13/07/2010
L'Onu boccia il ddl intercettazioni: «Il governo lo riveda o lo abolisca»
L'Onu boccia il ddl intercettazioni: «Il governo lo riveda o lo abolisca»Il comunicato del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione. «Se adottato nella sua forma attuale, il ddl può minare il godimento del diritto alla libertà di espressione in Italia»
GINEVRA - Il governo italiano deve «abolire o modificare» il progetto di legge sulle intercettazioni perchè «se adottato nella sua forma attuale può minare il godimento del diritto alla libertà di espressione in Italia». Lo ha detto il relatore speciale dell'Onu sulla libertà di espressione, Frank La Rue in un comunicato.
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27/06/2010
Sicari, tangenti e affari a Chinatown I tre omicidi che scuotono Prato
Sicari, tangenti e affari a Chinatown I tre omicidi che scuotono PratoOmertà e dialogo ridotto tra le comunità. Su mille clandestini solo sette rimpatriati. I misteri dietro il trionfo del mercato sommerso. L’ambasciatore cinese in visita: troppi controlli
Per dirla con Mao, la trasferta pratese di venerdì 25 del nuovo ambasciatore cinese in Italia, Ding Wei, non è stato un pranzo di gala. Le notizie che filtrano parlano di un confronto piuttosto acceso tra il diplomatico e il prefetto della città toscana, Maria Guja Federico. Anche il colloquio con il sindaco di centro- destra Roberto Cenni è stato a tal punto «franco» che la Lega Nord di Prato ha emesso un comunicato nel quale invita il ministro dell'Interno Roberto Maroni a protestare con Pechino e a chiedere il richiamo in patria dell'ambasciatore. Mai, nei pur delicati rapporti tosco-cinesi, la corda si era tesa tanto e il motivo è lampante: nel giro di pochi giorni a Prato si sono verificati tre omicidi, prima due sicari incappucciati hanno sparato alla testa di un imprenditore cinese e pochi giorni dopo alle 17 nella centrale via Strozzi un commando di giovani asiatici è entrato in una tavola calda e ha ammazzato a colpi di machete due connazionali.
Le indagini sono in corso e poco si sa. Non ci sono elementi fondati sul collegamento tra i due fatti di sangue e non c’è nemmeno una vera interpretazione su cosa stia succedendo nella Chinatown del Bisenzio, quali equilibri di potere si siano rotti. La sensazione però in città e in Procura è che dall’illegalità merceologica si stia marciando a grandi passi verso un sistema radicato di criminalità economica. E martedì 22 parlando in pubblico a 300 suoi concittadini (piuttosto preoccupati) il sostituto procuratore Laura Canovai ha usato parole molto dure: «La comunità cinese non ci aiuta, non collabora con le istituzioni». Xu Qiulin, l'unico imprenditore cinese iscritto alla Confindustria pratese, espressione di una borghesia asiatica in passato propensa al dialogo, parlando con la stampa locale ha espresso dubbi sull'ipotesi di uno sbarco in Toscana di cosche mafiose dall'Asia ma ha detto che ci sono in città «tanti giovani che sono sbandati, non si rendono conto nemmeno di dove vivono, anzi pensano di essere in Cina».
La visita dell’ambasciatore, seppur improvvisa e non sufficientemente preparata, avrebbe dovuto gettare acqua sul fuoco e porre le basi di una collaborazione. Invece ha sortito l’effetto contrario perché Ding Wei si sarebbe innanzitutto lamentato per i controlli anti-illegalità messi in atto dalle autorità di polizia e avrebbe espresso preoccupazioni per l’incolumità dei cinesi di Prato. Il prefetto non ha nascosto la sua irritazione e il successivo ping pong durato un’ora e mezza, a differenza dei tempi di Richard Nixon, non è stato sinonimo di diplomazia.
Dietro gli omicidi e i ferimenti di questi giorni (un altro giovane cinese che fa da interprete per i carabinieri è stato aggredito all’uscita dalla discoteca Siddharta), c’è la realtà del distretto tessile parallelo, di una Prato che si lecca le ferite della sua industria declinante e vede invece fiorire il business dei confezionisti cinesi, che importano il tessuto dal loro Paese e grazie all’attività dei laboratori clandestini riescono a vendere jeans e maglie a prezzi stracciati a camionisti e intermediari dell’Est europeo. Il tutto nell’apoteosi dell’economia sommersa: ogni giorno aprono 4 aziende cinesi e 2 chiudono, partite Iva che vanno e vengono, un giro d’affari di 2 miliardi di euro per più della metà in nero. A tingere di mistero e corruzione l’attività cinese è arrivata a fine marzo anche un’inchiesta della magistratura ribattezzata Permessopoli, che ha portato in carcere due capi della comunità, Bangyun Dong e Zhouwen Ye, il vice questore Fabio Pichierri, quattro poliziotti e due carabinieri. I ricchi cinesi, secondo l’accusa, pagavano i funzionari italiani per il rilascio di permessi di soggiorno e per avere soffiate sui controlli programmati dalle forze di polizia. I due stranieri sono ancora in carcere mentre Pichierri resta indagato ma è in libertà.
In tanto bailamme e in pochi mesi quasi tutti i protagonisti delle vicende sino-pratesi sono saltati. Sono cambiati da poco sia l’ambasciatore cinese a Roma (Sun Yuxu) sia il console a Firenze e anche in Questura sta arrivando da Livorno un nuovo capo al posto di Domenico Savi. Questo tourbillon non sembra però finora aver prodotto risultati, cambiando la formazione il risultato resta però lo stesso. L’unica buona notizia è che, in virtù del calo dell’euro, i prodotti tessili pratesi hanno ricominciato ad avere un po’ di mercato e le esportazioni nel primo trimestre del 2010 hanno fatto segnare +7,3%. Per il resto si naviga nel buio. L’idea avanzata qualche mese fa dal sindaco Cenni, proprietario dell’azienda di abbigliamento Sasch e quindi ottimo conoscitore del settore, di integrare i due distretti obbligando i cinesi a comprare il tessuto da Prato e impegnandosi a vendere i loro prodotti pronto moda a una grande catena internazionale tipo H&M non ha fatto nessun passo in avanti. Anzi, oggi sembra totalmente irrealistica. Ma anche la strada di un dialogo politicamente corretto tra le due borghesie, sostenuta con forza dal presidente della Provincia Lamberto Gestri (centro- sinistra) sembra sbarrata. Il tavolo italo-cinese non si riunisce più e anche le cinque associazioni della comunità si sono limitate, dopo gli ammazzamenti, a emettere un comunicato ma nessun cittadino asiatico ha collaborato finora con gli investigatori.
Visto che le Chinatown esistono dovunque e tutti hanno da imparare dai casi-limite ogni tanto arriva a Prato un inviato di testate internazionali. I francesi de Le Point, il New York Times e il Financial Times, persino Al Jazeera e se ne vanno (stupefatti) scrivendo che gli uffici di money transfer ogni giorno movimentano da Prato 1,2 milioni di euro diretti in Cina, un flusso continuo a fine anno dà la bella cifra di 500 milioni. Nel 2009, che per noi italiani è stato l’anno della recessione, il distretto cinese di Prato ha visto crescere del 13% le aziende, del 20% le importazioni di tessuti dall' Asia e del 25% le rimesse verso casa. Cifre record nonostante da un anno si siano intensificati i controlli e su 156 ispezioni effettuate nei primi mesi del 2010 tutti i 156 laboratori sono risultati fuorilegge. Ma, come ha detto sconsolatamente il magistrato Canovai, dopo 5 anni di sequestri il fenomeno non è in diminuzione. Su mille clandestini fermati nel 2009 si è riusciti a rimpatriarne solo 7. Una beffa continua perché non declinando i lavoratori fermati nome e cognome e non potendo essere identificati, hanno di fatto l’opportunità di tornare nella clandestinità. L’unico spiraglio che la visita di Ding Wei ha aperto riguarda l’intenzione annunciata da parte della comunità cinese di stilare una lista di connazionali pericolosi da trasmettere al console fiorentino Zhou Yunqi e poi all’ambasciata per poterli rimpatriare. Una concessione che a Prato è stata interpretata come un’implicita ammissione di come nella Chinatown toscana si siano infiltrate bande criminali. In città comunque le autorità non hanno intenzione di mostrarsi buoniste e quindi è facile arguire che i controlli continueranno. Il lungo travaglio di Prato non conosce tregua.
Dario Di Vico
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25/06/2010
Bloccata per alcune ore la vendita dei biglietti, polemica tra Acea e Trenitalia
Bloccata per alcune ore la vendita dei biglietti, polemica tra Acea e TrenitaliaLE FS SOTTOLINEANO CHE E' STATO CONCESSO AI PASSEGGERI DI VIAGGIARE SENZA BIGLIETTO. Un guasto alla rete elettrica ha impedito gli acquisti: rimpallo di responsabilità
ROMA - Le Ferrovie di Stato hanno comunicato che un improvviso guasto alla rete elettrica della società Acea di Roma ha provocato dalle 8.30 di questa mattina, per alcune ore il temporaneo blocco ai sistemi informativi centrali gestiti dalla società Tele sistemi ferroviari (Tsf) esterna al gruppo Fs. Il blocco ha determinato fino alle 12-12.30 l'impossibilità di acquistare e prenotare i biglietti su tutta la rete di vendita di Trenitalia e di aggiornare in automatico i tabelloni informativi delle stazioni. Le informazioni ai viaggiatori sono state assicurate da Rete ferroviaria italiana con annunci effettuati dal personale. La situazione a fine mattinata è poi tornata alla normalità, con solo qualche coda nelle principali stazioni. Trenitalia sottolinea però che è stato fatto il massimo per diminuire i disagi dei viaggiatori, permettendo in alcuni casi anche di viaggiare senza biglietto.
LA VERSIONE DELL'ACEA - Una versione quella del blocco alla rete elettrica di Acea smentito però dalla società elettrica romana, secondo la quale «Il blocco tecnico che ha provocato l'impossibilità di acquistare e prenotare i biglietti su tutta la rete di vendita di Trenitalia non è dipeso in alcun modo dalla fornitura e dal servizio Acea». «Nessun guasto, nè anomalia, si è verificato sulla parte di rete Acea che alimenta l'utenza delle Ferrovie dello Stato (cabina 8252 di via Scalo Prenestino) - spiega l'azienda in una nota -. Alle prime ore del mattino Ferrovie dello Stato ha scambiato l'alimentazione dalla linea Esquilino con quella Tiburtino, mediante manovre effettuate solo ed esclusivamente sulla sua rete proprietaria. Così, come evidenziato dall'esame dei carichi assorbiti, non si è verificata alcuna interruzione nella fornitura Acea». L'Acea sottolinea poi che «alle 11,40 - sempre in base a quanto risulta dall'esame dei carichi assorbiti - la rete delle Ferrovie si è rialimentata sempre con manovre interne a schema normale, senza alcun intervento tecnico da parte delle squadre di Acea».
Redazione online
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24/06/2010
Expo, Stanca dà le dimissioni e lascia il consiglio di amministrazione
Expo, Stanca dà le dimissioni e lascia il consiglio di amministrazioneL'’addio dell’amministratore delegato e onorevole del Pdl era dato per scontato. Bracco: «Forse mi si sta usando per una bassa manovra politica»
| Lucio Stanca: addio a Expo (Salmoirago) |
MILANO - Lucio Stanca non ha soltanto rassegnato le dimissioni da amministratore delegato ma, con una lettera trasmessa ai soci di Expo 2015 Spa, ha comunicato di avere abbandonato, con decorrenza immediata, lo stesso consiglio di amministrazione. Nella lettera, secondo quanto si è appreso da fonti qualificate, Lucio Stanca ha segnalato di essersi trovato nelle condizioni di non poter più svolgere il suo ruolo all'interno della società di gestione. Nelle quattro pagine della lettera, l'ex ad ha fatto riferimento alla comunicazione trasmessa nei giorni scorsi dal presidente Diana Bracco, che criticava la gestione manageriale di Stanca in ordine alle spese, ai programmi di contenimento del budget e ai ritardi nell'organizzazione del progetto. Di fatto Stanca ha lasciato il consiglio di amministrazione dopo aver appurato di non avere più la fiducia. Mezz'ora prima dell'inizio del cda l'ex amministratore delegato ha abbandonato la sede del Palazzo Reale senza rilasciare dichiarazioni.
I DISSIDI - In una lunga intervista al Corriere della Sera, Stanca aveva anticipato le sue motivazioni, attaccando in particolar modo la Bracco: «Sorprende che, dopo aver condiviso nel cda tutte le decisioni senza mai contestare o criticare nulla, abbia deciso di scrivere questa lettera inusuale, per usare un termine gentile, scegliendo toni e argomenti che sconcertano. Forse si sta usando Stanca ed Expo per una bassa manovra politica». Le dimissioni erano attese: già due giorni fa l’addio dell’amministratore delegato e onorevole del Pdl era dato per scontato. Si era pensato di costruire per lui un’uscita «morbida», affidandogli il posto di presidente che a quel punto sarebbe stato lasciato libero dalla Bracco. Ma la Bracco, a sua volta, aveva spiegato a tutti i suoi interlocutori di non essere intenzionata ad andarsene: e per essere più chiara aveva scritto il 15 giugno scorso la citata lettera, in cui aveva demolito, punto per punto, il business plan rivisto da Stanca dopo la richiesta dei soci di contenere i costi, considerati i tempi di crisi e le acque agitate in cui versa Expo.
LE MOTIVAZIONI - Sempre nell'intervista al Corriere, Lucio Stanca ha motivato il suo addio non con le polemiche ma con la nuova fase del progetto Expo. «Siamo passati - ha detto - dalla fase di programmazione, seguita finora, alla fase di realizzazione. In questa l’articolo 54 della Finanziaria cambia la governance e rende di fatto superata la figura dell’amministratore delegato, perché gli toglie poteri girandoli alla collegialità dei soci». A proposito delle polemiche sul suo doppio incarico come ad e parlamentare, Stanca ha parlato di strumentalizzazioni: «Si può essere anche in disaccordo sulle scelte o sulla gestione, ma si deve proteggere il patrimonio comune che è rappresentato da questa occasione straordinaria e unica di marketing per l’Italia».
L'IPOTESI SALA - L'ipotesi più gettonata è che, restando la Bracco alla presidenza, scompaia dalla governance la figura dell’amministratore delegato e venga inserito un direttore generale che i soci hanno già individuato in Giuseppe Sala, ex manager Pirelli, da 18 mesi direttore generale del Comune. Le trattative sono a uno stadio talmente avanzato che a Palazzo Marino si sta già affrontando il nodo del dopo-Sala: al suo posto potrebbe così arrivare uno dei suoi due vice, l’ingegner Antonio Acerbo, oggi responsabile di tutta l’area tecnica, direttore già ai tempi della giunta Albertini. Questa soluzione darebbe al sindaco Letizia Moratti la garanzia di continuità che ha chiesto, evitando scossoni ulteriori ad una macchina comunale che in questa legislatura è già stata molto provata.
Redazione online
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11/06/2010
La "legge bavaglio" getta nel lutto la stampa italiana
La "legge bavaglio" getta nel lutto la stampa italianaComunicato d'aperura con la veste grafica di un necrologio dopo il sì del Senato al provvedimento sulle intercettazioni. Prima pagina bianca per "La Repubblica", mentre già dalle 20.00 del 10 giugno SKY TG24 e SKY.IT sono listati di nero
Dopo il sì del Senato alla fiducia, posta dal governo sul ddl intercettazioni, è apertamente iniziata la battaglia della stampa italiana a tutela dell'inalienabile diritto di sapere. Già da ieri SKY TG24 e alcuni siti web, come il nostro di SKY.It, sono listati a lutto.
Accogliendo l'invito della Fieg, i giornali di oggi hanno deciso di pubblicare un comunicato con la veste grafica di un necrologio. La scelta più eclatante è stata effettuata da "La Repubblica" con una prima pagina bianca contrassegnata dalla scritta: "La legge bavaglio nega ai cittadini il diritto di essere informati". Esce in bianco, invece, la rubrica "Buongiorno" di Massimo Gramellini su "La Stampa" , "per abituarsi a quando la legge sulle intercettazioni impedirà di affrontare gli argomenti che nutrono da sempre i corsivi di satira e di costume". Nell'editoriale "Il sipario sugli scandali" il direttore Mario Calabresi ha parlato di una "forte amarezza per un gesto che non ha nulla a che fare con la privacy e la civiltà giuridica, ma ci parla solo della volontà urgente della politica di calare il sipario sulle inchieste e di mettersi al riparo dagli scandali, per garantirsi un tranquillo futuro di impunità e mani libere".
"Il Manifesto" opta, invece, per una vignetta a fondo nero, su cui campeggia a grandi lettere la scritta "Senza parole". Nell'editoriale "Ora disobbedire" Giuseppe Di Lello ha esordito con un appello: "La legge sulle intercettazioni marcia verso il sicuro approdo dell'approvazione e perciò dobbiamo subito metterci alla ricerca di tutti i possibili modi per contrastarla, eluderla, renderla inutilizzabile, abrogarla".
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09/04/2010
Al Qaeda: «Pronti a colpire gli azzurri in Sud Africa»
Al Qaeda: «Pronti a colpire gli azzurri in Sud Africa»Frattini su facebook: «Il mondo non tollererebbe una nuova monaco». La minaccia della rete di Osama Bin Laden: nel mirino anche Usa, Inghilterra, Francia e Germania
| Uno degli stadi del mondiale: quello di Pretoria |
MILANO - Al Qaeda minaccia di colpire la nazionale italiana durante i mondiali di calcio in Sudafrica. La rete televisiva Cbs ha rilanciato un annuncio postato su Internet in cui la rete di Osama Bin Laden annuncia di avere nel mirino le nazionali di Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germania e Italia. «Che sorpresa sarà quando in un incontro tra Stati Uniti e Inghilterra trasmesso in diretta si sentirà in uno stadio pieno di spettatori il rumore di un'esplosione e ci saranno decine o centinaia di cadaveri» si legge nella nota. La partita tra le nazionali statunitense e inglese, esordio del Gruppo C, sarà giocata nello stadio di Rustenburg il 12 giugno.
IL COMUNICATO - Il messaggio sarebbe stato diffuso dall'organizzazione al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) sull'ultimo numero della rivista online jihadista "Mushtaqun Lel Jannah" (Desiderare il paradiso). «Tutte queste nazioni - si legge nel messaggio - fanno parte di una campagna crociato-sionista contro l'Islam». Le attenzioni di Aqmi sono però focalizzate sull'attesa sfida tra Stati Uniti e Inghilterra, in programma a Rustenberg. Il comunicato ha inoltre evidenziato le recenti azioni dell'organizzazione terroristica, come l'attacco kamikaze di dicembre che costò la vita a sette dipendenti della Cia e a un agente giordano in una base dell'est dell'Afghanistan e il fallito attentato del giorno di Natale che portò all’arresto del nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab. «Fu al Qaeda che riuscì a portare 50 grammi di esplosivi sul volo per Detroit, dopo aver superato diversi controlli della sicurezza statunitense, fu al Qaeda che consentì al fratello martire Abul Kheir (Abdullah Asiri) di entrare nel palazzo di Mohammed bin Nayef, fu al Qaeda che umiliò il più grande apparato di intelligence del mondo attraverso l'operazione di Mujahid Abu Dujana al-Khorassani (Humam al Balawi), che frantumò l'orgoglio dei servizi segreti alleati di Cia e Giordania», ha proseguito il comunicato, «Al Qaeda sarà presente alle partite, ad Allah piacendo».
NO MINACCE SPECIFICHE SU ITALIA - Per le fonti d'intelligence che stanno analizzando il comunicato non c'è al momento alcuna minaccia specifica che riguarda la delegazione italiana che sarà impegnata nei mondiali di calcio sudafricani. Un comunicato, viene fatto notare, che va letto più come «propaganda» che come minaccia concreta: i mondiali di calcio - come d'altronde ogni manifestazione o evento sportivo di portata internazionale - offrono una vetrina mediatica che il network del terrore non può non tentare di sfruttare. Cosa che è già avvenuta in passato. L'attenzione resta comunque alta: «nessun segnale viene sottovalutato - si rileva in ambienti dell'intelligence - e il dispositivo di sicurezza è definito da tempo, pronto eventualmente ad essere adeguato alla situazione».
FIGC - La reazione del clan Azzurro? «Siamo stati avvisati ufficialmente questa mattina da Roberto Massucci, designato dal ministero dell'Interno a curare la nostra sicurezza al Mondiale, dell'esistenza di queste minacce - commenta Antonello Valentini, direttore generale della Federcalcio. - Di più non vi posso dire». «In questo campo - aggiunge solamente Valentini - di noi si occupa il Ministero dell'Interno, altro non posso dire se non che siamo in ottime mani».
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| Il ministro Frattini ha commentato sul suo profilo Facebook la notizia del rischio attentati per gli Azzurri ai Mondiali |
FRATTINI - E il ministro degli Esteri, Franco Frattini, commenta la notizia attraverso la sua pagina personale su Facebook: «Il mondo non tollererebbe una nuova Monaco (il sequestro degli atleti israeliani da parte di un gruppo di terroristi palestinesi alle Olimpiadi del '72, che si concluse con la morte di 17 persone, ndr), la pace che lo spirito olimpico ha affermato ed imposto, di nuovo violata ed insanguinata», scrive il titolare della Farnesina. «Non lo tollererebbe l'Africa che cerca in questi mondiali di calcio una conferma di una promessa di opportunità e di sviluppo. Non lo tollererebbero tutti coloro che nel mondo guardano... allo sport come al campo della pace e della conciliazione e che si battono per la democrazia e le libertà».
Redazione online
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06/02/2010
Italiano rapito in Mauritania, nuovo ultimatum di Al Qaeda
Italiano rapito in Mauritania, nuovo ultimatum di Al Qaeda
La moglie di sergio cicala non viene citata nel comunicato. I sequestratori indicano il 1° marzo come data ultima per la liberazione dei suoi prigionieri in cambio del rilascio
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| Sergio Cicala |
ROMA - Il braccio maghrebino di Al Qaeda ha fissato al primo marzo un nuovo ultimatum per il rilascio di Sergio Cicala, rapito con la moglie in Mauritania lo scorso 17 dicembre. Nel comunicato pubblicato su Internet e di cui ha riferito il centro americano di sorveglianza dei siti islamici (Site), Al Qaeda per il Maghreb islamico dice di volere la liberazione dei suoi prigionieri in cambio del rilascio degli ostaggi occidentali. Per la liberazione di Cicala l'organizzazione terroristica dà «25 giorni di tempo a partire dall'emissione del comunicato», pubblicato secondo Site il 4 febbraio. La moglie di Cicala, Philomene Pawelgna Kaborè, non viene citata nel comunicato.
OSTAGGIO FRANCESE - Per il rilascio dell'altro ostaggio occidentale nelle sue mani, il francese Pierre Camatte, Al Qaeda per il Maghreb islamico ha fissato un ultimatum al 20 febbraio. In precedenza l'organizzazione terroristica aveva minacciato di uccidere l'ostaggio francese, rapito in Mali lo scorso 26 novembre. Sulla pericolosità delle cellula di Al Qaeda ha parlato anche Hillary Clinton in un'intervista alla Cnn che andrà in onda domenica. Il segretario di Stato Usa ha detto che Iran e Corea del Nord sono una grave minaccia per gli Stati Uniti ma «un pericolo ancora maggiore» sono «le reti non statali transnazionali» e in particolare «i fondamentalisti islamici nella Penisola Arabica legati al Qaeda o al Qaeda in Afghanistan e in Pakistan o al Qaeda nel Maghreb». Secondo Clinton una «connessione» tra queste entità che «continuano a cercare di aumentare la sofisticazione delle loro capacità e degli attacchi che sono in grado di compiere». (fonte: Ansa)
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01/10/2009
Fininvest: «Il Milan non è in vendita»
Fininvest: «Il Milan non è in vendita»
«Il riformista»: ceduto il 40% delle azioni a fondi sovrani libici. La società smentisce che esista un'ipotesi di cessione, totale o parziale, di quote della squadra rossonera
MILANO - «Non esiste alcuna ipotesi di cessione, totale o parziale, di quote della società A.C. Milan». È lapidario e non lascia spazio a dubbi il comunicato emesso dalla Fininvest, che «smentisce ancora una volta e nella maniera più categorica la notizia». La società di Cologno Monzese, che fa capo alla famiglia Berlusconi e controlla la squadra di calcio rossonera, commenta così l'«ennesima indiscrezione di stampa».
«40% AI LIBICI» - La notizia è riportata giovedì sul Riformista, secondo cui la società di via Turati avrebbe ceduto il 40% delle azioni a fondi sovrani libici già azionisti di Unicredit, a conferma di quanto annunciato dopo l'incontro tra Berlusconi e Gheddafi. Indiscrezioni sulla presunta trattativa erano uscite già all'inizio di settembre, ma erano state anche allora smentite dalla Fininvest.
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25/09/2009
Fiorentina, Andrea Della Valle lascia la presidenza del club
Fiorentina, Andrea Della Valle lascia la presidenza del club
La famiglia resta proprietaria della società. Comunicato sul sito ufficiale. Lettera ai tifosi: «Non c'è più condivisione del progetto, pronti a farci da parte»
| I fratelli Diego ed Andrea Della Valle (Ansa) |
FIRENZE - Andrea Della Valle si è dimesso dalla carica di presidente della Fiorentina. La decisione è stata annunciata nel corso della riunione straordinaria del consiglio di amministrazione. Il vice-presidente Mario Cognigni assumerà le funzioni di presidente. Lo fa sapere una nota del club toscano. Lascia, dunque, l'uomo che, insieme al patron e fratello Diego, ha riportato la Fiorentina dalla serie C2 alla serie A e alla Champions League, dopo il fallimento della società allora gestita da Mario Cecchi Gori. Pur abbandonando la presidenza i Della Valle restano proprietari della società. Il Cda si è svolto al gran completo, con Diego ed Andrea Della Valle in conference-call.
LA NOTA - «Il consiglio - recita il comunicato - ha inoltre esaminato e valutato l'andamento della gestione della società esprimendo un ringraziamento al sindaco Renzi e all'amministrazione comunale per la rapidità con la quale hanno affrontato i problemi inerenti alla Cittadella Viola». «Sarà premura delle persone delegate dal consiglio - si legge - instaurare i rapporti necessari per valutare nei dettagli il progetto. La Cittadella Viola, teniamo a precisare per la chiarezza di tutti, non è un regalo che il Comune di Firenze fa alla Fiorentina, noi crediamo invece che sia una grande opportunità per la Città di Firenze, per i milioni di turisti in più che potrà portare e per i numerosi posti di lavoro che potrà creare. I grandi investimenti necessari saranno da noi messi a disposizione e nulla costeranno al contribuente fiorentino».
LETTERA AI TIFOSI - Nel pomeriggio è stata diffusa una lettera aperta ai tifosi, firmata proprio da Andrea Della Valle. «Non c'è più la necessaria condivisione del nostro progetto» spiega l'ex presidente. «Cari tifosi - si legge - oggi ho assunto la decisione di fare un passo indietro. Da alcuni mesi avverto in modo forte che non c'è più la necessaria condivisione del nostro 'Progetto' che, con coerenza e serietà, ho cercato di portare avanti in questi anni di mia presidenza, grazie anche al grande e decisivo supporto di Voi tutti e della Città. Un clima ben diverso da quello che si percepiva anche quando andavamo tutti a sostenere una squadra che si chiamava «Florentia Viola» (non avendo trovato al nostro arrivo nemmeno il nome storico della Società), che giocava in serie C2 in piccoli paesi della provincia italiana. Momenti in cui si sentiva chiaro l'amore comune, e la voglia di accettare una sfida, per una squadra che aveva di fronte un percorso lungo e difficile, e da più parti ritenuto impossibile». «Per quanto riguarda l'indispensabile rapporto di fiducia reciproca, con grande franchezza, voglio che la Città di Firenze e tutti i tifosi sappiano che, se si ritiene che ci sia qualcun altro, più adatto di noi a portare avanti questo progetto - continua Della Valle - si faccia avanti ora e, se avrà le necessarie garanzie per attuarlo, siamo pronti a farci da parte e consegnargli in mano la Società, se questo è quello che serve». Quello che a me sta più a cuore - dice Della Valle - è che questa Società raggiunga obiettivi sempre più alti e che tutti quelli che la sostengono con fede siano soddisfatti e sereni».
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26/08/2009
La schedina d'oro in banca a Milano
La schedina d'oro in banca a Milano
I titolari della ricevitoria di BAGNONE: «VISTO? NON SIAMO NOI I VINCITORI». Prima mossa del supermilionario. «Ce l'ha detto la Sisal»
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| Il bar Biffi in cui è stata giocata la schedina vincente (Ansa) |
MILANO - Il vincitore dei 148 milioni di euro al Superenalotto esiste e si è mosso. «La Sisal ci ha comunicato che la schedina vincitrice è stata depositata in una banca a Milano, nella giornata di martedì». Lo annuncia la figlia di Anna Maria Ciampini, titolare, insieme con Vanni Simonetti, del bar ricevitoria Biffi di Bagnone dove è stata giocata la schedina da 148 milioni di euro.
SOLLIEVO - La notizia del deposito a Milano è stata accolta con sollievo dai titolari del bar. «Non siamo noi i vincitori - sottolinea la ragazza - ormai deve essere ben chiaro. Nonostante questo, però, continuano ad arrivarci lettere di banche, finanziarie e singole persone che ci chiedono aiuto». I titolari del bar Biffi smentiscono, inoltre, la notizia pubblicata oggi dal tabloid tedesco Bild secondo cui Vanni Simonetti avrebbe ricevuto telefonate di minacce. Il giornale ipotizza che le minacce siano di matrice mafiosa. «No, nessuna minaccia - smentiscono con decisione al bar Biffi -. Non abbiamo alcuna intenzione di chiedere protezione alla polizia».
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