17/12/2009
Tata e Mahindra & Mahindra interessate a Termini Imerese
Tata e Mahindra & Mahindra interessate a Termini Imerese
Lo stabilimento Fiat in Sicilia. I due colossi indiani avrebbero avviato contatti con il Lingotto. Scajola non saprebbe nulla della trattativa
| Centinaia di operai della Fiat e delle aziende dell'indotto di Termini Imerese in corteo il 14 dicembre a Termini Imerese. (Ansa) |
PALERMO - I gruppi automobilistici indiani Tata e Mahindra & Mahindra (M&M) avrebbero mostrato interesse per lo stabilimento della Fiat di Termini Imerese. È quanto scrive il sito d'affari online Business Standard, riportando fonti vicine al ministero dello Sviluppo Economico.
CONTATTI - I due colossi indiani avrebbero manifestato la propria disponibilità a presentare un progetto di takeover e avrebbero avviato contatti con il Lingotto. Secondo Business Standard il ministro Claudio Scajola non sarebbe a conoscenza delle trattative. Il 22 dicembre la Fiat presenterà a Palazzo Chigi il piano industriale. Fim Fiom e Uilm chiedono al Lingotto il mantenimento della produzione di auto in tutti i siti industriali italiani, compreso Termini Imerese dove, secondo i piani ufficiosi del Lingotto, non saranno prodotte più auto a partire dal 2012.
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29/04/2009
Biblioteca Google, indaga l'antitrust
Biblioteca Google, indaga l'antitrust
Prorogati al 4 settembre i termini sulla class action. Dubbi del Dipartimento di giustizia sull'accordo siglato tra il colosso web e i principali editori
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| Google Ricerca Libri |
WASHNGTON - Altri quattro mesi di tempo. La giustizia statunitense ha prorogato i termini dell'accordo di transazione stipulato tra Google e i principali editori dopo la class action lanciata contro il colosso web per il servizio Book Search (Ricerca Libri). La corte federale di New York ha infatti deciso che entro il 4 settembre - e non più entro il 5 maggio - gli editori e autori (anche italiani) dovranno decidere se entrare a far parte o meno dell'intesa legata alla massiccia attività di digitalizzazione di opere letterarie (oltre 7 milioni di volumi) realizzata da Google in collaborazione con una serie di biblioteche americane.
ANTITRUST - Sull'intera vicenda, però, indaga il Dipartimento americano della Giustizia. Lo rivela il New York Times. I dubbi delle autorità riguardano le possibili violazioni delle norme antitrust legate proprio all'accordo siglato da Google e dagli editori. In particolare, si teme che l'intesa possa concedere al motore di ricerca una licenza esclusiva su moltissimi libri di cui gli autori sono sconosciuti o di cui sono sconosciuti i detentori dei diritti.
I TERMINI - L'accordo, siglato a conclusione della vertenza giudiziaria nata nel 2004 dopo le accuse lanciate a Google per la violazione del copyright delle opere, è stato presentato alla Corte del Distretto di New York (la prima udienza sarà in programma non più l'11 giugno ma il 7 ottobre) e consente la digitalizzazione delle opere e il loro utilizzo per determinati servizi sviluppati da Google. Come si legge sulle pagine di Book Search, «la causa è stata chiusa e noi lavoreremo a stretto contatto con questi partner del settore per mettere online una quantità persino maggiore dei libri presenti al mondo». L'accordo lascia comunque libertà ad autori ed editori di aderire o meno: online è possibile «rivendicare libri e inserti», per ricevere i pagamenti relativi, oppure si può rinunciare alla transazione, conservando il diritto di intentare una causa legale contro Google.
AUTORI ED EDITORI ITALIANI - Tra i libri già digitalizzati da Google perché disponibili nelle biblioteche americane ve ne sono moltissimi italiani. «Agli editori europei è stata lasciata libertà di adesione o meno all'accordo - conferma il presidente dell'Associazione Italiana Editori (AIE) Federico Motta». «Il ruolo di AIE e della Federazione degli Editori Europei (FEP)- aggiunge - è ora quello di fornire più informazioni possibili su cosa comporterà questo e sui possibili rischi di mercato che ne possono d erivare. I termini vengono dilatati. La data del 5 maggio rimane invece fissa come limite temporale per i programmi di digitalizzazione di Google non autorizzati dagli aventi diritto».
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07/04/2009
Internet: editori contro aggregatori
Internet: editori contro aggregatori
Associated Press e WSJ contro Google e gli aggregatori di notizie. Offensiva dei colossi dell’informazione contro chi si limita a riprendere le notizie senza valorizzare chi le produce
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Il copione è già visto, ma con la crisi dell'editoria, ora si ripropone con toni più drammatici e perentori: le agenzie e i quotidiani tradizionali (che investono molte risorse per la produzione di notizie originali) intendono mettere ordine nell’attuale anarchia, iniziando a punire i tanti «parassiti» (gli aggregatori e i motori di ricerca) che riprendono e distribuiscono le notizie senza offrire nulla in cambio.
AP CONTRO GLI AGGREGATORI - «Non possiamo più permetterci di stare fermi a guardare chi ci sta togliendo il lavoro senza fare nulla» ha spiegato ieri Dean Singleton, presidente di AP, una delle più grandi agenzie globali, finanziata dal New York Times e migliaia di altri quotidiani statunitensi. Singleton ha annunciato la messa a punto di strumenti più efficaci: un software che permetterà di tracciare chi utilizza illegalmente i contenuti e un motore di ricerca in grado di premiare le fonti che producono news originali. In tutto ciò si annunciano battaglie legali anche nei confronti di chi pubblica brevi estratti delle notizie e poi rimanda alla fonte originale con un link (come fa Google News). A cominciare dai tanti aggregatori che vanno alla grande negli Stati Uniti, come l'Huffington Post, The Daily Beast e Drudge Report: testate che ormai, per numero di visitatori, rivaleggiano con i grandi dell'informazione, pur limitandosi soltanto a segnalare notizie interessanti pescate qua e là in rete. Ma in questa battaglia, c’è anche un altro imputato eccellente: Google e la corazzata di aggregatori automatici, che generano guadagni pubblicitari sulle notizie senza disporre nemmeno di una redazione.
THE GUARDIAN E IL WSJ CONTRO GOOGLE - Proprio il colosso di Mountain View nei giorni scorsi è finito sotto il tiro incrociato di due colossi dell’editoria. Prima è stata la testata inglese The Guardian che, per mezzo dell'analista Henry Porter, ha definito Google una «minaccia immorale», dal momento che sta costruendo un monopolio globale senza «offrire alcuna alternativa a chi crea i contenuti». Poi è arrivato il pesante affondo del manager del Wall Street Journal Robert Thomson che in una recente intervista ha parlato di Google come un «parassita, un verme solitario nell’intestino di Internet». Il motivo? «Non è sufficiente la teoria del traffico indirizzato verso i siti originali, quando la logica alla base di Google è all'insegna della promiscuità di fonti. La maggior parte degli utenti non sempre associa un contenuto con il suo creatore». Di recente lo stesso Rupert Murdoch, il magnate dell’editoria che con News Corp. controlla il WSJ, aveva messo in guardia: «Presto cambierà il modello secondo cui le notizie online sono gratuite». Rispetto alle tante minacce del passato c’è ora una novità: i colossi dell’informazione stanno dando vita ad un fronte comune. Ma non è detto che basti per vincere la battaglia contro «Google e i suoi fratelli» che nel frattempo hanno abituato gli utenti a leggere le notizie online gratuitamente e da più fonti.
Nicola Bruno
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