03/04/2012
Uccisa in strada con una stilettata al cuore, fermato l'ex compagno che la molestava
Uccisa in strada con una stilettata al cuore, fermato l'ex compagno che la molestavaLa donna, madre di tre figli, aveva denunciato il 55enne per stalking. C'è un fermo per l'omicidio di Antonia Bianco. Si era pensato a un malore, poi la scoperta della minuscola ferita
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12/01/2011
Dramma della gelosia, ex carabiniere uccide due persone e poi si suicida
Dramma della gelosia, ex carabiniere uccide due persone e poi si suicidaDuplice omicidio martedì sera a Quartu Sant'Elena. Il killer, ricercato da polizia e carabinieri, è stato trovato morto sulla propria auto. Il movente è passionale
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13/08/2010
Bollate, preso uno dei due evasi
Bollate, preso uno dei due evasiÈ stato trovato in un appartamento in viale fulvio testi. Pasquale Pagana aveva lasciato una lettera di scuse. Aveva già compiuto una rapina tentandone un'altra
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08/06/2010
Accoltella il compagno di 13 anni
Accoltella il compagno di 13 anniBorso del grappa. Sciocco litigio di fronte a scuola. L'aggressore è un 16enne marocchino: l'altro ragazzino, ferito a un braccio e alla schiena, è stato giudicato guaribile in 10 giorni. Non si trova il coltellino

Paura per un 13enne alle scuole medie di Borso del Grappa, nel Trevigiano (Foto web)
TREVISO - Un sedicenne, marocchino, ha ferito con un coltellino un compagno di 13 anni all’esterno della scuola media a Borso del Grappa, nel Trevigiano. Lo studente, colpito al braccio sinistro e alla schiena, ha riportato ferite giudicate guaribili in una decina di giorni. Anche l’aggressore, nel riporre in tasca il coltellino, si è ferito a un ginocchio e la prognosi è di sette giorni. Sul posto sono intervenuti i carabinieri che hanno cercato finora inutilmente il coltellino. Al momento non sono chiare le ragioni dell’aggressione, anche se pare per motivi futili.
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26/03/2010
Bimbo morto, il Dna sul piede del piccolo appartiene al compagno della madre
Bimbo morto, il Dna sul piede del piccolo appartiene al compagno della madre
Genova - confronto «duro e teso» tra i due davanti agli inquirenti. Svolta nelle indagini. Caterina Mathas, accusata di aver ucciso il figlio, urla a Rasero: «Ti farò prendere 30 anni»
| Caterina Mathas condotta in Procura a Genova (Ansa) |
GENOVA - Svolta nelle indagini dell'infanticidio del piccolo Alessandro, il bimbo di 8 mesi ucciso a Genova. Il Dna rinvenuto sul piede del bambino appartiene a Giovanni Antonio Rasero, il compagno della madre del piccolo, Caterina Mathas (entrambi sono accusati del delitto). «Elemento decisivo - spiega in una nota il procuratore aggiunto Vincenzo Scolastic - è stato il rinvenimento sul piede del bambino, dove sono stati trovati i segni di un morso, del dna di Giovanni Antonio Rasero in considerazione degli ulteriori elementi di accusa già raccolti a suo carico. Resta da valutare la posizione della donna alla luce di questo nuovo dato che sembra escludere la sua partecipazione materiale al delitto». Il piccolo Alessandro è morto la notte del 15 marzo scorso nel locale di Giovanni Antonio Rasero durante una notte a base di cocaina con Aikaterini Mathas.
CONFRONTO - Intanto i due accusati si sono trovati faccia a faccia davanti al pm Marco Airoldi e agli investigatori della squadra mobile Gaetano Bonaccorso e Alessandra Bucci. Un confronto durato un'ora e mezzo circa, «emotivamente duro» dice uno degli inquirenti, «violento» lo definisce uno dei due difensori di Rasero, l'avvocato Giuseppe Nadalini, «teso» è l'aggettivo scelto invece da uno dei legali della donna, l'avvocato Igor Dante. Katerina Mathas si sarebbe rivolta a Rasero, urlandogli: «Te la farò pagare. Vedrai che ti faccio prendere 30 anni». Un confronto già più di una volta ipotizzato e sempre rimandato fino alla notte scorsa, quando all'una, al termine di circa dieci ore di interrogatori, il sostituto procuratore ha ritenuto che i tempi fossero maturi. Intanto Rasero in carcere ha scritto un memoriale, che nei giorni scorsi è stato consegnato al pm, in cui racconta che quella notte si era svegliato «mentre la donna gli metteva le mani in bocca».
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21/03/2010
Genova: convalidato l'arresto della mamma di Ale e del suo compagno
Genova: convalidato l'arresto della mamma di Ale e del suo compagno
I GIUDICI: «LA COPPIA, A CAUSA DELLA COCA, PRIVA DI CAPACITA' DI CONTROLLARE L'AGGRESSIVITA'». «Piangeva per fame, ucciso per zittirlo»
| Katerina Mathas (Ap) |
GENOVA - Restano in carcere Katerina Mathas, 26 anni, la madre del piccolo Alessandro, e Giovanni Antonio Rasero, 29 anni, accusati di aver ucciso il bimbo di otto mesi in una notte di sballo, fra cocaina e hashish. Il gip di Genova Vincenzo Papillo ha confermato l’arresto e la custodia in carcere richiesta dal pm Marco Airoldi ma non ha sciolto il nodo delle due versioni contrastanti, l’uomo e la donna infatti si accusano a vicenda. Il gip ritiene responsabili entrambi. I due, scrive nell’ordinanza, erano sotto l’effetto della coca e non sopportavano il pianto per fame del bambino: «in questa situazione di esasperazione gli indagati, verosimilmente in momenti successivi, con condotte e intensità crescente, delle quali non sono stati in grado di comprendere la gravità, usarono violenza nei confronti di Alessandro, dal morso al pizzicotto allo scuotimento fino ai colpi inferti alla testa, per indurlo al silenzio».
Restano quindi in carcere per «la gravità straordinaria del reato e la personalità degli indagati privi della capacità di controllo dei propri impulsi aggressivi». Mathas e Rasero sono rimasti aggrappati alle loro opposte versioni. Lei ha detto di essersi assentata da mezzanotte all’una e mezza dal residence per cercare droga, la circostanza è confermata dalle telecamere della sorveglianza ai cancelli. Indirettamente accusa l’uomo di aver ucciso il bambino in quel periodo. Rasero dichiara di essersi svegliato fra le 2 e le 2 e 15 e di aver visto la donna «in piedi davanti al divano mentre sollevava il bambino in alto con le braccia (col volto del bambino rivolto verso di lui) e quindi lo scagliava a terra». Rasero sostiene di aver detto alla donna «Che c. stai facendo? smettila o chiamo i carabinieri» e di essere tornato a dormire dopo che lei lo aveva rassicurato. Solo la mattina, dopo essere uscito a fare colazione, avrebbe visto che il piccolo era «freddo e rigido». La morte del piccolo, si ritiene, è avvenuta in un arco di tempo che va dall’ora in mezza in cui era solo con Rasero fino all’ora e mezza successiva, quando la coppia era assieme. L’unica circostanza che si può escludere è che Alessandro sia rimasto solo con la mamma per più di cinque minuti (il tempo impiegato per comprare le sigarette alla stazione di Nervi). Un altro testimone, Bruno I., ha dichiarato di aver telefonato più volte quella notte a Katerina Mathas pregandola di andare via dal residence insieme col bambino e di raggiungerlo a Rapallo. Ma lei «piangendo mi disse che non poteva venire via». Poi Bruno I. non avrebbe più risposto alle chiamate di Katerina, l'ultima alle 2 e 45 minuti. Probabilmente Alessandro era già morto.
Erika Dellacasa
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17/03/2010
Bimbo morto, fermati madre e compagno "Raptus della follia dovuto all'uso di coca"
Bimbo morto, fermati madre e compagno "Raptus della follia dovuto all'uso di coca"
La coppia ha ammesso l'uso di droghe ma si è detta innocente. e lui accusa lei. La posizione degli inquirenti sull'omicidio a Genova di Alessandro, seviziato e ucciso a soli otto mesi
| Posto sotto sequestro il monolocale dove si ì consumato l'infanticidio (Ansa) |
GENOVA - Un raptus della follia dovuto all'uso di cocaina: sarebbe questo, secondo gli inquirenti, il movente dell'omicidio di Alessandro, il bimbo di otto mesi morto martedì a Genova a causa di un trauma cranico. Per il decesso del piccolo, sono stati arrestati nella notte, con l'accusa di omicidio volontario, la madre del bambino, Katerina Mathas, disoccupata 26enne, e il suo compagno, Gian Antonio Rasero, di 34 anni, broker alle dipendenze di un'agenzia di yacht, entrambi genovesi. L'uomo non è il padre del bambino. La coppia ha ammesso di aver fatto uso di sostanze stupefacenti ma ha negato, nel corso dell'interrogatorio, di aver commesso il delitto. Rasero tuttavia ha puntato il dito contro la madre del bambino. «Mi sono svegliato e ho visto Katerina che sbatteva il figlio a terra. Mi ha detto che era tutto a posto, mi sono fidato», ha raccontato il 34enne. Secondo quanto emerso, inoltre, sul corpo del piccolo sono state riscontrate fratture plurime sulla parte posteriore del cranio, bruciature da sigaretta in un padiglione auricolare, e lividi sul collo, provocati probabilmente da pizzicotti. Dai riscontri effettuati dalla squadra mobile, risulta che Alessandro era rimasto con la madre ed il suo compagno dalla sera prima, fino all'arrivo al pronto soccorso. Non è ancora chiaro chi dei due abbia compiuto materialmente il gesto, ma gli investigatori ritengono certo il coinvolgimento di entrambi nell'infanticidio. È possibile che la donna, che nel corso dell'interrogatorio si è professata innocente, abbia rimosso l'accaduto, e questo potrebbe essere dovuto sia all'uso della droga, sia alla gravità del fatto. «È un delitto efferato che lascia una traccia in noi» ha detto il questore di Genova Filippo Piritore. «Le dichiarazioni rilasciate dai due arrestati ci lasciano perplessi e devono essere approfondite», ha aggiunto.
ESAMI TOSSICOLOGICI - Il medico legale genovese Marco Salvi sta lavorando ad una vera e propria «carta di identità genetica» di Katerina Mathas e del compagno. I due sono stati sottoposti a prelievi di sangue, delle urine e del Dna, per stabilire quando sia avvenuta l'assunzione di sostanze stupefacenti. Il pm Marco Airoldi, titolare dell'inchiesta, ha concesso quindici giorni per depositare i risultati di questi esami. Per il momento il magistrato non ha ancora presentato richiesta di convalida dell'arresto dei due.
AVEVANO CONSUMATO COCAINA - Durante il lungo interrogatorio condotto dal pm e dal capo della sezione omicidi della Squadra Mobile di Genova, Katerina e il compagno, ora rinchiusi nelle carceri di Marassi e di Pontedecimo, avrebbero dichiarato di avere consumato cocaina la sera prima del decesso del piccolo, di essersi addormentati e di aver trovato il bambino ferito al loro risveglio. Avrebbero tentato di soccorrerlo, portandolo al pronto soccorso del Gaslini. I medici, insospettitisi immediatamente per le lesioni riscontrate sul corpo del bambino, hanno segnalato il decesso agli agenti di polizia all'interno dell'ospedale. I due giovani sono stati allora avvicinati dagli investigatori della sezione omicidi della Mobile genovese e condotti in questura, dove sono stati sottoposti a serrati interrogatori tesi a ricostruire le ultime ore di vita del bambino. Nella notte, l'arresto. La piccola salma è stata trasferita all'istituto di medicina legale dell'ospedale San Martino di Genova dove sarà sottoposta ad autopsia.
LUI ACCUSA LEI - «Mi sono svegliata e mio figlio giaceva lì immobile. Non so che cosa sia successo, io non ho fatto nulla» avrebbe detto quasi subito la donna, secondo quanto riporta Il Secolo XIX. Tra le righe, una accusa implicita nei confronti del compagno. Il silenzio impenetrabile di lui, incrinato solo dall'ammissione dell'uso di cocaina, si sarebbe poi rotto solo a notte fonda: «Mi sono svegliato e ho visto Katerina che sbatteva il figlio a terra. Mi ha detto che era tutto a posto, mi sono fidato».
LA SEGNALAZIONE - Il piccolo Alessandro era stato trasportato nella tarda mattinata di martedì dalla coppia al pronto soccorso dell'ospedale pediatrico Gaslini con un grave trauma cranico. Era già morto, ma i sanitari avevano tentato una disperata manovra di rianimazione che non aveva dato esito positivo. Constatato che la ferita non era compatibile con una caduta (di caduta aveva parlato inizialmente la madre del bambino), i medici avevano avvertito la polizia. Katerina Mathas, che risiede con i genitori nel quartiere di San Fruttuoso, aveva trascorso la notte nel monolocale preso in affitto un paio di mesi fa da Rasero in un lussuoso residence di Nervi.
Redazione online
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31/05/2009
La Santanchè rivela a Libero: «Veronica Lario ha un compagno»
La Santanchè rivela a Libero: «Veronica Lario ha un compagno»
La verità della leader del Movimento per l'Italia. «È il capo del servizio di sicurezza di Villa Macherio»
| Daniela Santanchè (Imagoeconomica) |
ROMA - «Il presidente non ha sfasciato nessuna famiglia, ma è Veronica Lario che da molto tempo ha un compagno». Il nome? Alberto Orlandi, 47 anni, capo del servizio di sicurezza di Villa Macherio. Lo afferma Daniela Santanchè in un'intervista a Libero. Secondo la leader del Movimento per l'Italia, Berlusconi «ha tentato di tutto per tenere ugualmente in piedi la famiglia. Ha rinunciato ad avere al fianco la sua donna, ha accettato che l'Italia non avesse una first lady, ha messo da parte il suo orgoglio di uomo. Con la moglie ha fatto un patto: andiamo avanti, non sfasciamo tutto, ha pensato ai figli, ai nipotini. Insomma, ha fatto quello che pochi uomini, soprattutto nelle sue condizioni, avrebbero il coraggio di fare. Ha accettato ciò che pochi uomini accettano. Cosa gli sarebbe costato divorziare e rifarsi una famiglia, un amore? Il battito di un ciglio e la questione era risolta. E invece nulla».
CAMPAGNA MEDIATICA - La Santanchè spiega al quotidiano di Vittorio Feltri di essersi decisa a rendere nota questa circostanza per l'insistenza con la quale viene condotta la campagna mediatica contro il premier: «Ogni mattina apro i giornali e leggo di Berlusconi di qua e Berlusconi di là. E ogni mattina spero di trovare quella verità che io so e che ribalterebbe tutto, ogni giorno spero che il presidente abbia la forza di farlo, di dire. E invece niente. Il Paese poteva essere travolto da un finto scandalo, l'immagine internazionale sta per essere compromessa. Non è più accettabile, sopportabile. Sono certa che la misura è colma, che il gioco è truccato».
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10/04/2009
Violenza: con il compagno gay uomo abusava dei quattro nipoti
Violenza: con il compagno gay uomo abusava dei quattro nipoti
Taranto - Il padre delle vittime arrestato con l'amico. I ragazzi narcotizzati e molestati per 10 anni. La moglie del convivente suicida per la vergogna
TARANTO - Una storia terribile che somiglia al finale inquietante di un libro di Stieg Larsson. Un «plot» che stavolta era tutto vero, tutto tremendamente reale. Un vero orrore. Due uomini, legati da una relazione omosessuale, avrebbero narcotizzato e costretto per oltre dieci anni quattro minorenni a subire abusi sessuali. Per questo i due conviventi, di 39 e 58 anni, entrambi di Taranto (il primo dei quali è lo zio delle vittime), sono stati arrestati (ma uno era già dietro le sbarre) dai carabinieri in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip del tribunale jonico Patrizia Todisco su richiesta del pm Filomena Di Tursi.
Solo il trentanovenne è stato arrestato questa mattina. All’altro indagato, infatti, il provvedimento restrittivo è stato notificato in carcere dove già sconta una condanna alla pena di due anni e sei mesi per abusi sessuali sul figlio. Le vittime sono un ragazzo di 21 anni, una ragazza di 19 anni, e due gemelli (maschio e femmina) di 16 anni. L’inchiesta è stata avviata nel novembre del 2008 dopo la denuncia da parte della madre delle vittime. Quest'ultima poi hanno confermato le accuse nel corso di un incidente probatorio. Le violenze - secondo l’accusa - si sarebbero protratte da quando i due gemelli avevano cinque anni e fino al 2007. I ragazzi vivono ora in una casa famiglia, ma per più di dieci anni hanno trascorso i fine settimana con il padre ed il suo convivente. Le violenze si sarebbero consumate in una casa di campagna e nell’abitazione del trentanovenne. Uno vero inferno, nel silenzio generale.
La moglie dell’uomo di 58 anni, a cui è stata notificata in carcere l’ordinanza di custodia si suicidò nel 1991 dopo aver scoperto che il marito aveva violentato il loro figlio. Un'altra vittima della terribile storia. Il cinquantottenne è tornato in carcere nel febbraio scorso dopo che la sentenza di condanna alla pena di due anni e sei mesi di reclusione per la violenza sessuale è passata in giudicato.
Un vero campionario degli orrori nel racconto dei ragazzi. «Mettevano qualcosa nel latte o nel succo di frutta e poi ci costringevano a bere. Dopo qualche minuto non capivamo più niente». È una delle dichiarazioni rilasciate nel corso dell'incidente probatorio. I ragazzini - a quanto è dato sapere - venivano presi dal loro papà due per volta dalla casa famiglia in cui vivevano. I primi, i più grandi, venivano accompagnati a casa e violentati. Poi toccava ai due gemelli.
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25/02/2009
Sgozzata in casa con la figlia di 2 anni «Cerchiamo l'ex compagno marocchino»
Sgozzata in casa con la figlia di 2 anni «Cerchiamo l'ex compagno marocchino»
Dramma nel trevigiano. Una donna di 36 anni, infermiera in una casa di riposo, e la sua bambina uccise a Castagnole di Paese. Il pm: probabile che l'assassino sia stato colpito da un raptus
MILANO — Una scena orribile, un duplice omicidio agghiacciante. A Castagnole di Paese, in provincia di Treviso, una donna e la sua figlioletta di due anni sono state trovate sgozzate all'interno della loro casa. La vittima si chiama Elisabetta Leder, aveva trentasei anni e viveva sola con la bambina, Arianna, avuta da un ragazzo di origine marocchina. Gli inquirenti lo stanno cercando, anche se al momento — dicono — non sarebbero emersi elementi concreti che possano portare a ritenerlo il colpevole della strage.
A scoprire il delitto è stato il fratello di Elisabetta, che ha dato l'allarme intorno alle nove e mezzo di ieri sera. L'uomo ha trovato il corpo della sorella nella camera da letto, mentre la bambina era senza vita nel fasciatoio. Le gole squarciate da diversi colpi inferti con un coltello, che non è ancora stato ritrovato. Il medico legale Alberto Furlanetto ha riferito di «ferite da difesa sulle braccia della vittima». Secondo il pm Antonio Miggiani tutto «farebbe pensare non ad un omicidio premeditato, è assai più probabile che l'assassino sia stato colto da un raptus». Il cittadino marocchino ricercato è il padre di Arianna, che porta il cognome della madre. È più giovane di Elisabetta, meno di 30 anni, e la loro relazione è finita da qualche tempo. I vicini raccontano di non aver mai visto l'uomo entrare e uscire dall'appartamento al secondo piano del condominio di via Cal Morganella 23 in cui vivevano la donna e la figlia. Nessun precedente di urla o trambusto dovuto a litigate, dunque. Pare che l'immigrato, che non aveva un lavoro ed era sprovvisto del permesso di soggiorno, nei mesi scorsi fosse stato espulso dall'Italia e poi rientrato clandestinamente solo qualche giorno fa. Gli inquirenti lo stanno cercando per chiarire la sua posizione.
Elisabetta lavorava come infermiera in una casa di riposo, l'Istituto Menegazzi a San Giuseppe, una frazione di Treviso. Era originaria di Castagnole, una cittadina di 20 mila persone, e abitava in uno dei sei appartamenti di una palazzina a due piani alle porte del paese. Una zona residenziale elegante, tutta tranquillità e villette. Per cena, secondo le prime ricostruzioni, era attesa a casa della madre. Non vedendola arrivare, la donna ha chiesto all'altro figlio di andare a controllare che cosa fosse successo. Il ragazzo ha pensato che la sorella fosse semplicemente uscita per qualche acquisto dell'ultimo momento: le luci dell'appartamento del secondo piano erano accese, così come il televisore. Ha pensato allora di attenderla per un po'. Poi, sempre più preoccupato, ha chiamato la madre e ha deciso di avvertire le forze dell'ordine. Dopo aver sfondato la porta di ingresso, i carabinieri si sono trovati di fronte una mattanza. Non appena sul posto è giunta la mamma di Elisabetta, è stata fatta salire su un'ambulanza, dove le è stato detto quello che era successo alla figlia e alla nipote. Un pianto disperato, le urla, quelle poche parole ripetute nella notte: «Non è vero, non è possibile, non è possibile». Concluso il primo sopralluogo, in nottata Miggiani ha spiegato che è ancora troppo presto per formulare qualsiasi ipotesi: «Siamo nelle prime fasi dell'inchiesta — ha ripetuto il magistrato —, al momento non c'è nessun indagato». Da sotto casa di Elisabetta è sparita la sua automobile e l'ex compagno era ancora irreperibile.
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