11/10/2010

Il sistema di appalti segreti degli alti funzionari pubblici

Il sistema di appalti segreti degli alti funzionari pubblici

Concessa ai dirigenti dello Stato la possibilità di procedure riservate. La norma «nascosta» nella manovra. I dubbi dell'Authority

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16/06/2009

Gli stabilimenti e il canone scomparso

Gli stabilimenti e il canone scomparso

 

Per la concessione possono bastare 4mila euro, come lo stagionale di una cabina di lusso. Ogni anno il Demanio riscuote solo un terzo degli affitti Versilia e Liguria, spiagge costose ma solo per i bagnanti

 

Stabilimenti balneari lungo la spiaggia di Riccione (Ansa)
Stabilimenti balneari lungo la spiaggia di Riccione (Ansa)

Il Twiga, stabilimento balneare extralusso in Versilia, affitta ogni cabina a 4 mila euro a sta­gione, più o meno la stessa cifra che fino al 2007 versava allo Stato come canone di concessione per un intero anno. E molto meno del prez­zo di mercato di un monolocale nel­la stessa zona. L’albergo Marinella di Nervi, 12 stanze da oltre 100 euro a notte con suggestivo affaccio sul mare della Liguria, paga di conces­sione poche centinaia di euro al me­se. E anche in questo caso il prezzo è decisamente di favore. Ancora, lo stabilimento le Dune di Ostia, sul li­torale romano, per quasi 30 mila metri quadrati di arenile presi d’as­salto dai turisti nella bella stagione, corrisponde al Demanio poco più di 30 mila euro all’anno. E l’elenco è lunghissimo: sono oltre 24 mila le concessioni demaniali marittime as­segnate e censite in Italia. Ma forse sono più di 28 mila. Nessuno lo sa con certezza, perché non esiste una banca dati unica. Dovrebbe essere comunque un tesoretto. Invece ren­de poco allo Stato, ma in compenso fa diventare ricchi i fortunati titola­ri. Secondo una stima della società pubblica Patrimonio dello Stato, gli stabilimenti versano per le conces­sioni appena il 5% del fatturato del­le proprie attività, mentre per una normale attività commerciale, se­condo le associazioni di categoria, l’affitto del locale incide fino al 35-40% del giro d’affari.

Così, nonostante gli adeguamen­ti ai canoni introdotti con la Finan­ziaria del 2007, il piatto, cioè le cas­se pubbliche, piange. Secondo i dati dell’Agenzia del Demanio nel 2008 su 280 milioni da riscuotere, lo Sta­to è riuscito a incassarne appena 103 milioni. Poco più di un terzo. E gli altri dove sono finiti? Sono rima­sti nelle tasche dei titolari delle con­cessioni. E risulta difficile riuscire a farglieli tirare fuori. Anche per il 2009 le previsioni sono nere: il De­manio teme di non riuscire a incas­sare nemmeno la metà di quanto dovrebbe. E proprio domani Mauri­zio Prato, direttore del Demanio, an­drà al Senato per sollecitare inter­venti legislativi per mettere ordine. Le competenze infatti sono fram­mentate, in alcuni casi la gestione delle concessioni è delegata alle Re­gioni, in altri ai Comuni. A volte nei piccoli centri i funzionari gestisco­no in maniera discrezionale tutto ciò che riguarda le concessioni. E manca un coordinamento centrale. Risultato: ci sono stabilimenti che non pagano la concessione e fanno finta di niente, «tanto nessuno con­trolla». Altri che hanno deciso di continuare a pagare il vecchio cano­ne perché ritengono gli aumenti in­giusti e hanno deciso di farsi lo sconto da soli. Altri ancora invece hanno presentato ricorsi in varie se­di contro gli aumenti. E per adesso fanno orecchie da mercante alle ri­chieste del Demanio. Poi ci sono an­che quelli che pagano la concessio­ne, ma molti poi la fanno fruttare più del dovuto con qualche piccola furbizia: utilizzano senza specifiche autorizzazioni arenili e spiagge an­che come discoteche, centri sporti­vi, addirittura come beauty farm a cinque stelle, facendo decollare gli incassi. E come accertato dai con­trolli a campione della Guardia di Fi­nanza, gli stabilimenti balneari so­no spesso terreno fertile per lavoro nero o comunque irregolare e eva­sione fiscale. E se il fatturato com­plessivo dichiarato è stimato intor­no ai 2 miliardi, secondo l’Agenzia delle entrate ci sarebbe almeno un altro miliardo di giro d’affari som­merso.

I ministri che negli anni hanno cercato di regolamentare e mettere a frutto il patrimonio balneare, e cioè prima Vincenzo Visco per il centrosinistra e poi Giulio Tremon­ti per il centrodestra, hanno dovuto fare i conti con la lobby dei titolari degli stabilimenti balneari, che per anni è riuscita a respingere qualsia­si tentativo di nuova regolamenta­zione del settore. Solo nel 2007 gli stabilimenti hanno finito per accet­tare, obtorto collo, gli adeguamenti dei canoni. Ma il settore resta una jungla. Ci sono Comuni, come Ro­ma, dove le concessioni sono state rilasciate anche per una durata di 25 anni. E senza aprire i bandi a nuovi operatori: vengono passate di padre in figlio, come se fossero beni di famiglia, anziché patrimo­nio pubblico. Addirittura c’è un mercato: le concessioni non posso­no essere vendute, ma i titolari ce­dono direttamente le società a cui è intestata l’autorizzazione. Un modo per aggirare, legalmente, la legge. Ma in forte odore di speculazione. A Fregene, alle porte della Capitale, un imprenditore che pagava 1400 euro al mese per uno stabilimento che in un solo in week end incassa migliaia di euro ha ceduto l’attività per 2 milioni di euro. E casi analo­ghi sono stati segnalati in Roma­gna, Toscana e Abruzzo.

Inoltre, le spiagge per legge do­vrebbero essere classificate per fa­sce qualitative e i canoni parametra­ti con importi più alti per i lidi mi­gliori e più bassi per gli altri. Secon­do le stime delle Capitanerie di por­to, nelle fasce più basse rientrereb­bero meno del 25% delle spiagge. E invece oltre il 90% è finito fra i lidi per i quali i canoni sono minimi. Po­co importa poi se i clienti arrivino a pagare per un ombrellone e due sdraio anche 30 euro al giorno in questi stabilimenti che sarebbero «popolari», ma hanno prezzi da ca­pogiro. «È una vergogna naziona­le», dice Angelo Bonelli, ex capo­gruppo dei Verdi alla Camera che da anni raccoglie e studia il proble­ma delle concessioni demaniali ma­rittime. E aggiunge: «Non c’è esem­pio in Europa e nel mondo di una gestione colabrodo del patrimonio marittimo come in Italia che ha por­tato inoltre a un processo di priva­tizzazione delle spiagge. Di fronte a canoni per le concessioni così ridi­coli anche di 300 euro al mese con fatturati milionari, vediamo da un lato lo Stato che perde centinaia e centinaia di milioni di euro, e dal­l’altro che il godimento delle spiag­ge da parte dei cittadini si trasfor­ma in un problema sociale, per l’im­posizione illegale del pagamento di un biglietto per l’ingresso». E del re­sto c’è anche una controprova dello spreco di denaro pubblico. A Aci Ca­stello, in Sicilia, il Demanio ha pre­so direttamente in gestione lo stabi­limento del Lido dei Ciclopi, confi­scato alla mafia: nel 2008 l’incasso ha superato i 640 mila euro, con ol­tre 130 mila euro di utili. Il busi­ness, per chi lo sa sfruttare, vale.

Paolo Foschi