21/09/2011

I pm di Milano e il caso Ruby: «No al conflitto di poteri»

I pm di Milano e il caso Ruby: «No al conflitto di poteri»

«La Corte Costituzionale dichiari inammissibile il conflitto sollevato dalle Camere»

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15/12/2009

Facebook, niente amicizie fra avvocati e giudici

Facebook, niente amicizie fra avvocati e giudici

 

Ma la decisione fa discutere. Secondo un comitato etico statutinitense ci sarebbe un palese conflitto di interesse

 

MILANO - Dopo le limitazioni online per le star di Hollywood e i giornalisti, ora è la volta dei giudici statunitensi: attenti agli utenti con cui stringete amicizia su Facebook. Soprattutto se sono avvocati che operano nella stessa procura: si rischia di compromettere la libertà di giudizio durante un procedimento che vede il proprio "amico virtuale" tra i banchi della difesa.

CONDOTTA VIRTUALE - È quanto prevede il nuovo codice di condotta approvato dal Comitato per l'Etica Giudiziaria della Florida. Tra le linee guida, c'è l'obbligo di fare «unfriend» con tutti gli avvocati che in passato hanno richiesto amicizia su Facebook. Per quanto si tratti di una relazione virtuale, potrebbero nascere potenziali conflitti di interesse, dal momento che il termine «amicizia evoca un rapporto intimo e confidenziale. E, soprattutto, si potrebbe dare l'impressione che l'avvocato-amico sia in grado di influenzare le scelte del giudice, che invece deve essere sempre obiettivo e imparziale.

POLEMICHE - Poco importa, poi, che Facebook e gli altri social network abbiano ridefinito il significato del termine «amico», che ormai si riferisce anche a semplici conoscenti o ex-compagni di scuola che ormai non si frequentano più da anni, ha notato Ashby Jones sul blog legale del Wall Street Journal : «Su Facebook stringo amicizia con amici degli amici, colleghi, persone che dicono di conoscermi, individui del passato che a malapena ricordo e tanti utenti che chiedono l'amicizia per errore. Io confermo sempre tutti». Anche i diretti interessati sembrano perplessi per le nuove regole deontologiche: «Possiamo essere buoni giudici anche se abbiamo amici – ci ha scherzato su il giudice Thomas McGrady - Ma capisco che un avvocato-amico su Facebook possa essere percepito male dall'esterno. La prossima volta lo contatterò solo via telefono».

Nicola Bruno

corriere.it


15/05/2009

La pirateria informatica aumenta la popolarità delle star musicali

La pirateria informatica aumenta la popolarità delle star musicali

 

Download illegale. Un nuovo studio conferma che gli artisti vittima del file-sharing sono anche quelli che vendono di più

 

 

Un negozio di Cd (Afp)
Un negozio di Cd (Afp)

MILANO - La battaglia delle major del disco contro la pirateria online non sembra conoscere sosta, come dimostra l'ultimo processo contro i fondatori di Pirate Bay in Svezia e l'approvazione della legge «tre errori e sei disconnesso» in Francia. Ma un nuovo studio realizzato in Inghilterra arriva a mettere in discussione alcune convinzioni che stanno alla base di questa crociata: davvero il file-sharing illegale sta danneggiando il mercato della musica? O, piuttosto, sta creando nuove possibilità di promozione per gli artisti? E, cioè, funziona per lo più come la vecchia radio e i videoclip in tv: maggiori passaggi equivalgono anche a più vendite?

LO STUDIO - Realizzato da Prs for Music (omologo inglese della nostra Siae) e dall'istituto di ricerca Big Champagne (che da anni analizza il mercato della musica sui circuiti illegali), il report conferma che gli artisti più piratati sono anche quelli che tendono a scalare più in fretta la classifica delle hit. Un esempio? Nell'ultima settimana di aprile il singolo di Lady GaGa «The Fame» è stato scaricato 338mila volte. Lo stesso vale per gli altri artisti della top 100: sono anche quelli più popolari sui servizi di file-sharing. «Trovarsi in testa alle classifiche dei file più scaricati spesso è il segnale di un successo anche nel mercato legale. In dieci anni di analisi non è mai successo che una hit nel mercato pirata non lo sia poi diventata anche in quello legale» spiegano gli autori. Per quanto possa sembrare paradossale, alla fine la pirateria aiuta le star a diventare ancora più popolari.

CODA CORTA - Lo studio smentisce anche la teoria della coda lunga di Chris Anderson, secondo cui la rete avrebbe allargato le opportunità di business per i prodotti di nicchia e segnato la morte della hit-parade. Sui servizi di file-sharing le attenzioni continuano a concentrarsi solo su una piccola fetta di artisti: l'80 per cento degli scambi riguarda il 5 per cento delle tracce; e spesso si tratta proprio delle hit del momento.

MODELLI DI BUSINESS - I servizi di file-sharing ma anche quelli di streaming su YouTube o MySpace quindi costituiscono ormai una potente alternativa promozionale ai circuiti tradizionali (radio e tv). Le industrie discografiche saranno probabilmente costrette a pensare a modelli di business in grado di legalizzare il file-sharing, facendo accordi con i fornitori di connettività.

Nicola Bruno


23/04/2009

«Giudice in conflitto di interessi»: Pirate Bay vuole un nuovo processo

«Giudice in conflitto di interessi»: Pirate Bay vuole un nuovo processo

 

Studio svedese: «I pirati sono i migliori acquirenti di musica online». L'avvocato di uno dei titolari: «Un magistrato fa parte dell'associazione svedese per la tutela del copyright»

 

Sostenitori di Pirate Bay
Sostenitori di Pirate Bay

STOCCOLMA - «Quel processo è da rifare». Dopo alcune indiscrezioni di stampa, gli avvocati di "Pirate Bay" vanno all'attacco: uno dei giudici che hanno condannato i titolari del popolare sito di file sharing, sostengono i legali, sarebbe in palese «conflitto di interessi».

TUTELA COPYRIGHT - La notizia è stata diffusa da una radio svedese: Tomas Norstrom, uno dei magistrati del tribunale di Stoccolma che il 17 aprile ha comminato un anno di carcere più un maxi risarcimento danni ai gestori di Pirate Bay, è membro di un'associazione svedese per la tutela del copyright. Della stessa associazione, peraltro, fanno parte anche due persone che nel corso del processo rappresentavano gli interessi delle imprese dell'intrattenimento. L'avvocato di uno dei titolari di Pirate Bay, Peter Althin - che rappresenta Peter Sunde, uno dei tre amministratori del sito internet - chiede che, proprio per questo motivo, il processo sia celebrato di nuovo.

Il giudice Tomas Norstrom (Epa)
Il giudice Tomas Norstrom (Epa)

STUDIO - Pirate Bay è un portale consultato da milioni di utenti che mette a disposizione informazioni per reperire e scaricare contenuti sfruttando i sistemi di condivisione di file. È diventato il nemico numero uno per le industrie dei media, dopo i precedenti successi giudiziari nei confronti di siti come Kazaa e Grokster. Una lotta, quella tra pirateria e industria dell'intrattenimento, che va avanti da anni. Da tempo le major puntano il dito contro il "download illegale", affermando che rischia di mettere in ginocchio il settore. Una ricerca recente, pubblicata dal "Guardian", sembra però dimostrare il contrario, almeno per quanto riguarda gli acquisti online. Secondo alcuni studiosi norvegesi, gli utenti della Rete che scaricano materiale gratis (e illegale) sono 10 volte più inclini degli altri a pagare per acquistare musica. I pirati del web, insomma, rappresenterebbero la più larga fetta di clienti per la musica legale online. Il succo, generalizzando un po', può essere questo: scarico ciò che voglio e poi scelgo cosa comprare.

ALLARME VIDEONOLEGGIO - Ma ci sono allarmi e posizioni che vanno anche in senso contrario. Proprio in queste ore, in Italia, il Coordinamento Nazionale delle Videoteche Associate ha incontrato esponenti politici della maggioranza e dell'opposizione per confrontarsi sull'emergenza pirateria. Nel 2008 hanno chiuso 500 videonoleggi ed i pronostici per il 2009 sono ancora peggiori. In seguito a queste chiusure sono andati persi 40 milioni di euro di investimenti - 75 mila euro per ogni esercizio commerciale - e i fatturati delle videoteche hanno subito una perdita del 50% in 3 anni. «In queste condizioni non è auspicabile pensare ad una durata del nostro settore che vada oltre i 2 anni di tempo. Ciò causerà la disoccupazione di 6000 persone», ha dichiarato Davide Caviglia, titolare di un punto di videonoleggio, in rappresentanza della categoria delle videoteche d'Italia.