25/08/2010

Cina, enorme ingorgo di 100 km causato da traffico illegale di carbone

Cina, enorme ingorgo di 100 km causato da traffico illegale di carbone

Il serpentone di automezzi, formatosi ormai 11 giorni fa, procede alla velocità di un chilometro all'ora. La denuncia dei camionisti: l'interminabile coda dovuta a un aumento di materiale proveniente da miniere illegali

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17/06/2009

«Scuola italiana, risultati modesti. E la metà degli insegnanti è over 50»

«Scuola italiana, risultati modesti. E la metà degli insegnanti è over 50»

 

«Misurare performance di presidi e docenti». Ocse: «Bene riforma, ora realizzarla in pacchetto onnicomprensivo». Gelmini: «Il rapporto ci dà ragione»

 

Il ministro Mariastella Gelmini (Calzari)
Il ministro Mariastella Gelmini (Calzari)

ROMA - La scuola italiana è in coda nella classifica dei Paesi Ocse: il nostro sistema educativo, secondo il rapporto sull'Italia stilato dall'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, produce risultati «fra i più modesti» dell'area, «nonostante la spesa per studente sia molto elevata». Non solo. Esistono «forti differenze regionali che non possono essere semplicemente spiegate con la diversa quantità di risorse disponibili» e che rappresentano un fardello per l'intera economia nazionale.

SERVE RIFORMA ORGANICA - Nel documento, l'Ocse riconosce al governo Berlusconi di aver messo in cantiere una riforma della scuola volta a «razionalizzare le spese e migliorare il sistema di valutazione e di reclutamento degli insegnanti». Viene sottolineata, tuttavia, la mancanza di un quadro complessivo e definitivo. E, in proposito, il rapporto suggerisce all'esecutivo un approccio più organico: «Considerando la natura di queste riforme - si legge - sarebbe preferibile realizzarle con un pacchetto onnicomprensivo, piuttosto che in modo parcellizzato» «L'Ocse ci dà ragione. Molte delle osservazioni poste dai sindacati e dall'opposizione vengono smentite clamorosamente da questa indagine» ha detto il ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, presentando il rapporto.

IL RAPPORTO - Il rapporto si basa su un'indagine internazionale sull'insegnamento e l'apprendimento (Talis), realizzato in 23 Paesi del mondo, tra cui Belgio, Spagna e altri, ma non, ad esempio, Francia e Germania. In particolare, vengono prese in esame le condizioni in cui gli insegnanti si trovano ad operare. L'Italia, conferma il rapporto, è il Paese con la più alta percentuale (52%) d'insegnanti che superano i 50 anni, mentre solo il 3% ha invece un'età inferiore ai 30 anni. Il 95% degli insegnanti italiani si dice comunque soddisfatto del proprio lavoro e il 98% - la più alta percentuale dopo la Slovenia - giudica positivamente il proprio livello di efficienza nell'attività svolta.

«MISURARE LA PERFORMANCE DI INSEGNANTI E PRESIDI» - L'Ocse parte dalla constatazione che «l'assenza di chiare informazioni sulla valutazione degli studenti e dell'intero sistema, dai docenti all'amministrazione centrale, è stata la causa principale delle cattive performance». E suggerisce il principio della responsabilità che «va introdotta a diversi livelli, in primi luogo per i presidi e i direttori scolastici, ma anche per gli insegnanti, in modo tale che la scelta degli insegnanti stessi, la formazione delle classi e i metodi educativi abbiano un'adeguata informazione consentendo il giudizio sui risultati formativi e sul sistema di incentivi». Ma per realizzare questi obiettivi, i presidi dovranno «ottenere un'adeguata autonomia dei poteri di gestione, al contrario dell'attuale quasi completa assenza di autonomia». Secondo l'Ocse, «elevare la performance del sistema educativo è una delle maggiori sfide» per l'Italia. La riuscita di una riforma complessiva del sistema educativo è anche una chiave per ridurre le differenze regionali: «Contenere il gap educativo fra Nord e Sud è una della vie per ridurre le differenze economiche e sociali complessive. Di conseguenza, andrebbero incoraggiate misure volte a recuperare le scuole e gli studenti più deboli, specialmente quelli a rischio abbandono».

CATTIVA CONDOTTA - Il 70% degli insegnanti italiani delle scuole medie inferiori, secondo il rapporto, considera la cattiva condotta degli studenti come un ostacolo al processo d'insegnamento. Le principali cause di disturbo alle lezioni sarebbero le intimidazioni o le aggressioni verbali verso altri studenti (30%), seguono le aggressioni fisiche tra studenti (12,7%), le aggressioni agli insegnanti (10,4%), ma anche i furti (9,1%) e per ultimo il problema della diffusione di droghe e alcol (4,5%).


13/03/2009

Più di 40 auto blu in coda per ritirare i biglietti di Roma-Arsenal

Più di 40 auto blu in coda per ritirare i biglietti di Roma-Arsenal

 

RIPRESE DA UN FILMATO DELLE «IENE». Le macchine erano tutte in servizio con sirene e lampeggianti, esponevano contrassegni e palette

 

Le Iene Luca e Paolo
Le Iene Luca e Paolo

ROMA - Più di quaranta auto blu in coda davanti alla sede del Coni di Roma per ritirare i biglietti della partita Roma-Arsenal. Ed erano tutte in servizio. Sirene, lampeggianti, palette esposte dagli autisti, contrassegni «Servizio di Stato», «Camera dei Deputati», «Senato della Repubblica», «Palazzo Chigi Presidenza del Consiglio dei Ministri». Un filmato delle «Iene Show» in onda stasera su Italia 1, le ha riprese tutte.

AL MINISTRO BRUNETTA - E «Le Iene» si rivolgono al ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta: «Sta cercando di combattere gli sprechi nella PA, uno dei più emblematici è l'abuso delle auto blu, ovvero macchine pagate con soldi pubblici e che dovrebbero servire a soddisfare interessi statali». Non è sempre così, secondo «Le Iene», che hanno voluto verificare di persona e la sera dell'11 marzo si sono appostate davanti alla sede romana del Coni, a due passi dallo Stadio Olimpico. «Ecco che arriva la prima auto blu con tanto di sirena - raccontano "Le Iene" -, l'autista torna con una busta in mano, ma è muto come un pesce».

LA PROCESSIONE - A poco a poco arrivano auto blu di tutti i tipi, italiane, straniere, con lampeggiante o paletta. Tutti acqua in bocca, ma i contrassegni sulle auto tradiscono gli autisti. Qualcuno poi si sbottona davanti alla finta giornalista che fa domande e alla fine qualche autista fa anche nome e cognome del fortunato che riceverà i biglietti della partita, come ad esempio il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e il sottosegretario del Lavoro Pasquale Viespoli.
Le «Iene», fanno sapere in una nota di essere «a disposizione nel caso il ministro Brunetta volesse intervenire contro questi sprechi operati dai suoi colleghi».

 



06/03/2009

Manager e banchieri, tutti in coda per un lavoro

Manager e banchieri, tutti in coda per un lavoro

 

 

Alla «fiera dell’impiego» di New York. Cinquemila in fila, dall’ex pubblicitario all’ebreo ortodosso che cerca un posto nell’ospedale cattolico

 

 

NEW YORK - Lavorava in Madison Avenue, alla Young&Rubicam, una dei leader mondiali della pubblicità. Ora è qui, alla «Job Fair» di Times Square, a caccia di un lavoro.

Anthony Moore è in fila davanti al banchetto del Dipartimento della Sanità dello Stato di New York. «Finché è durato è stato bello» racconta. «Ma è durato fino al 2006. Poi è cominciata la crisi. L'azienda è scesa da 1500 a a 285 dipendenti. Io ho fatto molti lavori da "free lance". Ho guadagnato quello che serve per sopravvivere a Manhattan: ho una casetta nel Village. Certo, i soldi sono pochi, mia moglie se n'è andata. Ma non ho figli, fin qui ce l'ho fatta. Adesso, però, si fa più dura ». La faccia è sofferta, scavata, ma Anthony non si sente uno sconfitto: «Ho 54 anni, un'età pericolosa, lo so. Ma ne dimostro di meno. E ci sono varie cose che posso fare nel campo della sanità con la mia esperienza di pubblicitario. Bisogna essere pratici: la salute, la cura della persona, è l'industria del futuro. E un datore di lavoro pubblico, di questi tempi, non guasta». Flessibilità tipicamente americana, ma anche lo "stil novo" dell'ambizione europea al posto sicuro.

Un po' più in là Takishea Hunte, una ragazzona nera che fino a settembre lavorava come "program manager" alla Lehman Brothers, sta parlando coi reclutatori della AQR Capital Management, una società di consulenza finanziaria: «Sono stata nove anni alla Lehman, ho messo da parte qualcosa per i momenti difficili. Voglio viverli senza troppo affanno. Cerco lavoro nelle società di consulenza, ma sono flessibile. Qui alla fiera sto dando il mio profilo professionale a imprese di vario tipo. Ma voglio un impiego stabile, non lavoretti saltuari».

Per loro natura le "job fair" - fiere del bisogno, non delle vanità - sono uno straordinario palcoscenico umano. Questa di New York, organizzata dalla società specializzata Monster.com, lo è più di altre per la colorita folla multietnica e multiprofessionale che la anima - 3720 aspiranti lavoratori che, tirati fuori dall'armadio tailleur, giacche e cravatte, girano tra gli stand di 90 aziende che offrono mille posti di lavoro - ma anche per il luogo: l'hotel Marriott di Broadway.

Col turismo in crisi e il business delle convention che si contrae, il gigantesco salone delle feste può tranquillamente trasformarsi in centro di reclutamento: fuori, sulle balconate che circondano l'atrio coperto, si snoda il serpentone dei candidati in attesa di registrarsi. In mezzo al cortile, aggrappati a una trave d'acciaio, sfrecciano gli ascensori di cristallo riservati ai clienti dei piani alti e agli ospiti di "The Wiew", il ristorante panoramico dell'albergo, l'ultimo piano del grattacielo che ruota su sé stesso.

Tra i banchi di società di consulenza finanziaria come Charles Schawb spunta, tra molti giovani, la testa candida di Thomas Zakrzenski, il figlio di polacchi di Cracovia immigrati negli Usa all'inizio del Novecento. «Sono stato per 28 anni a Bankers Trust. E altri 10 anni, bellissimi, a Bank of New York. Ero vicepresidente di una delle società del gruppo. Ma a novembre c'è stato il terremoto». Quanti anni ha? "Sessantasei". E che ci fa qui? «Cerco un lavoro, come gli altri. Certo, a differenza di altri non sono spinto dal bisogno. Potrei starmene in pensione. Abito in New Jersey, in una bella zona residenziale vicino ad Atlantic City. Ma non so stare fermo. I vicini ne approfittano chiedendomi aiuto per i problemi di manutenzione degli edifici, mia moglie mi ha messo a fare le pulizie: un inferno. Meglio rimettersi sul mercato».

Un altro che un lavoro ce l'ha è Randy Brooks, un giovanotto di colore in fila davanti allo stand di Macy's. La catena di grandi magazzini ha licenziato centinaia di persone, ma a New York assume. Randy si informa, è perplesso: «Cercano venditori. Io faccio la guardia privata, alla Ball Security. Spesso lavoro di notte, voglio cambiare. Ma dietro un bancone non mi ci vedo».

Lo sguardo più sperduto è quello di Itamar, un ebreo ortodosso con una lunghissima barba e il cappellone nero a falde larghe. Dice di cercare genericamente un lavoro nel sociale. Chiede informazioni e fornisce i suoi dati a varie organizzazioni, compreso il St Vincents Catholic Medical Center. Nessun problema religioso? «No, per me basta che si tratti di lavori nel campo della solidarietà sociale».

Ogni ora gli esperti di Monster tengono un briefing al centro del salone, spiegando a tutti il galateo dell'aspirante lavoratore e i trucchi per redigere un curriculum che faccia colpi sui reclutatori. La manifestazione di New York verrà replicata in altre cento città americane: in un Paese che nel 2008 ha perso oltre due milioni e mezzo di posti di lavoro e che quest'anno registrerà probabilmente un' emorragia ancor più grave, quello delle "job fair" è uno dei pochi business in espansione. Un luogo, a suo modo, pieno di vitalità: tra il banco della Schindler che cerca elettricisti per i suoi ascensori e quello dell'ospedale di Brooklyn che ha bisogno di assistenti sociali, non si vedono facce meste. Sorride anche Rupert Day, un chimico di 52. «Ho lavorato per vent'anni coi tedeschi della Henkel, facendo la spola tra la Pennsylvania e Dusseldorf. Poi sono passato a un'azienda della cosmetica: sono specializzato nella formulazione di prodotti per questo settore. Da ottobre sono senza lavoro, ma qualcosa troverò. Certo, non è facile, qui c'è una sola azienda che opera nel mio ramo».

Ostenta buon umore perfino Jamie Dunst, un disegnatore grafico che lavorava per la rivista «Time Out». Mi spiega che vorrebbe valorizzare la sua professionalità, ma che non alza steccati. Dopo un' ora lo ritrovo davanti al banco della Petsmart, cliniche per animali domestici: «Te l'ho detto, bisogna essere flessibili. E poi ho sempre amato cani e gatti».

 

Massimo Gaggi