09/02/2011
Politica e criminalità, i dati dell'Antimafia
Politica e criminalità, i dati dell'AntimafiaLa proposta dell'ex ministro: «Il codice di autoregolamentazione diventi legge». Alle ultime amministrative 45 violazioni, tutte al Centro e al Sud. Pisanu: «Ma il fenomeno è di certo più ampio»
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17/11/2010
Maroni: «Io come Sandokan? Saviano smentisca o lo querelo»
Maroni: «Io come Sandokan? Saviano smentisca o lo querelo»LA POLEMICA. Il ministro minaccia azioni legali contro lo scrittore «Voglio replicare in trasmissione alle sue accuse»
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03/08/2010
Mafia, Granata: infiltrazioni tra gli eletti
Mafia, Granata: infiltrazioni tra gli eletti"Alcuni partiti e candidati alla Presidenza delle Regioni non hanno vigilato come era richiesto e doveroso", denuncia il deputato finiano e vicepresidente della commissione Antimafia. E aggiunge: "Violato il codice etico". Grasso: non sono sorpreso"
"Nonostante la condivisione teorica al codice etico promosso dalla commissione Antimafia, sia tra e candidature che tra gli eletti ci sono infiltrazioni e zone d'ombra. Nonostante la carente collaborazione delle Prefetture stiamo ricomponendo il quadro e riferiremo alle Camere. La politica rompa ogni ambiguità nella lotta alla mafia". Lo ha affermato Fabio Granata, Vice Presidente della Commissione Nazionale Antimafia e deputato finiano del nuovo gruppo parlamentare Futuro e Libertà per l'Italia.
"Alcuni partiti e alcuni candidati alla Presidenza delle Regioni - denuncia Granata - non hanno vigilato come era richiesto e doveroso".
Piero Grasso: rischio attentati mafiosi - La denuncia di Granata, però, non sorprende il procuratore Nazionale Antimafia Piero
Grasso che sottolinea che questi "sono problemi politici e che quindi giustamente se ne occupa la politica". "Già nel 1991 - ricorda l'alto magistrato - un fatto del genere era stato accertato dall'allora Commissione Antimafia presieduta da Gerardo Chiaromonte. Io - afferma Grasso - all'epoca ero consulente della commissione e il fenomeno delle infiltrazioni mafiose si registrò in varie zone, soprattutto del sud".
Il procuratore Grasso, poi ritorna sul rischio che la mafia, come successe negli anni '92-'93 con gli attentati di Firenze, Capaci e via d'Amelio, possa approfittare delle tensioni politiche per dar vita a una nuova stagione terroristica-mafiosa. "La mia - precisa il procuratore nazionale antimafia - è stata soltanto una valutazione rispetto al passato. Allo stato, però, non ci sono elementi in tal senso. Anzi, secondo le dichiarazioni di alcuni
collaboratori, il super latitante Matteo Messina Denaro sarebbe contrario alla ripresa di questa strategia. E' chiaro, però, che a queste dichiarazioni servono riscontri. Quindi, lo
ripeto, la mia è un'analisi che si basa sulla storia del passato e speriamo che nel futuro non accada".
La questione morale - Nei giorni scorsi Fabio Granata si è reso protagonista di altre forti dichiarazioni sulla correlazione tra Stato e criminalità. L'affermazione "nel governo c’è chi frena i processi contro la mafia" è stata al centro di aspre polemiche all'interno del Pdl, che hanno di poco preceduto la rottura definitiva tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.
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02/02/2010
Processo Ciancimino: «Provenzano "consegnò" Riina ai carabinieri in cambio dell'impunità»
Processo Ciancimino: «Provenzano "consegnò" Riina ai carabinieri in cambio dell'impunità»
La seconda giornata di deposizione del figlio dell'ex sindaco di Palermo. «Dopo l'arresto di Vito Ciancimino fu Dell'Utri a subentrare nella trattativa Stato-mafia»
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| Massimo Ciancimino (Lapresse) |
PALERMO - Vito Ciancimino «diede indicazioni per la cattura di Totò Riina e convinse Bernardo Provenzano. Non fu facile, Provenzano non amava il tardimento». È il racconto di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, nell'aula bunker del carcere Ucciardone nella seconda giornata di deposizione al processo contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Provenzano. Dopo l'arresto di Riina e quello - di poco precedente - di Vito Ciancimino, fu Marcello Dell'Utri a subentrare nella trattativa con Cosa nostra, ha affermato Ciancimino jr. «Dell'Utri e Provenzano avevano rapporti diretti. Me lo riferì mio padre a cui era stato detto dal capomafia». Provenzano parlò con Dell'Utri anche di un atto di clemenza verso l'ex sindaco di Palermo, visto il suo stato di salute.
VIA D'AMELIO - Ciancimino padre si sentiva indirettamente responsabile della strage di via D'Amelio, in cui morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, ha raccontato Massimo. «Mio padre si sentiva, anche se indirettamente, responsabile dell'ennesima strage. "Se questo è capitatato è anche colpa nostra", mi disse», ha deposto Massimo Ciancimino.
LA TRATTATIVA - Dopo la strage di via D'Amelio sarebbe ripresa la «trattativa» tra lo Stato e Cosa nostra, ha proseguito Massimo Ciancimino nella sua deposizione. «Mio padre mi disse che, per riuscire a catturare Riina, i carabinieri avevano bisogno di Provenzano. Nel momento in cui si percepisce la ferocia di Cosa nostra, mio padre reputa interrotto qualsiasi tipo di rapporto con Riina. Ma intorno al 22 agosto mi dice di riprendere i contatti con i carabinieri. L'incontro avviene nel suo appartamento di Roma tra il 25 e il 26 agosto, e ho un documento che ne prova il riscontro. Cambia totalmente l'oggetto del dialogo rispetto alla prima trattativa», ricorda Ciancimino jr. «In quel caso era una proposta iniziale delle istituzioni di possibili benefici verso i familiari e un atteggiamento più morbido verso i latitanti. La seconda fase è più operativa: dalla resa dei latitanti si passa alla volontà di catturare Riina. I carabinieri non ipotizzarono nemmeno la cattura di Provenzano, perché sapevano che grazie a lui sarebbero arrivati all'arresto di Riina. E per potere giungere a Riina avevano bisogno di mio padre».
TRADIMENTO - Vito Ciancimino discusse dell'arresto di Riina in diversi incontri tra agosto e novembre 1992 sia con Provenzano, sia con i carabinieri e con l'agente dei servizi segreti, finora mai identificato e dal teste indicato come Franco. «Portai io stesso le indicazioni per alcuni di questi incontri tra il 21 e il 25 luglio, dopo la strage di via D'Amelio», ha affermato Massimo Ciancimino. «In cambio del suo contributo per la cattura di Riina, Provenzano ottenne una sorta di impunità. Mio padre spiegò ai carabinieri che l'unica persona che poteva imprimere una rotta nuova alla strategia di Cosa nostra e far cessare le stragi era Provenzano e per questo doveva rimanere libero», ha detto Massimo Ciancimino. I carabinieri, secondo il suo racconto, avrebbero fatto avere a Vito Ciancimino «due tuboni gialli con documenti A3 contenenti le mappe di Palermo, tabulati telefonici, liste delle utenze di acqua, luce e gas». I documenti, ridotti a una zona più ristretta, sarebbero stati poi dati da Massimo Ciancimino a Bernardo Provenzano che li avrebbe restituiti con un cerchio su una zona tra il Motel Agip e via Pacinotti. È in quell'area che si trova via Bernini, dove Riina fu arrestato dai carabinieri il 15 gennaio 1993. Poco prima, però, il 19 dicembre 1992 Vito Ciancimino fu arrestato. «Mi chiamò dal carcere», ha detto Massimo Ciancimino. «Con lui c'era De Donno. Mi disse di consegnare le carte a De Donno. I carabinieri sapevano che le indicazioni per l'arresto di Riina arrivavano da Provenzano, ma Riina non doveva cogliere il senso del tradimento. La mancata perquisizione del covo di Riina dopo l'arresto, fu concordata tra mio padre e Provenzano e fu comunicata ai carabinieri. Era uno dei punti dell'accordo».
RIINA E LE STRAGI - Secondo Ciancimino jr., Riina era spinto a continuare nelle stragi da qualcuno, che è rimasto nell'ombra. «C’era una persona che pressava Riina, che gli diceva ad andare avanti nelle stragi. Provenzano e mio padre erano contrari a questo modo di fare». «Il nostro amico è molto pressato da un "grande architetto"», dice infatti un pizzino letto in aula inviato da Provenzano a Ciancimino.
DELL'UTRI SOSTITUISCE CIANCIMINO - Dopo l'arresto del padre, Massimo Ciancimino afferma nella sua deposizione che Marcello Dell'Utri subentra nella trattativa tra Stato e mafia. «Dopo il suo arresto, mio padre si convinse che i carabinieri l'avevano tradito e che avevano un nuovo interlocutore, probabilmente con il beneplacito di Provenzano. Anni dopo mi rivelò che, secondo lui, il nuovo referente istituzionale sia della mafia che dei soggetti che avevano condotto la trattativa fosse Dell'Utri». Nelle ultime fasi della trattativa a cui prese parte il padre, dice Massimo Ciancimino, gli argomenti affrontati tra l'ex sindaco, Provenzano e l'agente dei servizi segreti "Franco" erano più ampi della sola cattura di Riina. «Era il 1992, l'anno dell'anno dell'avanzata della Rete e della Lega e si discuteva della necessità di non disperdere l'enorme patrimonio elettorale della Dc, di cercare cioè il riferimento in un'atra entità politica». In un pizzino letto in aula Provenzano dice a Ciancimino di aver parlato con «un amico senatore» di un provvedimento di clemenza, vista la salute dell'ex sindaco. «Anche se all'epoca il politico era solo un deputato, Provenzano era solito chiamare tutti senatori».
PAPELLO E PIZZINI - Ciancimino jr. ha parlato anche poi del famoso «papello», il testo delle richieste della mafia allo Stato. «Nonostante che la cassaforte in cui tenevo i pizzini di Provenzano e il papello fosse in evidenza nella mia abitazione, i carabinieri nel 2005 per una perquisizione non l'aprirono». Ciancimino ha raccontato di avere suggerito lui stesso ai carabinieri la presenza della cassaforte che, però non fu toccata. Nel maggio 2006, sostiene sempre Ciancimino, un agente dei Servizi gli riferì che stavano per arrestarlo e lo invitò a portare i documenti all'estero. Tutto il materiale finì in un istituto bancario svizzero. «Alcuni dei pizzini li ho avuti personalmente da Provenzano, ma erano tutti riconoscibili, secondo un codice criptato all'interno degli stessi, che mio padre poteva riconoscere», ha raccontato il testimone. «Erano sempre in buste chiuse che io portavo a mio padre. Lui andava a prendere i guanti monouso sterili, usava il borotalco, apriva i pizzini, li leggeva e li richiudeva. Faceva sempre le fotocopie dei pizzini che metteva nel suo archivio. Temeva sempre una perquisizione e aveva paura che si potessero trovare gli originali con le impronte di Provenzano. Così preferiva fare le fotocopie». In un altro pizzino letto in aula ci sarebbe l'interessamento anche dell'ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro, oltre che di Dell'Utri, per un provvedimento di clemenza a favore dei detenuti di Cosa nostra.
GARANZIE DA VIOLANTE - Garanzie da parte di Luciano Violante, all'epoca presidente della Commissione nazionale antimafia. Sarebbe stata questa la condizione posta da Vito Ciancimino ai carabinieri. In cambio del suo ruolo di intermediario nella trattativa tra Stato e mafia, l'ex sindaco chiedeva una garanzia per la tutela del suo patrimonio finito sotto sequestro. «Chiese espressamente la garanzia di Violante per avere benefici nei processi in corso e nelle misure di prevenzione», ha aggiunto Massimo Ciancimino. «Violante, essendo vicino ai giudici, in qualche modo poteva garantirgli la salvezza del patrimonio». Il capitano De Donno, che secondo la procura trattava con Ciancimino insieme all'allora capo del Ros, Mario Mori, «disse che si sarebbe attivato», aggiunge Ciancimino jr., «e mi preannunciò l'uscita di un articolo su Panorama» su una perizia del professore Pietro Di Miceli sulle condizioni di salute dell'ex sindaco, che nel frattempo tentò anche di avvicinare i magistrati della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo. La deposizione di Massimo Ciancimino proseguirà lunedì 8 febbraio.
OSCURATO SITO ANTIMAFIA - Il sito internet della testata AntimafiaDuemila è stato oscurato per un attacco di hacker dalle 23 del 31 gennaio fino a lunedì sera, proprio in corrispondenza dell'annunciata diretta streaming della deposizione di Ciancimino jr., hanno denunciato i responsabili della testata.
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01/02/2010
Nuove rivelazioni di Ciancimino jr «Provenzano aveva l'immunità»
Nuove rivelazioni di Ciancimino jr «Provenzano aveva l'immunità»
Al processo Mori, parla il figlio dell'ex sindaco di Palermo. «Il boss da latitante poteva muoversi liberamente». Poi svela: «I soldi dei boss investiti su Milano 2»
| Massimo Ciancimino (Ansa) |
PALERMO - «Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo». Nuove rivelazioni di Massimo Ciancimino. Deponendo nell'aula bunker dell’Ucciardone, al processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al generale Mauro Obino, che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia, il figlio dell'ex sindaco di Palermo sostiene che suo padre era in affari con i boss di mafia Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura. «Mio padre li chiamava "i gemelli". Ricordo negli anni ’60 molte riunioni domenicale al ristorante la Scuderia a Palermo. Quando mio padre era assessore ai lavori pubblici dava indicazioni su un terreno che sarebbe diventato edificabile. Quei guadagni finivano in delle società in cui mio padre era interessato». Negli Anni Settanta poi dopo gli accertamenti della commissione antimafia Don Vito Ciancimino decide di diversificare. «Alcuni suoi amici di allora, Ciarrapico e Caltagirone e altri costruttori romani gli dicono di investire in Canada dove sono in preparazione le Olimpiadi di Montreal». Ma anche altri soldi saranno destinati a un altro progetto. «Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2». Ciancimino junior racconta in aula di aver acquisito queste informazioni sia direttamente dal padre sia attraverso la lettura di agende e documenti dello stesso genitore. Insieme avremmo dovuto fare un memoriale per questo gli chiedevo sempre chiarimenti su qualcosa che ritenevo interessante».
LA TRATTATIVA - Il figlio dell'ex sindaco è ritenuto dalla procura uno dei testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. Ciancimino ha parlato di un «accordo stabilito tra il maggio e il dicembre del 1992» grazie al quale il boss Provenzano godeva di una sorta immunità territoriale. «Mio padre mi disse - ha detto Ciancimino jr - che Bernardo Provenzano godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante, poteva muoversi liberamente». E le sue parole sull'«immunità» di Provenzano hanno un particolare peso dal momento che ai due ufficiali si contesta proprio il mancato arresto, nel '95, del boss mafioso all'epoca latitante. Secondo l'accusa proprio il blitz fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in gioco nell'accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni.
LE VISITE DEL BOSS - «Tra il '99 e il 2002 - ha raccontato Ciancimino davanti alla quarta sezione del tribunale - Provenzano venne più volte a casa nostra a Roma, vicino a piazza di Spagna. Veniva quando voleva, senza appuntamenti. Tanto mio padre era agli arresti domiciliari», ha affermato il figlio dell'ex sindaco di Palermo, aggiungendo anche che il padre gli diceva come il rischio di questi incontri fosse maggiore per lui che per Provenzano, dato che a lui avrebbero potuto revocare i domiciliari, mentre «Provenzano era garantito da un accordo». Massimo Ciancimino ha detto di essere stato in più occasioni presente alle visite del capomafia corleonese nell'appartamento romano del padre: «Alcune volte lo ricevevo e altre l'ho visto quando usciva», ha affermato.
I RAPPORTI CON LA CASSAZIONE - Ciancimino ha anche rivelato che suo padre «nel 1990 si fece annullare l'ordine di carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione». Il teste ha fatto esplicito riferimento, come autorità giudiziaria che annullò la misura, la prima sezione della Cassazione all'epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale.
ATTENTATI - Il racconto di Ciancimino prosegue. Dopo l'omicidio dell'europarlamentare Salvo Lima, nel marzo del 1992, «erano pronti progetti di morte per politici e magistrati, tra cui Grasso, Mannino e Vizzini». Lo avrebbe detto il boss Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino, durante un incontro avvenuto a fine marzo del '92 a Palermo. Il 12 marzo del 1992, quando fu ucciso Lima «ricordo che io e mio padre eravamo a Roma, mio padre mi chiamo subito e guardammo insieme il telegiornale - ha detto Ciancimino junior -. Mio padre era stato colpito dalle modalità dell'omicidio, era davvero choccato. Mio padre non ritenne opportuno tornare in quel periodo a Palermo. Tra Lima e mio padre c'era un rapporto molto affettuoso. C'era un rapporto stretto tra mio fratello Giovanni e il marito della figlia di Lima, abitavamo in due ville vicine a Mondello». Dopo la morte di Lima, a fine marzo del 1992, Vito Ciancimino avrebbe incontrato a Palermo il boss mafioso Bernardo Provenzano. Ad accompagnare l'ex sindaco di Palermo all'appuntamento con il capomafia sarebbe stato, come racconta oggi lo stesso, appunto il figlio Massimo Ciancimino. In quell'occasione Provenzano avrebbe avvertito Ciancimino che il boss mafioso Salvatore Riina si sarebbe «voluto togliere qualche sassolino dalle scarpe» e «tagliare i rami secchi».
PROVENZANO MI FECE CONDOGLIANZE - Il «signor Franco», l'uomo che Ciancimino indica come un esponente dei servizi segreti che aveva rapporti con il padre Vito Ciancimino, fece avere allo stesso Ciancimino junior le condoglianze del boss Bernardo Provenzano. «Rividi il "signor Franco" anche dopo la morte di mio padre - ha detto - In particolare, lo vidi ai funerali». «Quando lo vidi - ha detto - dopo la tumulazione, ebbi un colloquio con lui. Mi diede anche una busta contenente un messaggio di condoglianze che veniva dal signor Lo Verde (il boss Provenzano ndr). Me lo disse lui che era un messaggio che proveniva da Provenzano». «Quando arrivava - ha detto - ricordo che veniva sempre con l'auto blu». Ma alla domanda se conosce l'identità del «signor Franco», ha risposto con un secco "no". «L'ho visto tante volte, ma mio padre stesso non mi ha mai detto chi era». Alla domanda se sa se lo 007 è ancora in vita, Ciancimino ha risposto di sì.
LE INTIMIDAZIONI - Poi racconta di una presunta intimidazione dei servizi segreti: «Nel maggio del 2009 ho ricevuto la visita di un uomo dei servizio segreti, nella mia casa di Bologna, che mi ha accusato di essere venuto meno agli impegni presi e mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun beneficio». Secondo il racconto di Ciancimino i Servizi non avrebbero gradito la sua decisione di raccontare ai magistrati della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia.
Redazione online
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10/12/2009
Cosentino, la Camera dice no all'arresto
Cosentino, la Camera dice no all'arresto
Hanno votato contro il provvedimento 360 deputati, 226 i voti favorevoli. Negata l'autorizzazione chiesta dalla Procura di Napoli che indaga il sottosegretario per rapporti con la camorra
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| Il sottosegretario Nicola Cosentino (Ansa) |
ROMA - L'aula della Camera ha negato l'autorizzazione all'arresto di Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia e candidato in pectore per il Pdl alla guida della Regione Campania, accusato di rapporti con la camorra nell'inchiesta sui rifiuti. I voti contrari sono stati 360, quelli favorevoli 226. «Prendo atto che c'è stato un voto che ha oltrepassato tutti gli schieramenti, al di là della stretta maggioranza» è stato il primo commento dello stesso Cosentino. Il quale, a risultato ottenuto, dice di «non aver avuto timore del voto segreto» perchè «sapevo, visto l'appoggio che ho avuto dai colleghi, che non poteva finire che con il diniego» alla richiesta di arresto per «un provvedimento che io continuo a ritenere abnorme» e che contiene «accuse infamanti».
IL NODO DELLA CANDIDATURA -Già la giunta per le autorizzazioni aveva dato parere negativo all'arresto. Nel pomeriggio l'assemblea di Montecitorio dovrà esprimersi sulle mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni che chiedono sostanzialmente al governo di sfiduciare il sottosegretario indagato (e che nel caso improbabile fosse sfiduciato ha già annunciato le proprie dimissioni). Resta ora da vedere quale sarà la posizione dell'ala «finiana» della maggioranza, visto che lo stesso presidente della Camera aveva definito «inopportuna» la candidatura di Cosentino quale portacolori del centrodestra. Secondo alcune indiscrezioni, una volta incassata la fiducia della maggioranza attraverso il no alla Procura, Cosentino potrebbe essere disposto a fare autonomamente un passo indietro, revocando la propria candidatura alla carica di Governatore.
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04/12/2009
Spatuzza in aula: «Parlo delle stragi» Dell'Utri: mafia vuol colpire il governo
Spatuzza in aula: «Parlo delle stragi» Dell'Utri: mafia vuol colpire il governo
Il senatore pdl: «Vogliono far cadere un esecutivo che lotta contro i clan». Nel bunker di Torino il pentito che accusa Berlusconi. La difesa: «Sarà un petardo, altro che bomba atomica»
| Cineoperatori e fotografi in un'aula del tribunale di Torino (Ansa) |
TORINO - Gaspare Spatuzza entra in aula pochi minuti prima di mezzogiorno. Il pentito di mafia, protetto da due paraventi, è chiamato a deporre al processo d'appello per concorso in associazione mafiosa nei confronti di Marcello Dell'Utri (che è presente). Un intervento molto atteso, alla luce delle precedenti dichiarazioni rese da Spatuzza davanti ai pm (l'ex mafioso ha definito il senatore del Pdl e il premier, Silvio Berlusconi, come interlocutori di Cosa Nostra). I giudici hanno respinto l'istanza di revoca della testimonianza dell'ex boss. E Spatuzza ha iniziato la sua deposizione confermando di voler rispondere alle domande.
«UN PETARDO» - In precedenza, l'avvocato di Dell'Utri Nino Mormino ha affermato che le accuse di Spatuzza si riveleranno essere «un petardo», non «una bomba atomica» (un evidente riferimento alla frase pronunciata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante il fuori onda delle polemiche).
«ATTESE ECCESSIVE» - In precedenza, prima dell'avvio dell'udienza, aveva parlato il Pg della Corte d'Appello di Palermo, Antonino Gatto, secondo il quale «si sta enfatizzando troppo qualcosa che ha un certo rilievo ma non così eccessivo». «Tutto questo toglie serenità» aveva aggiunto il magistrato.
DELL'UTRI - Durante una pausa del processo, Dell'Utri ha affermato che «la mafia ha interesse a buttare giù un governo che lotta contro» i clan. «Sono dati oggettivi - ha aggiunto - c'è stato il massimo dei latitanti catturati, il massimo dei beni sequestrati, il massimo delle pene severe contro i condannati per mafia. Spatuzza è un pentito della mafia, non dell'antimafia. Ma io sono sereno. L'unica cosa che è incredibile e assurda è che mi sento come a teatro dove c'è un protagonista 'povero Marcello' ma non sono io, è un altro. Di fronte a queste accuse una persona normale o impazzisce o si spara. Io non sono normale, e non mi sparo». «I Graviano? Non li ho mai conosciuti, io non conosco nessuno» ha ribadito Dell'Utri. «Provenzano? Sta scherzando. Io conoscevo Vittorio Mangano, punto e basta». Il senatore del Pdl ha negato di avere ricevuto messaggi mafiosi: «Ma quali messaggi? Le dichiarazioni di Ciancimino mi fanno ridere...». E poi: «La mafia ha votato per noi? Che ne so, può essere; d'altronde in passato aveva votato anche per Orlando. Purtroppo non gli hanno ancora tolto il diritto di voto. Fino a quando qualcuno non gli impedisce di votare, ciò che fanno non è controllabile».
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