del Pakistan in generale, ma per una volta anche «tra quella residente in larghi settori delle zone colpite, che si è stancata del­l’estremismo islamico crescente tra i mullah che guidano le bande di giovanissimi talebani». Ma con un grosso limite, come Yusufzai notava anche nell’articolo pubblicato ieri mattina: «Se le vittime civili dovessero crescere, il consenso per il governo potrebbe rapidamente trasfor­marsi in malcontento». Un sentimento questo facile da percepire tra i profughi. «Il nostro problema maggiore sono gli anima­li che abbiamo dovuto abbandonare in fretta e furia sotto l’incalzare delle bombe e soprattutto i nostri campi di grano, che non possiamo mie­tere », dice tra i tanti Azrat Mohammad, un cin­quantenne, la cui misera consolazione è di esse­re riuscito a portare via due galline.

(Muhammad Sajjad)
(Muhammad Sajjad)

Già, il raccolto. Questa è una società ancora profondamente contadina, guidata, dominata dai ritmi ancestrali della vita nei campi. «Se il governo non permetterà a questa gente di torna­re presto alle loro case per mietere il grano, scoppierà una grande crisi economica. Un gigan­tesco dramma collettivo. E i talebani torneran­no a raccogliere consensi», aggiunge Yusufzai. All’infermeria, nella parte destinata alle donne, un paio di ragazze ricordano che nell’ultimo an­no tutte le scuole femminili erano state chiuse. «I talebani stavano imponendo la loro interpre­tazione del Corano, come in Afghanistan. Nessu­na donna poteva più uscire di casa da sola, nep­pure per fare la spesa o andare al mercato. Dove­va per forza essere accompagnata da un uomo della famiglia», dice quasi gridando, rabbiosa, Nasib Jan. Una sua nipote, Dilshab, 13 anni, si lamenta però non dei talebani, ma della fami­glia che in nome della tradizione pashtun quan­do è rimasta orfana l’ha obbligata a sposarsi con un lontano parente. «Peccato. Avrei voluto continuare a studiare e diventare maestra», ag­giunge. Poco più in là, tra le tende diventate bollenti sotto il sole, i più però se la prendono con l’eser­cito: «Ma perché i nostri comandi non usano le truppe di terra? I soldati pachistani sparano da lontano. Aviazione e artiglieria uccidono la no­stra gente, distruggono le nostre case. Fanno co­me gli americani in Afghanistan e così alla fine i nostri ragazzi, per rabbia, potrebbero unirsi an­cora più numerosi ai ranghi dei più pazzi tra gli estremisti talebani».

Lorenzo Cremonesi