07/02/2012

Gas, la rete delle riserve sotterranee quanto costa gestire l'emergenza. Ecco di chi è la colpa se restiamo al freddo

Gas, la rete delle riserve sotterranee quanto costa gestire l'emergenza. Ecco di chi è la colpa se restiamo al freddo

Nella crisi russo-ucraina del 2006 il conto fu di 400 milioni di euro. L'Italia e la dipendenza storica: importata il 90% dell'energia. Petrolio e gas coprono quasi l'80% del fabbisogno. I "no" delle Regioni a gasdotti e rigassificatori ci condannano alla dipendenza.

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04/11/2011

Acquista una pagina sul Corriere: «Italiani, compriamoci il debito!»

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LA CRISI, IL RISPARMIO. L'appello a pagamento di un cinquantenne di Pistoia: «Acquistare Btp e Bot l'unico modo per tornare grandi»

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18/05/2010

Processo Eternit: «A Rubiera si moriva e si dava colpa al fumo»

Processo Eternit: «A Rubiera si moriva e si dava colpa al fumo»

L'UDIENZA. Nella cittadina emiliana 60 i morti secondo la procura. A Torino parlano gli operai: «Impossibili le maschere»


Alcuni ex dipendenti al processo
Alcuni ex dipendenti al processo
TORINO - «L'amianto veniva portato in sacchi di tela che aprivamo con il coltello». A Rubiera, comune di 14.507 abitanti della provincia di Reggio Emilia) la gente moriva. Ma si dava la colpa al fumo. Lo racconta al maxiprocesso Eternit, in corso al tribunale di Torino Natale Corradini, operaio in pensione dello stabilimento Eternit di Rubiera. «La gente si ammalava, prendeva l'asbestosi e il cancro. E non erano mica pochi. Si dava la colpa al fumare, poi si è capito che forse la causa poteva essere quella lì, quella dell'amianto. Ma dai padroni di informazioni non ne abbiamo mai avute». Nella cittadina in provincia di Reggio Emilia la multinazionale dell'amianto aveva aperto, nel 1961, una delle filiali italiane, e gli effetti dell'esposizione al minerale hanno provocato, secondo le stime della procura, gravissime patologie - quasi tutte con esito mortale - a una sessantina di lavoratori e residenti.

IL VECCHIO OPERAIO - Corradini ha lavorato a Rubiera dal 1970 al 1987. «Nessuno mi ha mai detto che l'amianto era pericoloso. Ne parlavamo tra di noi. Ma l'azienda non ce lo diceva mica. E bisognava lavorare». A Torino, al maxiprocesso per i morti e i malati provocati dall'amianto, parlano e raccontano i vecchi operai, ancora vivi. «I frammenti più grossi li spezzavamo con la pala. C'erano gli aspiratori che però non riuscivano ad aspirare tutto».

MASCHERINE IMPORTABILI - Dopo aver ascoltato i testimoni relativi agli stabilimenti piemontesi di Casale Monferrato e Cavagnolo, si ora aperta la parte relativa allo stabilimento della città emiliana, dove sarebbero stati una sessantina ammalati e deceduti per le patologie legate alla lavorazione della fibra, come asbestosi e tumori. «L'azienda sapeva che l'amianto faceva male - ha detto ancora Corradini - perché c'erano i malati». L'ex dipendente ha raccontato le difficoltà a indossare le mascherine per proteggersi dalla polvere: «Mettevamo le mascherine, ma dopo un po' le toglievamo perché non si riusciva a resistere con una temperatura 35-40° e le mascherine sulla faccia».

INERTE - L'azienda non forniva molte informazioni. Ennio Lusuaghi, ex collega più giovane, aggiunge. «Diceva che l'amianto era inerte e non faceva male. Tra noi operai, naturalmente, se ne parlava. Dal canto mio l'unica cosa che sapevo era che poteva provocare l'asbestosi. ». Poi, sollecitato da un avvocato difensore, ha precisato che un direttore di stabilimento lo avvertì che «quello era un ambiente di lavoro a rischio», senza comunque scendere in dettagli.

A NORMA DI LEGGE - Sia Corradini che Lusuaghi hanno riferito che ancora nei primi anni Settanta si trattava l'amianto blu, considerato il più pericoloso. «Poi, piano piano, la ditta ha smesso. Qualcuno doveva averglielo detto in un orecchio ...». Quanto alle condizioni di lavoro, il primo particolare che è venuto alla mente è la polvere. «L'azienda - ha sottolineato Lusuaghi - diceva che era tutto a norma di legge». «I sistemi di aerazione», racconta ancora l'nziano operaio «dicevano che li avrebbero messi quando potevano: solo che non potevano mai ...». Quanto agli indumenti di lavoro, venivano lavati a casa dalle mogli: «Tante volte - ha detto Corradini - abbiamo provato a chiedere che ci pensasse l'azienda, non ci siamo mai riusciti».

PREVENZIONE - I due operai hanno anche parlato della sorveglianza sanitaria sui dipendenti: «C'erano visite mediche, facevamo i raggi X». «La gente si ammalava - ha concluso Corradini - ma non si poteva andare in mutua perchè si veniva messi da parte. Io ebbi un infarto, al rientro mi spostarono di reparto e, dopo un anno, mi dissero che se volevo potevo andare in pensione. I colleghi che preferivano restare pensione finivano a fare lavori molto pesanti. Io in pensione ci sono andato. E sono ancora vivo».

L'ACCUSA E LA DIFESA - Per la prossima udienza è stato convocato come testimone il presidente della Regione Emilia Romagna. La procura di Torino contesta a due imputati, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Jean-Marie Louis de Cartier de Marchienne, il reato di disastro doloso in relazione a oltre 3 mila vittime dell'amianto nelle città italiane in cui erano presenti gli stabilimenti Eternit di cui sono stati responsabili a partire dal 1952 (Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli). I due imputati sono stati chiamati a giudizio in qualità, secondo l'accusa, «di effettivi responsabili della gestione della società Eternit Spa esercente gli stabilimenti di lavorazione dell'amianto siti in Cavagnolo, Casale Monferrato, Rubiera». Accuse repinte dalle difese. I legali di Louis De Cartier obiettano che il loro assistito «non ha mai ricoperto alcuna carica esecutiva in Eternit Genova e non è mai intervenuto operativamente nella gestione della società. Cartier è stato membro, senza deleghe, del Consiglio di Amministrazione di Eternit Genova per un breve periodo di tempo, all'inizio degli anni '70, e non è mai stato responsabile della gestione di Eternit Genova».

Redazione online

 


09/10/2009

Lo zoo non può permettersi le zebre Così dipinge due asini di bianco e nero

Lo zoo non può permettersi le zebre Così dipinge due asini di bianco e nero

 

Ma un parco safari di Tel Aviv: «Vi mandiamo noi due esemplari non contraffatti». Lo stratagemma del direttore del giardino zoologico di Gaza. Che si giustifica: tutta colpa dell'embargo

 

Uno degli asini dipinti da zebra allo zoo di Gaza (Reuters)
Uno degli asini dipinti da zebra allo zoo di Gaza (Reuters)

GAZA - Abituati a sopravvivere tra mille difficoltà i residenti della Striscia di Gaza non potendosi permettere una coppia di vere zebre per il loro mini-zoo hanno fatto di necessità virtù e hanno dipinto due asini.

CONFINI BLOCCATI - Il colpo di genio è opera di Nidal Barghouthi, figlio del proprietario del Marah Land Zoo costretto a fare i conti con un conflitto (l'offensiva israeliana «Piombo fuso») che lo scorso gennaio ha decimato gli animali. Non solo. Con un embargo che gli impedisce di importare nella Striscia di Gaza nuovi animali, per far passare attraverso i tunnel una sola zebra gli avevano chiesto 40.000 dollari. Secondo il quotidiano Yediot Ahronot, i gravi danni provocati quest'anno a Gaza dalla operazione «Piombo fuso» non hanno risparmiato il modesto zoo Zaitun, dove ormai restano in prevalenza cani e gatti e dove una delle attrazioni maggiori sono appunto «gli asini a strisce».

STRISCE BIANCONERE - Barghouthi a colpi di rasoio ha prima depilato i due asini e poi li ha dipinte a strisce bianconere. «Volevamo solo portare allegria e gioia ai bambini che sono venuti a visitare lo zoo durante la festa dell Eid al-Fitr» che segna la fine del Ramadan, ha spiegato il ragazzo.

(Reuters)


«VE NE DIAMO NOI DUE VERE» - La notizia delle zebre contraffatte è arrivata però alle orecchie del sindaco di Ramat Gan, cittadina nei dintorni di Tel Aviv, in Israele, che ha invitato i responsabili del locale parco safariad un gesto di solidarietà animalesca, chiedendo loro di inviare al più presto al piccolo zoo di Gaza due zebre «autentiche». Non sono dunque rimasti insensibili alla notizia, riportata con enfasi dalla stampa israeliana, dei bambini palestinesi costretti per penuria di risorse ad ammirare solo animali «contraffatti». Ma la operazione potrebbe non essere semplice perchè dovrà essere approvata adesso non solo dalle autorità veterinarie, ma anche dal ministero della difesa, dall'esercito israeliano nonchè dai responsabili di Gaza: ossia dai dirigenti di Hamas.