07/12/2011

Il commerciante tradito dalle lire sotto il materasso

Il commerciante tradito dalle lire sotto il materasso

Genova, corre in banca a cambiare 720 milioni. Gli cade una pistola anti-rapinatori: arrestato

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04/06/2010

Lo strano paradosso del Parmigiano Quando la qualità non aiuta i conti

Lo strano paradosso del Parmigiano Quando la qualità non aiuta i conti

Made in Italy | Chiudono i piccoli caseifici. Derby con il Grana. «Modello superato». E ora punta sulla Cina

 

Il 'caveau' del credito emiliano dove si depositano le forme di Parmigiano (Ap)
Il "caveau" del credito emiliano dove si depositano le forme di Parmigiano (Ap)

Protagonisti del racconto un giovane storico e un coetaneo avvocato, entrambi di Parma, che si recano negli States per sventare una manovra degli yankee per appropriarsi del prestigioso marchio del Parmigiano Reggiano. I nostri eroi riescono nell’intento replicando quanto realmente accaduto nel 1896, quando i lodigiani volevano appropriarsi della preziosa denominazione e furono sconfitti grazie a un tal Carlo Rognoni che vergò un inoppugnabile «Per la storia del formaggio grana». I dilemmi del made in Italy sono dunque sbarcati nella letteratura di tendenza, autore del racconto è infatti Wu Ming, il collettivo di giovani che agisce sotto pseudonimo e che è riuscito a rendere l’atmosfera di un microcosmo, quello del Parmigiano, in bilico tra tradizione e modernità. Non è un caso, infatti, che nonostante le vendite abbiano retto alla Grande Crisi, si susseguano in Emilia convegni e tavole rotonde sul futuro del prezioso formaggio. Il Parmigiano è diventato materia da think tank perché c’è la sensazione di essere arrivati al capolinea, «alla fine di un modello produttivo basato su una realtà che nel frattempo è profondamente mutata» spiega Filippo Arfini, professore all’università di Parma e studioso del settore agro-alimentare.

La leggenda che si tramanda tra Reggio e Parma narra di agricoltori, casari e stagionatori che si passano religiosamente le regole del gioco e che si attengono scrupolosamente agli standard di qualità. Ma ora i piccoli caseifici chiudono, in 15 anni infatti sono passati da 600 a 400 e le previsioni dicono che potranno fermarsene a breve altri 70 nella sola provincia di Parma. In zona anche gli agricoltori che producono il latte per il formaggio segnano il passo, tra il 2006 e il 2008 hanno chiuso in 150. I casari, in alcune realtà, continuano ad essere lavoratori cottimisti e spesso gli stessi caseifici di tipo cooperativo seguono la sola strategia di trasformazione del latte «da liquido a solido» perdendo il valore aggiunto della qualità e non seguendo il formaggio nel percorso commerciale. Produrre Parmigiano Reggiano, nonostante prestigio e notorietà del marchio, non equivale a usufruire di una rendita di posizione, tutt’altro. Sarà perché i caseifici sono mono-prodotto e perché devono affrontare una stagionatura di 24 mesi che comporta pesanti oneri finanziari, non è un Bengodi. In tanti preferiscono vendere a metà percorso a grossisti-stagionatori che a loro volta non potrebbero vivere solo di questo lavoro e quindi in diversi casi sono produttori anche di Grana Padano, il formaggio diretto concorrente. I critici parlano di un evidente conflitto di interesse perché i padanisti giocano con una doppia casacca e non sono votati alla religione del Parmigiano. Altri sostengono invece che bisogna lasciarsi il passato alle spalle e guardare più che alla sopravvivenza delle singole aziende a una nuova organizzazione della filiera. Per Corrado Giacomini, docente a Parma e relatore di molti convegni, la ristrutturazione in corso è tutt’altro che negativa e ha già permesso la nascita di aziende più strutturate. È il caso di Parmareggio - che fa capo alle Coop rosse - arrivata a controllare il 20% del mercato del Parmigiano e abile al punto da sviluppare un suo brand da abbinare a quello collettivo del Consorzio.

La rivalità tra Parmigiano e Grana Padano è crescente e assume i toni del derby. Da una parte c’è una tradizione di 900 anni, dall’altra la spregiudicatezza e l’innovazione di un prodotto meno blasonato che però ha saputo in pochi anni rubare spazio ai più titolati cugini. Il Grana - che alla produzione costa all’incirca 3 euro in meno al kilo - occupa il 57,7% del mercato dei formaggi duri lasciando il Parmigiano a quota 31,4% (dati 2009). Ce n’è abbastanza perché a Parma suonino le trombe contro la padanizzazione e in questo caso non è l’avanzata della Lega Nord in Emilia a preoccupare i big del Consorzio, bensì l’aggressività commerciale del Grana Padano. «Noi diamo alle mucche solo foraggio locale mentre loro usano additivi» dicono a mezza bocca i signori del Parmigiano. E si spingono fino a dotte disquisizioni sulla biologia del rumine, che vista da qui appare una scienza esatta. I caseifici del Grana, in verità, hanno il vantaggio di non essere mono-prodotto, producono provolone se operano in Lombardia e Asiago se lavorano in Veneto e il mix permette loro di mettersi al riparo dalle fluttuazioni dei prezzi e compensarle tra un prodotto e l’altro. A questo punto l’idea che il modello di business del Parmigiano debba essere rivisitato si sta facendo strada. Del resto è come avere a disposizione una Ferrari, obbligarla a viaggiare a 100 chilometri all’ora e magari venderla accanto a delle utilitarie. Il rischio, che esperti come Giacomini sottolineano, è di trattare il Parmigiano non come un prodotto di eccellenza ma come una commodity a qualità indifferenziata, insomma una merce qualsiasi. E stiamo comunque parlando di uno dei mercati meno trasparenti del mondo, il formaggio si vende a partita e il primo che compra fa il prezzo per tutti.

Per reagire gli uomini del Consorzio hanno alzato l’asticella della qualità dando la possibilità ai produttori di riconoscere un prodotto ancor più stagionato, da 24 a 30 mesi, segnalato con un bollino colorato. La novità ovviamente è stata salutata con grande favore dagli aficionados emiliani ma non è detto che consenta lo sfondamento commerciale, tutt’al più fidelizzerà chi già crede. Così si battono altre strade. Quando si cominciarono a vendere nei supermarket le confezioni di Parmigiano grattugiato (e non intero) in tanti la considerarono una bestemmia, ma poi la novità è stata ruminata e le mosse successive sono state altrettanto innovative. Si è arrivati persino a un accordo con Mc Donald’s per mettere Parmigiano nell’insalata, una scelta che per i tradizionalisti è come per gli americani andare a braccetto con Bin Laden. Altri accordi sono previsti con singoli produttori per sfornare tortelli al Parmigiano Reggiano o creme al sapore del Re dei formaggi. Che in zona la dialettica tra modernisti e tradizionalisti sia destinata a perpetuarsi lo testimoniano le parole di Andrea Zanlari, presidente della Camera di Commercio di Parma. «Da un lato è bene sondare nuove strategie e nuovi canali di vendita, dall’altro occorre rivolgere lo sguardo alla grande tradizione millenaria: è veramente il caso di svenderla?». L’avversario comunque è la grande distribuzione che, lamenta Zanlari, tratta il Parmigiano come «un prodotto civetta, basato su un rapporto quantità-prezzo che finisce per richiedere quantitativi sempre maggiori e costringe i produttori a una corsa al ribasso».

L’arma segreta per sconfiggere concorrenti e commercianti infedeli sarebbe la pubblicità comparativa, i parmigianisti sognano uno spot in cui poter dimostrare le differenze con il Grana, ma purtroppo non si può, la comparativa tra prodotti Dop è vietata. È vero che nei primi mesi del 2010 le vendite negli Usa - forse per l’euro in calo e i sussidi all’esportazione targati Ue - sono segnalate in crescita e già il 27% dei ricavi del Parmigiano sono fatti all’estero ma visto che assai difficile che i consumi interni salgano, la scommessa è di guadagnare punti ancora sulle esportazioni e insieme allo Studio Ambrosetti «stiamo valutando un progetto Cina, uno studio sulle potenzialità del mercato e le caratteristiche del consumatore cinese, uno studio da mettere a disposizione degli esportatori» anticipa Paolo Bandini, presidente della sezione di Parma del Consorzio. Del resto a tutti piacerebbe un Parmigiano poco industrializzato e molto naturale, ma come si fa a reggere l’urto della concorrenza e non perdere la primogenitura? La ricetta di Arfini sa di buon senso: «Bisognerebbe fare uno scatto in avanti e segmentare il prodotto in maniera da raggiungere target diversi di consumatori, ognuno con la formula giusta. Del resto quella che esistano 3 milioni di forme tutte, proprio tutte uguali è una favola».

Dario Di Vico


27/05/2010

Scoperta maxi-evasione nel Comasco

Scoperta maxi-evasione nel Comasco

Introiti dal mercato italiano: evasi 112 milioni di euro. Denunciato l'amministratore di due società con sede in Svizzera operanti nel commercio all'ingrosso di tessuti

 

MILANO - Un'evasione di oltre 112 milioni di euro è stata scoperta dai militari della Guardia di Finanza di Olgiate Comasco al termine di verifiche fiscali condotte nei confronti di due società con sede in Svizzera, operanti nel commercio all'ingrosso di tessuti e abbigliamento.

DENUNCIATO L'AMMINISTRATORE UNICO - L'amministratore unico delle due società è stato denunciato alla magistratura comasca per l'omessa dichiarazione di redditi prodotti in Italia. Le società - informa una nota - di fatto traevano dal mercato italiano la maggior parte dei propri introiti operando attraverso un proprio direttore commerciale che costantemente si recava in Italia al fine di acquisire ordinativi da molteplici aziende con sedi in diverse province, tra cui Roma, Napoli, Parma, Torino, Piacenza, Bergamo e Rimini. Nel frattempo il direttore delle società, residente in Italia, espletava sul territorio nazionale funzioni amministrative/gestionali tra cui lo sdoganamento della merce venduta, il trasporto al cliente finale ed i rapporti con le banche.

LE INDAGINI - Le attività ispettive sono iniziate una segnalazione di un altro Reparto del Corpo, cui è seguita un'attività d'intelligence posta in essere attraverso il raccordo informativo con organismi esteri, la consultazione di banche dati e le verifiche sugli apparecchi telepass montati sulle autovetture riconducibili alle società elvetiche ed utilizzate dal responsabile commerciale, ha fornito tutti i passaggi ai caselli autostradali nazionali. Ciò, oltre ad altri riscontri, ha permesso di rilevare una presenza «abituale» del direttore nel territorio italiano al punto da attribuirgli la figura di «stabile organizzazione personale» riconducibile alle società svizzere le quali, di conseguenza, in base alla normativa fiscale italiana, assumono l'obbligo di presentazione anche della dichiarazione dei redditi.

Redazione online


25/03/2010

Allarme per i biberon al bisfenolo: i senatori francesi vietano la vendita

Allarme per i biberon al bisfenolo: i senatori francesi vietano la vendita

 

La molecola causa danni al sistema neuronale è cancerogena e provoca sterilità. Già vietato il commercio in Canada nei contenitori per bebé

 

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PARIGI - Il Senato francese ha approvato una proposta del gruppo Rdse per sospendere la commercializzazione di biberon costruiti con "bisfenolo A". La proposta di legge mirava inizialmente al divieto di questa molecola in tutte le plastiche alimentari. Ma, come spiega oggi "Le Monde" on line, s'è preferito ripiegare per un divieto minore, limitato ai biberon.

Il ministro della slaute Roselyne Bachelot ha invitato alla prudenza: «Dobbiamo fondare le nostre decisioni su degli elementi oggettivi»; e ha spiegato che il suo dicastero sta studiando la possibilità di modificare i limiti consentiti di migrazione del bisfenolo a nei cibi, oggi fissato a 0,6 microgrammi per chilo di alimenti. Ha anche sottolineato che si possono minimizzare i rischi evitando di scaldare i contenitori in plastica.


Rispondendo alle sollecitazioni dell'agenzia americana per la sicurezza degli alimenti e dei farmaci (Fda), gli industriali americani non utilizzeranno più questa molecola nei recipienti di alimenti per bebé, e molti comuni vietano la vendita nei loro territori di biberon al bisfenolo, come a Parigi o a Bésançon.


Le autorità canadesi hanno vietato questa molecola nei biberon. Sospettato di essere dannoso per la salute fin dagli Anni Trenta, il bisfenolo a è accusato di alterare il corretto sviluppo cerebrale dei bambini, di causare malattie dello sviluppo sessuale e sterilità nei maschi. E' usato per produrre plastiche di particolare durezza e resistenza. Ad alte dosi ha effetti cancerogeni e neurotossici: altera l'attività dell'apparato endocrino inibendo l'azione degli estrogeni sulla crescita neuronale, ha effetti nocivi sul cuore, la prostata e la mammella.


07/01/2010

Dopo le figurine, sequestrata anche la gelatina puzzolente Skifidol slime

Dopo le figurine, sequestrata anche la gelatina puzzolente Skifidol slime

 

Può creare gravi danni alle vie respiratorie se ingerita o inalata. Il provvedimento del ministero della Salute sollecitato dalla Procura della Repubblica di Modica

 

Gli Skifidol slime
Gli Skifidol slime

MODICA (Ragusa) – Non si può rimuovere con pinze o uncini chirurgici ed è trasparente al punto da risultare invisibile alle radiografie, ma può creare gravi danni alle vie respiratorie. Per questo motivo va immediatamente ritirata dal mercato. Linea dura del ministero della Salute che ha ordinato ai carabinieri del Nas di sequestrare su tutto il territorio nazionale i barattolini della gelatina puzzolente Skifidol slime. Uno dei prodotti distribuiti in Italia dalla Gedis edicola di Milano che basano il loro successo tra i bambini proprio sull’odore ributtante.

SKIFIDOL - Già nel marzo scorso analoga sorte era toccata, ma solo in Piemonte, alle figurine skifidol che sprigionano odori nauseabondi come vomito, escrementi e uova marce nel momento in cui vengono grattate. In quel caso l’allarme era scattato dopo che gli alunni di una scuola elementare di Torino avevano accusato malessere e bruciori agli occhi, inducendo il pm Raffaele Guariniello a disporre il sequestro cautelativo delle figurine incriminate. Ora è il turno della gelatina denominata Skifidol slime, che non preoccupa tanto per la sua tossicità quanto per la possibilità, se ingerita o inalata, di creare gravi danni alle mucose nasali e alle prime vie respiratorie. Il provvedimento del ministero della Salute è stato sollecitato dalla Procura della Repubblica di Modica che si è appellata al Codice del consumo del 2005. Circa un anno fa la Guardia di finanza di Pozzallo, sempre in provincia di Ragusa, aveva avviato un’indagine sulla gelatina puzzolente e trasmesso gli atti alla Procura di Modica che aveva chiesto una perizia per accertarne il grado di pericolosità. I consulenti hanno stabilito che «il prodotto si può rompere in piccoli pezzi che è molto facile ingerire o introdurre nel naso». In quel caso «c’è il pericolo di gravi danni alle vie respiratorie in quanto la rimozione della gelatina è molto difficoltosa perché non è afferrabile con pinze o uncini e potrebbe dunque provocare un’insufficienza respiratoria di non facile risoluzione». Oltre al fatto che «la sostanza è poco visibile anche con esame radiologico».

RISCHI - Il procuratore di Modica Francesco Puleio aveva già chiesto il sequestro penale dello Skifidol slime. Ma la richiesta era stata respinta dal Gip che ha ritenuto l’avvertenza sul barattolo che il prodotto non può essere utilizzato da bambini di età inferiore ai 3 anni sufficiente a tutelare i piccoli consumatori. Nonostante ciò la Procura non si è arresa e ha fatto appello alle norme del Codice del consumo sollecitando l’intervento del ministero della Salute che alcuni giorni fa ha disposto un sequestro di tipo amministrativo. Le spese per il ritiro e la distruzione della gelatina puzzolente saranno a carico delle ditte che importano e commercializzano il prodotto. Inoltre per i barattoli già acquistati, il ministero ha previsto che «si provveda al richiamo avvisando inoltre i consumatori sul grave rischio connesso all’inalazione o ingestione mediante cartellonistica o altri metodi ritenuti efficaci».

Alfio Sciacca


22/05/2009

Somalia: la Maestrale si scontra con i pirati e cattura un gruppo di 9 bucanieri

Somalia: la Maestrale si scontra con i pirati e cattura un gruppo di 9 bucanieri

 

I somali ora sono prigionieri a bordo della nave della nostra marina militare. Un elicottero della fregata salva un mercantile caraibico poi ingaggia un conflitto a fuoco con i corsari

 

La fregata italiana Maestrale (Ansa)
La fregata italiana Maestrale (Ansa)

 

 

 

 

 

 

MILANO - L'equipaggio della fregata italiana Maestrale della marina militare ha catturato un gruppo composto da 9 pirati somali al termine di un conflitto a fuoco al largo delle coste della Somalia.

CONFLITTO A FUOCO - La Maestrale, impiegata nella missione europea antipirateria Atalanta, è intervenuta inviando un elicottero per sventare un attacco dei pirati nel golfo di Aden contro la «Maria K.» una nave cargo battente bandiera di Saint Vincent e Grenadine (Caraibi). I nostri marinai a bordo dell'elicottero hanno prima impedito l'abbordaggio al mercantile, poi ingaggiato un conflitto a fuoco con i pirati costringendoli alla resa. Attualmente i bucanieri sono prigionieri a bordo della fregata Maestrale in attesa di sapere dove verranno portati per il processo: se in Italia o in un altro Paese. E' la prima volta che una nave della Marina italiana cattura un gruppo di pirati somali.


29/04/2009

Mercantile italiano sfugge ai pirati

Mercantile italiano sfugge ai pirati

 

Nuovo assalto a circa 300 miglia a sud di Mogadiscio. La nave è stata avvicinata da un barchino ma è riuscita a sventare l'attacco con delle manovre diversive

 

La Jolly Smeraldo
La Jolly Smeraldo

ROMA - Dopo l'attacco fallito nei giorni scorsi alla nave da crociera Melody della Msc Crociere, anche un mercantile italiano, il Jolly Smeraldo, della Compagnia Messina di navigazione, è sfuggito a un attacco di pirati mentre si trovava 300 miglia a sud-est di Mogadiscio. La nave è stata avvicinata da un barchino con sette persone a bordo ma è riuscita a sventare l'attacco con delle manovre diversive. A bordo ci sono 15 italiani; gli altri nove sono dell'est europeo. Lo hanno confermato fonti della compagnia, che hanno anche precisato che i marinai hanno già potuto comunicare con le proprie famiglie e tranquillizzarle. Il comandante della portacontainer è Domenico Scotto Di Perta, di Procida (Napoli). La Jolly Smeraldo, una portacontainer ro-ro da circa tremila tonnellate, era partita da Mombasa, in Kenya, ed è diretta a Jeddah, in Arabia Saudita, dove è attesa il 6 maggio prossimo. Il 15 maggio rientrerà a Genova.

I PIRATI HANNO SPARATO - I pirati hanno anche sparato colpi d'arma da fuoco contro la nave, ma non ci sono stati feriti tra i 24 componenti dell'equipaggio. È quanto si apprende dal Comando generale delle Capitanerie di Porto, che ha ricevuto l'allarme.

IL COMANDANTE: «MOMENTI DI PAURA» - «Abbiamo avuto paura, certo, ma siamo riusciti a metterci in salvo» ha spiegato il comandante Domenico Scotto Di Perta. L'equipaggio ha individuato sul radar un barchino in una zona. I pirati sono poi arrivati a una distanza di meno di 100 metri, ben visibili: «abbiamo aumentato la velocità e azionato le manichette antincendio come deterrente a un eventuale abbordaggio». Il barchino ha iniziato l'inseguimento, «correvano veloci, ci hanno sparato addosso senza procurare danni alla nave. Poi, quando hanno visto la nostra tenacia hanno lasciato stare. Sono stati quindici minuti molto difficili ma l'equipaggio ha risposto in maniera eccellente».


24/04/2009

Buccaneer, ultimatum dei pirati: riscatto entro 72 ore o uccidiamo i marinai italiani

Buccaneer, ultimatum dei pirati: riscatto entro 72 ore o uccidiamo i marinai italiani

 

Sono 16 i marinai nelle mani dei corsari. Entro lunedì i pirati somali vogliono che si avvii una trattativa concreta. Appello dei familiari a Berlusconi

 

La Buccaneer (Ap)
La Buccaneer (Ap)

MILANO - Le trattative sarebbero state avviate da tempo, ma oggi si è arrivati comunque all'ultimatum. I sequestratori della nave Buccaneer hanno infatti lanciato un ultimatum di 72 ore, a partire da oggi, per avviare una trattativa concreta pena l'uccisione dei 16 marinai. Lo hanno riferito i familiari di due degli ostaggi che hanno potuto parlare con loro giovedì sera.

MOMENTI DI ANGOSCIA - Si vivono quindi momenti di angoscia a casa di Vincenzo Montella e Giovanni Vollaro, i due marittimi di Torre del Greco (Napoli) imbarcati sul Buccaneer, il rimorchiatore sequestrato dai pirati in Somalia lo scorso 11 aprile. Secondo quanto riferiscono le famiglie dei due marittimi, sequestrati insieme agli altri 14 membri dell'equipaggio (otto dei quali italiani), Montella e Vollaro hanno telefonato giovedì sera e hanno parlato con i rispettivi padri, ai quali hanno detto che i sequestratori hanno fornito loro un ultimatum di 72 ore a partire da oggi per avviare una trattativa per il rilascio degli ostaggi. In caso contrario - sempre secondo quanto riferiscono i familiari di Montella e Vollaro - procederanno all'uccisione dei 16 marinai.

APPELLO A BERLUSCONI - Le famiglie dei marittimi torresi sono in ansia: «Chiediamo il massimo interessamento da parte del governo - dicono Mariarca, compagna di Giovanni Vollaro, e Francesca, sposata con Vincenzo Montella - e che Berlusconi faccia tutti i passi possibili per giungere alla liberazione degli ostaggi in mano ai pirati somali». Giovanni Vollaro ha un figlio di 6 anni, mentre Vincenzo Montella ha due bambini piccoli: «I nostri figli - proseguono le donne - sono in forte apprensione. Abbiamo provato a tenere lontana la nostra angoscia, ma è ovvio che capiscono che la nostra vita è cambiata dopo l'11 aprile». Anche la chiesa si è interessata alla vicenda dei due marittimi. Sabato sera nella basilica di Santa Croce è in programma una celebrazione eucaristica: «Pregheremo per i marittimi in mano ai sequestratori - fa sapere don Giosuè Lombardo, parroco di Santa Croce -. Sugli sviluppi della vicenda abbiamo informato immediatamente anche l'arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, chiedendo che sia interessato anche Papa Benedetto XVI. Sono ore di estrema tensione ed è giusto non lasciare nulla di intentato per arrivare alla liberazione degli ostaggi».


11/04/2009

Nave sequestrata dai pirati A bordo ci sono 10 italiani

Nave sequestrata dai pirati A bordo ci sono 10 italiani

 

In totale ci sono 16 persone di equipaggio. Un rimorchiatore di proprietà Usa ma battente bandiera italiana è stato abbordato nel Golfo di Aden

 

Imbarcazioni di pirati nel golfo di Aden (Ap)
Imbarcazioni di pirati nel golfo di Aden (Ap)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ADEN - Dieci marinai italiani sono finiti nelle mani dei pirati del Golfo di Aden. Erano infatti a bordo di un rimorchiatore di proprietà statunitense e battente bandiera italiana, ma gestito da una compagnia degli Emirati Arabi Uniti, che è stato sequestrato dai pirati nel Golfo di Aden. Lo hanno reso noto autorità marittime regionali, precisando che a bordo vi sono 16 uomini, che non sono in possesso di armi e starebbero bene.

LA TESTIMONIANZA - Il tenente Sergio Carvalho, a bordo della nave da guerra Corte - Real, ha detto che il rimorchiatore ha inviato una chiamata di soccorso prima che le comunicazioni si interrompessero sei minuti dopo. L'ufficiale si è limitato a confermare la presenza di italiani a bordo, ma non l'abbordaggio, riferito invece da una organizzazione per il monitoraggio degli atti di pirateria.


04/03/2009

A febbraio la cassa integrazione nell'industria è cresciuta del 553,17%

A febbraio la cassa integrazione nell'industria è cresciuta del 553,17%

 

Secondo gli ultimi dati forniti dall'Inps. Trend di forte crescita già registrato a novembre e dicembre scorsi dopo la frenata a gennaio

 

 

(Afp)
(Afp)

ROMA - Riparte la corsa alla cassa integrazione nel mese di febbraio. Dopo i deboli segnali di frenata, a gennaio, nell'aumento di ore autorizzate, i dati del mese scorso ripropongono il trend di forte crescita già registrato a novembre e dicembre scorsi. In particolare, quella ordinaria nell'industria mostra un «boom» del 553,17%. Sono questi gli ultimi dati forniti dall'Inps.

INDUSTRIA - In particolare, tra gestione industria (ordinaria e straordinaria) ed edilizia nel febbraio 2009 le ore autorizzate sono state 42,5 milioni, cioè il 169,7% in più rispetto al febbraio 2008. Se si confronta il primo bimestre (gennaio più febbraio) 2009 con l'analogo periodo dello scorso anno l'incremento di ore autorizzate è stato del 131,7% (per un totale di 72 milioni di ore). Scomponendo il dato emerge l'aumento eccezionale del ricorso alla cassa integrazione ordinaria (gestione industria): nel mese di febbraio appena passato sono state autorizzate 25,9 milioni di ore, contro le 3,9 milioni di ore dello stesso mese dello scorso anno, con un incremento del 553,17%. Se si fa il confronto sul primo bimestre dell'anno l'incremento sullo stesso periodo del 2008 è del 443,26%.

LA CIG STRAORDINARIA - Più contenuto l'aumento della cassa integrazione straordinaria (gestione industria): sempre a febbraio sono state autorizzate 12,8 milioni di ore, contro le 8,9 del febbraio 2008, con un incremento del 44,8% che spalmato sul primo bimestre dell'anno diventa +26,65% (22,5 milioni di ore di cigs nei primi due mesi dell'anno, contro i 17,8 milioni del gennaio-febbraio 2008). Si accentua l'incremento di ore autorizzate anche nel settore edilizia, fino allo scorso mese in linea rispetto all'anno precedente. Si è passati dai 2,9 milioni di ore del febbraio 2008 ai 3,8 milioni del febbraio 2009, con un aumento del 29,45%: nel bimestre si è passati da 5,3 milioni del 2008 a 6,2 milioni nel 2009, l'incremento in questo caso è stato del 17,25%.