16/01/2010

La Cassazione conferma le condanne al clan dei Casalesi

La Cassazione conferma le condanne al clan dei Casalesi

 

Processo spartacus. Restano i 16 ergastoli ai boss, tra i quali Francesco Bidognetti e Francesco Schiavone

 

Francesco Schiavone dopo l'arresto (Ansa)
Francesco Schiavone dopo l'arresto (Ansa)

ROMA - La prima sezione penale della Cassazione ha confermato tutte le condanne inflitte dalla Corte d'Assise d'appello di Napoli nel 2008 nei confronti dei vertici del clan dei Casalesi nel processo Spartacus. Confermate quindi per i 24 imputati i 16 ergastoli e le 8 condanne a pene inferiori dai 2 ai 30 anni. Nel dicembre scorso il pg aveva chiesto la conferma della sentenza emessa nel giugno 2008 dalla I sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli. In primo grado, i giudici della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, avevano comminato a 16 imputati altrettanti ergastoli.

I REATI - I reati vanno a vario titolo dall’associazione a delinquere di stampo mafioso all’omicidio, all’estorsione. In particolare, l’ergastolo è stato confermato dai Supremi giudici nei confronti dei boss Francesco Bidognetti, detto «Cicciotto e Mezzanotte», Francesco Schiavone, 54 anni, detto Sandokan, il cugino omonimo, di 55 anni detto «Cicciariello», Walter Schiavone, Antonio Iovine, Giuseppe Caterino e Vincenzo Zagaria. Oltre che per Cipriano D’Alessandro, Raffaele Diana, Enrico Martinelli, Alfredo Zara, Mario Caterino, Giuseppe Diana, Sebastiano Panaro, Luigi Venosa e Michele Zagaria.

IL PROCESSO - Lo Spartacus è considerato uno dei più importanti processi contro la malavita organizzata: oltre mille gli indagati, è durato quasi 12 anni. E' iniziato nel luglio 1998. Dai faldoni del procedimento contro il clan camorristico di Casal di Principe sono nate numerose altre inchieste che hanno fatto luce sugli affari della Camorra, su omicidi, estorsioni, traffico di droga e appalti. Le carte del processo sono state state tra l'altro la fonte principale per il libro best seller «Gomorra» di Saviano.

corriere.it


11/10/2009

Iran, tre dimostranti condannati a morte

Iran, tre dimostranti condannati a morte

 

Avevano preso parte alle proteste per le elezioni presidenziali

 

In questa immagine del 21 giugno 2009 la morte di Neda, la giovane donna rimasta uccisa a Teheran negli scontri tra la polizia del regime e i sostenitori del governo (Ansa)
In questa immagine del 21 giugno 2009 la morte di Neda, la giovane donna rimasta uccisa a Teheran negli scontri tra la polizia del regime e i sostenitori del governo (Ansa)

TEHERAN - Tre manifestanti, incriminati per la partecipazione alle dimostrazioni antigovernative, sono stati condannati a morte in Iran. Lo riferisce l'agenzia Isna. I tre avevano preso parte alle proteste scoppiate in occasione delle elezioni presidenziali che hanno sancito la riconferma di Mahmoud Ahmadinejad.

IL MINISTRO - Il capo dell'ufficio pubbliche relazioni del dipartimento di Giustizia della provincia di Teheran, Bashiri Rad, parlando con l'Isna, ha reso note solo le iniziali dei nomi dei tre condannati al patibolo. Si tratta di M.Z., A.P. e M.E. I primi due, ha precisato Bashiri Rad, sono stati riconosciuti colpevoli di legami con un'organizzazione monarchica e il terzo con i Mujaheddin del Popolo, la più importante organizzazione di opposizione armata al regime. Giovedì, il sito riformista Mowjcamp aveva reso nota la condanna a morte di un manifestante, Mohammad-Reza Ali-Zamani, riconosciuto come militante filo-monarchico. Non è escluso che possa trattarsi di uno dei tre di cui si è avuta notizia oggi.

DIRITTI UMANI - Proprio il giorno che ha portato da Teheran pessime notizie, per Amnesty International è una data di riflessione e lotta. Il 10 ottobre, da sette anni, è indetta la giornata mondiale contro la pena di morte, considerata la maggiore delle violazioni dei diritti umani. In particolare quest'anno l'impegno di Amnesty International è volto a educare i giovanissimi alla conoscenza dei fondamentali diritti dell'uomo, con dibattiti e incontri nelle scuole. I dati forniti dall'associazione sottolineano come nel 2009, il Burundi e il Togo sono diventati abolizionisti della pena di morte e negli Usa, anche lo Stato del New Mexico ha posto fine alle esecuzioni.


12/07/2009

Il vicesindaco mette alla gogna i writer

Il vicesindaco mette alla gogna i writer

 

Perplesso il presidente di Assoedilizia: «meglio il silenzio». Filmati i due graffitari che imbiancano il muro da loro imbrattato: il video sarà proiettato a Palazzo Marino

 

(Fotogramma)

 

MILANO - E' una vera e propria gogna mediatica quella decisa dal vicesindaco Riccardo De Corato nei confronti dei due improvvisati graffitari che, l'estate scorsa, avevano imbrattato con alcune scritte il muro della scuola di via Tabacchi. Il 3 giugno scorso i ragazzi, per ottenere l'estinzione del reato, si erano impegnati davanti al giudice di pace a ripulire il muro. Il lavoro è stato eseguito sabato: il filmato che mostra i due writer all'opera sarà proiettato lunedì in conferenza stampa a Palazzo Marino, sede del Comune, e sarà quindi distribuito ai mezzi di informazione.

 

Il vicesindaco De Corato assiste all'operazione di ripulitura del muro della scuola di via Tabacchi, a Milano, da parte dei due giovani che l'avevano imbrattato con scritte. L'intera operazione è stata filmata: il video proiettato in Comune e distribuito alla stampa (Fotogramma)

Il vicesindaco De Corato assiste all'operazione di ripulitura del muro della scuola di via Tabacchi, a Milano, da parte dei due giovani che l'avevano imbrattato con scritte. L'intera operazione è stata filmata: il video proiettato in Comune e distribuito alla stampa (Fotogramma)

 

LA PUNIZIONE - «Ci sembra un mezzo opportuno - ha commentato il vicesindaco Riccardo De Corato, che ha reso noti i dettagli della vicenda - per dissuadere i writer dal reiterare questo comportamento». I due giovani erano stati sorpresi il 20 luglio dell'anno scorso dagli agenti della Polizia locale mentre imbrattavano con vernice spray il muro della scuola comunale di via Tabacchi. Il 3 giugno il giudice di pace ha stabilito che i due - che avevano chiesto di poter riparare al danno - ripulissero il muro.

IL RISARCIMENTO - Il Comune ha ottenuto inoltre il pagamento di 1000 euro a titolo di risarcimento per il danno di immagine e di un'altra cifra che comprende i materiali utilizzati per l'intervento, oltre al consenso dei due responsabili per le riprese video. De Corato ha spiegato che il Comune è «soddisfatto perché il danno è stato riparato» e anche perché «è stato ottenuto un risarcimento per l'impegno e le spese profuse in questa battaglia contro il degrado». De Corato ha anche sottolineato che il ddl sicurezza, non appena entrerà in vigore, sanzionerà i writer in modo molto più severo, visto che punisce gli imbrattamenti di beni immobili anche con la reclusione fino a un anno per edifici di interesse storico-artistico.

ASSOEDILIZIA: MEGLIO IL SILENZIO - Si definisce invece «perplesso» il presidente di Assoedilizia, Achille Colombo Clerici. «La legge sul reato di imbrattamento è cambiata - afferma Colombo Clerici in una nota - sicché lo stesso ricade sotto la competenza del giudice ordinario, e ne vedremo gli effetti». «Ma qui - prosegue - si finisce per dare una pubblicità gratuita a giovani che probabilmente non van cercando nulla di meglio. La notizia circostanziata della loro punizione è già stata diffusa oggi e ne conseguirà l'effetto deterrente. Si copra il resto con un bel silenzio, che è il giusto coronamento di una punizione che voglia essere esemplare».


07/07/2009

Condannati i poliziotti per la morte di Aldrovandi

Condannati i poliziotti per la morte di Aldrovandi

 

Il giovane era deceduto il 25 settembre 2005. Tre anni e sei mesi ai quattro agenti accusati di eccesso colposo nell'omicidio del ragazzo di 18 anni

 

Il pm Nicola Proto in aula (Omega)
Il pm Nicola Proto in aula (Omega)

FERRARA - Il tribunale di Ferrara ha condannato a tre anni e sei mesi i quattro poliziotti accusati di eccesso colposo nell'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni morto il 25 settembre 2005 durante un intervento di polizia. Alla lettura della sentenza i genitori del ragazzo si sono abbracciati piangendo e in aula sono partiti applausi.

I DIFENSORI DEGLI AGENTI: «RICORREREMO IN APPELLO» - «Tutti i processi hanno tre gradi di giudizio, vedremo la coda lunga di questo». Alessandro Pellegrini, uno dei quattro difensori ha fatto questa considerazione uscendo dall'aula dopo la sentenza. «Ciò che dovevo dire l'ho detto al giudice», si è limitato a dire Gabriele Bordoni che aveva creduto fino in fondo su un esito diverso al processo proponendo l'assoluzione degli agenti. Mentre Michela Vecchi ha annuito ai colleghi in merito al fatto che la sentenza dovrà avere il vaglio degli altri gradi di giudizio. Visi lunghi, come è comprensibile dopo la lettura della sentenza da parte dei difensori. Giovanni Trombini è sembrato il più distaccato: «Leggeremo le motivazioni, attentamente e poi proporremo appello». E le sue non sono state solo le solite dichiarazioni di circostanza: «Abbiamo prospettato al giudice ciò di cui eravamo e siamo convinti ossia la totale estraneità dei quattro agenti, che riproporremo in appello». Unico a commentare la sentenza tra gli imputatio, è stato Enzo Pontani (l'altro agente presente era Luca Pollastri, mentre gli altri due erano assenti, uno perchè in servizio al G8 de L'Aquila): «Posso dire che stasera giustizia non è stata fatta. E posso anche dire che io la notte dormo sonni tranquilli, qualcun altro non lo so».

LA VICENDA - All'alba del 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi, 18 anni, era morto su un marciapiede di Ferrara. La ricostruzione della questura aveva sostenuto che stava tornando a casa dopo una serata con gli amici, si era sentito male e dava in escandescenze. Ammanettato dagli agenti era svenuto ed era poi deceduto prima che arrivassero i soccorsi.
Inizialmente si era parlato di droga, poi di un malore. La madre del ragazzo denunciava invece un pestaggio da parte della polizia. Nel 2006, una foto choc, pubblicata da Liberazione, mostrava i segni di percosse sul corpo del ragazzo e riapriva il caso.


07/05/2009

Aggressione con stupro a turisti olandesi condannati i due pastori di Ponte Galeria

Aggressione con stupro a turisti olandesi condannati i due pastori di Ponte Galeria

 

LA QUESTIONE SICUREZZA. Inflitti complessivamente 23 anni ai due romeni  riconosciuti colpevoli di sequestro, rapina e violenza

 

 

I due romeni condannati per la violenza: Bohus (a sinistra) e Petre
I due romeni condannati per la violenza: Bohus (a sinistra) e Petre

Sono stati condannati i due romeni che, nell'agosto 2008, aggredirono una coppia di turisti olandesi a Roma, massacrando di botte l'uomo e stuprando la donna. Con rito abbreviato, il gup Cecilia D'Emma ha condannato oggi i due pastori romeni imputati della drammatica violenza: 11 anni e 8 mesi di reclusione per Paul Petre, 32enne; 11 anni e 4 mesi per Andrei Vasile Bohus.

CICLOTURISTI - I due olandesi, impegnati in un lungo viaggio in bicicletta dal Nord Europa alla Sicilia, si erano accampati con la tenda nei pressi di Ponte Galeria. I due pastori, la notte del 22 agosto scorso, li aggredirono. Per i due imputati che sono stati difesi dagli avvocati Monica Di Maio e Gianluca Filice il pubblico ministero Carlo Luberti aveva chiesto 18 anni di reclusione ciascuno. Infliggendo le condanne il giudice ha ritenuto gli imputati responsabili di sequestro di persona, rapina, violenza sessuale, violenza di gruppo e ha escluso l'accusa di tentato omicidio che era stata invece richiesta dal pubblico ministero. In aula c'era anche un avvocato, Nicola Sabato, in rappresentanza del Comune di Roma.

Il casolare dove avvenne la violenza (foto Proto)
Il casolare dove avvenne la violenza (foto Proto)

NIENTE PARTE CIVILE - L'amministrazione capitolina aveva tentato con istanza al giudice nei giorni scorsi di costituirsi parte civile come era stato promesso dopo il fatto. Ma la richiesta è stata respinta perchè il giudice D'Emma ha ritenuto che il Comune non possa essere considerato soggetto danneggiato. L'aggressione avvenne nella notte tra il 22 e il 23 agosto. I due turisti che dormivano in tenda furono colpiti a bastonate e la donna venne violentata mentre il marito veniva tenuto immobilizzato. Alla coppia furono anche sottratti 1.500 euro.

 


05/04/2009

La studiosa vaticana: «Ho le carte, i Templari adoravano la Sindone»

La studiosa vaticana: «Ho le carte, i Templari adoravano la Sindone»

 

LA SCOPERTA. L'autrice lavora nell'Archivio segreto della Santa Sede. «L'idolo per cui furono condannati era Cristo»

 

CITTÀ DEL VATICANO — Ora lo sappiamo: i Templari, in effetti, adoravano un «idolo barbuto». Però non era Bafometto, come volevano gli inquisitori che li processarono per arrivare a sciogliere nel 1314 l'ordine più potente e illustre del medioevo cristiano, il «grande complotto innescato nel 1307 dal re di Francia Filippo IV il Bello». E non era neanche un idolo, in verità, per quanto senza dubbio fosse barbuto: l'oggetto della loro venerazione era la Sindone, il telo di lino che secondo la tradizione avvolse il corpo di Gesù e ne reca impressa l'immagine. Furono i Cavalieri a custodire in gran segreto la Sindone nel secolo e mezzo in cui se ne perdono le tracce, dal saccheggio di Costantinopoli del 1204 alla ricomparsa in Europa a metà del Trecento. Si tratta di argomenti sui quali fioccano le bufale e il 99 per cento di ciò che si racconta, Umberto Eco docet, è «spazzatura».

Ma qui la fonte è più che affidabile: lo scrive l'Osservatore Romano, anticipando alcune pagine de «I templari e la sindone di Cristo», il nuovo libro di Barbara Frale che il Mulino pubblicherà entro l'estate. L'autrice è una giovane e serissima ricercatrice dell'Archivio segreto vaticano che da anni studia e scrive dei Templari. Attingendo ai documenti del processo, cita tra l'altro la testimonianza della «prova d'ingresso», nel 1287, di «un giovane di buona famiglia del meridione francese», Arnaut Sabbatier: «Il precettore condusse il giovane Arnaut in un luogo chiuso, accessibile ai soli frati del Tempio: qui gli mostrò un lungo telo di lino che portava impressa la figura di un uomo e gli impose di adorarlo baciandogli per tre volte i piedi».

Nel 1978 fu lo storico di Oxford Ian Wilson, ricorda la studiosa, il primo a sostenere la tesi che il misterioso «idolo» barbuto dei Templari fosse in realtà il telo rubato dalla cappella degli imperatori bizantini nel 1204, durante la quarta crociata, e che i Cavalieri l'avessero custodito in segreto. Ora Barbara Frale spiega di aver trovato «molti tasselli mancanti» a sostegno della teoria. Fonti inedite che spiegano anche le ragioni dell'adorazione e della segretezza. «I Templari si procurarono la sindone per scongiurare il rischio che il loro ordine subisse la stessa contaminazione ereticale che stava affliggendo gran parte della società cristiana al loro tempo: era il miglior antidoto contro tutte le eresie», scrive. «I catari e gli altri eretici affermavano che Cristo non aveva vero corpo umano né vero sangue, che non aveva mai sofferto la Passione, non era mai morto, non era risorto». Che l'avessero trafugata i Templari o fosse stata comprata, doveva rimanere celata: sui responsabili del saccheggio pendeva la scomunica di Papa Innocenzo III. Ma era una reliquia potente e ne valeva la pena: «L'umanità di Cristo che i catari dicevano immaginaria, si poteva invece vedere, toccare, baciare. Questo è qualcosa che per l'uomo del medioevo non aveva prezzo».

Gian Guido Vecchi